Il Comelico, l'ultima misura del mondo.
I colori e i profumi del Comelico.
📍 Zona: Costa della Spina e Val Vissada - Val Comelico - Dolomiti Bellunesi
🥾 Tipo: escursione di due giorni ad anello tra ampi alpeggi in alta quota.
📏 Lunghezza: Costa della Spina 9km A/R - Val Vissada 8km A/R
⛰️ Dislivello: Costa della Spina +513m - Val Vissada +421m
⏱️ Tempo: 5h complessive per i due itinerari
⚠️ Difficoltà: media (ambiente in quota su ampi alpeggi)
🛖 Malghe e rifugi: Rifugio Forcella Zovo e Casera bivacco Vissada (Val Vissada)
🗓 Stagione migliore: estate per i pascoli in quota e autunno per il foliage
🅿️ Parcheggio: Le Federe (Casamazzagno) per la Costa della Spina - Passo Monte Zovo al Rifugio Forcella Zovo per la Val Vissada

🥾 Quando pensi che tutto sia ormai giunto al termine, che il tempo e la Natura abbiano deciso di mettere definitivamente la parola fine a una stagione meravigliosa come l’autunno. Poi, improvvisamente, arriva quella prima neve, che compare alle quote più alte proprio in questa fase finale di ottobre, lasciando presagire un cambiamento ormai imminente. Eppure, questo è un autunno imprevedibile, capace di sorprendere ancora con splendide giornate di sole caldo e temperature miti. Quella prima spruzzata di neve, arrivata quasi inaspettatamente, è sufficiente a restituire nuova vita al mio autunno. Quello che, ancora una volta, porta con sé il fascino e i colori indimenticabili della Val Comelico.
Il mondo, il mio mondo, si misura attraverso un tempo indefinito, nel quale ogni stagione può riservare cambiamenti improvvisi e inaspettati. Basta una prima, semplice nevicata per interrompere il naturale susseguirsi dei cicli stagionali e ridefinire ogni mio progetto, ogni obiettivo. È un cammino che percorro lassù, verso i versanti più elevati delle Dolomiti, lungo quelle montagne della Val Comelico che si affacciano, poco più in là, al confine con la vicina Austria. È proprio da quelle alte creste che, nell'arco di un paio di giorni, il mio sentiero si sviluppa in tutta serenità, attraversando uno spazio senza tempo, sospeso tra meravigliose vallate e una linea di confine dove le ultime rocce di Dolomia si accendono di colori e profumi straordinari. Un mondo nel quale ogni passo sembra restituirmi quella libertà che, altrove, faccio sempre più fatica a trovare.
Le Federe - Casamazzagno 1600m
La terrazza più bella dell’intera Val Comelico è quella di Casamazzagno, dove sorge l’antica chiesa di San Leonardo. Un luogo di culto costruito tra il 1545 e il 1548, che oggi diventa il simbolo di questo mio nuovo cammino. Un luogo capace di racchiudere in sé il fascino di una storia antica e, allo stesso tempo, di regalare uno straordinario punto di osservazione sull’intero Comelico. Da qui lo sguardo si apre sulla valle e sui suoi piccoli centri abitati, che sembrano disperdersi armoniosamente tra gli ampi versanti erbosi, seguendo il profilo di queste montagne.

Un mattino limpido e sereno, con il sole che diffonde tutto il suo calore sotto un cielo meravigliosamente terso. I versanti più meridionali, quelli che guardano verso il Brentoni, e le montagne a occidente, già illuminate dai primi raggi della nostra stella: Croda da Campo e Cima di Padola, tra le prime a risvegliarsi sotto questa luce. Da quassù, da questo luogo intriso di storia e spiritualità, posso soltanto intuire ciò che mi attende. È appena un assaggio di tutto quello che, da oggi e per i prossimi giorni, incontrerò lungo i versanti più alti e selvaggi del Comelico.

