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SILENZIO - TEMPO  -  MISURA

Passi sotto la neve.

  • Immagine del redattore: Stefano
    Stefano
  • 18 ore fa
  • Tempo di lettura: 8 min

Un giorno sospeso tra la neve e la libertà della montagna.






Non camminavo sotto una nevicata fitta da molto tempo. Gli inverni recenti mi avevano attraversato in punta di piedi, fatti di giornate tranquille, sospese, senza eccessi né tempeste da ricordare. Ma questa volta è diverso. Profondamente diverso. Perché non è il caso a sorprendermi: è una scelta. È l’obiettivo che affido a un’intera giornata, mentre le previsioni annunciano neve abbondante in quota. È ciò che voglio. Ciò che cerco da tempo.

Colgo l’occasione di un soggiorno in Val di Funes, dove le maestose Odle mi accolgono nel loro mondo incantato, severo e fiabesco insieme. Approfitto di quei giorni lunghi e grigi in cui la neve promessa supera ogni attesa, per poi lasciare spazio, come in un respiro più lieve, a cieli tersi e a temperature che sfiorano inattese suggestioni di primavera. È questo che desidero: abitare l’inverno nella sua forma più autentica, lasciarmi avvolgere dal suo silenzio.


Non mi interrogo nemmeno sull’itinerario. Non cerco punti fermi né mete precise. Mi guida soltanto il desiderio di camminare, avvolto dall’intatto silenzio della neve che cade. La valle si spalanca davanti a me come un mondo che non vivo da tempo in questa veste, e che ora, seguendo l’istinto e quella voce sottile che mi chiama da dentro, mi offre l’occasione di uscire dai miei consueti schemi.

Mi affido a riferimenti che al momento della partenza non conosco ancora, e proprio per questo mi sento libero: libero di perdermi, libero di ascoltare, libero di lasciarmi sorprendere.

In un giorno come questo, così raro e intimo, il luogo che mi accoglie passa in secondo piano. Non è la meta a contare, ma l’esperienza che inseguo, l’emozione che desidero attraversare.

Un sentiero, in fondo, è fatto di boschi, rocce e vette; ma sotto una nevicata fitta ogni cosa si fonde, si dissolve in un unico respiro bianco. Gli alberi si confondono con le pareti, le cime svaniscono nel cielo, e ciò che resta è soltanto il ritmo lento dei miei passi.


Il cammino sale con costanza verso quote più alte, seguendo un’ampia strada forestale, una di quelle vie che d’estate accompagnano il bestiame verso gli alpeggi, nei pascoli elevati dove l’aria è più sottile e l’orizzonte più vasto. Oggi, però, quella strada è soltanto mia. È il primo, silenzioso punto fermo in questa immersione nel bianco: una traccia sicura mentre tutto il resto si affida a un istinto che ancora non conosco davvero.

Nella parte bassa della valle, un ampio parcheggio rappresenta l’ultimo segno della presenza umana, l’ultimo confine di una civiltà che per qualche ora scelgo di lasciare alle spalle. La neve cade già da tempo. Il mattino si apre tra le prime difficoltà: strade rallentate, traffico incerto, piccoli disagi che ricordano quanto la Natura sappia imporsi.


Eppure, in questo suo regno silenzioso, la stessa Natura mi offre tutto ciò che potrei desiderare in una giornata così speciale. Passo dopo passo, il dislivello aumenta dolcemente lungo la forestale. La neve fresca della notte attutisce ogni suono, rende il terreno docile, quasi complice. Per un momento, tutto sembra volgere a mio favore.

La visibilità non supera il centinaio di metri. Nuvole basse cancellano ogni prospettiva, impediscono allo sguardo di abbracciare quel Paradiso che so di avere intorno.

Eppure la memoria non dimentica: so che la cornice che mi ospita è fatta di pareti severe e alte guglie di Dolomia, scolpite dal tempo, custodi silenziose di questa valle.

Ora, però, tutto appare dissolto nel bianco. La nevicata fitta assorbe le forme, ne attenua la maestosità, come se volesse custodirne la bellezza solo per chi sa immaginarla. E in questa sospensione ovattata, tra ciò che vedo e ciò che ricordo, continuo a salire.


