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SILENZIO - TEMPO  -  MISURA

Tracce di memoria della Grande Guerra.

  • Immagine del redattore: Stefano
    Stefano
  • 5 ore fa
  • Tempo di lettura: 12 min

Dove il tempo si è fermato, tra roccia, silenzio e storie che resistono



Quest'ultima soglia dell’inverno riscalda sempre di più le mie lunghe giornate trascorse sui sentieri. Sono giorni in cui il sole, più caldo, e un cielo che diventa ogni giorno più azzurro, mi restituiscono finalmente la sensazione di essere accolto e avvolto da ore miti, mentre i percorsi, lentamente, tornano a respirare sotto la luce del sole.

Dopo la recente esperienza ai Pradi di Tognola, decido di continuare su questo cammino che raccoglie le prime, delicate emozioni della stagione in arrivo. Così, quasi guidato dall’istinto, seguo il richiamo che dalla Valsugana si innalza verso le montagne del Lagorai.




In Val Campelle


Negli ultimi due anni, questa lunga valle che si eleva dalla Valsugana tra boschi e ampie distese di prati ha catturato la mia attenzione. Sono particolarmente attratto dai suoi versanti più aperti, dove alpeggi e malghe stagionali portano vita e tranquillità ai vasti pianori ai piedi della catena del Lagorai, delle grandi montagne.

Le malghe, con i loro ampi prati, in questo periodo riescono a raccogliere ogni mio pensiero e a orientarlo verso la bella stagione che si avvicina.

Questi luoghi, nei mesi a venire, diventeranno sicuramente per me un'opportunità per osservare la montagna con uno sguardo diverso: una montagna che, lontana dagli scenari più famosi e affollati, ritrova nella semplicità di questi spazi la propria bellezza e una serenità ancora intatta, custodita da una Natura che rimane lontana dal turismo di massa.



"Non solo un bisogno ma una necessità"



Ma restando con i piedi per terra per il momento, dalla Val Campelle esprimo il desiderio di soddisfare una particolare curiosità, percorrendo un sentiero che da Malga/Rifugio Consèria conduca al Passo Cinque Croci ai piedi del Col di San Giovanni.

Da sempre affascinato dai segni che la storia ha lasciato su queste montagne, la Grande Guerra riaffiora di tanto in tanto nei miei pensieri. È in quei momenti che il cammino, immerso in questa Natura che sento profondamente mia, si intreccia con quei frammenti di storia che emergono tra i sentieri e le creste. Piccoli frammenti di memoria che vale sempre la pena attraversare, vivere e poi raccontare: per non dimenticare.







Ponte di Consèria - 1468m


Il punto di partenza è sempre stato il cuore pulsante di questi luoghi.

Il Ponte de Consèria si posiziona nella parte alta della Val Campelle, dopo aver lasciato sulla sinistra il Rifugio Carlettini. Non solo per salire verso la malga, ma soprattutto per iniziare un lungo e piacevole cammino che collega tutte le malghe superiori: quelle che dalla Val Sorda si elevano verso Malga Valsorda Prima e Malga Valsorda Seconda.

Due splendidi alpeggi estivi che si estendono su ampi prati, aperti verso le vette di Cima delle Stellune e Cima di Lagorai.

Ma questa sarà un'altra storia, un'altra emozione che con l'estate troverà il suo tempo e il suo ritmo.


Leggi -> La Val Sorda verso malga Valsorda Seconda e i laghi delle Buse Basse ai piedi di Cima delle Stellune - primavera 2025.


All'altezza del ponte, l'assenza di neve conserva ancora la sensazione di qualcosa di nuovo in arrivo, mentre le altitudini maggiori mostrano i vasti nevai che ancora persistono.

Un cielo grigio e minaccioso mi allontana definitivamente da quel giorno in cui, lungo la Valle del Vanoi, avevo respirato l'aria e il profumo di una nuova primavera tra i Pradi di Tognola.

Non bisogna farsi troppe illusioni in questo periodo di transizione stagionale, e le previsioni di oggi non sono certo quelle che avrei desiderato.

Tuttavia, nulla è mai un motivo sufficiente per rimanere fermi: anche in una giornata che, dal punto di vista meteorologico, non promette nulla di buono, si può sempre trovare il passo giusto e sicuro per proseguire il cammino.




