Il Catinaccio d'Antermoia
- Stefano

- 2 giorni fa
- Tempo di lettura: 24 min
Un angolo di Paradiso nel cuore del Catinaccio.
📍 Zona: Val Duron - Rifugio Antermoia - Val de Dona - Val di Fassa - Trentino
🥾 Tipo: escursione ad anello
📏 Lunghezza: 14km 800m
⛰️ Dislivello: +738m
⏱️ Tempo: 5h (intero cammino, individuale, soste escluse)
⚠️ Difficoltà: media/difficile (ambiente prativo delle due valli e roccioso dell'Antermoia)
🛖 Malghe e rifugi: Rifugio Micheluzzi - Rifugio Antermoia - Rifugio Dona
🗓 Stagione migliore: Estate - durante la primavera ancora neve nelle quote maggiori
🅿️ Parcheggio: partenza diretta dal Rifugio Micheluzzi raggiungibile da Campitello di Fassa con servizio navetta. Auto non ammesse
🥾 Perfetto anello per un'estate che tocca con mano uno dei punti nevralgici della Val di Fassa. Dal Rifugio Micheluzzi ripercorrere una buona parte della Val Duron per poi salire alle quote maggiori in direzione del Rifugio Antermoia e del suo lago omonimo, il Lago d'Antermoia. La Val de Dona chiude questo meraviglioso anello che si snoda tra i verdi alpeggi e la bellezza selvaggia del Catinaccio d'Antermoia.
⛰️ Tornare sui miei passi, di tanto in tanto, mi porta a rievocare momenti lontani che è sempre bello ricordare. Ripercorrere sentieri e raggiungere rifugi che, nel corso degli anni, hanno contribuito a plasmare questa mia voglia di libertà significa rivivere estati passate, le prime emozioni e i primi sguardi rivolti verso nuove montagne e nuove esperienze.
Sono ritorni che fanno sempre bene al cuore: magari con qualche piccolo cambiamento, ma sempre con lo sguardo rivolto a gruppi montuosi immensi e indimenticabili.
È proprio ciò che desidero in questa fase finale della primavera. Un momento speciale in cui i rifugi d'alta quota sono ancora chiusi, per poco ancora, le lunghe giornate di caldo sole ora si fanno finalmente sentire, i verdi alpeggi in attesa del ritorno dei pascoli e le ultime sottili lingue di neve trasmettono la sensazione che tutto abbia ormai ripreso vita. Sentieri, forcelle, gruppi montuosi e rifugi tornano lentamente a mostrarsi nella loro veste più autentica, avvicinandosi al momento della riapertura stagionale. Tutto sembra sospeso in una quieta attesa: le quote più elevate vengono già raggiunte dagli appassionati della montagna, mentre le prime malghe iniziano ad accogliere i viandanti di inizio stagione. È quel periodo dell'anno in cui la montagna si risveglia lentamente, ritrovando forme, colori e ritmi che sembravano essersi assopiti durante l'inverno.

È così, attraverso questi semplici pensieri, che prende forma una lunga giornata sui versanti più alti della Val di Fassa. Versanti che, dalla Val Duron, salgono verso il Passo delle Ciaregole, lasciandosi alle spalle i verdi alpeggi e i freschi boschi per immergersi nell'ambiente più severo e selvaggio dell'Antermoia.
Qui la montagna cambia volto: la roccia diventa protagonista e accompagna il cammino fino al Rifugio Antermoia e all'omonimo lago, incastonati in uno scenario di rara bellezza.
Rifugio Micheluzzi - Val Duron 1850m
L'emozione è alle stelle. I primi raggi di sole accendono un cielo di un azzurro intenso, creando un contrasto meraviglioso con il verde lussureggiante della Val Duron.
Poco più in basso si distendono la Val di Fassa e Campitello di Fassa, un luogo che negli anni è diventato molto più di una semplice base d'appoggio: una seconda casa. Da qui, stagione dopo stagione, ho imparato a conoscere e raggiungere gli imponenti gruppi montuosi che circondano la valle, montagne che continuano a regalare nuove emozioni e nuove prospettive a ogni ritorno.
Il Rifugio Micheluzzi (1850m) si trova più in quota ed è sempre piacevole raggiungerlo nelle prime ore del mattino. Partire presto permette infatti di avere tutto il tempo necessario per vivere appieno le lunghe giornate di montagna, un passo dopo l'altro.
Una breve sosta, un caffè e magari una fetta di torta fatta in casa, ancora fresca, diventano il modo migliore per iniziare la giornata. Poi, con lo zaino in spalla e lo sguardo rivolto verso l'alto, prende finalmente il via questa prima parte del cammino dedicata alla splendida Val Duron.