Il silenzio sembra cadere con la stessa lentezza della neve. Scende dal cielo ovattato come un’apparizione lieve, e con cura si posa su ogni cosa, rispettando le forme della terra, addolcendole, custodendole. È un silenzio che non resta fuori: penetra dentro, si fa spazio nell’anima, scioglie i nodi invisibili che la quotidianità stringe giorno dopo giorno.

C’è una magia nella neve, e vive anche in questo suo potere discreto: tenere lontano, almeno per un poco, ciò che corrode, ciò che consuma lentamente i pensieri e li appesantisce.

Forse è soltanto una mia visione, un modo personale di leggere il mondo. Forse è solo il mio desiderio di evasione, la mia necessità di fuggire da ciò che logora buona parte dei miei giorni. Ma quassù, in questo bianco sospeso, tutto si dilata e poi svanisce, inghiottito da un grigiore che, in questo preciso istante, coincide con la mia idea di libertà.


Eppure evocare ciò che è nocivo sarebbe quasi un tradimento.

Pensarlo è come riaprire un armadio colmo di ombre, lasciare che scheletri dimenticati tornino a respirare. No, non è questo il momento.

Sono tra i boschi, solo. La nevicata mi riveste con la sua dolcezza silenziosa, mentre le nuvole basse custodiscono il paesaggio, celando ciò che so essere pura salute per lo spirito, essenza stessa del piacere di vivere. Non vedere diventa allora un dono. Perché in questa sospensione, in questa intimità ovattata tra me e la montagna, ciò che conta non è l’orizzonte, ma il battito quieto del presente. Improvvisamente la Natura mi offre un dono inatteso, come se volesse ricompensarmi per le ombre attraversate, per quei pensieri che ancora cercano di affiorare.


Ecco il sole. Un sole timido, quasi esitante, che per un istante riesce a filtrare attraverso le nuvole gravide di fiocchi leggeri, come se portassero in grembo una silenziosa promessa di pace. La sua luce non irrompe, non abbaglia: accarezza.

Da quel chiarore fragile emergono ombre sottili, appena accennate, che disegnano i crinali delle rocce più alte. Si rivelano i profili dei versanti d’alta quota, le linee severe delle vette imponenti che mi sovrastano. Eppure, oggi, non cercano grandezza né protagonismo.

Restano in disparte, velate, come custodi silenziose di questo momento. È come se scegliessero di non imporsi, di concedere alla giornata un dono più prezioso della loro maestosità: l’intimità.

In questa luce incerta, tra ombra e rivelazione, la montagna non si mostra per essere ammirata, ma per essere sentita.


È un gesto silenzioso, quasi impercettibile: un diradarsi delle nubi, un chiarore che filtra tra i rami, un dettaglio che improvvisamente si rivela.

È allora che ricordo dove mi trovo. Un luogo che esiste oltre le inquietudini umane, oltre il rumore e la fretta. Un luogo in cui la vita scorre da milioni di anni in pace e armonia, seguendo leggi antiche, indifferente alle nostre fragilità.

E in quell’istante comprendo che non sono io a cercare la montagna: è la montagna che, con pazienza millenaria, mi insegna a restare.


Un dono che dura lo spazio di un respiro, forse due. Eppure, nella sua brevità, possiede un’intensità capace di colmare l’anima, di accendere un’emozione pura, limpida, che si nutre proprio dell’irripetibilità di simili istanti.

Poi tutto ritorna alla sua misura originaria. La luce si ritrae, le forme si velano di nuovo, e il mondo riprende il suo silenzioso equilibrio. Il vento, oggi, sembra non esistere. Come se avesse scelto di tacere per rendere omaggio a tanta delicatezza, per non turbare la fragile armonia che mi avvolge. I boschi accompagnano la mia strada forestale con discrezione, senza imporsi, presenze fedeli ma leggere, custodi silenziosi del mio passaggio.


E mentre avanzo, la mente tenta di dare un ordine allo stato delle cose.


Comprendo allora che la mia è ancora una posizione estranea, quasi sconosciuta, all’interno di questo mondo antico. Sono ospite, non appartengo davvero a ciò che mi circonda.

E forse è proprio questa distanza a rendere tutto così prezioso: il sapere di essere di passaggio, fragile presenza in un equilibrio che esiste da sempre e che, silenziosamente, continuerà a esistere anche senza di me.