Malga Consèria - 1848m


L’ultimo sussulto prima della chiusura stagionale di questa splendida malga.

Situata poco oltre i 1800 metri di altitudine, si trova nei pressi del Pian dei Gati e ai piedi della Val d’Ornelle. Questo è l’ultimo fine settimana in cui questa struttura rimane un prezioso punto di riferimento: non solo per gli escursionisti, ma anche per concedersi una pausa calda e accogliente nel cuore della giornata.


Dal Ponte de Consèria si può prendere una comoda strada forestale che, risalendo la Val Sorda, conduce lungo un percorso chiaro e rassicurante, immerso tra i boschi. Sarebbe forse la scelta più semplice, la via più agevole. Tuttavia, il richiamo del sentiero puro, più selvaggio e autentico, diventa ora irresistibile.

Così, dopo un primo tratto condiviso con la forestale, il cammino devia deciso. Sulla destra, quasi all’improvviso, il sentiero abbandona la facilità del percorso battuto. Seguendo la segnaletica 326, mi trovo subito di fronte ai primi trecento metri di dislivello, una salita costante che richiede ritmo e respiro.

Non è una scelta casuale. C’è una logica sottile, un pensiero che mi guida: dopo il lungo inverno, emerge con forza un bisogno profondo, quasi incontenibile, di ritrovare fatica, silenzio e verità nel passo.



"Fame di sentiero, di terra e roccia nuda sotto i miei piedi"





È proprio questa la sensazione di cui ora sento il bisogno.

Sento la necessità di allontanarmi da questo lungo inverno, una stagione in cui ogni passo era segnato e limitato dalle sue restrizioni, incapace di offrirmi piena libertà.

La libertà di muovermi leggero, senza vincoli, senza accessori imposti, senza compromessi.

La libertà che per mesi la stagione fredda ha represso, contenendo il mio desiderio irrefrenabile di salire, di spingermi sempre più in alto.

La libertà di sentirmi parte di un ambiente naturale che non sia chiuso e ostile, dove neve e altri elementi non impongano le loro regole, ma lascino spazio al respiro, al passo, alla presenza viva.


Ora, per la seconda volta, mi viene data l’opportunità di liberarmi da ogni sensazione di prigionia e di tornare a camminare con naturalezza, in stretto contatto con la Madre Terra.

Ritornano così, passo dopo passo, tutte quelle sensazioni che, settimana dopo settimana, si dirigono verso la primavera: promessa e inizio di un nuovo cammino.


I prati liberi dalla neve, un sole timido che con grande sforzo cerca di illuminare ogni singolo dettaglio di questa valle e i primi crochi che sembrano sorridermi in un piacevole e naturale benvenuto.



I primi crochi di stagione. Meraviglioso benvenuto...
I primi crochi di stagione. Meraviglioso benvenuto...


Ciò che maggiormente affascina e anima questa prima parte del cammino non si limita al semplice contatto con la Natura che mi accoglie. Sono i panorami a catturare ogni mio pensiero, lassù, dove i grandi nevai ancora avvolgono nel gelo le vette che sovrastano le Buse Todesche.

Luoghi in cui l’alta quota resta, per ora, lontana da questa mia improvvisa primavera.

Luoghi in cui l’inverno si fa ancora sentire, ricordandomi che, in questo tempo sospeso, tutto è possibile, senza lasciarmi ingannare troppo da ciò che i primi fiori e gli spazi aperti sembrano già promettere alla nuova stagione.





Quella che sto vivendo è una sensazione completamente nuova.

Tuttavia, porto con me oltre cinquant'anni di percorsi dolomitici: un lungo viaggio inciso nella memoria. Ma ciò che respiro ora è un intreccio di emozioni senza confini. Mai come in questo momento, quando il vento e il sole mi avvolgono in un tepore leggero, presagio di cambiamento, mi sento così intimamente parte dell'ambiente che mi circonda.

Non è la prima volta che salgo fin qui. La Val Sorda, così come i versanti principali che guardano verso le grandi montagne, fanno già parte della mia esperienza, di stagioni passate. Eppure, questo non toglie nulla, nemmeno un frammento, a ciò che il mio spirito e la mia Anima ora percepiscono: una presenza nuova, viva, irripetibile.


