Il sentiero dei silenzi
Tra l'alto Comelico e le Dolomiti di Sesto.
📍 Zona: Valgrande (Alto Comelico Dolomiti Bellunesi) - Dolomiti di Sesto
🥾 Tipo: escursione giornaliera ad anello tra ampi alpeggi in alta quota.
📏 Lunghezza: 8km
⛰️ Dislivello: +660m
⏱️ Tempo: 3h soste escluse
⚠️ Difficoltà: media (ambiente in quota su ampi alpeggi)
🛖 Malghe e rifugi: Rifugio Lunelli - Rifugio Berti al Popera
🗓 Stagione migliore: estate che autunno per il foliage
🅿️ Parcheggio: adiacente al Rifugio Lunelli (a pagamento)

🥾 Il silenzio può assumere significati diversi, a seconda delle situazioni in cui ci si trova. In Natura, per esempio, è difficile coglierne la vera essenza, soprattutto quando gli elementi naturali sembrano ostacolarne ogni tentativo. Il vento, il fluire impetuoso dei torrenti, la fauna in continuo movimento. Eppure, sono proprio questi elementi, quando si fondono tra loro, a regalare momenti straordinari, in cui la pace e la leggerezza del mondo si manifestano nella loro forma più autentica. Ma questa volta voglio spingermi oltre.
Voglio seguire un cammino che mi conduca al di là di ciò che, fino a oggi, ho sempre considerato la mia più profonda e perfetta concezione del silenzio. Un luogo in cui ogni elemento naturale possa finalmente sottrarsi alla propria voce, lasciando spazio a qualcosa che ancora non conosco.

Rifugio Selvapiana Lunelli - 1568m
Voglio partire da qui, da questo luogo che mi riporta a tempi lontani, a momenti spensierati in cui alcune persone a me care mi accompagnavano lungo i sentieri del Comelico. Versanti attraversati da antiche vie di cammino che, dalle Dolomiti Bellunesi, in Veneto, si snodavano lentamente verso nord, avvicinandomi ai primi contrafforti delle vicine Dolomiti di Sesto, in Val Pusteria, nell’estremo orientale dell’Alto Adige.
«Il verde Comelico», come lo descrisse Carducci nella sua ode "Cadore" del 1892, conserva nelle diverse stagioni gran parte della sua caratteristica colorazione. I boschi che ricoprono le valli, composti prevalentemente da abeti rossi, sembrano infatti resistere alle naturali trasformazioni del tempo, mantenendo intatta la loro veste verde anche quando l’autunno avvolge il paesaggio. Una stagione in cui gli abeti bianchi e i larici, con le loro differenti tonalità, si fondono in un mosaico di colori meravigliosi, regalando al Comelico una bellezza capace di rinnovarsi senza perdere la propria identità.

La mia ricerca del silenzio assoluto comincia da qui, seguendo un percorso che prende forma tra le pareti imponenti del Monte Popera e la Cresta Zsigmondy. Il punto di partenza è il Rifugio Selvapiana Lunelli, da dove il sentiero si inoltra in un ambiente montano severo e suggestivo, accompagnandomi verso una dimensione in cui il silenzio possa finalmente rivelare la sua essenza più profonda.
Il rifugio ora riposa, dopo una lunga estate durante la quale ha accolto centinaia di escursionisti. C’è chi ha scelto di fermarsi qui, trovando in questa struttura un luogo in cui dare forma alla propria giornata, e chi, invece, ha proseguito verso il Rifugio Berti, che più in alto domina il paesaggio, aprendo lo sguardo sull’intero Comelico.
Il sentiero 101 scorre leggero e tranquillo attraverso una fitta distesa boschiva, prevalentemente verde. È un cammino semplice, da percorrere senza fretta, lasciando che i pensieri seguano il ritmo dei passi. Procedo così, con la serenità di chi non ha nulla da rincorrere, mentre il Rifugio Lunelli si allontana lentamente alle mie spalle.

Rifugio Berti al Popera - 1950m
Una salita piacevole, con quel dislivello che permette di sentirsi parte della montagna. La mattina è fredda, ma non per questo meno gradevole. Il sentiero riscalda lentamente il corpo, mentre il panorama prende forma lungo questa magnifica serpentina rocciosa, capace di restituire energia e leggerezza a ogni passo.
Il verde, elemento dominante dei boschi del Comelico, comincia a lasciare spazio a inattese macchie di colore che, con l’aumentare della quota, emergono sempre più chiaramente. Sono sfumature accese, simili a lingue di fuoco, che si insinuano tra gli abeti e interrompono la continuità di quel verde profondo, annunciando tutta la bellezza dell’autunno.

