I Pradi di Tognola, e sembra primavera.
- Stefano

- 22 ore fa
- Tempo di lettura: 12 min
E' dove vorrei fermarmi, per sempre...
L’inverno sembra prendersi una lunga pausa.
È fine febbraio, quel periodo della stagione in cui tutto dovrebbe restare in silenzio, nascosto sotto il manto di neve, quasi a mantenere fede all’essenza stessa dell’inverno.
Dovrebbe, certo...
Ma all’improvviso questa quieta fedeltà viene pacificamente invasa da giorni in cui tutto sembra anticipare di un paio di mesi la primavera, una stagione che, per me, ora è più di un semplice richiamo: è una necessità.
Le quote più alte delle Dolomiti restano ancora nascoste da questa naturale assenza, avvolte dallo stesso silenzio che la stagione bianca stende come una mano protettiva sulla Natura.
Il periodo rigido, il grande freddo, rappresenta sempre un ostacolo importante per quella parte di vita che durante questi lunghi mesi affronta come una delle prove più difficili. Non tutto il mondo “vivente” di queste montagne riesce a proteggersi da una forza così grande: un mondo che, giorno dopo giorno, sente il peso della necessità di sopravvivere, anche alla meno peggio.

La mia necessità è la stessa, il richiamo alla primavera segue un pensiero in cui dire "basta" alla neve, al freddo e a tutto ciò che l'inverno tiene fermo con costanza....
Quella fede, all’improvviso, si traduce in un sole caldo, in un tepore dolce che sembra voler accarezzare la mia pelle. Ampi spazi prativi si liberano dalla neve e, tra l’erba ancora bruciata dal gelo, i primi fiori sembrano prendere vita quasi per magia.
Una magia che ora mi invita a un facile cammino, lontano dai luoghi più blasonati e conosciuti, per entrare in una dimensione dove solo pochi occhi si posano. Un luogo in cui l’interesse, fortunatamente, è limitato a chi, come me, ama vivere questa Natura con uno sguardo diverso, alla ricerca di pace e tranquillità.
Caoria (Canal San Bovo) - 850m
Un piccolo paese, fermo e silenzioso, adagiato lungo i versanti della Val de Vanoi, al confine tra la Val di Fiemme e la Val Travignolo, ai piedi della catena del Lagorai.
Sono le otto del mattino. Il campanile del paese rintocca dolcemente, quasi a dare il benvenuto al nuovo giorno che sta nascendo. Caoria rimane ancora per un po’ nascosta nell’ombra delle grandi montagne boschive che la circondano mentre, poco lontano, l’immancabile canto del gallo aggiunge una nota di bellezza al mio animo e alla mia sensibilità per le cose più semplici.