Ogni istante, ogni minimo dettaglio diventa un invito a fermarsi, un'occasione per soffermarmi e mettere a fuoco, con pazienza, ogni particolare. Poi il cielo e le nuvole fanno il resto, regalandomi luci e sfumature così intense da trasformare questa giornata, incerta e poco rassicurante dal punto di vista meteorologico, in quella che, passo dopo passo, si rivela la mia giornata perfetta. Sento dentro di me il desiderio profondo di non chiedere nulla di più a questa Natura.

Eppure, mentre mi avvicino a Malga Consèria, la realtà della stagione riaffiora all'improvviso: la neve torna a distendersi sul sentiero, ricordandomi ancora una volta la sua presenza.



Malga Consèria - 1857m
Malga Consèria - 1857m


Solo il tempo di una breve sosta: un caffè e qualche prima informazione sul proseguo del mio cammino. Lascio la malga temporaneamente, tornerò più tardi, in un’ora ancora favorevole per il pranzo e mi concedo ancora qualche minuto ai panorami.

Portano con sé un cambiamento improvviso: nuvole minacciose iniziano a farsi strada in un cielo che si fa via via più grigio, come un presagio che accompagna il mio passo.





Il vento, forte e gelido, avanza incessantemente, costringendomi a coprirmi con attenzione. Raffiche impetuose, provenienti dai versanti maggiori del Col di San Giovanni, si dirigono verso la malga, mentre il sentiero, ben tracciato, si allontana dalla più semplice strada forestale che porta al Passo Cinque Croci.

Bastano poche centinaia di metri dalla malga perché un segnale mi inviti a risalire subito una lieve pendenza, ai piedi del Cocuzzolo dei Morti. Non mi resta che seguire l’unica traccia disponibile. Non ho alternative, è l’unico percorso che sale in quota, e così facendo ridimensiona completamente ogni mia aspettativa, riportandomi all’essenziale del cammino.







Passo Cinque Croci - 2018m


È una nuova dimensione, un sentiero che percorro per la prima volta.

Mi sento accolto in questo angolo del Lagorai con una sensazione strana e intensa, quasi di smarrimento. Da quel cambiamento di direzione, ogni mio riferimento si concentra in una traccia stretta, che attraversa ampi spazi, completamente avvolti da una profonda coltre di neve.

Unica, esile, necessaria: è lei a guidarmi.

Provo a discostarmi leggermente da quel solco, per vedere se l'immensità bianca che mi circonda mi permetta di uscire dalla traccia, di muovermi liberamente in questi spazi aperti.

Ma è difficile, a volte impossibile. La neve, quassù, è ancora tanta, troppa per consentire deviazioni.





Prima di arrivare al passo, il Cocuzzolo dei Morti si presenta come una soglia silenziosa, un luogo sospeso dove il tempo sembra rallentare per lasciare spazio alla riflessione. Una croce, chiara e solenne, si staglia contro il cielo: non è solo legno lavorato, ma un gesto rituale, una memoria scolpita.

Il suo richiamo alla Grande Guerra emerge tra i primi segni del tempo, come un’eco che ancora persiste tra queste alture.

Qui la montagna custodisce un cimitero di guerra, testimonianza viva di chi, su questi versanti aspri, ha trovato la fine. Corpi e anime separati dagli affetti, tagliati da ogni legame umano, lasciati al silenzio eterno di queste pietre.

È una sosta breve, ma intensa. Alcune tabelle raccontano, con parole essenziali, ciò che accadde proprio qui: il volto più crudele della sofferenza, capace di strappare la vita a giovani innocenti. Ragazzi che il tempo ha trasformato in uomini troppo in fretta, e che tra queste cime hanno trovato, infine, una pace che somiglia all’eternità.





La neve cade e il vento gelido si scontra con sé stesso, come se l'aria fosse diventata una materia in lotta. Le raffiche si rincorrono da ogni parte, si intrecciano, crescono, fino a diventare vortici pieni di una forza che all'uomo resta estranea, indomabile. È la stessa forza che, in questo luogo, durante un inverno remoto di oltre un secolo fa, accompagnò gli ultimi respiri di una tragedia che solo la guerra sa assumere nella sua forma più crudele.

Morire quassù, nel cuore di una stagione che non conosce pietà.

Morire quassù, dove la morte non distingue, non sceglie, non risparmia.

