La Valfredda
- Stefano

- 22 set 2025
- Tempo di lettura: 4 min
La montagna di una volta.

La montagna ormai quasi dimenticata. Quella in cui non esistevano stagioni e quelle difficoltà dettate dalla stessa Natura. La montagna lontana dalle valli e dai centri abitati, quella montagna dedita agli alpeggi che nelle quote superiori imponeva la convivenza tra uomini e animali. Un mondo ormai lontano e che lentamente si sta perdendo per sempre.
La Valfredda, in località Falcade nell'Agordino, si erge su di una meravigliosa valle che dal Pian dei Cros sale lentamente verso il Pian de la Schita e i primi possenti torrioni rocciosi della Val de Meda nel gruppo della Marmolada. Una straordinaria scenografia naturale in cui secoli fa l'uomo decise di porre le basi con le prime e piccole strutture in legno per quelli che nel tempo sarebbero diventati gli alpeggi storici del territorio che si divide tra il Fuciade e Forcia Rossa.
Da una piccola comunità di baite e fienili fino a diventare, con gli anni, un vero centro abitativo dove solo i pastori e alcune famiglie trovavano ricovero durante l'Estate con gli animali al pascolo. Uno scenario così unico da renderlo tutt'ora uno degli esempi ancora in vita di ciò che io considero la "montagna di una volta".
Una montagna e un epoca dove non esisteva la frenesia, dove la quotidianità non era dovuta al frenetico via vai ma quella montagna in cui la serenità, la pace e il tranquillo scorrere del tempo segnavano giorno per giorno il quieto vivere dei suoi abitanti. Piccole baite adibite al sostentamento con quelle piccole stalle e qui pochi fienili a caratterizzare quel poco che si aveva. Una lenta e tranquilla vita carica di umiltà, senza dovute pretese ma con quella pace dettata da lunghi periodi nel silenzio più assoluto.
Gli ampi spazi prativi e i vasti promontori nelle quote maggiori davano vita a tranquilli pellegrinaggi, dove salire verso quei versanti che dalla Val Franzedas guardavano verso gli alpeggi della Marmolada o verso il Fuciade e trovare così al Passo San Pellegrino altri verdi terreni fertili per il sostentamento di uomini e animali. Non esistevano linee di confine. Le Regole territoriali (Valfredda Falcade - Veneto) e Fuciade San Pellegrino (Val di Fassa- Trentino) concedevano libero movimento da chi provenendo dai versanti opposti si librava liberamente tra queste quote e queste forcelle a stretto contatto con il cielo.
Tornare quassù, indipendentemente dalle stagioni, è sempre una forte emozione. Camminare lungo questa piccola strada forestale che taglia in due i Casoni di Valfredda è come tornare indietro nel tempo, come immergersi nell'immediato all'interno di una dimensione in cui la mano dell'uomo oggi detiene il valore e il principio della conservazione.
Strutture ancora integre a rappresentare al meglio una cultura e una quotidianità ormai lontana. Tutte ben curate, in cui solo alcune sembrano dimenticate da tempo. La roccia e il legno che inevitabilmente si aprono come un libro di storia in cui leggere su di ogni sasso, ogni tavola in legno e tutta una serie di oggetti d'epoca ben esposti la vera anima e il vero passato di questo luogo fermo così nel tempo.
Tornare lassù è farsi carico di quella leggera sensazione di malinconia dove in pochi casi come questo la mano dell'uomo lascia un segno positivo. Muovermi liberamente tra una baita e l'altra è come venire a conoscenza di quella famiglia che magari più di cento anni fa viveva in modo del tutto inconsapevole all'interno di un mondo che nel futuro sarebbe diventato poi un sogno, o quel desiderio di una vita completamente diversa. Quante mani si saranno posate dove io le poso. Quanti sguardi si saranno persi verso il Pizzo Forca, verso quei versanti maggiori dove il Monte le Saline, il Sas de Valfreida e Cima Ombretola (solo per citarne alcune) davano quotidianamente vita a uno dei panorami in assoluto più belli.
Quanti umili pensieri si saranno liberati nell'aria al cospetto di quella piccola chiesetta posta più a monte dell'intera comunità, in una posizione dominante quasi a voler trasmettere alle piccole realtà presenti il vero senso di pace e di fraternità tra gli individui. Quante piccole messe e quante preghiere nel chiedere a qualcuno di più potente di proteggere uomini e animali intenti a quelle lunghe trasferte nei versanti delle montagne più pericolose e al cospetto di qualsiasi elemento naturale. Quanta vita all'interno di questa montagna che ora non esiste più.
La malinconia prende, nell'immediato appena lasciato il Rifugio Flora Alpina e uscire definitivamente dalla quotidianità composta a volte da quel turismo di massa caotico e senza senso. Una presa che appena la valle mi accoglie, lo fa con quel primo punto di vista che colpisce al cuore nell'immediato e che per un'intera giornata mi tiene prigioniero dei pensieri e dei desideri più belli. I desideri certo. Magari quello di poter viaggiare nel tempo, anche per soli 5 minuti e convivere attimi all'interno di una dimensione che solo alcune e rare fotografie sbiadite e in bianco e nero riescono a trasmettermi.
Non solo sentieri. Non solo rifugi o croci di vetta, ma anche l'occasione per porgere un piccolo pensiero e un piccolo ricordo di chi questa montagna la viveva con dei valori e dei principi che ora lentamente stiamo perdendo, a scapito di una società sempre più dedita al consumo che a mantenere vivo quel passato che mai più tornerà tra di noi.
Ormai l'Estate volge al termine. Con l'arrivo dell'Autunno la Valfredda si colora di nuovi spazi e di nuove emozioni, come l'Inverno e che con la Primavera vede la rinascita di nuove vite. Un tempismo continuo che non conosce tempo, come quello in cui viveva la "montagna di una volta" e che per sempre vivrà nei cuori di chi come me guarda tutto questo con quel pizzico di malinconia in più.
Stefano








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