Sono i piani più alti a catturare il mio interesse, grandi pianori che custodiscono masi e fienili, ricchi di quella storia e di quella cultura in cui è facile ritrovare un po’ di pace e tranquillità. Ampie distese prative dove gli arbusti del bosco si diradano, lasciando al sole lo spazio per diffondere tutta quell’energia vitale che ora il mio spirito desidera.
Lontano dalle Dolomiti più blasonate, lontano da qualsiasi dimensione in cui il turismo di massa potrebbe scalfire questa perfetta armonia tra me e la Natura.
Il mio cammino prende vita all’altezza di un antico ponte di legno, nel centro del paese.
Il Rivo di Valzanca scende dai versanti più alti con grande forza, con quella frenesia che in Natura annuncia il disgelo dei grandi nevai superiori. Ma siamo a fine febbraio: per consuetudine, questo è un atteggiamento piuttosto insolito per la stagione ma piacevole.
È un dettaglio che mi fa riflettere, mentre rimango assorto e rapito dalla bellezza e dal fragore dell’acqua: una poesia viva, una pace profonda per la mia mente.
Il Sentiero Etnografico del Vanoi
Il Sentiero Etnografico del Vanoi, Ecomuseo del Vanoi, è un affascinante itinerario che si snoda tra le pieghe silenziose della Val Sorda e della Val Zanca. Camminando lungo questo percorso, il viandante attraversa luoghi che un tempo pulsavano di vita e di lavoro, dove la presenza dell’uomo era parte integrante del paesaggio.
Oggi quei pendii, quei boschi e quei piccoli segni lasciati dall’attività umana raccontano una storia diversa: quella di un mondo quasi scomparso, lentamente restituito al silenzio della montagna. Il sentiero diventa così non solo un cammino nella Natura, ma anche un viaggio nella memoria di un territorio che conserva ancora, tra le sue pietre e i suoi prati, le tracce di un passato profondamente vissuto.
È seguendo questo affascinante cammino che la mia giornata prende subito forma.
Non è la prima volta che osservo questi luoghi con occhi colmi di vita. Sia i masi più alti sia le due vallate principali (la Val Sorda e la Val Zanca) sono stati punti di riferimento in altre due occasioni negli ultimi anni: una in autunno e una in primavera.
Torno quassù ancora una volta quasi per caso, senza seguire un’idea precisa, lasciandomi guidare piuttosto dall’istinto. Partire senza una meta definita e affidare all’istinto, e forse anche al destino, la scelta del luogo perfetto dove arrivare, strada facendo.
Lungo la Val Zanca
È una lunga strada forestale che sale costeggiando il fragore del Rivo di Valzanca. Sulla carta è indicata come sentiero 352, inizialmente si insinua tra una stretta via del paese, passando accanto a piccole baite e case private, per poi innalzarsi bruscamente nei boschi, trasformandosi in un silenzioso sentiero.
Una serie di strette serpentine mi regala attimi preziosi, durante i quali posso osservare il piccolo paese di Caoria da una prospettiva diversa. Il villaggio è ancora immerso in un profondo silenzio, interrotto solo in due momenti: dal suono delle campane allo scoccare delle otto e dal canto di un gallo misterioso, nascosto chissà dove.

Non ci vuole molto per raggiungere la strada forestale interna, quella che, allungandosi verso i versanti maggiori, taglia in due l’intera valle. Il sole rimane ancora nascosto dietro i grandi pendii boschivi che mi circondano. Le temperature sono basse e la presenza di ampie lastre di ghiaccio lungo il cammino non lascia ancora intuire nulla di ciò che la giornata tiene in serbo.
In un punto ben preciso, per poco più di un centinaio di metri, sono costretto a indossare i ramponcini: proseguire senza sarebbe semplicemente impossibile.
È un particolare che, in fondo, non cambia molto. Ciò che lentamente prende forma, e che davvero fa la differenza, è l’aspetto vitale di un ambiente che, sebbene ancora avvolto dal freddo di un lungo inverno, rievoca tempi passati e momenti culturali di altre epoche.
Lungo tutto il cammino, tra questi boschi, si nascondono piccole baite e masi che raccontano un frammento della storia di queste montagne. Sono luoghi legati alle tradizioni e a quell’umile modo di vivere in cui uomini e donne trascorrevano qui lunghi periodi dell’anno, spesso isolati dal resto del mondo.
Ma di tutto questo mi accorgerò davvero solo una volta arrivato ai Pradi…
Ponte de Stel - 1200m
La Val Zanca è selvaggia: un territorio profondamente boschivo, con pochi spazi prativi aperti al sole. Un luogo che rimane lontano dal grande turismo di massa e da quelle zone delle Dolomiti più blasonate per antonomasia.
Proprio per questo l’ambiente conserva una dimensione più autentica, più vivibile anche da un punto di vista interiore. Tra le montagne cerco sempre la semplicità delle cose, il silenzio che mi permetta non solo di osservare il panorama naturale che si eleva davanti ai miei occhi, ma anche di ascoltare quella necessità interiore che mi aiuta a stare bene.
E questi luoghi, per la mia continua ricerca di libertà e di vita, sono tra i pochi che riescono davvero a farmi sentire libero e in pace con me stesso.
Il Lagorai, con la sua vasta e selvaggia catena, oggi rimane lontano dal mio cammino e da qualsiasi riferimento per questa giornata. Cima Cece e quei suoi grandi frangenti rocciosi restano, per ora, un appuntamento rimandato: un incontro che attenderà il tempo giusto della stagione, quando Malga Miesnotta di Sopra, a 1879 metri di altitudine, riaprirà i battenti ai suoi magnifici alpeggi e a quell’accoglienza semplice e autentica, degna di un luogo così remoto e solitario.
Sarà allora, a primavera inoltrata, quando gli animali torneranno al pascolo e il sole più caldo mi accoglierà tra ampi prati, verdi e lussureggianti, sotto lo sguardo severo e maestoso della grande catena del Lagorai.
Lasciare Ponte de Stel è come allontanarsi definitivamente da ogni piccola forma di quotidianità.
Se durante la stagione estiva è ancora concesso raggiungere questo luogo in auto, da ora in avanti solo ai rari mezzi dei pastori è permesso salire lungo la strada forestale che, seguendo il sentiero 336, si addentra sempre più nella Val Zanca.
Bastano appena un centinaio di metri per comparire finalmente al sole.
A quest’ora, ormai a metà mattina, le grandi spalle dei boschi orientali liberano finalmente la mia stella nel cielo azzurro di fine febbraio.
Il suo tepore si fa subito sentire, come una potente iniezione di vita.
Ora sto davvero bene. Il mio corpo percepisce questa energia che, passo dopo passo, sembra restituirmi nuova vita dopo lunghi mesi di freddo e di gelido inverno.
Percorro ancora poche centinaia di metri lungo l’ampia strada forestale, fino a raggiungere uno dei tanti totem indicativi disseminati in queste valli. Sulla destra, inizialmente coperto da un improvviso strato di neve, un sentiero secondario indica la direzione per l’Anello dei Pradi di Tognola e per i masi che punteggiano questi versanti.
Bastano pochi passi, con i piedi che affondano dolcemente in questo strato candido, per ritrovare presto il sentiero pulito. Davanti a me compaiono i primi masi che l’alpe introduce, come se fosse l’inizio di un nuovo viaggio nel tempo.