Il silenzio dell’autunno avvolge questi alti versanti erbosi. Lungo il cammino che mi conduce verso le Federe, attraverso distese d’erba ancora rasate al suolo, dove sorgono alcune abitazioni e piccole fattorie. Con grande sorpresa, noto che alcune mandrie di mucche sono ancora libere al pascolo. Quassù, tra queste altitudini e all’interno di un mondo che sembra vivere fuori dal tempo, tutto prosegue lentamente, senza fretta e senza apparente necessità di cambiare ritmo. Soltanto di tanto in tanto, l’abbaiare di qualche cane si confonde con l’immancabile tintinnio dei campanacci, ormai tra gli ultimi a scandire i suoni di questa stagione.
Le Federe e i suoi boschi. La piccola strada asfaltata che mi ha condotto fin quassù lascia spazio a una strada forestale, che si addentra progressivamente all’interno di una fitta vegetazione. Il sentiero 148, almeno per il momento, non promette nulla. Pochi scorci riescono a emergere attraverso questi boschi e soltanto di tanto in tanto mi è concesso uno sguardo verso lontano, in direzione dei primi versanti orientali, che rimangono ancora un’incognita. Quassù, all’ombra di alberi alti e frondosi, il tepore del sole fatica a farsi strada. Una condizione che mi regala piacevoli sensazioni, mentre il freddo del primo mattino accarezza il viso e le mani, gli unici due punti del mio corpo rimasti scoperti.

La montagna parla, racconta. Bisogna saper interpretare ogni suo singolo messaggio, anche quello meno evidente, capace di metterci di fronte alla dura realtà di una Natura che, talvolta, sa essere violenta e imprevedibile. Un piccolo crocifisso cattura la mia attenzione. Si trova leggermente sulla sinistra del sentiero che sto percorrendo in salita e, da questa fitta vegetazione, sembra rivolgere il proprio sguardo verso ciò che rimane di una lunga e spaventosa notte d’ottobre del 2018, quando la tempesta Vaia si abbatté con tutta la sua furia su una parte di questi alti territori. Mi fermo per qualche minuto. Affido a quel simbolo sacro i miei pensieri, le mie riflessioni e ogni richiesta che, dal profondo del cuore, si libera nell’aria fresca di questi boschi. Un momento di silenzio e raccoglimento, nel quale la montagna sembra concedermi lo spazio necessario per ritrovare me stesso.

Monte Spina - 1967m
I boschi lentamente si diradano e, passo dopo passo, il mio sguardo viene catturato da un’infinità di colori. È l’ultima fascia di vegetazione, quella che ancora conserva e restituisce tutta l’anima di questa stagione. Tonalità luminose, quasi fluorescenti, si fondono in una tavolozza dalle mille sfumature, dove il giallo intenso si alterna a delicati riflessi color aurora.
Un’esplosione cromatica che esprime al meglio la bellezza di un autunno ormai maturo, nel pieno della sua straordinaria poesia.
È così che, almeno per il momento, questi versanti boschivi mi salutano. Il Pian Seri e il Monte Spina emergono finalmente dalla vegetazione, aprendosi al cielo azzurro e al sole che, con la sua luce, illumina tutto ciò che si estende oltre la Costa della Spina.
Lo sguardo si spinge verso quei versanti dove la Costa attraversa le alte quote, sospesa tra due lunghe vallate e meravigliose vette, capaci di dare vita a differenti espressioni della Natura dolomitica. Ora tutto appare più nitido, limpido e avvolto da un tepore inatteso, proprio come questa indimenticabile giornata di fine ottobre.


"Se l'occidente mi regala la lunga spinale rocciosa della Val di Padola, ad oriente la Val Digon disegna in modo perfetto la lunga cresta che delimita la linea di confine tra l'Italia e l'Austria."
Una piccola croce di marmo, collocata su una piattaforma di pietra, segna un luogo davanti al quale fermarsi e portare rispetto. Un simbolo sacro che restituisce alla memoria il volto di un altro sconosciuto, qualcuno che, in passato, tra queste montagne, oltre al proprio cuore, deve aver donato anche un’intera vita. Un volto che per me rimane un nome scolpito nella pietra, ma non per questo privo di significato. Un’altra esistenza che merita rispetto, un altro sconosciuto che, quassù, tra queste montagne, sembra aver finalmente trovato la propria pace eterna.

