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SILENZIO - TEMPO  -  MISURA

Rifugio Popena, una storia dimenticata

  • Immagine del redattore: Stefano
    Stefano
  • 17 set 2025
  • Tempo di lettura: 8 min

La storia di un uomo e dei suoi valori.




Ti voglio raccontare una storia vera, di quelle maggiormente sconosciute ma che porta con se i valori e le ambizioni di un uomo che è riuscito a esaudire i propri desideri sebbene il destino si sia definitivamente rivolto contro.



Questa è la storia di Lino e del suo sogno, il suo rifugio tra le Dolomiti d'Ampezzo.



Nel 1937 prende vita uno dei Rifugi meno conosciuti ora, ma tra i più storici tra il territorio di Misurina e le Dolomiti d’Ampezzo. Prende vita a 2214m in Forcella Popena, nel versante più a monte del Vallon Popena. È il Rifugio Popena, un nome che all’escursionismo moderno dice poco o addirittura nulla ma per chi tiene ancora memoria custodisce tra i suoi ruderi rimasti un vero esempio di “umiltà e di cuore per la vita”. Ciò che rimane oggi si compone di una parte della

struttura esterna ancora presente. Il tetto e ciò che ne definiva la sua originale costruzione si trova sparso nella sua area perimetrale. La storia di questo luogo è di straordinaria vita passata. Ciò che quelle pietre di Dolomia testimoniano ancora oggi, è tutto quello che rimane dell’amore da parte di un Uomo nei confronti della montagna. Si raggiunge seguendo il sentiero 224 che dal Lago di Misurina si innalza verso le Pale di Misurina.


Oltrepassato il ripido ghiaione finale che si inerpica verso la forcella, il primo impatto visivo è dato da uno scenario straordinario. Questi ruderi, che per buona parte danno un senso di ciò che era la vecchia struttura, attorniati da una cornice meravigliosa che vede nelle altissime pareti rocciose che formano l’intero gruppo del Cristallo il colpo d’occhio perfetto, quello che penetra direttamente al cuore. Questa sua forcella a monte dell’intera Val Popena, con questa

visuale così ampia che sembra di ammirarla in tutta la sua lunghezza. Ma tutto non si limita a questi colossi di bianca Dolomia. Guardando verso Sud, verso la Val d’Ansiei, l’imponente massiccio del Sorapis sembra chiudere in modo perfetto questo quadro naturale.


Ogni volta che risalgo questo versante i ruderi del Rifugio Popena divengono la scelta perfetta per una lunga pausa riflessiva. Quassù giungono solo i rumori dettati dal vento, che dalla Val d’Ansiei si spingono verso le imponenti pareti del Piz Popena, di Punta San Michele e del Cristallino di Misurina. Nomi che fanno rabbrividire qualsiasi appassionato di arrampicata. Dritte e quasi interminabili, pareti che si innalzano verso il cielo con quella naturale forza nel dominare l’istinto di qualsiasi alpinista. Ed è qui che nel lontano 1934 Lino Conti decide di dare vita a una nuova epopea dolomitica.


Figlio di gestori di altri Rifugi, la sua adolescenza e la sua crescita avviene all’interno di questo solitario mondo. Dal Trentino per giungere in quel di Cortina, forza e determinazione per questo ragazzo di 26 anni che pone le basi nella realizzazione di un sogno. Un Rifugio tutto suo, in uno dei punti panoramici più belli che si possa trovare tra le Dolomiti di Misurina e le Dolomiti Ampezzane. Una lunga e travagliata storia. La sua determinazione viene premiata grazie all’aiuto di molte persone che vedono nei suoi occhi il desiderio di una vita sebbene ancora così giovane. Di materie prime da portare in spalla attraverso quel sentiero fino a giungere in forcella ne servono solo una parte, sebbene consistenti. Le pietre, quelle che andranno a definire la solida e portante struttura del suo Rifugio, saranno quelle stesse pietre che in maniera naturale si trovano sparse lungo i verdi alpeggi. Dalla sua inaugurazione diviene un punto di riferimento per l’escursionismo e per i primi conquistatori di queste pareti.







Con l’avvento della Seconda Guerra mondiale l’attività del Rifugio rallenta in modo considerevole. La sua è una posizione che dal punto di vista bellico risulta molto esposta ai vari bombardamenti suddivisi nei vari frangenti. Questo ne limita l’accesso e l’interessamento del movimento alpinistico in generale. Nel dopo guerra tutto sembra ritornare alla normalità. L’Italia stessa è un Paese che vuole ripartire e come l’escursionismo pure l’alpinismo riprende il suo regolare

percorso. Il Rifugio Popena torna a essere quel punto di riferimento di un tempo, e per Lino il suo sogno riprende nuovamente vita.