Il Comelico si rivela così, con dolcezza e con quell’umiltà che lo rende unico anche nella sua espressione più naturale. Non posso fingere che il cammino sia il solo scopo della mia giornata. Il mio sguardo si posa continuamente su quei particolari di stagione che, immersi in questo ambiente, assumono una bellezza capace di sorprendere.
Sono momenti in cui sento il bisogno di fermarmi, osservare con attenzione e lasciarmi avvicinare da ogni minimo dettaglio che la Natura decide di offrirmi. Piccole percezioni, apparentemente insignificanti, che finiscono per dare un senso più profondo al mio cammino, trasformando la ricerca che mi accompagna in una consapevolezza sempre più concreta.
"Silenzio e solitudine...non percepisco altro..."

E' con questo spirito, con questa immagine che raggiungo la quota maggiore dove mi attende un luogo particolare e caro: il Rifugio Berti al Popera.
Parlare del Berti significa, in qualche modo, raccontare l’intero Comelico. Osservarlo dal punto di vista escursionistico equivale a considerarlo la porta d’accesso a un cammino che, passo dopo passo, si innalza verso il cielo. Un cielo che, in questa fredda mattina di metà ottobre, si veste di un azzurro meraviglioso, facendo da cornice alle imponenti pareti occidentali di Cima Undici, alla Cresta Zsigmondy e al massiccio del Monte Popera.
Un luogo in cui la maestosità della montagna sembra trovare la sua espressione più autentica, invitandomi a fermarmi e ad assaporare ogni istante.

Il suo silenzio e il totale abbandono raccontano il lungo periodo che lo attende. Anche quassù, come accade al Lunelli più a valle, il destino di questo rifugio sembra richiamare l’immagine di un eterno eremita, pronto ad affrontare un lungo inverno lontano dal mondo, in attesa che la primavera torni a restituirgli vita e vigore.
Le sue mura, silenziose ormai da alcune settimane, custodiscono i pensieri e i sogni di quanti, durante le lunghe notti estive, hanno condiviso tra queste pareti momenti destinati a rimanere nella memoria. Un rifugio d’alta quota che, nel suo solitario riposo, continua a essere l’eterno custode di emozioni irripetibili, vissute al cospetto di una montagna che non smette mai di raccontare la propria storia.

Mi concedo tutto il tempo necessario. Una lunga pausa per ritrovare il ritmo del cammino dopo la meravigliosa salita. Appoggio lo zaino a terra e, davanti a me, si apre uno spettacolo di imponente bellezza. Da questa terrazza panoramica posso ammirare pareti immense che, innalzandosi dai vasti ghiaioni, sembrano protendersi con forza e fierezza verso il cielo.
Guglie, campanili di roccia e alte creste raccontano milioni di anni di evoluzione geologica. Un tempo lunghissimo che ha plasmato queste montagne, consegnandoci oggi pareti di pura Dolomia, capaci di esprimere una bellezza in cui la potenza della materia si fonde con un’eleganza quasi irreale. Rimango a osservarle, lasciando che il loro profilo si imprima nella mia memoria, mentre il tempo sembra perdere ogni significato.
La magia di un luogo come questo torna a manifestarsi, rinnovando ogni volta la propria meraviglia. Un luogo che ho già visitato diverse volte in passato, eppure capace di presentarsi sempre come una prima volta. È come se queste montagne, insieme alla Natura che le avvolge, volessero svelarmi a ogni ritorno particolari nuovi, prospettive mai osservate, dettagli rimasti fino a quel momento nascosti.
Come se volessero ricordarmi che l’evoluzione non richiede necessariamente lunghi intervalli di tempo, ma soltanto quello spazio necessario affinché ogni cosa possa trasformarsi ai miei occhi. E così, ancora una volta, rimango attonito, consapevole che anche ciò che credo di conoscere possa continuare a sorprendermi.