Una sosta, una di quelle da dedicare a una buona parte di questa mattinata, per guardarmi attorno e osservare tutto ciò che questi luoghi riescono ancora a conservare intatto in un momento così importante della stagione. Il cielo finalmente si apre, mentre i boschi lasciano spazio a un azzurro limpido e intenso, dando forma a un quadro naturale meraviglioso. I colori, ancora nel pieno del loro vigore, si perdono tra questi panorami e questa dimensione che, in questo momento, assume ai miei occhi qualcosa di quasi surreale.
Di stagioni autunnali, tra le mie montagne, ne ho vissute tante. Anni in cui l’autunno ha saputo lasciarmi segni profondi, attraverso atmosfere e dissolvenze che nessun altro periodo dell’anno è mai riuscito a restituirmi con la stessa intensità. La Costa della Spina rappresenta uno di quegli scenari naturali in cui raggiungere la massima espressione della poesia e delle sfumature autunnali diventa una questione di un semplice battito di ciglia. È il «verde» Comelico descritto da Carducci nelle sue opere letterarie, un verde che oggi si manifesta davanti ai miei occhi attraverso un paesaggio silenzioso, intenso e capace di raccontare, ancora una volta, tutta l'anima di questa stagione.


Tra me e questa Natura si apre ora uno spazio immenso, quello della Val Digon, una valle poco conosciuta e forse poco celebrata, ma ricca di un patrimonio storico e naturalistico che trova ampio riscontro nelle pagine dei libri di storia. Le sue grandi distese prative si innalzano tra boschi e pianori erbosi, disegnando un paesaggio che restituisce tutta la bellezza e l’identità di questo territorio. Versanti boschivi e ampie dorsali prative si alternano fino a raggiungere le creste più elevate, dove prende forma la lunga Traversata Carnica: un itinerario di più giorni che dalla Val Pusteria attraversa gli alti versanti del Comelico per proseguire verso il vicino Friuli Venezia Giulia.
"La Traversata Carnica, la Via della Pace..."
Questo luogo mi riporta indietro nel tempo. Rimango fermo, in silenzio, non soltanto davanti a questo luogo di culto e alla sua croce, ma soprattutto per rispetto verso coloro che, più di cento anni fa, hanno vissuto quassù l’esperienza drammatica della Grande Guerra. Un pensiero rivolto a quei giovani che, proprio lungo questa linea di confine, hanno visto il proprio destino segnato per sempre, trovando in queste montagne il loro ultimo riposo. Migliaia di vite spezzate, migliaia di storie interrotte, che ancora oggi sembrano abitare il silenzio di questi luoghi.
Ora tutto questo si presenta davanti ai miei occhi attraverso forme rocciose dolci e imponenti. Gli orizzonti più elevati della Val Digon si disegnano lungo le vette di bianca Dolomia del Monte Cavallino, di Cima Vallona, del Monte Palombino e delle Crode del Longerin. È un lungo abbraccio di montagne e di malghe, come Casera Silvella e Casera Rigoieto (indimenticabili), nel quale la roccia chiara e selvaggia risalta sotto la luce del sole, incorniciata dai boschi e da un mondo di colori e sfumature difficili da descrivere. Un insieme di forme e contrasti che rende questo paesaggio una delle espressioni più autentiche della bellezza del Comelico.

"La Val Digon: durante l'estate uno degli alpeggi più belli che i miei occhi possano aver visto..."
Costa della Spina, il cammino...
Una lunga cresta si sviluppa tra i verdi alpeggi d’alta quota e il cielo, seguendo una linea naturale che sembra dividere due mondi. Un unico sentiero attraversa interamente questo alto pianoro, sospeso tra la Val Digon e la Val di Padola, che ora si apre davanti a me come una nuova dimensione paesaggistica. Il sentiero 148 si snoda attraverso una piacevole successione di saliscendi, superando alcuni promontori erbosi che si innalzano leggermente rispetto al profilo della cresta. Se il versante orientale si affaccia sulla Val Digon, quello occidentale, aprendosi verso la Val di Padola, rivela un volto differente della montagna, dove la roccia assume forme sempre più imponenti e selvagge, dando vita a un paesaggio di grande forza e bellezza.


