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Dentro le mie Dolomiti

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  • Immagine del redattoreStefano Germano

Autunno in Valfredda - Agordino

Il silenzio calma i pensieri, e la solitudine apprezza l’energia della Natura.

 

È questo il primo pensiero che mi passa per la mente, nel preciso istante in cui al termine di questa mia giornata penso con attenzione a tutto ciò che improvvisamente è entrato a fare parte di questo mio cammino. Penso a questo con quella perfetta lucidità in cui ogni elemento e ogni situazione mi ha coinvolto nella più totale naturalezza, con quella spontaneità in cui gli elementi della Natura mi hanno accompagnato un passo dopo l’altro.



La giornata si presenta già grigia, nell’immediato. La Valfredda (o Valfreda) è una bellissima e verde valle che con dolcezza sale attraverso i suoi rigogliosi prati in quel suo angolo più a Occidente dell’Agordino. È un territorio che io definisco come zona di confine, come quell’ultimo versante naturale delle Dolomiti del Veneto, le Dolomiti Bellunesi, prima di espandersi con le roccaforti del Sass de Valfredda (3009m) e di Cima dell’Uomo (3010m) verso la Val di Fassa, verso il magnifico Trentino.


Una lingua erbosa che profuma già di quei forti venti che arrivano direttamente dai suoi versanti maggiori, venti che da Nord portano fino quaggiù il respiro della Regina delle Dolomiti: la Marmolada. Durante l’Estate tutto prende vita con quei suoi storici casoni e fienili, come testimonianza di una montagna antica, una montagna fatta di uomini e tradizioni così lontani dalla nostra quotidianità a farli “quasi” sembrare dei fantasmi di una così lontana epoca. È una magia che prende vita durante l’Estate, è un’alchimia che prosegue durante l’Autunno, quando tutto sembra venire improvvisamente dimenticato.


Amo questa zona del magnifico Agordino per ciò che di volta in volta riesce a trasmettermi. Amo la Valfredda e i suoi casoni perché in ogni stagione è un’immersione all’interno di una dimensione che sembra forgiata in quelle lunghe notti dove uomini e animali vivevano quassù, lontani da una quotidianità per noi ora quasi inimmaginabile. Scopro così che a volte non serve affondare la propria mente nei libri, nei racconti che portano da centinaia di anni la testimonianza di queste epoche così lontane. Basta poco, vasta osservare con molta attenzione e ciò che queste antiche strutture in legno ancora oggi riescono a raccontare.



Sono passato lungo questa via diversi mesi fa. Era una Primavera che sebbene inoltrata portava ancora con sé i segni di un lungo Inverno. Tutto si copriva di quel leggero manto bianco che dava contrasto al colore del legno di queste pareti, di questi mondi così lontani. Una stagione dove ampi spazi di erba finalmente al sole, ma ancora bruciata dal gelo, dava vita alle prime fioriture e alle mie prime emozioni di un nuovo periodo di transizione. La vita stava lentamente e nuovamente prendendo forma.


Oggi come allora nella mia più assoluta solitudine, dove il colore di stagione, quel fuoco autunnale, in un certo modo non ha saputo eguagliare quella ormai lontana Primavera. In questo mio Autunno torno nuovamente sui miei passi, dove la memoria mi riporta nuovamente a ciò che è stato. Ora questi colori così forti sono l’ultima espressione di un Autunno che da li a poco vede già la prima nevicata, quel primo manto bianco a cambiare completamente ogni mia prospettiva. Appena in tempo dunque, l’ultimo frangente temporale prima dell’avvento di un Inverno che già scalpita all’orizzonte.


Una notte trascorsa in una Falcade completamente lasciata sola ai suoi residenti. Alberghi, ristoranti, negozi in genere completamente chiusi dopo una lunga Estate che ha reso questa bellissima località turistica uno dei luoghi più belli dell’Agordino dove trascorrere le vacanze. L’Autunno è quella stagione di transizione, dove anche i centri abitati diventano quasi dei fantasmi lasciati completamente soli. Un periodo che vede il termine dell’Estate e rimanere in attesa di quel nuovo Inverno per riprendere così vita, per accendere nuovamente quelle luci di benvenuto e dare così il via a un nuovo periodo dove tutto ha nuovamente inizio. Una notte piovosa, di quelle che ti fanno ben capire che l’indomani mantiene fede alle previsioni avverse.