Il cammino si snoda lungo questa valle carica di nostalgia e di ricordi, custoditi tra sentieri percorsi in stagioni diverse e momenti vissuti quassù nel corso degli anni. I primi passi lungo la strada forestale profumano di vita e di libertà, accompagnati da quella sensazione unica con cui la Natura sembra offrirmi il suo più sincero buongiorno.
Sto bene. Mi sento bene. Mi sento colmo di energia e di quella serenità che solo la montagna sa regalare. È una forza silenziosa che libera lo spirito e lo riempie di entusiasmo, mentre lo sguardo corre già verso ciò che mi attende più in alto: luoghi, emozioni e momenti che aspettano soltanto di essere raggiunti e vissuti, a volte anche nuovamente.
Un cammino facile e spensierato che, attraversando questa valle, mi avvicina sempre di più alla cultura di una montagna antica che, nonostante il tempo scorra sempre più veloce, riesce ancora a conservare intatta la propria autenticità. Non sono soltanto i primi scorci sverso il Sassopiatto che, celato a tratti dalle creste dell'Eures de Fascia, lascia intravedere la sua imponente presenza. Non sono soltanto i verdi prati che, tra poche settimane, torneranno a popolarsi con l'arrivo degli alpeggi dalle valli. Non sono soltanto gli inconfondibili fischi delle marmotte che, dopo il lungo inverno, riemergono finalmente libere tra i pendii.
"Non è solo questo..."
A rendere speciale questo inizio di giornata sono soprattutto i grandi e antichi massicci che si innalzano in lontananza verso i versanti superiori della Val Duron. I Denti di Terrarossa e l'Antermoia emergono all'orizzonte con tutta la loro imponenza, dominando il paesaggio e alimentando quell'entusiasmo che cresce a ogni passo, mentre la montagna rivela lentamente la sua grandezza.
È un susseguirsi di emozioni che, passo dopo passo, prendono sempre più forma. Il sole, caldo e luminoso, splende in un cielo azzurro perfetto e accompagna il cammino, trasformando ogni sensazione in una nuova emozione. Intorno a me, le piccole baite rimangono adagiate in un silenzio solenne e senza tempo, custodite da prati verdeggianti che si tingono di un intenso giallo grazie alle innumerevoli fioriture del Botton d'Oro.
Un paesaggio semplice e autentico, capace di trasmettere una profonda sensazione di pace e armonia. E' così che mi sento: "in pace e armonia".