Per esperienza so che questo cammino conduce a una malga più in alto, nascosta tra i pendii e i silenzi dell’alta quota. Eppure il fascino della Natura risiede anche in questo suo sottrarsi, nel non offrirmi alcun riferimento certo. È come se quella sagoma presunta, fragile segno di civiltà tra tanto bianco, fosse soltanto un’idea, una possibilità lontana che ancora non mi appartiene. Resta sospesa, forse celata dalla neve e dalle nubi, forse semplicemente trattenuta dal tempo.

Ogni cosa ha il suo momento per rivelarsi.

Io non ho fretta. Non cerco conferme né arrivi affrettati. Mi affido al tempo stesso, al suo ritmo antico e paziente, lasciando che sia lui a guidare ogni mio passo, uno dopo l’altro, dentro questo silenzio che non promette mete, ma presenza.


Di tanto in tanto appare qualche altro avventuroso escursionista, anima silenziosa che, come me, ha scelto di inoltrarsi in questo scenario che a molti non sembrerebbe invitare a una camminata. Figure che emergono dal bianco e nel bianco quasi si dissolvono, presenze fugaci ma reali.

Ci si incontra lungo il sentiero con un saluto semplice, quasi rituale. Poche parole scambiate con chi, in quell’istante, sta scendendo dai versanti più alti: brevi informazioni sulle condizioni della neve, sulla traccia, sul tempo che attende più su. Frammenti di dialogo essenziali, concreti, eppure carichi di un’intesa silenziosa.

È anche questo un modo di socializzare: condividere qualcosa con perfetti sconosciuti che, per un tratto di strada o per il tempo di uno scambio di sguardi, diventano compagni di cammino. Poi ognuno riprende il proprio passo, custodendo dentro di sé quell’incontro effimero, semplice e autentico come la neve che continua a cadere.


Improvvisamente, dal nulla, si svela un piccolo miraggio.

Da qualche minuto ho lasciato il riparo del bosco; gli alberi sono rimasti alle mie spalle e davanti a me si apre un vuoto lattiginoso, senza contorni. Eppure l’istinto mi suggerisce che oltre quel bianco indistinto si distende un grande alpeggio, uno spazio ampio, sospeso, capace di mutare d’un tratto ogni prospettiva.

Lo percepisco prima ancora di vederlo davvero. È come se l’orizzonte si dilatasse, come se l’aria stessa cambiasse consistenza. Un vento leggero mi sfiora il volto: quassù non incontra ostacoli, corre libero, padrone di distese aperte.

Il terreno e la neve si fondono in un unico respiro candido; i confini svaniscono, le distanze si annullano. Ogni riferimento diventa incerto, ogni spazio impossibile da definire.

Ed è proprio questa indefinitezza una delle magie più autentiche di questo mondo che sento mio: libero, sincero, privo di menzogna. Un mondo che non ha bisogno di linee nette per esistere, perché vive nella verità semplice degli elementi, vento, neve, silenzio, e nella mia presenza, piccola e consapevole, dentro la sua vastità.


Deboli luci si mescolano a questo spazio indefinito, tremolanti e sfuggenti come riflessi di un sogno. Passo dopo passo, quella loro debolezza sembra prendere vita, plasmando ombre che danzano leggere tra il bianco intenso e senza confini che mi circonda.

E poi, all’improvviso, una grande sagoma scura emerge dal nulla, creando un’ombra naturale che rompe la continuità candida di questo mondo sospeso. È la mia malga: il mio rifugio, il punto massimo del mio desiderio in questa giornata così speciale.

Dentro, il calore di un pasto, l’abbraccio discreto di un ambiente familiare, e la possibilità di condividere volti sereni e parole lievi. Qui la libertà si fa tangibile, quieta e piena, pronta a donarsi a chi sa comprendere il valore di questi attimi.

Ogni elemento, il bianco della neve, l’ombra della malga, il calore che mi accoglie, sembra parlare della stessa verità: che la libertà, quando è sentita e rispettata, è il più prezioso dei doni.


I miei passi si imprimono nella neve, confinati a questo piccolo spazio che ora è tutto mio. So bene di non essere solo: mentre riprendo la via del rientro, mi muovo tra un orizzonte ristretto, circoscritto attorno alla mia malga, in un tempo sospeso che appartiene solo a questo luogo. So benissimo che, oltre a quel mio sguardo aperto e privo di boschi, le grandi pareti delle Odle mantengono di nascosto la loro promessa. Custodi nell'eternità di uno spazio che per me, ora, rimane completamente nascosto e ricco di mille misteri.




Stefano





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