Malga Col de Mez -1800m


Giungere in prossimità di Malga de Col de Mez (1820m) è questione di una quindicina di minuti da Falcade. Lascio il mio albergo in una fredda mattina completamente grigia e quel leggero piovasco che difficilmente riesce a trasmettere un buon umore. Quel piccolo parcheggio alle Fratte, una zona boschiva che si pone ungo quella stradina interna e all’altezza del bivio che separa il Rifugio Fuciade (1982m) con il Rifugio Flora Alpina (1799m). Il mio cammino inizia proprio da questo punto, dove un sentiero interno mi invita a seguire delle orme lasciate nel fango, un centinaio di metri per giungere proprio in Malga Col de Mez che all’istante è l’unico posto dove potermi riparare da un improvviso piovasco di primo mattino.


Malga Col de Mez - 1800m

È una bellissima struttura, chiusa da diverse settimane dove sono ancora impresse le tracce “naturali” lasciate dagli animali al pascolo. Si posiziona su di un pianoro a cielo aperto, all’interno di questi prati illuminati da un leggero sole che, come per miracolo, riesce per qualche minuto a penetrare tra queste grigie nuvole. Non mi preoccupa la pioggia cadente, è leggera e quasi impercettibile e questo mi permette di muovermi liberamente. Mi sento bene in questi istanti. Queste leggere gocce sembrano quasi rimbalzare su questi miei indumenti che ora diventano sempre più pesanti. Un piccolo punto di vista, che da questo pianoro si apre verso il Col de Mez (1871m) sprofondando tra le nuvole, riflesse dalla luce del sole a crearne così un effetto che posso solo paragonare alla perfetta pace interiore.




I Casoni – 1900m di media


Il silenzio è perfetto e l’ambiente diviene sempre più parte di me stesso. Lascio la Malga per tornare nuovamente sui miei passi. La pioggia diviene sempre più debole, lascia qualche traccia sull’asfalto di quella stradina centrale per poi tenere sulla sinistra una via di cammino che torna nuovamente tra i boschi. Alcuni tratti fangosi, evidenti pozzanghere che fanno ben intendere che pure quassù la notte è stata caratterizzata dalla pioggia. Sale leggermente per poi improvvisamente appiattirsi. Il Rifugio Flora Alpina rimane più a valle rispetto al mio senso di marcia. Nascosto e tenuto lontano dalla mia vista, abbandonato temporaneamente pure lui da questo periodo di transizione.



La storia parla da sé. In lontananza grandi cumuli nuvolosi nascondono quei grandi massicci rocciosi che guardano verso Nord, mentre l’atmosfera che si crea lungo la mia via di cammino si tinge di colori che lasciano senza parole. Natura vuole che una tenue e debole luce solare riesca a contrastare questi elementi indomabili. Una luce forte e limpida a dare maggior risalto ai boschi che fanno da cornice a questo luogo che ora nella mia immaginazione diventa magia. La lunga valle ora si apre come un sipario che dietro di sé nasconde la scenografia perfetta. Il primo pensiero è quello che dedico a un ipotetico viaggio nel tempo, come se prendere piede all’interno della valle si identifichi perfettamente su quell’immaginario portale dove ogni passo mi allontana sempre di più dalla realtà per entrare lentamente in una nuova dimensione.


Dietro di me lascio ogni pensiero, ogni cosa che rientra nella mia quotidianità. Lascio alle spalle tutto ciò che ritengo ormai un mondo quasi perduto a sé stesso, per farmi accompagnare in un eterno viaggio nel passato quando nell’uomo esistevano ancora dei valori che al giorno d’oggi ormai sono persi. Lascio di me una buona parte di negatività per guardare al futuro con quell’ottimismo in cui credere che la mia possa essere una vita diversa dagli altri. Una vita dove tenere ancora conto dei valori e di tutto ciò che viene di diritto a ogni essere umano. È un viaggio questo molto strano, un momento molto particolare in cui il mio pensiero va a chi con i suoi occhi non avrà mai più la possibilità di vivere tutto questo.


Un pensiero a te Giulia….




I casoni si allungano ai bordi di questa strada bianca. È come far parte di quei piccoli villaggi di alta montagna che spesse volte troviamo rappresentati a matita nei vecchi libri escursionistici. Quelle prime pubblicazioni che a inizio del ‘900 venivano scritti e curati unicamente a mano, e che racchiudevano l’essenza e la passione per questi mondi che, come i casoni, sembrano fermi nel tempo. Con l’Autunno sono tutti abbandonati, sembrano pronti nell’affrontare il grande gelo, quel lungo Inverno che tra poche settimane cambierà completamente ogni prospettiva. Il silenzio è d’oro in questi miei momenti. Un silenzio che in certi tratti viene solamente infranto dalle acque del Rio di Valfredda. Un suono che il vento porta con sé lontano, un suono carico di quella forza naturale e che prende vita dai margini maggiori dell’intera valle.



