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Dentro le mie Dolomiti

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  • Immagine del redattoreStefano Germano

Invernale al Rifugio Venezia

Quando in un facile Trekking scopri un meraviglioso lato di natura selvaggia.

 

Rintonare nella Val di Zoldo per me è come tornare sempre a casa. I ricordi che mi porto degli anni passati mi riportano indietro nel tempo, quando da bambino assieme a mio Papà iniziai a camminare lungo questi sentieri e dare così vita a questa grande passione che ormai fa parte integrante della mia vita. La Val di Zoldo, il Monte Civetta e il maestoso Monte Pelmo che divengono l’immagine naturale di questa bellissima vallata. E da dove in un certo senso tutto ebbe inizio, e la tradizione mi porta sempre, di stagione in stagione, all’interno di questo mio mondo Dolomitico, di queste indimenticabili vallate naturali.  

 




Zoppè di Cadore – 1460m


È un piccolo centro abitato che a 1460m si nasconde perfettamente tra la Val di Zoldo e la vicina Valle del Boite. Una piccola realtà dove regna la pace, la tranquillità e quel senso di solitudine benefica che nel suo immenso silenzio abbraccia a sé case e fienili che sembrano quasi portare indietro nel tempo. È da questo mio luogo dei sogni che ha inizio questa mia lunga giornata definitivamente invernale. Se fino a qualche settimana fa le temperature risultavano ancora ben gestibili, ora, ricoperte dalla neve di stagione, quel netto calo termico si fa ben sentire, in particolar modo al mattino presto.




Zoppè si posiziona attraverso le spalle boschive del Col de Agui (1534m), mentre a Sud il Col de Pian (1554m) nasconde il paese al sole già alto, mantenendo vive quelle temperature che ancora riportano a una notte appena trascorsa. Quel gelo che prende così maggiore vita da quella leggera bava di vento che sale dal versante della Val di Zoldo, a rendere le strade e ogni possibile elemento bloccato da lastre di ghiaccio. I camini fumano di buon’ora mentre il campanile della chiesa di Sant’Anna suona per otto volte e dare così un nuovo segnale di una nuova giornata che con fatica inizia a prendere vita. 




È proprio vero che il freddo ferma ogni cosa, come la vitalità di questo piccolo paese disperso nelle quote maggiori che sembra non voler uscire dalle case ben riscaldate o da quel letto caldo che nei giorni di fine settimana si vuole sfruttare fino alla fine. Già questo ultimo chilometro è segnato da una continua lastra di ghiaccio, maggiormente consistente in quei punti in cui le case non permettono in questo periodo al sole di accarezzarne leggermente il suo manto.


Poche persone lungo questo tratto finale di strada che dal centro di Zoppè sale in direzione di Malga Livan, punto iniziale di questa mia giornata. Poche persone tra cui un signore intento a prepararsi per una giornata dedicata a fare legna in cui è ben chiaro il suo messaggio, il suo consiglio schietto e diretto.


“Tieni gli occhi aperti quando sei tra i boschi da solo, da qualche giorno sono stati avvistati dei lupi verso il Monte Pena”


Il monte Pena certo, è proprio lassù che sono diretto e questo devo dire improvvisamente toglie una parte di quella mia serenità di queste mie prime ore. Ma vado avanti ugualmente, spinto dalla convinzione che con una giornata così perfetta sicuramente troverò qualcun’altro escursionista seguire il mio stesso cammino.



Tabià Belvedere – 1752m


Lasciata Malga Livan la strada asfaltata lascia definitivamente spazio alla strada forestale, che già da questo punto mi porterà fino al Rifugio Venezia, la mia meta finale. L’utilizzo dei ramponcini diviene già da subito necessario, perché quel gelo di una lunga notte appena passata continua a imperversare il mio cammino sebbene ora il sole finalmente riesce a superare quel naturale ostacolo definito dal Col de Pian. Una bellissima baita in legno che guarda verso la Val di Zoldo e le lontane vette rocciose che rientrano all’interno del Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi. Ora un punto di vista che mette decisamente di buon umore.   