Da Cima di Padola a Cima Bagni, fino al Monte Popera, lo sguardo si sposta lentamente verso quei versanti che accompagnano l’orizzonte in direzione delle prime grandi vette delle Dolomiti di Sesto. Cima Undici, la Croda Rossa di Sesto e la Pala di Popera sono soltanto alcune delle montagne che si affacciano su questo nuovo scenario. È l’inizio di una dimensione paesaggistica diversa, un orizzonte che avevo già avuto modo di raccontare in un mio precedente articolo dedicato a Il Sentiero dei Silenzi, e che oggi torna a manifestarsi davanti ai miei occhi con tutta la sua imponenza.


Da quassù, ai piedi del Col Rosson, questa dimensione naturale si raccoglie in un unico sguardo, ampio e profondo. Una visione che sembra appartenere all’eternità, un grande abbraccio capace di accogliere tutta la possanza e la maestosità di questi due gruppi montuosi, uniti da un unico e irripetibile respiro. È in questo scenario che le emozioni sembrano prendere forma e seguire il movimento leggero del vento, accompagnandomi attraverso il silenzio e la vastità di queste alte quote.
Casera Ciampugon - 1906m
La mia Costa della Spina, almeno per oggi, termina qui, in questo punto. Il sentiero prosegue ancora, dirigendosi verso il lontano Col Quaternà, fino a raggiungere i confini territoriali tra il Comelico e la Val Pusteria, tra il Veneto e l’Alto Adige. Quegli orizzonti così distanti diventano già uno spunto per il futuro, magari per una prossima estate, quando queste alte creste erbose sapranno restituire tutta la pace e il silenzio degli alpeggi. Saranno i pascoli a fare da cornice, con cavalli e mucche liberi di muoversi e regnare sovrani all’interno di questa loro dimensione, lontana dai ritmi e dal rumore del mondo.

Alpeggi, pascoli e nobili creature viventi che, quassù d'estate, non vengono lasciate sole o abbandonate. Una piccola casera attira la mia attenzione, poco più a valle, lungo quei versanti che dalla Val di Padola si estendono verso il mio cammino. Dal Col Rosson non sembra esserci un sentiero ben definito che conduca a questo piccolo luogo, ormai lontano dal resto del mondo. Sebbene alcune mappe indichino una possibile via di discesa verso gli alpeggi della Ciampugon, il desiderio di raggiungere quella casera mi spinge a cercare un percorso tra le ampie distese prative e alcuni tratti di bosco. Procedo seguendo i riferimenti naturali del terreno, superando qualche piccolo ostacolo senza particolari difficoltà. Con calma, senza fretta, lasciando che sia ancora una volta la montagna a dettare il ritmo dei miei passi.
È una delle poche casere di questi luoghi a non essere stata adibita al turismo. Casera Ciampugon rappresenta una di quelle piccole realtà che, durante l’estate, ospitano la placida convivenza tra uomini e animali. Un alpeggio nella sua espressione più autentica, dove il lavoro quotidiano e la dedizione sono rivolti principalmente alla cura degli animali al pascolo. Un luogo in cui il tempo sembra seguire ancora ritmi antichi, lontano da ogni forma di frenesia. Ora, però, di quella serena convivenza rimangono soltanto i ricordi di un’estate terminata da poco. Eppure, la presenza degli uomini e degli animali sembra ancora respirarsi nell’aria, tra gli spazi della casera e i silenzi di questi pascoli ormai solitari.