Vallon Popera - dove il mio sentiero trova il suo silenzio...
La vera dimensione della Natura non si scopre soltanto attraverso la letteratura o le immagini che il mondo ci trasmette con tanta facilità. Bisogna cercarla, seguendo il proprio istinto, lungo quei sentieri in cui la Natura ti accoglie in ogni sua forma, con tutta la sua bellezza e le sue difficoltà.
A volte il cammino si rivela difficile e impervio; altre, la Natura non impone particolari ostacoli, se non quello di rispettare ogni sua forma di vita e ciascuno dei suoi legittimi abitanti.
In questo caso prevale la seconda opportunità: pochi ostacoli di fronte all'immensità.
Lasciatomi alle spalle il Rifugio Berti, il sentiero 101 si addentra in un meraviglioso anfiteatro naturale, ora illuminato da un sole caldo e penetrante. Il Vallon Popera si apre davanti a me come una dolce danza proveniente da un’epoca lontana. Immense distese prative si alternano a lingue naturali di muschio ed erba, dipinte con le tonalità tipiche della stagione autunnale.
Un sentiero facile, dolcemente ondulato, mi accompagna attraverso questo paesaggio pacifico e silenzioso. Ai miei lati, le imponenti pareti rocciose sembrano invece raccontare una storia millenaria, un libro aperto sulla continua evoluzione della Natura, dove ogni forma e ogni profilo custodiscono i segni indelebili del tempo.

È una magia senza tempo. Un sentiero segnato dal passaggio incessante di migliaia di escursionisti, che ora sembrano svaniti nel nulla. Non è più il cammino animato dall’estate, quando la legittima presenza di chi cerca quassù la propria pace ne accompagna ogni passo. La stagione, insieme alla scomparsa di quei pochi punti di riferimento che rendono vivo questo luogo, sembra voler tenere lontano persino chi desidera rifugiarsi nella quiete della montagna.
Eppure, ora, questo silenzio appartiene soltanto a me e alla mia inseparabile Anima. Un privilegio raro, da custodire senza fretta, lasciando che la Natura ci accolga nella sua dimensione più intima e autentica.
Il Creston di Popera, lungo i suoi profili più elevati, si anima di presenze lontane. Altre forme di vita che, come me, sono riuscite a trovare il proprio spazio, la propria dimensione. C’è chi raggiunge Forcella Popera e chi si spinge fino alla croce di vetta della Croda Sora Colesei. Ognuno segue il proprio cammino, forse guidato dallo stesso desiderio che accompagna i miei passi, lungo quei sentieri che dal Passo Monte Croce Comelico si diramano, disegnando un paesaggio naturale dalle sfumature diverse, ma unito dalla medesima essenza.
"Presenze lontane da me, ma uniti nel pensiero..."
Lo stesso pensiero che sembra emergere dai loro lenti movimenti. Passi discreti, quasi silenziosi, con cui preservare questa dimensione surreale diventa una forma di rispetto verso tutto ciò che ci circonda. Piccole figure colorate, ferme e immobili in punti precisi del paesaggio, quasi volessero delimitare spontaneamente spazi destinati a diventare intimi e personali.
Non posso averne la certezza, ma nel profondo del cuore desidero credere che ognuno di loro custodisca quella particolare forma di solitudine che anch’io cerco, immerso nella bellezza silenziosa di questa meravigliosa valle d’alta quota.

Il mio sguardo si perde nella luce del sole, che illumina con tutto il suo splendore le imponenti pareti delle Dolomiti di Sesto. Lasciandomi alle spalle il Rifugio Berti e le vette che ne disegnano una cornice perfetta, i versanti del Comelico cominciano lentamente a sfumare, assumendo tonalità sempre più delicate.
Con il passare delle ore, le pareti si vestono di una maestosa ombra naturale, mentre il sole prosegue lentamente il proprio cammino, scivolando oltre le montagne che, fino a questo momento, hanno dominato il mio orizzonte. Un mutamento silenzioso, in cui la luce si ritira poco alla volta, restituendo alla montagna una dimensione ancora più intima e solitaria.
Da Cima Undici al Passo della Sentinella, dove un enorme canale di roccia franosa e instabile incide profondamente il profilo della montagna. Il mio sguardo si sposta poi verso le vette della Croda Rossa di Sesto, della Gobba Grande e della Pala di Popera, prima di arrestarsi su Forcella Popera. Un unico, imponente abbraccio di roccia chiara disegna una cornice naturale di straordinaria bellezza, definendo il versante che separa il Veneto dall’Alto Adige, il Comelico dalla Val Pusteria. Una linea di confine che sulla carta divide territori diversi, ma che, quassù, sembra dissolversi nell’immensità di una Natura senza confini.

