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SILENZIO - TEMPO  -  MISURA

Il silenzio bianco dei rifugi d'inverno.

  • Immagine del redattore: Alessandra
    Alessandra
  • 12 feb
  • Tempo di lettura: 5 min




È un silenzio che parla all'anima, quello del candore che addolcisce le silhouettes maestose delle mie Dolomiti. Un silenzio bianco, vibrante di sfumature azzurre e madreperlacee, che nella sua struggente sacralità impone un confronto intimo e ci rammenta la nostra umanità. La montagna, in inverno, non è mai solo un luogo, ma una dimensione dello spirito, una meditazione, come nelle tele di Segantini o nei silenzi cromatici di Morandi, dove l'apparente immobilità diventa densità interiore. La montagna, in inverno, è la pazienza dello sguardo che interiorizza forme spogliate e sospese, educato alla sottrazione più che all'eccesso, capace di osservare il silenzio e ascoltarvi il fremito della creazione. Percorrerne il ventre, così aspro ed essenziale, eppure accogliente, consente di coglierne anche il portato culturale e morale, perché la montagna racconta di fatica e di elevazione, del legame profondo, drammatico e salvifico, tra l'uomo e la natura. È memoria protetta dal silenzio.


Sono storie antiche, passaggi lenti, vite che hanno imparato a misurarsi con le asperità e il rigore, con la privazione e la tenacia, perché la montagna, in inverno, celebra la permanenza, invita alla lentezza, al raccoglimento. È la purezza di una Vita che resiste, nonostante tutto, nonostante la barbarie dei tempi, la disgregazione valoriale. È la storia di padri, di una civiltà che non è ancora morta e resiste...Questa memoria collettiva è l'unica grazia che resta. E questa grazia è la grazia dei rifugi. Come austeri e solenni regni arcadici, si inscrivono nel silenzio ordinato ma enigmatico delle valli come tracce di una origine che ci precede e ci eccede. Emblemi non di una ideale nostalgia, ma di una storia condivisa che resta viva finché qualcuno la attraversa. 


Sotto la neve che cancella i segni, i rifugi restano come vita incisa nel paesaggio - nelle pareti consunte, nelle fotografie ingiallite, nei quaderni dove mani diverse hanno lasciato grafie incerte, nella legna che profuma di attesa fedele. Isole di luce assoluta e di buio perfetto, silenziosi, i rifugi incidono il Tempo. Nella loro quiete severa e sacrale conservano e tramandano ciò che la montagna d’inverno insegna da sempre: che abitare il limite è una forma profonda di umanità.

Mentre la modernità omologante - fatta di bisogni effimeri e desideri mimetici - esorcizza il limite e anestetizza il dolore, spettacolarizzandolo o relegandolo in spazi saturi di assenza e di presenze vuote,  la montagna in inverno espone alla solitudine più originaria, alla vulnerabilità ontologica più privata e irriducibile. E mentre espone, edifica. Mentre sottrae rassicurazione e comfort, dischiude la domanda fondamentale: cos'è la libertà? La libertà è la possibilità di rendere la nostra Vita Viva. E cosa rende la Vita Viva? Il Desiderio.


Il Desiderio non è il bisogno di colmare un vuoto, non è la richiesta di soddisfacimento, ma è l'assunzione di responsabilità. La libertà è responsabilità del desiderio, è l'autenticità severa e radicale del desiderio in cui ne va di se stessi. Mentre la modernità insana abbaglia corpi ravvicinati e plasma anime separate da distanze incolmabili, i rifugi in inverno dispongono alla condivisione del sacrificio e a un ristoro semplice. Sono gesti umani, atti di esistenza antica: di pastori, mercanti, pellegrini affaticati dal lavoro, prima ancora che di alpinisti ed escursionisti animati da spirito di avventura. I rifugi in inverno vegliano perché sono promesse di verità, non di salvezza. Sono direzioni, non destinazioni.