L'armonia è perfetta e la pace che porto dentro di me pulsa con la stessa intensità del sangue nelle vene. La dolce sinfonia del Ruf de Duron accompagna lo sguardo verso valle, trasportando le acque che nascono dai versanti più alti del Catinaccio d'Antermoia. Un suono lieve e continuo che, in questo periodo dell'anno, sembra farsi ancora più presente e avvolgente.
È una melodia naturale che invita al silenzio e alla contemplazione, esaltando la bellezza e la serenità di questi luoghi.
Durante la stagione estiva, però, la valle viene spesso raggiunta da numerosi visitatori e, in alcuni momenti, questa quiete rischia di essere interrotta. Voci troppo alte, schiamazzi e comportamenti poco rispettosi finiscono talvolta per spezzare quell'equilibrio che rende la montagna un luogo così speciale. Per questo giornate come questa hanno un valore ancora più grande: permettono di vivere la valle nella sua essenza più autentica, immersi in un'atmosfera di pace, armonia e profondo rispetto per la Natura che la circonda.
"La mia non è solo una critica, ma anche un dato di fatto..."
Baita Lino Brach (1870 m), per il momento, è ancora chiusa. Durante l'estate rappresenta uno dei principali punti di riferimento della valle e questo suo temporaneo silenzio racconta un periodo di transizione, quando il grande flusso turistico deve ancora raggiungere e riempire questi luoghi.
Ne approfitto volentieri. Mi godo questo tempo sospeso, ancora in pace con il mondo intero, quando la valle conserva intatta la sua quiete più autentica e ogni dettaglio sembra appartenere soltanto alla montagna.
Ne approfitto anche per concedermi una breve pausa, gli ultimi momenti di tranquillità prima di affrontare l'entusiasmante salita che, lasciandomi alle spalle il fondovalle, mi condurrà verso quote più elevate. Da lassù mi attendono nuovi panorami, nuove emozioni e quella sensazione di libertà che cresce a ogni passo, man mano che il cammino si avvicina alle alte terre dell'Antermoia.
Passo delle Ciaregole - 2262m
"La prima delle due salite di giornata: la quota prende così vita..."
Lasciare alle spalle questo sentiero di fondovalle è come salutare, ancora una volta, un luogo a me profondamente caro come la Val Duron. Dopo poche centinaia di metri dalla baita, il sentiero 578, sulla sinistra, mi invita a proseguire, seguendo non soltanto l'istinto ma anche quel richiamo silenzioso che da sempre accompagna ogni cammino in montagna.
Passo dopo passo, il percorso mi allontana dai verdi alpeggi e dai boschi della valle. La quota inizia lentamente a guadagnare spazio e prospettiva, svelando ciò che la Val Duron custodisce con discrezione e umiltà, quasi volesse proteggere i suoi tesori agli occhi di chi la attraversa frettolosamente. Da questo momento il paesaggio cambia gradualmente volto: l'ambiente si apre, gli orizzonti si allargano e la montagna inizia a mostrare il suo carattere più autentico, quello che soltanto salendo, con pazienza e rispetto, si riesce davvero a comprendere.

Se fino a qui i Denti di Terrarossa hanno rappresentato uno dei riferimenti più affascinanti del cammino, da questo momento tutto cambia prospettiva. Il Sassopiatto, ormai alle mie spalle, e soprattutto il Catinaccio d'Antermoia entrano in scena, imponendosi come i veri protagonisti di questa giornata indimenticabile.
Il sentiero 578 attraversa il torrente e si innalza dolcemente lungo i versanti che, nascosti tra i boschi, custodiscono alcune piccole baite solitarie.
Solitarie e silenziose, lontane da occhi indiscreti e dal rumore del mondo. In una di queste incrocio lo sguardo di una signora seduta all'esterno, immersa nella quiete del mattino, mentre sorseggia con calma quello che sembra essere il suo consueto caffè di prima mattina.
Un'immagine semplice, ma capace di trasmettere una profonda sensazione di pace.
In quel momento provo una lieve e sincera invidia. Da una parte la mia quotidianità, sempre più frenetica e scandita da ritmi incessanti; dall'altra quella serenità fatta di silenzio, tempo e Natura. Attorno a lei risuona soltanto il mormorio del Ruf de Dona, mentre il suo sguardo può spaziare verso i massicci millenari della Croda del Lago e le imponenti vette del Molignon.
È uno di quei momenti che invitano a riflettere, ricordandoci quanto sia prezioso il privilegio di rallentare e lasciarsi avvolgere, anche solo per qualche istante, dalla pace autentica della montagna.