Il mio sentiero ora si apre in due. L’Antelao in lontananza brilla già al sole lungo la Valle del Boite, mentre un crocifisso e “l’uomo che spinge la pietra”, come a me piace chiamarlo, guardano verso i boschi del Le Fraine e dei meravigliosi Tabià de Fiès, che ho avuto la fortuna di visitare l’Inverno passato. Se il sentiero verso i tabià inizia da subito una bella discesa, il mio, il 493 invece, inizia la lunga salita che vedrà la sua fine unicamente a meta raggiunta ai piedi del Monte Pelmo. Rientro nuovamente nei boschi, mi muovo a ridosso del Col de la Viza (1732m) che tutto nasconde, dai panorami alla luce del sole. E questo non fa altro che diminuire nell’immediato quelle tiepide temperature che con la luce solare avevano già preso piede in questa mia giornata. Un piacevole tepore che svanisce nel giro di pochi passi.  



Tutto scorre alla perfezione, una serpentina boschiva che di tanto in tanto mi permette di osservare i versanti che guardano verso la vicina Valle del Boite, con l’Antelao tra i protagonisti principali di queste mie panoramiche. E se la serpentina si snoda in continua salita, il sole di tanto in tanto torna a fare luce su alcuni tratti di questa mia strada forestale. Ormai l’immersione naturale ha preso piede, e con essa anche il ritrovare quella serenità che per qualche minuto mi ha fatto dubitare. La strada è marcata unicamente da due ruote che si sono spinte quassù sicuramente nei giorni precedenti. Considerando che l’ultima forte nevicata si è vista tre giorni fa. Oltre a questa marcatura gommata nessun altro segno di vita umana, come se le mie impronte fossero le prime dopo le recenti precipitazioni.



Ed ecco che, improvvisamente, il bosco si dirada aprendo maggiormente lo spazio circostante. È all’altezza di una bellissima baita privata che di spalle guarda verso il Monte Pena (2396m), mentre di fronte, enormi distese di bianchi prati si allungano in lontananza fino ad accompagnare il mio sguardo verso il Monte Civetta. Quel suo versante Sud, che si riesce ad ammirare in tutta la sua bellezza unicamente dalla Val di Zoldo. Tutto ora prende piede nella mia giornata. Il sole, che con questo suo timido tepore improvvisamente riscalda il mio cammino sebbene una leggera brezza fredda mantenga viva la stagione in corso.


Quella piccola baita ai piedi del Monte Pena


Vista verso il Monte Civetta

È la prima delle tre baite che vanno a formare questo piccolo mondo di civiltà, sebbene ora abbandonato al grande Inverno in arrivo. I Tabià Belvedere prendono il nome dal punto in cui si posizionano lungo questa mia strada forestale. Tre strutture leggermente distanti tra di loro di qualche centinaio di metri, che guardando verso valle mantengono un privilegiato punto di osservazione verso la Civetta. È proprio in questo punto che qualcosa inizia a cambiare, a dare una svolta alla mia giornata. Quella leggera marcatura presente ora si ferma di netto, proprio all’altezza della prima baita. Si ferma e il consistente spessore di neve mi induce nell’indossare le ciaspole per avere così un cammino decisamente più facile.


Su sentiero 493

Tabià Belvedere - 1752m

Ora sono il primo, i miei passi aprono così la strada all’interno di questa neve fresca caduta fino a due giorni fa. Lascio dietro di me solo le mie impronte, dettate da queste mie ciaspole che ora affondano piacevolmente su questo morbido manto bianco. Improvvisamente il mio cammino viene preceduto da altri passi, da altre impronte lasciate prima di me lungo questa forestale. Non sono umane, sono di animale e osservandole bene sembrano quelle di un cane di buona stazza. Il che potrebbe far pensare a un amico a quattro zampe in cammino con la compagnia del proprio padrone.


"Ma dove sono le impronte di quel padrone? Non ci sono, le uniche umane che seguono le sue ora sono le mie". 


E questo è il preciso momento in cui quel consiglio di “tenere gli occhi per bene aperti” datomi in precedenza diviene così realtà. E non si tratta certamente di un cane selvatico, non potrebbe mai sopravvivere un cane comune all’interno di un contesto come questo e lontano dal primo centro abitato, e su questo mio pensiero, su questa mia riflessione non posso che dedurre di essere entrato all’interno del territorio del lupo. La cosa inizialmente mi fa pensare molto, cercando di analizzare per bene la situazione e tenendo inconsiderazione il fatto di essere solo. Conosco quel poco necessario l’animale da sapere che attacca se si sente in pericolo, se si minaccia l’eventuale cucciolata e soprattutto se si compone in un branco.