Lentamente prende vita una piccola serpentina in leggera salita, all’ombra di queste epiche costruzioni. Chissà quante generazioni di persone, chissà quanti escursionisti avranno guardato e toccato gli stessi punti che io ora guardo e delicatamente tocco. Quante generazioni di montanari, quanti momenti di condivisione dove ancora oggi gli echi di voci ormai lontane sembrano ancora muoversi nell’aria. L’energia emessa è forte, tanta e ben percepibile. Lentamente capisco che non si tratta di un Trekking o di un’escursione come si voglia dire, si tratta di un momento in cui ciò che vive in ognuno di noi va affrontato con quella forza interiore dove abbracciare insieme l’anima e il pensiero.



Questa mattina sono partito con un’idea ben precisa. Ho dato il via al mio cammino con quella spensieratezza che da sempre vivo in ogni mia giornata Dolomitica. Ma qualcosa è sembrato nell’immediato strano. Una strana energia dominata dalla solitudine e dall’improvviso evolversi di questi elementi naturali che, nel grigiore delle nuvole e dalla leggera pioggia, hanno trovato terreno fertile per cambiare del tutto ogni mio pensiero. Giungo così all’apice maggiore di questo punto della valle che accudisce a sé queste testimonianze ormai perdute. Una piccola chiesetta in legno massiccio proprio nella sommità maggiore di questo antico insediamento urbano, appoggiata su di un verde prato e guardare verso l’intero versante che mi lascio alle spalle.



È proprio verso quel versante che ora la mia attenzione viene catturata nell’immediato. È un piccolo presepe, un piccolo insediamento “urbano” che si immerge tra i colorati boschi che dell’intera valle ora ampliano questa cornice. E quelle nuvole che per oggi sembrano messaggeri di parole importanti, dove la via del vento da così vita a sottili linee che sembrano lingue che con grande forza prendono vita dalla terra. È un continuo gioco dove la luce cambia in continuazione. Un cambiamento che in quei rari istanti in cui il sole riesce a splendere, mi fa percepire quel forte calore che sembra non volersi arrendere alla fredda stagione già iniziata.



Non devo fare altro che fermarmi. Mi tolgo lo zaino di dosso e mi siedo su di una comoda panca in quello che io ora definisco il piccolo sagrato di questa chiesetta persa nel tempo. Il punto è perfetto, con quella chiarezza che si espande nella mia mente, quasi sopraffatta da quelle bianche lingue nel crescere sempre di più fino a dare vita a grandi nuvole che dal bianco al grigio seguono un loro naturale processo di cambiamento. Il momento nasce da sé e non devo chiedere nulla come sempre, perché è solita la montagna dirmi qualcosa e riuscire a trovare risposte a delle domande che forse la mia mente non si è mai posta. La Natura a volte vive dentro di noi, capisce il nostro stato d’animo e interagisce con ogni nostra emozione.


Cima del Formenton (2937m), il Sass de Valfredda (3009m) e il Pulpito di Fuciade (2870m) sono alcune delle vette dove immergere la curiosità, dove gli occhi si sarebbero incantati per l’ennesima volta alla possanza e maestosità di questa selvaggia roccia di Dolomia. Una lunga parete formata da diverse guglie e campanili di straordinaria bellezza, eterni guardiani di una valle che mi affascina sempre di più. La memoria mi riporta nuovamente al passato, lungo quelle stagioni molto lontane da questa dove "Madre Natura" mi ha concesso cieli limpidi e orizzonti puliti da ogni possibile e lieve velatura di foschia. Allora era tutto più chiaro, tutto ben visibile e appagare così pienamente ogni mio istinto, ogni mia curiosità.





Il tempo scorre inesorabilmente. Sembra muoversi velocemente seguendo la forza del vento che senza nessuna “pietà” dal fondo valle porta verso i versanti maggiori una consistenza tale di nuvole a coprire completamente ogni singolo affranto roccioso di quelle guglie, di quei campanili di bianca Dolomia che per oggi dovevano essere uno dei miei punti di riferimento più importanti. Il versante maggiore della Valfredda pone alla base di queste grandi pareti ampi spazi, che con grande eleganza ampliano il loro spazio a cielo aperto a ridosso di piccole spalle erbose. L’alpeggio per antonomasia, dove un bellissimo crocifisso segna il punto finale di questo mio margine di salita maggiore. L’idea era quella di salire più in alto, verso Forcella Forca Rossa (2483m) per avere così un totale controllo visivo di questo versante dell’Agordino.