Il panorama si apre sempre di più con l'aumentare della quota, mentre l'entusiasmo accompagna ogni passo lungo questa prima salita, leggermente più impegnativa rispetto al tratto iniziale.
Un primo dislivello di circa +400 metri che quasi non avverto nelle gambe. Il cammino è troppo coinvolgente per lasciare spazio alla fatica. Lungo il Ciamp de Grèvena, gli ultimi pendii erbosi si diradano e liberano lo sguardo, regalando panorami sempre più ampi e spettacolari.
Non c'è soltanto l'imponenza del grande gruppo roccioso del Catinaccio d'Antermoia o la vista, via via più completa, dei Denti di Terrarossa. Anche il Sassopiatto e il vicino Sassolungo entrano progressivamente in scena, aggiungendosi a un quadro naturale di straordinaria bellezza.
È uno di quei momenti in cui la montagna sembra voler mostrare il meglio di sé: ogni metro guadagnato apre nuovi orizzonti e ogni sguardo trova un dettaglio capace di accendere meraviglia, rendendo il cammino parte integrante dello spettacolo che si dispiega tutt'intorno.
"La Val Duron nei suoi versanti maggiori. Il Catinaccio d'Antermoia come i lontani Denti di Terrarossa, mentre il Sassopiatto e il Sassolungo chiudono un cerchio di naturale roccia Dolomitica straordinario..."
Questa non è soltanto una salita...
È uno di quei momenti che diventano profondamente intimi e contemplativi. La fatica passa in secondo piano, quasi dissolta dall'intensità dei pensieri e delle riflessioni che prendono forma lungo il cammino. Ogni passo diventa un'occasione per osservare, per soffermarsi sui dettagli, anche quelli più lontani e apparentemente nascosti. Sono particolari che la montagna sembra voler custodire gelosamente, quasi fossero segreti riservati a sé stessa.
Eppure, per chi sa fermarsi a guardare davvero, quei dettagli emergono lentamente, rivelando la loro presenza e raccontando storie silenziose che sfuggono agli sguardi più distratti.
Questa non è soltanto una salita...
È un viaggio dentro le emozioni più autentiche, un momento in cui la Natura sembra aprirsi con discrezione e sincerità, mostrando il meglio di sé. Ogni panorama, ogni suono, ogni silenzio diventa parte di un dialogo profondo, capace di trasformare il semplice camminare in qualcosa di molto più grande e significativo.

Il passo segna una naturale linea di confine. All'improvviso, la quiete silenziosa che ha accompagnato il cammino fino a qui viene spezzata da forti correnti d'aria provenienti dai versanti più elevati. Raffiche fresche e impetuose risalgono dalla Val de Dona e sembrano incontrarsi con quelle che scendono con altrettanta forza dalle pendici del Col de Dona.
È come assistere a un dialogo invisibile tra le montagne, un continuo intrecciarsi di correnti che trovano proprio in questo punto il loro luogo d'incontro.
Qui il vento diventa protagonista. Libero, potente e incontrollabile, attraversa il passo con tutta la sua energia, ricordando quanto la montagna sia un ambiente vivo, capace di mutare volto e atmosfera nel giro di pochi istanti. Ciò che fino a poco prima era silenzio e calma si trasforma in movimento e forza, in una manifestazione autentica di quella Natura selvaggia che continua a governare questi luoghi.
Per ora, la Val de Dona rimane un riferimento geografico e panoramico, una presenza costante che accompagna lo sguardo da lontano. Sarà più tardi, attraversando i suoi ampi spazi aperti, i suoi alpeggi, le baite solitarie e il Rifugio Dona, che questo meraviglioso anello troverà il suo compimento. È lì che gli ultimi passi del cammino prenderanno forma, accompagnandomi lentamente verso il ritorno a valle, con quella piacevole sensazione di pienezza che solo una lunga giornata in montagna sa regalarmi.
Pas de Dona - 2516m
"La roccia di Dolomia, quella vera e pura".
All'altezza del Pian da le Gialine, poco sopra il Passo delle Ciaregole, il sentiero scorre leggero attraverso un ampio falsopiano che si apre davanti all'imponenza senza tempo dell'Antermoia.
A monte, le grandi pareti rocciose del Sas de Dona (2665 m) rappresentano il primo, autentico incontro con la Dolomia nella sua espressione più pura e affascinante. Le loro forme severe e luminose catturano lo sguardo, anticipando l'ambiente grandioso che attende poco più avanti.
A valle, invece, lo sguardo si posa sulla Val de Dona, protagonista della seconda parte di questo splendido anello. Il suo verde intenso risplende sotto il sole, disegnando un paesaggio che esercita un richiamo irresistibile, tanto affascinante quanto carico di ricordi.
È una visione che riporta alla mente emozioni lontane, vissute quassù in stagioni ormai trascorse. Momenti che il tempo non ha cancellato e che, davanti a questi panorami, tornano a riaffiorare con la stessa intensità di allora, rendendo il cammino non soltanto un viaggio attraverso la montagna, ma anche attraverso la memoria.