Mi fermo un attimo a pensare. Sono a circa un’oretta e mezza dal paese, tengo le ciaspole ai piedi che potrebbero diventare un eventuale ostacolo a ogni mia possibile reazione, non credo di tenere un atteggiamento che lo potrebbe spaventare e nemmeno recare pericolo a una cucciolata vista la stagione. Poi, per il terzo motivo su cui riflettere, la traccia è di un solo esemplare per cui vado a escludere quel possibile branco segnalatomi in mattinata. Questo mi tranquillizza a sufficienza per poter decidere di proseguire, trovandomi già all’altezza di Casera di Rutorto e quindi a meno di venti minuti dal Rifugio Venezia. E così decido, proseguo il mio cammino con quelle sue orme che fino a raggiungere la base delle Crode de Pena marcano bene il mio stesso senso di marcia.


Primo punto di vista verso il Monte Pelmo, all'altezza di Casera Rutorto

Per me è un susseguirsi di pensieri, di fermate quasi obbligate in modo quasi costante per guardarmi per bene attorno e percepire quella totale solitudine che da un momento all’altro potrebbe diventare un pericolo. Mi fermo all’altezza di un ponte che guarda verso una infinita panoramica questo versante più a Nord della Val di Zoldo, dove il Monte Civetta continua a brillare al sole di metà giornata. Improvvisamente tra quei boschi che ora stanno ai miei piedi un forte sussulto sulla neve, dove alcuni alberi caduti e di traverso vengono improvvisamente evitati da una possente e veloce macchia scura che con grande facilità si risalta sul manto nevoso. È questione di una manciata di secondi, o forse anche meno, ma sufficienti per notare quella figura longilinea e selvaggia sparire attraverso i boschi che scendono in direzione di Casera Rutorto. Pochi secondi certo, ma quel che basta per fermare nella mia mente quell’istantanea che mi permette ora di confermare ciò che temevo da qualche decina di minuti.      


Poi, il silenzio assoluto come se il passaggio di questa figura carismatica dei boschi avesse portato con sé ogni singolo elemento di questa Natura. Rimango in silenzio pure io come cercare quel minimo suono dettato da un movimento che per me potrebbe tradursi in un pericolo. Lentamente però tutto riprende con calma, dove quel timido cinguettio degli uccellini e le poche Gracchie in volo ora danno nuovamente vita a questa pace quasi eterna. Riprendo pure il mio cammino e giungere così in un piccolo pianoro aperto al cielo e avere di fronte a me una delle più belle viste che guardano verso il Monte Pelmo.




Passo di Rutorto e Rifugio Venezia – 1946m


Giungo così al cospetto del “Caregon del Padreterno”, seguendo il tratto finale di questa mia forestale che ora spazia panoramiche a non finire. In certi tratti la neve viene meno, lasciando alla bianca roccia della strada stessa a brillare nuovamente al sole. Giungere così al passo è come dare vita a un nuovo scenario naturale che dalle vette della Val di Zoldo si allungano verso la lontana Valle del Boite. Ora quel poco di tensione nato dalla presenza del “mio” lupo sparisce definitivamente, mentre dalla forestale da me già percorsa due escursionisti lentamente salgono verso la mia direzione. Mi raggiungono in breve tempo, quel tempo che basta per un saluto e qualche scambio di opinioni su tutto ciò che ora questa Natura regala, e come per istinto condividere l’opinione in merito a quelle tracce e trovarci tutti e tre dello stesso parere.


Quattro diversi punti di vista del Monte Pelmo, dal mio sentiero in direzione dei Campi di Rutorto




Il Passo di Rutorto. Un enorme distesa a cielo aperto che durante l’Estate diviene un pascolo di mucche e cavalli completamente assorti all’interno di questo silenzio, di questa meravigliosa libertà. Ampi spazi che si allungano verso i primi boschi che in lontananza si innalzano verso la vetta del Monte Pena, per guardare verso la Valle del Boite e la grande parete rocciosa che unisce a sé il versante del Sorapis e la magnificenza piramidale dell’Antelao. Al centro di tutto questo un punto che ora definisce in via definitiva la bellezza e imponenza del Monte Pelmo. Rimango in silenzio, senza riuscire nemmeno a pensare. 