Morire quassù, mentre la tormenta inghiotte ogni cosa, e nel buio che avanza si cerca ancora uno sguardo, quello di una madre, ultimo fragile appiglio prima che l'eternità cancelli ogni legame, ogni amore, ogni ricordo.





In questi giorni, le parole che più frequentemente si diffondono sono sempre le stesse: guerra, distruzione, morte. Si insinuano nei pensieri, si integrano nei discorsi quotidiani, come un'ombra persistente.

La tensione globale si percepisce come un respiro trattenuto, carico di presagi. Le notizie incessanti raccontano di un futuro che, un tempo immaginato sereno, ora appare fragile, esposto a scenari nuovi e inquietanti che si moltiplicano oltre ogni confine. La quotidianità si riempie di voci cupe, di conflitti che si accendono come scintille, pronti a trasformarsi in incendi più vasti. Nazioni che si fronteggiano, spinte dall'odio o dalla paura, mentre alla violenza si risponde con altra violenza, in un equilibrio instabile dove ogni gesto sembra amplificare il successivo.

È un effetto domino senza esitazioni: alleanze che si formano, fronti che si espandono, paesi che si trascinano reciprocamente in una spirale sempre più difficile da controllare.

Così il conflitto si trasforma in una catena, una sequenza di eventi in cui la diplomazia fatica a trovare spazio, soffocata da un meccanismo che sembra avanzare da sé, cieco e inesorabile, lasciando al dialogo margini sempre più sottili, quasi impercettibili.




È nella fragile e misera natura umana non fermarsi nemmeno di fronte a ciò che la storia ci offre continuamente come avvertimento, come esempio da non seguire. Nessun pensiero che diventi veramente memoria, nessuna riflessione capace di sostenere il peso di ciò che i grandi conflitti del Novecento hanno lasciato nel mondo come profondo segno di disumanità.

Eppure, quelle tragedie, che hanno inghiottito milioni di vite, sembrano non aver insegnato abbastanza. Come se il dolore fosse destinato a dissolversi nel tempo, incapace di trasformarsi in consapevolezza.

Perché la guerra non è solo la morte di chi combatte. È anche il silenzio straziante di chi rimane. È il vuoto lasciato da figli mai ritornati, da fratelli spezzati, da vite innocenti travolte senza colpa. È una sofferenza che si diffonde oltre il campo di battaglia, invisibile e duratura, e che continua a esigere un prezzo altissimo da chi, senza averlo scelto, si ritrova a pagarlo fino in fondo.





È un pensiero che mi segue, silenzioso, lungo questo percorso.

Ormai manca poco al passo, e con esso al completamento di una giornata che porta un significato diverso, più profondo, quasi intimo.

Non importa più seguire la traccia sottile che attraversa la neve, né evitare i punti in cui la neve cede sotto il peso dei passi. Ogni sforzo si ridimensiona, perde consistenza.

Chi ha vissuto qui, affrontando tre lunghi inverni prima ancora di combattere, ha affrontato uno dei mali più oscuri che l’uomo conosca: la guerra e tutto il dolore che essa porta con sé. La neve alta, le difficoltà che oggi ci sembrano ostacoli da aggirare, non sono che un’ombra, il nulla, se confrontate con il destino di chi ora riposa sotto questa terra, nascosta e protetta dal bianco silenzio.

Cinque croci emergono, immobili, quasi a voler comunicare. Cercano, forse invano, di farsi memoria, di restituire senso a ciò che è stato, di ricordare a chi passa che il silenzio, qui, non è mai davvero vuoto.





Il passo rappresenta l'apice di questa giornata.

È come aver raggiunto la sommità di una montagna austera e imponente, dove la fatica è stata mentale piuttosto che fisica. Qui, a 2018 metri di altitudine, il vento si alza con vigore, provenendo da diverse direzioni, come se ogni versante volesse far sentire la propria voce. Non solo quello della Val Campelle, che ora lascio alle spalle, ma anche i pendii orientali che si affacciano sulla Valle della Raganella e sull'imponente profilo di Cima d'Asta.

Eppure, tutto ciò che potrebbe aprirsi davanti a me, questi versanti selvaggi del Lagorai, rimane nascosto. Nubi grigie e minacciose si accumulano, spinte con forza da quel vento che non conosce ostacoli, che si abbatte su ogni cosa, sfiorando e travolgendo ogni presenza: le rocce, la neve e me stesso.