Prà dei Tassi - 1250m
I primi frammenti di un mondo antico prendono improvvisamente forma.
Il Prà dà vita a queste prime baite, a questi fienili che sembrano sospesi nel tempo. Il sole ora domina l’intera valle che guarda verso la Val Zanca e quei lontani versanti che, attraverso i boschi, scendono verso Caoria, là dove tutto, questa mattina, ha avuto inizio.
Mi sento quasi lusingato da un invito così naturale, al quale non posso che rispondere. Una piccola pausa in questo luogo diventa così il primo e importante momento della mia giornata: non soltanto l’occasione per mangiare o bere qualcosa, ma il primo contatto, intimo e personale, con ciò che di lì a poco mi attende.
Guardo così il mondo da questo luogo così straordinario, silenzioso e riferimento per i miei pensieri più intimi. Quei pensieri che mi legano a questa Natura, a queste montagne e il loro silenzio da condividere unicamente con l'Anima mia...
Il caldo sole penetra fin dentro questo spazio aperto. Mi adagio tranquillamente su una piccola panchina all’esterno di questo primo mondo antico, con lo sguardo rivolto verso valle. In lontananza, le vette che guardano verso la Valsugana brillano di un bianco diamantato, scintillando al sole come gemme rivestite di una candida veste.
Un grande silenzio avvolge l’intera valle, soltanto il fruscio del Rivo di Val Zanca rompe la quiete con quella sinfonia che si vorrebbe ascoltare per una vita intera.
Sembra davvero che la primavera stia bussando, con una presenza ormai certa e quasi benevolmente irruente. Una primavera che non percepisco soltanto dal sole e dalle temperature così miti e armoniose, ma anche dalla presenza di qualche piccolo fiore che, per nulla intimorito da ciò che la notte potrebbe ancora portare, prende vita come un guerriero solitario, indifferente a ogni capriccio della stagione.