La misticità di questo luogo prende forma immediatamente, avvolgendo la mia mente in una dimensione sospesa, dove posso abbandonarmi all’osservazione e rivolgere i miei pensieri a quel dono meraviglioso che la montagna, da sempre, sa offrirmi. Eppure, in questo mondo quasi fiabesco, manca ancora un elemento che ne completa l’incanto: quel piccolo specchio d’acqua che caratterizza la parte più elevata del Vallon Popera: il Lago Popera.

Se conosci ciò di cui sto parlando e la memoria ti riporta a quel fatato specchio d’acqua, dimentica tutto ciò che l’estate ti ha regalato. Ora, immerso in questa meravigliosa stagione autunnale, il Lago Popera si rivela in una veste completamente diversa. La sua superficie si è ridotta a un esile specchio d’acqua, appena sufficiente a custodire la memoria di quello che è stato e a mantenere viva la presenza di questo piccolo miracolo della montagna.
Eppure, basta quel poco per riflettere le alte pareti rocciose che ho descritto poco fa. Quel minimo indispensabile che permette di cogliere ancora il fascino dei torrioni circostanti, le cui forme severe sembrano improvvisamente addolcirsi, quasi per magia, al cospetto di questo limpido occhio cristallino d’alta quota.


Un’emozione sottile prende forma davanti a questo fragile equilibrio naturale. Una piccola vena d’acqua limpida scorre lentamente, seguendo un percorso stretto e appena percettibile. Per quanto possa sembrare poca cosa, attraversa la sabbia chiara del fondale ormai asciutto, alimentando quel che resta del lago e mantenendo viva la sua fragile presenza.
Ed è proprio questo a rendere tutto meraviglioso. Un segno tangibile di come Madre Natura, anche nelle condizioni più essenziali, riesca a preservare la vita, custodendo l’esistenza di questo piccolo angolo del mio universo.

Non avrei potuto trovare un luogo migliore per questa mia giornata. Il punto perfetto in cui la mia ricerca sembra finalmente incontrare la propria dimensione ideale. Attorno al piccolo lago si elevano modesti promontori erbosi, appena più alti rispetto al livello dell’acqua. Un lieve dislivello che, ai miei occhi, definisce con chiarezza il centro di questo mio universo.
Ancora una volta, la fantasia prende il sopravvento e mi porta a immaginare di trovarmi sulla vetta più alta del mondo, in un luogo in cui tutto sembra appartenere soltanto a me. Soltanto le lunghe creste rocciose delle Dolomiti di Sesto, con la loro imponenza e la loro forza primordiale, riescono a ricordarmi quanto sia piccola la mia presenza al cospetto di tanta maestosità.
La bellezza del Vallon Popera non si esaurisce in ciò che ora si innalza sopra di me. Da questo mio punto prediletto, lo sguardo torna a percorrere il cammino che mi sono lasciato alle spalle, soffermandosi sul grande pianoro erboso dove i pochi abeti presenti si vestono di tonalità dorate. Sotto la luce intensa del sole, sembrano accendersi di un fuoco vivo, trasformando il paesaggio in uno spettacolo di rara bellezza.
È un contrasto di colori perfetto e inimitabile. Le sfumature rossastre dell’erba, il bianco delle rocce disseminate lungo il vallone e l’oro acceso degli abeti compongono un quadro naturale di straordinaria armonia. Uno spettacolo che, soltanto poche ore prima, durante il mio cammino in Valgrande, sarebbe stato difficile persino immaginare.
"E il silenzio non molla la presa..."