Non ho necessità di andare oltre.

Questo momento è già completo, perfetto, in grado di accogliere e conservare ogni vibrazione che la Natura, in questo istante, mi offre. Un dono, senza dubbio, poiché nessuna durezza del tempo potrebbe mai frenare il mio desiderio di progredire, di seguire un percorso lungo e incessante, che non conosce sosta.

Il vento, affilato come un ricordo, e la neve che inizia a cadere con vigore, quasi a suggerire che l’inverno non ha ancora esaurito la sua voce, non sono ostacoli da evitare.



"Sono, piuttosto, presenze vive, essenziali"



Ciò di cui ho bisogno è un sentiero semplice e sicuro, per poter affrontare senza paura, a viso aperto, l’espressione più severa della Natura, che oggi si manifesta in questa mia giornata dedicata alla memoria.





Il pomeriggio inizia con un richiamo profondo e quasi inevitabile: quello di tornare sui miei passi lungo quel sentiero che per me è carico di speranza.

Dentro di me, questo ritorno diventa un abbraccio silenzioso, pieno di risposte, le ennesime, alle domande che il mio spirito solleva ogni volta che io e la mia Anima scegliamo di attraversare in giornate come questa. Non è mai un semplice andare e venire: è un dialogo, sottile e incessante.

Non si tratta solo di cercare, nel contatto con Madre Natura, la purezza primordiale della roccia e della terra, né di cogliere, nell'imminenza della primavera, l'invito a percorrere sentieri che si spingono sempre più verso il cielo. È qualcosa di più profondo, di più antico.

È il bisogno di ascoltare, nel cuore di queste montagne sacre e ricche di storia, una verità che racchiude in sé un senso elevato e austero del rispetto per la vita.

Un rispetto che si rivolge, oggi, a coloro che da oltre un secolo riposano quassù, presenze silenziose, sospese tra terra e memoria, con la consapevolezza di appartenere, ormai, all’eternità del ricordo.




Malga Consèria - 1857m


Ora non mi resta che concludere questa ulteriore espressione di vita.

Un pasto caldo, accolto nel tranquillo rifugio di una malga. Il semplice e genuino piacere di sedersi a tavola, permettendo al tempo di scorrere lentamente, e condividere, con sé stessi e con gli altri, ogni frammento, ogni respiro di ciò che una giornata come questa può offrire.

I dettagli più piccoli, le osservazioni più leggere, si elevano come preghiere silenziose, salendo verso il cielo fino a diventare esperienza, forse la più autentica di tutte.

Eppure, in questa pienezza, emerge anche un pensiero più pesante: quello di una vita spezzata, di chi, quassù, senza colpa né responsabilità, ha incontrato la morte nella sua forma più dura e crudele. Così, mentre il calore del rifugio avvolge il corpo, è la memoria a rimanere vigile, custode discreta di ciò che è stato, e che ancora chiede di essere ricordato.



Piatto tipico di Mala Consèria
Piatto tipico di Mala Consèria


Per coloro che in futuro avranno l'opportunità di percorrere sentieri di guerra, ricordate sempre che la coscienza e un piccolo pensiero sono da sempre segni di rispetto ed educazione.

Un segno in cui, con forza d'animo, si deve ripudiare ciò che le guerre di oggi calpestano indegnamente: la dignità e la memoria di ciò che è stato.

Soffermatevi sempre. Offrite sempre una preghiera davanti a quelle croci di guerra e ai numerosi cimiteri militari sparsi lungo i sentieri delle Dolomiti.

Pregate per tutti quei giovani che riposano lassù da oltre un secolo, e che per l'eternità rimarranno in pace anche con coloro che li hanno condotti alla morte.

E se non avete un fiore a disposizione, una pietra può simbolicamente rappresentare il vostro affetto, il vostro rispetto e quella vicinanza che porterete con voi per tutta la vita.




Stefano




Info tecniche



📍 Zona: Val Campelle - Lagorai (Trentino orientale)

🥾 Tipo: escursione invernale

📏 Lunghezza: 2km 800m (solo andata)

⛰️ Dislivello: +610m - 1468m Ponte de Consèria + 2018 Passo Cinque Croci

⏱️ Tempo: 1h 30m (solo andata)

⚠️ Difficoltà: media (ambiente selvaggio tra boschi e ampi spazi prativi)








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