Nessun’altra presenza umana oltre alla mia e a quella della mia Anima, in questa prima giornata. Una solitudine che, dai versanti più elevati della Costa fino alla casera, mi accompagna e mi invita a fermarmi, trovando in questo luogo ormai silenzioso e apparentemente abbandonato il giusto equilibrio tra solitudine e quiete. Non desidero altro, né sento il bisogno di aggiungere qualcosa. Poso lo zaino a terra, mi accomodo su una comoda panca e mi lascio avvolgere dal calore del sole pomeridiano, mentre lentamente, all’orizzonte, iniziano a manifestarsi le prime avvisaglie di una nuova notte d’autunno.
"Chiudo gli occhi per farmi accogliere da un lungo sonno. Il mio corpo riposa mentre, nel silenzio della notte, la mia mente mantiene viva ricordi indelebili..."
La notte trascorre lenta e silenziosa, mentre quel tepore piacevole che ha accompagnato il mio cammino svanisce progressivamente sotto un cielo colmo di stelle. La notte autunnale, ormai alle porte di un inverno imminente, si fa sentire sul corpo, mentre il freddo comincia lentamente a penetrarmi fin dentro. È una sensazione piacevole, ma lo diventa ancora di più quando arriva l’alba di un nuovo giorno. Il secondo di questo cammino, che prende lentamente forma lungo alcuni dei versanti più belli del Comelico, lasciandosi avvolgere dai colori e dalla luce di un’alba meravigliosa.
Val di Vissada
Il Rifugio Forcella Zovo si risveglia alle prime luci di quest’ultimo giorno di ottobre. Situato a poco più di 1.600 metri di quota, in prossimità dell’omonima forcella, occupa una posizione privilegiata tra il Col di Tamber, la Val Visdende e la Val di Vissada. Più in basso, Costalta e Valle sono due piccoli centri abitati che si adagiano lungo i pendii verdi e boscosi del Col della Sentinella. Un angolo di territorio poco conosciuto e forse poco blasonato, ma che custodisce una bellezza naturalistica riservata a chi sa guardare oltre gli itinerari più frequentati, andando alla ricerca di ciò che spesso rimane nascosto agli occhi di chi si ferma soltanto alla superficie delle cose.

"Ma, in fondo, tutto questo è un bene..."
Ciò che ancora riesce a rimanere lontano dal turismo di massa, quello caotico, consumistico e spesso privo di regole, conserva valori e silenzi ormai difficili da ritrovare altrove. È qui che la montagna di un tempo, quella vissuta con maggiore rispetto e consapevolezza, continua a trovare il proprio spazio ideale. Forcella Zovo diventa così il punto di partenza di questa mia seconda giornata, con davanti a me un cielo limpido e un sole che sembrano restituirmi, ancora una volta, tutto ciò che la Costa della Spina ha lasciato dentro di me a poche ore di distanza.
Il sentiero sale leggermente, costeggiando i boschi che, poco alla volta, si aprono su un punto panoramico verso la Val Visdende, lasciandomi letteralmente incantato. Una valle lussureggiante che ho avuto modo di conoscere e attraversare in diverse occasioni negli anni passati, ma che non avevo mai osservato da questa particolare prospettiva. Il mio sguardo si sofferma soprattutto su quei tratti di bosco che ancora portano i segni della furia devastante di Vaia. Cicatrici profonde, rimaste impresse nel paesaggio e nella memoria di questi luoghi, come testimonianze di un futuro che, per certi aspetti, rimane ancora incerto.
Ampie distese che, prima di quella terribile notte, erano ricoperte da boschi rigogliosi, ricchi di vita. Più lontano, il Monte Peralba domina l'orizzonte, mentre sui versanti settentrionali, alle quote più elevate, riconosco la presenza di alcune malghe che riportano ancora una volta i miei pensieri al celebre Sentiero delle Malghe.

È così che accade in Natura. È così che questo sentiero mi accoglie, mentre il mio sguardo continua a soffermarsi su quelle cicatrici che Madre Natura sembra aver inferto a se stessa, forse come una condanna, forse come un monito. Un richiamo a tutto ciò che, attraverso i nostri gesti e i nostri comportamenti, troppo spesso finiamo per provocare, lasciando ferite ancora più profonde e dolorose in questi mondi selvaggi e meravigliosi.
Cicatrici che non sempre il tempo riesce a rimarginare e che dovrebbero ricordarci quanto fragile sia l'equilibrio di tutto ciò che ci circonda.
Una stretta gola boschiva si apre davanti a me, mentre il sentiero comincia a salire con decisione, mostrando fin da subito il suo carattere più impegnativo. È proprio qui che si concentra gran parte del dislivello da affrontare, praticamente sin dai primi passi. Poco alla volta, lo sguardo si allontana dalla Val Visdende per immergersi tra i boschi e le sfumature cromatiche della Val di Vissada. Sono le prime immagini, le prime sensazioni di un cammino che mi accompagna all'interno di un mondo nuovo, di una dimensione naturale ancora tutta da scoprire.