È nel 1948 che accade il peggio. Durante un periodo di chiusura il Rifugio viene occupato da dei sconosciuti, riuscendo a entrarci per razziare e portarsi via il più possibile. Per dare un tocco spiacevole a questo effimero dramma danno fuoco al Rifugio distruggendolo completamente. Ciò che a Lino rimane una volta salito con i Vigili del Fuoco di Cortina per un sopralluogo, è solamente un cumulo di macerie ancora fumanti tra la neve di stagione. Le uniche parti rimaste

ancora in piedi sono i forti muri costruiti con la roccia di Dolomia, ma “l’umiltà e il cuore per la vita” non si ferma di fronte a una tragedia come questa.


Lino tira fuori quel suo lato migliore, quel suo carattere da vero montanaro e amante di quella stessa montagna. Da quello che riesce a recuperare dalle macerie stesse inizia a pianificare la

nuova costruzione. Parte della muratura distrutta viene ricostruita con le grandi pietre di Dolomia che la montagna gli mette ancora a disposizione. Da valle iniziano a riprendere i collegamenti per portare a monte i materiali necessari, ma i costi elevati e le risorse carenti da parte di Lino lo vedono costretto a fermarsi, ad arrendersi di fronte a un sogno non più realizzabile.


Una vita vissuta per poco, che rimane scritto nella memoria e nella storia di chi ha avuto l’occasione di ammirarlo con i propri occhi il Rifugio Popena agli albori, ma soprattutto conoscere di persona Lino e l’umiltà di questo vero figlio della montagna. Di questa storia ne prendo atto dopo essermi documentato già diversi anni fa del passato di questo Rifugio. Sono salito quassù per la prima volta nel 2005, ed è stata per me una sorpresa trovare queste murature ancora in piedi dopo che le mappe lo segnalavano come i “ruderi del Rifugio Popena".


La mia sorpresa fu nel constatare che quei ruderi erano la consistenza perfetta per trarne spunto di interesse, per cercare all’interno dell’archivio più grande del mondo quale è Internet, cos’era e che cosa ancora rimane all’interno di quelle tre mura ancora in piedi. Mi si è aperta la conoscenza di quest’uomo, ciò che testimoni dell’epoca e attuali ancora ne descrivono la figura di umiltà, e di quel buonismo che ti permetteva di essere accolto in casa suo non solo come ospite ma

anche come amico. Un uomo che ha visto nascere la sua Famiglia all’interno di un contesto meraviglioso, dove le figlie tra quei prati e quegli alpeggi hanno visto muovere i loro primi passi.


L’ultima volta che Lino è salito quassù era il 1984. Aveva 76 anni e raggiungere Forcella Popena fu per lui un grande sacrificio dato il suo carente stato di salute. Fermo di fronte a ciò che rimaneva del suo sogno, del suo passato, guardando la sua amata Giulia con le lacrime agli occhi disse:



“Giulia dammi quei soldi che ci restano, lo voglio ricostruire”.



Una frase che non serve commentare, ma rispettare per il grande valore che esprime. Lino muore due anni dopo, nel 1986, portando con sé il suo Rifugio e le sue montagne sempre nel cuore. Mi preme molto raccontarvi questa straordinaria storia di vita che lega l’uomo alla montagna. Mi preme per il fatto che è una di quelle situazioni che da allora porto con me nella mia memoria quasi quotidianamente. Quando vi descrivevo l’umiltà e il piacere di condividere un viaggio con

persone culturalmente lontane e diverse dalla mia, nella storia di quest’uomo ho trovato l’umiltà e il buonismo di una persona che invece faceva parte della mia di cultura.


Ogni volta che salgo verso questa forcella rimango per diverso tempo seduto di fronte a questi

ruderi. Ci rimango perché mi sento in dovere di dimostrare a chi voleva realizzare il sogno della sua vita una forma di rispetto. La forza, la determinazione, il coraggio di partire dal nulla per raggiungere un proprio obbiettivo all’interno di un contesto naturale non facile. Avvicinarsi così alla grande montagna e stabilire con essa un rapporto solido, duraturo e formato da quel grande rispetto che si instaura solo con la Natura. Questi sono momenti dove esprimere la propria

sensibilità.


