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Le valli dell’Alto Adige come regioni dello spirito.

  • Immagine del redattore: Alessandra
    Alessandra
  • 14 apr
  • Tempo di lettura: 3 min


In Val Casies
In Val Casies

Vi è un modo di guardare la realtà delle cose che non coincide con il vedere. E vi è un modo di esprimere tale sguardo con una scrittura che non coincide con la semplice rappresentazione, ma con la commemorazione. È uno sguardo che trattiene, che ascolta, che si lascia attraversare e che induce a interrogare, a meditare su ciò che di ineffabile e radicale investe l’Essere. In questo senso, le valli dell’Alto Adige non si offrono semplicemente come dolci e rigogliosi pendii boschivi, ma come spazi dello spirito in cui ciò che appare rimanda a ciò che si sottrae, perché custodi di una memoria che affonda e si deposita nell’anima delle cose.


Percorrere queste valli è un incedere lento come in un sacrario. Esse offrono con naturalezza la loro Storia più intima, il Tempo di una umanità arcaica che non si rivela in forme eclatanti ed eccentriche, ma nella poetica di gesti semplici e quotidiani, nelle linee essenziali dei masi, nel legno scurito dei crocifissi campestri lungo i sentieri, nella solitaria presenza delle nicchie votive. Nulla eccede, nulla si impone. E tuttavia, ogni cosa parla di una prossimità originaria tra l’uomo e la realtà delle cose, mediante un linguaggio simbolico inconsueto che esige raccoglimento e silenzio.


È un’aura sacra. Una sacralità selvatica e ordinata, sobria ma non austera, disciplinata ma non retorica e non imposta. Ogni dettaglio celebra i valori della Vita: la tenerezza anche nella ruvidezza, la gratitudine anche nel sacrificio, l’armonia anche nella privazione, la gioia anche nelle tensioni. Nulla dispera. Tutto si abbandona all’ardore che le cose generano. Tutto si apre al Mistero. In quella ampia distesa d’aria che trafigge di pace e bellezza lirica - tra la Val Casies, l’Anterselva e la Valle di Vila - sono disseminate chiesette dalle guglie sottili e con contigui cimiteri alpini, campanili gotici e barocchi, piccole edicole votive. Non sono segni decorativi, ma eredi e interpreti di una intimità etica e spirituale condivisa, di un ordine segreto e ancestrale segnato da un legame puro e irriducibile tra memoria, vita e territorio che sfugge all’utilitarismo di convenzioni insulse.


Diversi sono i suggestivi presidi religiosi che costellano queste valli incantate: la Chiesa barocca di “San Giorgio” in San Martino di Casies, con affreschi interni ed elementi architettonici gotici; la Chiesa di “Santa Maddalena” del XIV sec., con elementi tardogotici e pale d’altare in stile nazareno; la Chiesa tardogotica di “St. Walburg” del XV sec., dallo svettante campanile ottogonale e con la splendida pala d’altare a portelle in stile gotico. Queste chiese non emergono come monumenti architettonici, ma come necessari accadimenti dell’Essere e del Pensiero, congenite al paesaggio che le avvolge. Nei loro interni la luce è trattenuta, i colori sommessi, l’atmosfera evocativa: spazi in cui il visibile sembra arretrare per lasciare andare il pensiero in profondità, per far emergere la segretezza di significati allusi, non espliciti.


Ma sono le cappelle rustiche che, più di tutto il resto, hanno stimolato la mia riflessione critica, proprio quelle che la visione satura e compulsiva del turismo di massa stigmatizza come ‘superflue’, di ‘scarso interesse’: la Cappella “Steinzger” (Anterselva di Sopra) e la Cappella “Wiesemann” (Anterselva di Sotto). Su pendii ancora segnati dagli ultimi bagliori bianchi dell’inverno, ma vivaci di guizzi primaverili, esse si sono offerte al mio sguardo come bucaneve: presenze minute e ostinate che emergono dal freddo senza spezzarlo, tremori di luce che non illuminano per distrarre, ma per accennare a una direzione altra.


Qui, il pensiero si fa essenziale perché non cerca di spiegare, ma di abitare una trascendenza. Il Tempo liturgico, qui, è Tempo dell’esistenza. Un Tempo misurato che accompagna il vivere delle cose e degli uomini, non lo sclerotizza, non lo depaupera. Un Tempo che si prende cura delle sue creature sia nella fragilità della vita che nella inesorabilità della morte. E le liriche cappelle di queste valli paiono ammonire proprio questo: gli uomini sono come i fiori, fatti di luce e polvere.


Sono state sedute mute per visioni occulte. Come fu la Montagna di Sainte-Victoire per Paul Cézanne, così questi luoghi dello spirito hanno promosso in me uno scavo del visibile: uno sguardo stratificato capace di sostare sulla soglia del non-rivelato, nel segreto di una memoria che resiste alla dissoluzione dell’essenziale e che resta senza consumarsi. Qui si radica la libertà non come dominio, ma come apertura aurorale al mondo, da cui il sacro non è rimosso né proclamato, ma incontrato e vissuto.


Può essere questo, forse, uno degli ultimi apparati resistenziali all’agonia dell’umano?




Alessandra




 


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