È così che vivo questi momenti così intensi.
Li vivo cercando un equilibrio profondo con questo mondo antico, mettendo tutto a confronto con la realtà che, giorno dopo giorno, continua a svilupparsi lontano, oltre la Valsugana e i primi versanti delle Alpi più meridionali.
L’assoluta assenza di qualsiasi rumore estraneo a questa Natura mi permette di dare maggiore spazio alla mia esistenza, a questo bisogno profondo di vedere e vivere questo mondo, giorno dopo giorno, dentro una dimensione ben precisa, lontana dalla frenesia di una realtà in continua e tumultuosa evoluzione. È qui, ora, che trovo l’essenza. Il principio fondamentale da cui dare un senso al mio futuro e a tutti quei progetti che, all’interno della mia personale bolla esistenziale, mi permettono di vivere in pace con me stesso.
Ci sono tre cose che puoi fare con la tua vita: puoi sprecarla, puoi spenderla o puoi investirla. Il miglior uso della tua vita è investirla in qualcosa che durerà più a lungo del tuo tempo sulla Terra. (Rick Warren)
I Pradi di Tognola - 1253m
Rientrare tra questi boschi, che ora in Natura sembrano affamati di tanto calore.
Il sentiero scorre tranquillo, mentre i miei piedi finalmente ritrovano il contatto con Madre Terra. La sensazione di percepire la terra, la roccia e le foglie cadute da chissà quanto tempo rafforza e rinvigorisce il mio senso dell’esistenza.
Il percorso si snoda tra lievi salite e dolci discese, quasi volesse cullarmi dentro questo ambiente, mentre il sole continua ad accompagnare e illuminare il mio cammino.
Il sentiero, all’improvviso, accarezza due belle baite in legno, separate da una staccionata panoramica che guarda verso la Val Sorda e verso alcune baite poco più a valle.
Un ambiente maculato: piccole distese di neve che, con ostinazione, resistono al tepore che scende dal cielo. Intorno, ampie chiazze di erba rossastra, bruciata dal gelo, creano un’alchimia perfetta che invita a restare assorti e pensierosi per qualche minuto.
E poi il tepore, quello che si percepisce nel leggero tintinnio delle minuscole gocce d’acqua che, dai tetti, cadono e si infrangono su un terreno morbido e umido.
È solo l’inizio di quel contatto che ora richiede appena pochi minuti di facile cammino.
Lascio alle spalle queste due meraviglie e la loro naturale umiltà. Una lieve salita segue una spalla erbosa e, all’improvviso, il mio sguardo si apre verso i masi dei Pradi di Tognola.
Nessuno lungo il mio cammino. Nemmeno un’anima per un semplice saluto.
Leggo questo silenzio come un immenso regalo: la Natura, con la sua improvvisa e frenetica vivacità, sembra volermi offrire qualcosa di unico e inestimabile.


Ho solo l'imbarazzo della scelta di dove fermarmi, zaino a terra e con tutta la spensieratezza che ora voglio dedicare a questa mia giornata. Dopotutto sono qui per questo.
Una lunga pausa, che ora sento di meritare. Non per la fatica di un cammino impegnativo, fin qui è stata solo una bella e spensierata passeggiata, ma per concedermi una sosta che unisce l’utile al dilettevole: l’utilità di un panino e la delizia del luogo che mi accoglie.
È così che vivo questo momento, intenso e rigenerante, quasi spirituale. È così che assaporo ogni boccone, mentre nell’aria respiro il profumo di libertà.
Mi sento fortunato, al punto da pensare che questo sia il “ristorante” all’aperto più bello e piacevole del mondo.
I masi, una storia antica.
Le origini di questo insediamento umano risalgono con ogni probabilità al XVI secolo, anche se la sua presenza si consolidò in modo definitivo nel corso dell’Ottocento. Qui affondano radici profonde, nate dall’incontro tra l’uomo e l’ambiente naturale di questi ampi prati d’altura, dove la vita si sviluppava in un equilibrio fatto di lavoro, fatica e reciproco sostentamento tra uomini e animali. Ogni anno, con l’arrivo della primavera, iniziava un lungo periodo di vita in quota.
Da aprile fino all’autunno inoltrato, poco prima delle prime nevicate, sei famiglie si trasferivano quassù portando con sé bovini, capre, maiali e animali da cortile.
In questi mesi l’altopiano si animava di attività: pascoli, lavori agricoli e cura del bestiame scandivano le giornate, dando forma a una stagione intensa, interamente dedicata alla vita rurale che questi alti pianori generosamente offrivano.