Il respiro si fa più intenso, alla ricerca di ossigeno e di nuova forza vitale. Di tanto in tanto mi fermo per riprendere fiato, approfittandone per chiudere gli occhi qualche istante e concentrare ogni attenzione sul silenzio. Un silenzio che sembra nascondersi dietro il fragore delle acque di un torrente impetuoso. La sua corrente, poco più avanti, si trasforma improvvisamente in piccole cascate, prima di proseguire la sua corsa verso i lontani versanti della Val Visdende.
Laggiù, tra le ampie distese prative della valle, sopravvivono ancora gli ultimi pascoli, dove mucche e asini continuano a muoversi liberamente. Da quassù, nonostante lo scrosciare incessante del torrente, l'inconfondibile tintinnio dei loro campanacci sembra prevalere persino sui suoni della Natura. Un piccolo segnale di vita, una presenza familiare che accompagna e rende ancora più piacevole questa mia ricerca.

Ma la fatica, alla fine, lascia il tempo che trova. Bastano pochi passi per intravedere i primi squarci di cielo azzurro che riescono finalmente a prevalere sulla fitta vegetazione. Il torrente si lascia attraversare senza particolari difficoltà, purché si proceda con la dovuta attenzione, individuando in ogni sasso un appoggio sicuro per superare l'ostacolo. Poi, quasi improvvisamente, la valle si apre davanti a me. Bastano pochi passi per lasciarmi alle spalle le ultime tracce di un passato recente e immergermi completamente in una nuova dimensione naturale.
È difficile trovare le parole giuste, così come è difficile riuscire a restituire, attraverso un racconto, tutta la bellezza di un luogo tanto meraviglioso. Il sentiero 169 prosegue seguendo un tracciato quasi rettilineo, con una pendenza dolce e costante. A ogni passo guadagno quota, mentre le ampie distese prative dei Piani di Vissada aprono lentamente il sipario sulle Crode dei Longerin. Una lunga successione di creste rocciose, torri e vette di bianca Dolomia che si innalzano e si dissolvono nel cielo, delineando davanti ai miei occhi uno spettacolo naturale di rara bellezza, difficile da descrivere e ancora più difficile da dimenticare.


A ogni passo mi domando come sia possibile che un angolo di Natura così straordinario rappresenti, per me, soltanto uno dei tanti luoghi rimasti finora inosservati. Mi fermo accanto a un grande masso che costeggia il sentiero e mi siedo, senza nemmeno togliere lo zaino dalle spalle. Osservo, rifletto e cerco di dare un ordine logico a tutto ciò che mi circonda.
Davanti a me si estende un’immensa distesa prativa che, verso occidente, si innalza tra i boschi colorati del Monte di San Daniele. Una lunga cresta erbosa accompagna lo sguardo verso i primi contrafforti rocciosi del Longerin, dove si distinguono Cima Sud e, sul versante opposto, Cima Nord. Nel mezzo, quasi a custodire questo straordinario scenario, si trova il cuore naturale e roccioso delle Crode dei Longerin. Un insieme di forme e paesaggi che sembra racchiudere in sé tutta l'essenza selvaggia di questo angolo del Comelico.
Al centro di tutto questo, nel cuore degli alti pascoli, una piccola baita rimane silenziosa e solitaria, immersa in un mondo che sembra essersi fermato nel tempo.
È Casera Vissada. Un tempo destinata a ospitare i pastori durante la stagione dell’alpeggio, oggi, dopo essere stata dismessa dalla sua funzione originaria, è stata trasformata in un bivacco, sempre disponibile per chiunque decida di raggiungere queste quote, indipendentemente dalla stagione. Un piccolo rifugio in cui trovare riparo e trascorrere una notte, quando il buio avvolge queste montagne e il silenzio assume una dimensione quasi mistica, capace di restituire tutta la magia di questi luoghi.