Dai Campi di Rutorto verso il Sorapis (sx) e l'Antelao (dx)

Passo di Rutorto - 1931m - verso il Monte Pelmo

Dal Rifugio Venezia - 1946m - verso il Monte Pena

Qualche centinaio di metri ancora, dove la neve ora aumenta leggermente di consistenza. Il Rifugio Venezia guarda a questo spettacolo di Natura su quella sua collinetta che sembra quasi distaccata dalla terra, dal mondo intero. Tutt’attorno un grande mantello bianco a coprire ogni pietra e perfino quel tavolone in legno esterno che durante l’Estate diviene uno dei punti più belli dove pranzare al cospetto di questo infinito panorama. Di tanto in tanto il Pelmo fa sentire la sua voce che si intromette di tutta forza all’interno di questo silenzio. Deboli scariche di neve che si infrangono lungo le sue pareti, attraverso le sue fenditure rocciose e da quei campanili naturali che a quote che si aggirano sui tremila metri danno forma a questa immensa cattedrale di Dolomia.


Il Rifugio Venezia A. de Luca (1946m)

Ormai la mia mente già vola all’interno di tutto ciò che mi circonda. Segue il richiamo del vento che dal passo sale vertiginosamente seguendo la linea di queste pareti, fino a raggiungere le sommità maggiori ed elevare al cielo enormi nebulose di neve che nella mia immaginazione prendono vita come le nuvole nel cielo azzurro. Tutto è poesia, tutto si racchiude all’interno di un contesto in cui io mi sento di appartenere, quasi rapito e immobilizzato da questa grande energia. Il rifugio rimane lì, quasi a volermi comunque ospitare sebbene con porte e finestre chiuse in attesa di quel lungo Inverno che da decenni ormai fa parte della sua vita. Un piccolo bivacco invernale istiga quel mio pensiero di fermarmi qui per la notte. Un pensiero che tale rimane non avendo con me lo stretto necessario per rimanere quassù al cospetto di una notte che sicuramente rimarrà per sempre mia.


Spalla Est del Pelmo (3024m)

Il Sorapis (sx) e l'Antelao (dx) verso la Valle del Boite

Terrazza panoramica dal Rifugio Venezia verso la Valle del Boite

La Grande parete rocciosa che si innalza al cielo di Spalla Sud (3024m)

Ora dire “tanta roba” sarebbe quasi riduttivo. È impensabile raccontare tutto questo con l’intenzione di trasmettere ogni mia singola emozione. Cerco di farlo trovando le parole giuste, ma poi alla fine mi rendo conto che tutto questo è impossibile. Devo rientrare così in direzione di Zoppè, rimandando a data da destinarsi quella notte al bivacco notturno e a tutto ciò che di emozionante potrebbe riservarmi. Le previsioni meteo per i prossimi due giorni danno notti di cielo sereno e stellato, e quindi cercate d’immaginarvi almeno minimamente cosa ne potrebbe scaturire. Il rientro segue la mia stessa via di cammino per la salita, la stessa strada forestale per l’ultimo confronto con il Monte Pelmo dove per buona parte del cammino mi ha avvicinato al lupo come mai mi era successo. 



Tra i passi da me lasciati a un certo punto trovo nuovamente anche i suoi. Gli ultimi prima di cambiare il suo senso di marcia e di scendere verso i boschi seguendo un suo pensiero, un suo istinto che non commette mai errori. Penso a lui per poco tempo, il giusto necessario per quel fermo immagine dove lo vedo ancora perfettamente intero, con quel suo pelo scuro e muso affilato intento a evitare ogni possibile ostacolo naturale, esprimendosi a tutta velocità attraverso quel manto bianco che per diversi mesi sarà casa sua. Il nostro non è stato un confronto ravvicinato, nemmeno quel confronto dove occhi che guardano altri occhi potevano scaturire ogni possibile e imprevedibile reazione. Ma per me basta così, quel che mi serve per avere in una sola frazione di secondo percepito la sua energia, la sua misticità e la leggenda di questo incredibile e selvaggio essere vivente.  



 

Invernale al Rifugio Venezia - Note Tecniche


Lunghezza sentiero: 6km 822m

Dislivello totale: +467m

Tempi di Cammino: 2h 15m (individuali)

Tipologia di sentiero: E - escursionistico



 

Invernale al Rifugio Venezia - La Mappa





INVERNALE AL RIFUGIO VENEZIA - MONTE PELMO
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Invernale al Rifugio Venezia - Il Video




 

Location: Campi di Rutorto

Area Geografica: Val di Zoldo - Monte Pelmo - Dolomiti Bellunesi

Regione: Veneto

Accesso: dal centro abitato di Zoppè di Cadore, su sentiero 493

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