Questo piccolo borgo, immerso in un paesaggio autentico di orti, campi coltivati, prati e boschi, è composto da sei casère e sei tabiàdi, edifici che custodiscono e raccontano secoli di storia e di vita alpina. Tra queste semplici costruzioni prende forma il racconto di un tempo in cui la montagna era luogo di lavoro, di fatica e di comunità.
Le casère, piccole unità abitative destinate alle famiglie, e i grandi tabiàdi, utilizzati come fienili e stalle per il bestiame, testimoniano ancora oggi l’organizzazione della vita quotidiana di chi abitava questi luoghi durante i mesi della bella stagione. È una storia che continua a vivere tra queste mura e tra questi prati. Grazie all’impegno condiviso di diverse associazioni, questo luogo è stato preservato e reso visitabile, permettendo a chi arriva fin quassù di incontrare da vicino le tracce di una cultura montana antica e preziosa.
Una storia antica, custodita da una montagna altrettanto antica.
Oggi queste antiche strutture sono nuovamente visitabili grazie alla costante opera di gestione, tutela e manutenzione promossa dal Parco Naturale Paneveggio Pale di San Martino. Attraverso un attento lavoro di conservazione e valorizzazione, l'ente parco si prende cura di questo piccolo borgo alpino, preservandone l’autenticità e la memoria.
Passeggiando tra le sue costruzioni e i prati che lo circondano, è possibile riscoprire le tracce della vita rurale di un tempo: un mondo fatto di lavoro, stagioni e comunità, profondamente legato al ritmo della montagna.
Oggi questo luogo rappresenta una tappa preziosa per chi desidera conoscere e comprendere la storia delle genti di montagna, immerso nello straordinario paesaggio delle Dolomiti.
È così che vengo quasi preso in ostaggio da questo ambiente antico.
Una bellezza interiore straordinaria, resa ancora più intensa dalla totale assenza di altre persone: mi ritrovo così a essere l’unico testimone di questo luogo dal carattere quasi mistico.
Un cammino lento e dolce mi conduce tra le piccole e strette vie che separano le diverse unità abitative, lasciandomi immergere completamente nell’atmosfera del borgo.
Il percorso si apre poi alla luce calda di un inverno particolare e ai panorami che, dai vicini boschi, si distendono verso i versanti più meridionali di queste zone alpine.
Ciò che manca, ora, per completare una giornata perfetta, sarebbe poter entrare all’interno di queste piccole baite e dei fienili: un’occasione che mi è capitata un paio di anni fa, durante un periodo di aperture con guide e accompagnatori.
Ricordo ancora la naturale bellezza e l’umiltà di tutto ciò che arredava ogni piccola stanza. Oggetti semplici, ma di grande valore per quelle antiche generazioni: tutto l’occorrente per il sostentamento quotidiano di uomini e animali.
Ogni cosa era in perfetta sintonia con le necessità della vita di allora. Ogni singolo oggetto aveva una funzione precisa, diventando parte essenziale delle attività e delle mansioni che scandivano le giornate.
Rimango con quei ricordi, insieme a ciò che questa giornata riesce ancora a donarmi.
Pensieri e riflessioni si intrecciano mentre, con la mente e con la fantasia, mi sembra quasi di poter toccare ogni singolo oggetto che mi riporta indietro nel tempo.
Tutto è avvolto da un silenzio meraviglioso, interrotto soltanto dal suono lontano delle acque del Rivo di Val Zanca e dai panorami che, in lontananza, illuminano di bianco candore le vette più alte.
Il mio lungo cammino, stagione dopo stagione, prosegue.
Prosegue con la promessa di guardare sempre alla storia di questa antica montagna con uno sguardo attento e rispettoso. Un cammino che non dimentica e che, ogni volta che il sentiero me ne offre l’occasione, cerca di soffermarsi e di valorizzare questi angoli di vita passata.
Tra alti alpeggi e ampi pianori, le Dolomiti custodiscono ancora oggi i segreti di un mondo antico, fatto di lavoro, silenzi e memoria.
I Pradi e i Masi di Tognola - info
Stefano




















































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