Per il momento, però, la casera rimane soltanto un punto di riferimento per il pomeriggio. Il mio sguardo si sposta verso i versanti più elevati, lungo le alte creste della Costa Schiaron e di Forcella Longerin. È proprio lassù che si concentra la prima parte di questa mia giornata, in direzione di uno dei luoghi che più attirano la mia attenzione. Conosco questa valle grazie a un’unica esperienza vissuta qualche anno fa, durante una calda estate, quando i colori e le sfumature del paesaggio assumevano caratteristiche completamente diverse da quelle che oggi mi si presentano davanti.
"Ora è l’autunno a dominare la scena, con le sue tonalità intense e i suoi contrasti, restituendo a queste montagne un volto nuovo, ancora tutto da scoprire..."
Una salita dolce mi invita a fermarmi di tanto in tanto, lasciandomi il tempo di osservare ciò che lentamente prende forma attorno a me. Il sentiero sale ai piedi del Monte Schiaron, riconoscibile per la sua inconfondibile croce di vetta. Un’imponente spalla erbosa che, alle quote superiori, lascia progressivamente spazio alle forme rocciose della montagna. Un particolare che rimane in parte nascosto dalla naturale conformazione delle creste, mentre le Crode dei Longerin cominciano a mostrarsi in tutta la loro maestosa bellezza.

Mi basta raggiungere la forcella per sentirmi, ancora una volta, con il cielo a portata di mano. Poso lo zaino a terra e mi concedo una lunga sosta. Non posso fare altro che dedicare questi momenti a ciò che di più bello la Val di Vissada riesce a offrire, con lo sguardo rivolto verso gli straordinari versanti della Val Visdende.
Mi muovo così, immerso in quella sensazione di libertà e di pace che soltanto questi luoghi sanno regalarmi. Il mio sguardo non si sofferma soltanto sulle Crode dei Longerin e sui primi versanti che, dai Torrioni di Longerin, delineano con chiarezza Cima Sud e Cima Nord. Davanti a me si apre un intero scenario di guglie e campanili di bianca roccia, un susseguirsi di forme naturali dalla bellezza straordinaria. Un sentiero appena accennato percorre la Costa Schiaron e, verso i suoi estremi più settentrionali, lascia spazio a una prospettiva completamente nuova sugli alti versanti della Val Visdende. Un panorama da osservare senza fretta, lasciandosi avvolgere da un silenzio piacevole e profondo.



Un punto di osservazione privilegiato, dove i larici ormai colorati lasciano intravedere le creste superiori che si sviluppano lungo la Traversata Carnica, lo stesso itinerario che dalla Costa della Spina prosegue attraverso questi versanti. Lassù, lungo quell’interminabile successione di creste, la linea di confine tra Italia e Austria si fa sempre più vicina. Sui versanti inferiori, invece, riesco a distinguere una parte del Sentiero delle Malghe, con Casera Campobon e Casera Manzon, entrambe ben visibili da questa posizione. Sono due delle sette casere ufficiali che compongono questo meraviglioso itinerario, un cammino che permette di osservare l’intera Val Visdende dall’alto, attraversandone i diversi versanti e i suoi molteplici punti panoramici, fino a raggiungere il Monte Peralba, che ne completa lo straordinario scenario d’alta quota.
Un panorama così meraviglioso non si limita soltanto ai versanti che guardano verso le creste settentrionali. Da Forcella Longerin mi basta voltarmi e osservare ciò che, nelle ore precedenti, ho attraversato seguendo il sentiero. Da questa posizione privilegiata si aprono prospettive nuove e immense sulla Val di Vissada, che si manifesta davanti ai miei occhi in tutta la sua bellezza naturale. Ampi spazi e un vasto pianoro erboso conservano ancora le tracce del passaggio di quelle adorabili creature che, durante l’estate, hanno vissuto quassù la loro più autentica espressione di libertà. Un paesaggio che, anche in assenza dei suoi abituali abitanti, continua a raccontare la vita e la serenità degli alpeggi.