Lo sento. Mi avvolge in un abbraccio intenso, dal quale non desidero sottrarmi. Lo ascolto e mi lascio attraversare da questa perfetta armonia, mentre perfino il vento sembra voler rispettare il momento. Di tanto in tanto, un soffio leggero mi ricorda che la sua presenza, oltre a essere naturale, è anche essenziale. Lo accolgo come un messaggio benevolo, quasi un dono divino, così come accolgo la presenza di un piccolo stormo di cornacchie che, sulle alte pareti della Pala di Popera, sembra intento agli ultimi preparativi prima dell’arrivo della neve e dell’inverno.
Forse un nido, forse più di uno.
Hanno scelto un luogo che sembra perfetto per affrontare la stagione più rigida: una parete ripida e levigata, dove la neve fatica a trovare un appiglio. Un piccolo rifugio naturale, sospeso tra cielo e roccia, che testimonia ancora una volta la straordinaria capacità della vita di adattarsi e trovare il proprio spazio anche negli ambienti più severi.
Vorrei proseguire, andare oltre, salire lungo il sentiero che conduce a Forcella Popera e aprirmi a nuove prospettive, a panorami ancora conosciuti ma che oggi desidero rivedere. Vorrei, ma qualcosa mi trattiene. Sto bene qui, in questo punto preciso, dove ogni cosa sembra aver trovato il proprio equilibrio. Pochi, timidi sussulti di vento accompagnano il tepore inaspettato di questo sole di metà ottobre, che mi accarezza con una delicatezza quasi irreale. Davanti a me, lo sguardo si distende lungo i versanti meridionali del vallone, fino a raggiungere, laggiù, il Rifugio Berti, seminascosto e custodito da un silenzio senza tempo.
Attorno, le distese prative compongono un quadro dalle infinite sfumature, dove la roccia, l’erba e gli abeti sembrano raccontare la propria storia senza bisogno di parole. E io rimango qui, ancora per un po’, lasciando che sia questa meravigliosa armonia a decidere il ritmo della mia giornata.
"No, non desidero altro..."



Il tempo scorre velocemente, e questo un po’ mi dispiace. Rimetto lo zaino in spalla, impugno i bastoncini e riprendo il cammino, pronto a immergermi in questa fase di rientro nel cuore del Vallone. Il sentiero 124 si snoda delicatamente lungo la base della Pala di Popera, mentre il mio sguardo indugia su quella diramazione che sale verso la forcella tanto desiderata. Le volto le spalle, lasciandomi alle spalle anche il desiderio di raggiungerla, almeno per oggi.
Il cammino prosegue ora con il sole che illumina il mio viso, prima di nascondersi dietro le pareti di Cima Undici e concludere la sua giornata. Un leggero saliscendi mi accompagna attraverso queste affascinanti distese prative, accese da sfumature color fuoco. Le indicazioni escursionistiche conducono inizialmente verso il Rifugio Berti, mentre io, mantenendomi sul sentiero 124, proseguo in leggera salita verso ciò che resta del vecchio Rifugio Sala.


Il mio cammino incrocia il passato, riportandomi a ciò che un tempo accoglieva viandanti ed escursionisti alla ricerca della propria pace interiore. Una terrazza naturale che, ai miei occhi, appare persino più bella di quella del vicino Rifugio Berti. Da questo punto lo sguardo sembra spingersi oltre, superando idealmente le lunghe creste che disegnano la Val di Padola, fino a raggiungere la Costa della Spina e quelle vette di roccia chiara che si innalzano dalla Val Digon, come il Cavallino e il Palombino, tra le montagne più conosciute e rappresentative del Comelico.


Mi basta questo per lasciarmi avvolgere dalla malinconia. Mi basta osservare, con lo sguardo rivolto all’orizzonte, i paesi che si susseguono lungo la Val di Padola. Non soltanto l’abitato di Padola, ma anche Candide, Casamazzagno, Costalissoio e quei piccoli gruppi di case aggrappati agli alti versanti della montagna.
Per un istante, mi sembra persino di udire il suono lieve delle loro campane, un’eco lontana che profuma di montagna antica, di tempi in cui la vita seguiva ritmi diversi, più lenti e autentici. Un mondo che oggi sembra sopravvivere soltanto nei miei ricordi e in quella dimensione intima della mia immaginazione, dove il tempo non ha mai smesso di esistere.

Il Rifugio Berti sprofonda lentamente nell’ombra della sera, mentre la notte si avvicina e il freddo torna a restituire alla montagna il suo autentico volto autunnale. Riprendo lo stesso sentiero percorso al mattino, scendendo in direzione del Rifugio Lunelli.
Ho davanti a me poco meno di un’ora di cammino, uno spazio di tempo in cui riordinare i pensieri e raccontare a me stesso tutto ciò che, lassù, ho lasciato in custodia al Vallon Popera, almeno fino al mio prossimo ritorno. Le emozioni vissute, i pensieri che mi hanno accompagnato e tutto ciò che, nel profondo, continuo a chiedere alla vita e al destino. Perché certe montagne non custodiscono soltanto i nostri passi, ma anche quella parte di noi che, lontano dal mondo, riesce finalmente a ritrovare se stessa.
Stefano











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