Uno dei valori più importanti che nutro nella montagna è quello di ricercare qualsiasi riferimento che mi riporti al passato. È nel passato che vedo specchiarsi valori e principi che al giorno d’oggi sono stati ormai persi. Ogni qualvolta raggiungo i ruderi del Rifugio Popena è come addentrarmi all’interno dell’ennesimo viaggio nel tempo. Conoscendo la storia passata di questo luogo e della vita di Lino Conti, mi sento in dovere di immedesimarmi in quell’essere umano che ha desiderio di vivere le proprie emozioni. Camminare lungo queste pareti ancora presenti, toccarle con mano per cercare di percepire la stessa mano che decenni fa le ha posate con quello spirito d’amore che ormai si è perso nel tempo. Entrare dentro a ciò che rimane di questo Rifugio, immaginare di aprire quella porta e pensare a come Lino, nella sua umiltà e ospitalità, potesse accogliere ogni escursionista anche semplicemente di passaggio.


Dalle foto d’epoca cerco di guardare verso questi ruderi con la stessa luce di com’era ai suoi albori. Quando il camino fumava da quel tetto dando vita alla quotidianità di quel luogo, e dai panni stesi al sole ad asciugarsi durante le lunghe e calde giornate estive. Di quel che resta di quei balconi per affacciarmi e ammirare il panorama che mi circonda, come dare vita a una nuova giornata dopo una lunga notte passata in casa di Lino. Ogni pietra, ogni angolo, ogni situazione di ciò che resta mi riporta all’interno di quell’epoca. Mi piace immaginare che ogni mio movimento sia la replica esatta di quegli stessi movimenti eseguiti da perfetti sconosciuti, fortunati a vivere di persona ciò che ora io posso vivere di sola immaginazione. Una quotidianità che cerco di riportare in vita utilizzando ciò che rimane, un paio di mura dove ogni pietra ne è

l’ultima testimone ancora presente.


È un luogo molto particolare, uno dei pochi che alimenta quel mio piccolo sogno di sempre:



“Vivere quassù”.



Mi siedo tra i prati che ospitano questi ruderi. In lontananza guardo ciò che resta di questo Rifugio, con quel pensiero, con quell’idea di rimboccarmi le mani e di rimetterlo nuovamente in piedi. Per ridare così vita al sogno di un uomo e di portare avanti una tradizione in cui l’uomo stesso e la montagna diventano un “amore eterno”. Penso che la nostra generazione sia formata su di una cultura molto diversa e lontana da quella di Lino. Viviamo con la paura di sbagliare, con la paura di affrontare il grande salto pensando più alle conseguenze che all’obbiettivo da raggiungere.


Ora i soldi e l’investimento da affrontare sono il problema principale. Tutto è aumentato nel corso degli anni, tutto diviene difficile e complicato perché viviamo all’interno di una Società che concede tutto, ma che allo stesso tempo ti impone ancora di più. A quel tempo bastava l’idea,

la determinazione e quel coraggio che ora è completamente perduto. L’entusiasmo si leggeva negli occhi di chi voleva arrivare fin lassù per dare vita al proprio sogno. Ora tutto è più complicato, non impossibile certo ma con quella serie di difficoltà che farebbero desistere anche il

più temerario dei sognatori. Prendere in mano un progetto del genere, proseguire da ciò che resta per arrivare a quel camino fumante e a quei panni stesi ad asciugare al sole estivo. Fare in modo che oggi, come allora, ogni essere umano possa svegliarsi e aprire quella finestra che alle prime luci dell’alba guarda verso il Sorapis o in quel versante a Ovest che da vita all’intero gruppo del Cristallo.


Consumare quella colazione di primo mattino con quelle stesse sensazioni ed emozioni che davano vita agli escursionisti di quel tempo, senza dimenticare lo sguardo intenso e attento dell’alpinista in procinto di salire lungo una delle tante pareti presenti che portano direttamente al cielo. Ciò che ora e presente in quel poco che resta è una piccola lapide con scritte queste parole.





“Stelle indicatemi la via del cielo. La montagna mi abbraccia col suo silenzio,

ed io sono a un passo da voi".





In ricordo di Conti Lino nel rispetto del suo sogno.







Stefano






2 commenti

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Ospite
19 set 2025
Valutazione 5 stelle su 5.

Stefano, dalle tue parole emerge una grande passione per tutto ciò che la montagna, con il suo passato glorioso, ha lasciato nei cuori di chi la ama.

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Ospite
19 set 2025

Stefano il tuo narrare la montagna è "poesia vera"

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