Nei rifugi in inverno le percezioni si fanno pure. Le parole si fanno lente, il cammino si fa misura dell'animo, lo stare insieme diventa un rito di gratitudine. Perché in inverno, quando il mondo si ritrae e le presenze si fanno rare, i rifugi diventano promotori di un'intimità essenziale. Rimodulano le pretese e disattivano i toni imperativi. Ammoniscono a stare - semplicemente stare - con umiltà e rispetto, in un tempo che si raccoglie. Protetti dall'aria rude e fredda delle vette, essi consentono l'accordo sostanziale e senza tempo tra fatica e devozione, tra il mistero e l'umano, ovvero, tra la storia e il manto della natura. 


La montagna in inverno è una declinazione poetica della vita. E' una combinazione di volumi, di geometrie morbide e spigolose, di chiaroscuri e distanze, nella quale entra una luce di verità che mette a contatto le parvenze con i significati eterni. Le mie montagne, in inverno, sono montagne della malinconia e della gaiezza, della mia giovinezza soffocata, dello stupore greco, della mia inquietudine, della mia personale ricerca di orizzonti di bellezza etica ed esistenziale. Emblemi indissolubili dello Spirito del Tempo: del Tempo passato e del Tempo che mi attende. Le mie riflessioni attuali sono, per certi versi, dissonanti rispetto a quelle esasperate che mi animavano fino a qualche tempo fa, quando la neve mi pareva il Gelo di cui scrive Thomas Bernhard: montagne come dispositivi di dissoluzione del senso, luoghi in cui la presenza si riduce a una resistenza senza scopo e in cui la consapevolezza del limite annienta.


Non ho abiurato del tutto da tale visione: per me la montagna in inverno, con i suoi rifugi, resta la metafora della ineffabilità della condizione umana - della sua drammatica vulnerabilità -, ma è anche dispositivo esoterico che può dischiudere a un insopprimibile orizzonte di senso. 

Questa cognizione si è resa ancora più solida dopo un'esperienza "iniziatica", vissuta in quello che io considero il mio primo rifugio interiore: il Rifugio "Sette Selle", incastonato nella bellezza severa e potente della Val Laner, nel selvaggio Lagorai. Tra cielo, rocce e vette innevate, illuminato da un chiarore bianco che pare provenire dalla montagna stessa, esso mi si è offerto nella sua delicata semplicità - quasi spartana - di pietra e legno, come fosse una soglia con l'ignoto. Presidio culturale e avamposto morale, il "Sette Selle" è uno dei pochi rifugi ancora primordiali, capaci di evocare tempi lontani, quando l'idea stessa di rifugio esprimeva processi di rarefazione e disvelamento spirituale in altitudini desolate. 


Così, nel limite a cui la montagna richiama incessantemente, ho visto ciò che non avevo compreso: nel limite è la misura dell'anima. Nel limite è la rivelazione della Bellezza che salva dalla miseria di questo tempo abbagliato dalla modernità liquida e ottusa. 

In un suo pensiero severo e illuminato, Mario Sironi scrive lapidario: "Mi è stato rimproverato di non occuparmi di campi coltivati, pittoresco da giardino, da valli, da collina, casette sul mare e simili stupidaggini - ma di vedere soltanto rocce deserte, altitudini desolate dove l'uomo si misura con la vastità dello spirito. Ebbene molti vengono a Cortina e dovrebbero aver visto una notte di luna piena e serena sull'immensa vallata dove come troni d'argento e di vetro le vette nevose ascoltano la voce di Dio nell'immenso spazio. Hanno visto e non hanno capito". 


I rifugi d’inverno sembrano custodire lo stesso ammonimento. Non basta vedere, né attraversare. Occorre sostare. Restare. Accettare che non tutto si chiarisca, che non tutto si lasci dire. Perché solo ciò che resiste alla spiegazione continua a custodire una verità - e a restituirci, nel silenzio, a noi stessi.




Alessandra



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