Un’atmosfera quasi surreale, nella quale gruppi di gracchie si librano leggeri nel cielo azzurro, accompagnando uno dei regali più belli che questa Natura meravigliosa possa riservarmi: il volo libero di una splendida aquila reale. Per alcuni minuti, la sua presenza domina le quote più elevate. Si lascia trasportare dal vento, seguendo traiettorie circolari e compiendo, soltanto di tanto in tanto, qualche leggero battito d’ali. Per il resto, a guidarla sono l’istinto e quel dono straordinario che Madre Natura le ha riservato. Osservarla da quassù è un’emozione intensa. Leggera, elegante e assoluta padrona di questo cielo immenso, sembra incarnare la più autentica espressione di libertà.
Che giornata meravigliosa. Un’emozione che si sussegue all’altra, senza concedermi un attimo di pausa. Se non sono le montagne a catturare la mia attenzione, sono i panorami a lasciarmi senza parole; e quando anche questi sembrano avermi già regalato tutto, ecco comparire quelle creature che, lungo la Val di Vissada, trovano il loro punto fermo, il proprio habitat naturale all’interno di un regno di straordinaria bellezza. Un equilibrio autentico tra paesaggio e vita, dove ogni presenza sembra appartenere da sempre a questo mondo meraviglioso.
Casera Vissada - 1856m
Un’emozione che, all’improvviso, riesce a distogliermi dalla percezione del tempo che lentamente scorre. Un tempo indefinito, che smette di attirare la mia attenzione attraverso le ore che passano e lascia spazio a un leggero languorino, ricordandomi che anche il corpo, ogni tanto, reclama la propria parte. Non ci vuole molto per perdere quota e dirigermi verso la casera. Abbandono il sentiero e inizio una lunga discesa attraverso queste distese prative, dove alcune chiazze di neve disegnano macchie chiare all’interno di un paesaggio autunnale dai colori intensi e meravigliosamente contrastanti. Una discesa piacevole, accompagnata dalla luce del sole che, di lì a poco, comincia a nascondersi dietro le creste occidentali, proprio dove si innalza il Monte San Daniele.


La casera si presenta ora come un confortevole bivacco d’alta quota. Una chiave, appesa tra le due piccole porte centrali, permette di accedere a questo suo mondo raccolto, dove in ogni stagione è possibile trovare tutto il necessario per trascorrere una o più notti immersi in un autentico Paradiso naturale. All’interno, una grande tavola, una stufa a legna e una mensola attrezzata con pentole, moka per il caffè, alimenti e tutto ciò che serve per concedersi qualche momento di tranquillità e godere pienamente della bellezza di questo luogo.
Non manca naturalmente lo spazio dedicato al riposo. Una botola interna, seguita da una scala di legno, conduce al piano superiore, dove si apre un ambiente accogliente, pronto a ospitare chi desidera trascorrere una notte sicuramente speciale, lontano da tutto e da tutti, nel silenzio assoluto di queste montagne.
Lascio ogni cosa esattamente come l’ho trovata al mio arrivo, mantenendo tutto in ordine e pulito, come è giusto fare quando si usufruisce di un luogo così prezioso. Mi accomodo all’esterno del bivacco, su una comoda panchina dalla quale posso godere ancora una volta di un panorama straordinario. Il sole è ormai scomparso dietro le vette che mi sovrastano, sottraendo al bivacco quel tepore che, nelle ore precedenti, ha accompagnato e riscaldato il mio cammino. Una leggera brezza risale dai versanti inferiori della valle e, all’ombra del Monte San Daniele, rende questi momenti di pausa decisamente più freschi, annunciando lentamente l’arrivo di una nuova sera d’autunno.
Una sera che sembra voler tardare ad arrivare e che accolgo con grande piacere. Mi separa poco meno di un’ora dal rientro verso Forcella Zovo, un tempo sufficiente per concedermi il lusso di procedere senza fretta, seguendo i ritmi del silenzio e della contemplazione. Seduto all’esterno di questa meravigliosa baita, non posso fare altro che lasciarmi attraversare dai pensieri e dai desideri che, in questo particolare momento della mia vita, tornano a farsi sempre più presenti. Un bisogno di cambiamento che cresce dentro di me, insieme alla consapevolezza di voler ritrovare un’esistenza diversa, nella quale sentirmi sempre più parte integrante di questi ambienti naturali, lontano da quei ritmi e da quelle abitudini che ormai fatico a riconoscere come miei.

"Silenzio, tempo e misura..."
Tre parole che quassù, nel cuore autunnale della Val di Vissada, sembrano trovare le proprie radici più profonde. Tre elementi che alimentano pensieri e riflessioni, diventando punti di riferimento essenziali per un cammino che continuo ad affrontare con fiducia e speranza, nella convinzione che ogni passo possa avvicinarmi sempre più a ciò che desidero davvero.
L'ultima misura del mondo...
Stefano











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