Guardo a questo crocifisso come il punto più lontano, andare oltre sarebbe come essere inghiottito da quelle nuvole cariche di elettricità e pronte a scagliare da un momento all’altro un temporale possibilmente da evitare. Guardandomi attorno capisco di essere ancora solo all’interno di questo mondo che non è il mio. Meglio non rischiare, o forse è meglio mangiare qualcosa e attendere che tutto possa cambiare a mio favore. È una richiesta che non viene accolta anzi, semmai una leggera pioggia inizia a bagnare questi miei prati autunnali per dovermi coprire a dovere. Rinuncio anche al mio panino di metà giornata. Una pioggia che diviene sempre più consistente mi fa ben capire che forse è meglio avvicinarsi nuovamente in qualche luogo più sicuro, magari in direzione di quella linea di confine con il vicino Trentino.





Verso il Fuciade


È solo questione di qualche centinaio di metri. Il sentiero sale leggermente lungo la base del Monte le Saline, che mi lascio notevolmente di spalle e che identifica quella linea invisibile che dalla Valfredda inizia a disegnare questo versante Orientale della Val di Fassa. È un sentiero ben visibile, con quella evidente marcatura dove non serve scrutare la propria mappa escursionistica. Sale con quella leggerezza che trasmette nuovamente quel piacere e quella serenità, dove la pioggia diviene come per magia una compagnia piacevole da sentire. Il grande alpeggio del Fuciade è una nuova pagina di un libro naturale tutto da scoprire. Una meravigliosa vista panoramica che cambia ogni mia prospettiva, sempre emozionante sebbene vista e rivista chissà quante volte.


Il Fuciade e la Val di Fassa - Trentino

Un grande pianoro, l’ennesimo alpeggio che custodisce a sé baite e fienili. Una nuova dimensione dove questa cultura di una montagna di altri tempi da vita a nuovi racconti, portati da quel vento che lungo la Valfredda mi ha raccontato storie straordinarie. Non scendo verso i suoi fienili, non seguo quel suo bellissimo sentiero che con grande forza scende in direzione di questi nuovi ed ennesimi prati a cielo aperto. Preferisco rimanere quassù, in questa linea di confine tra il Veneto e il Trentino. Ora l’occasione è a mio favore. Smette di piovere e verso Sud le nuvole lasciano un timido spazio per quel tiepido sole che, come per magia, illumina Cima dell’Uomo e l’intero Fuciade. Colgo l’occasione quindi, tra un morso e l’altro del mio pranzo a sacco, due diverse testimonianze di storia antica da un unico punto di vista.



Oltre a questo, non ho altro da vedere. Sebbene un tiepido sole abbia illuminato questa mia parte finale verso il Fuciade, ciò che guardava verso Forcella Forca Rossa e l’intero versante a monte della Valfredda rimane ancora prigioniero di quelle nere e poco promettenti nuvole. Sembrano quasi ferme, ferme chissà da quanto tempo. Forse dalla mattina stessa quando hanno iniziato a nascondere tutto ciò che mi ero prefissato come il punto maggiore in quota da raggiungere. Ma di questo non ne faccio un dramma. Prima di rientrare verso i “miei casoni", guardo tutto con molta attenzione, cerco e trovo una risposta a una tipica espressione di queste montagne. In tutto questo trovo nuovamente i meravigliosi boschi che con i loro colori di stagione hanno focalizzato maggiormente il legno massiccio dei casoni, di questi fienili.


E le nuvole? E la pioggia? Tutto ha un senso, tutto segue un filo logico dove l’ambiente che mi ha ospitato ha dato forma a un quadro naturale perfetto, dove nemmeno il più abile dei pittori sarebbe stato in grado di creare un’opera su tela come quella che io ho potuto ammirare con i miei occhi. Ritorno così verso il Rifugio Flora Alpina. Raggiungo quel piccolo parcheggio dove ritrovo ampie schiarite dove il cielo improvvisamente si apre su di un azzurro meraviglioso. E il sole? Il sole torna a splendere e a farmi sentire quel suo caldo tepore che in questo Autunno inoltrato è una sorpresa immensa.


Doveva andare così, e io mi ritengo per l’ennesima volta fortunato di averla vissuta così questa mia giornata.





 

Autunno in Valfredda - Note Tecniche


Lunghezza sentiero: 6km

Dislivello totale: +300m

Tempi di cammino: 2h 30m (individuale)

Tipologia di sentiero: E - Escursionistico



 

Autunno in Valfredda - La Mappa





VALFREDDA NELL'AGORDINO
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Autunno in Valfredda - Il Video



 

Location: Valfredda (Valfreda) - Dolomiti Bellunesi (BL)

Area Geografica: Falcade - Agordino (BL)

Regione: Veneto

Accesso: su strada forestale all'altezza di Malga de Col de Mez


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