"Ricordi di calde estati, ricordi di colori autunnali..."
Ma da questo momento tutto cambia. Se la Val de Dona, negli anni passati, è stata il teatro di grandi cammini e di emozioni ormai diventate ricordi, il sentiero 580 assume oggi il fascino di qualcosa di quasi sconosciuto.
È passato molto tempo dall'ultima volta che percorsi questi pendii rocciosi per raggiungere il Rifugio Antermoia. Anni che hanno lasciato spazio a nuove esperienze, ma che non hanno cancellato il desiderio di ritrovare quei luoghi.
Eppure, proprio il tempo trascorso rende questo ritorno speciale.
La mente e l'Anima desiderano vivere ogni passo come fosse la prima volta, lasciandosi sorprendere ancora una volta da ciò che attende più in alto. Come se ogni ricordo dovesse essere messo da parte per fare spazio alla meraviglia della scoperta.
È un'esperienza da condividere, da vivere in due, passo dopo passo, mentre il sentiero si innalza tra le rocce e sembra quasi rincorrere il cielo. Un cammino che invita a guardare in alto, ma che allo stesso tempo porta a guardarsi dentro, accompagnando il viaggio con quella miscela di attesa, emozione e stupore che solo la montagna sa regalare.
Raggiungere il Pas de Dona, a 2516 metri di altitudine, è come entrare in contatto con l'anima più autentica e misteriosa dell'Antermoia. La salita che ora mi lascio alle spalle, così bianca e rocciosa da riflettere con intensità il calore del sole, si trasforma nel ricordo di un cammino vissuto con leggerezza e profonda felicità.
Passo dopo passo, la fatica sembra dissolversi, lasciando spazio a una sensazione di benessere difficile da descrivere. È come se ogni parte del corpo ritrovasse improvvisamente un frammento di giovinezza, alimentata dall'energia che solo l'alta montagna sa donare.
Mi sento felice, entusiasta, pieno di vita. Lo sguardo si apre ora verso nuovi orizzonti e punti di vista che il tempo aveva lentamente nascosto nei recessi della memoria. Luoghi che sembrano al tempo stesso familiari e sconosciuti, capaci di regalare quella rara emozione che nasce quando il ricordo incontra nuovamente la meraviglia della scoperta.
Quassù ogni cosa appare più intensa: il silenzio, la luce, il vento e persino i pensieri. È uno di quei momenti in cui la montagna smette di essere soltanto un luogo da attraversare e diventa un'esperienza da vivere profondamente, lasciando che sia il cuore, prima ancora degli occhi, a custodirne il ricordo.

Zaino a terra. Ora è il momento di fermarsi, bere qualcosa e concedersi qualche minuto di riposo. Una barretta energetica accompagna questa pausa, semplice ma preziosa, nel cuore di un ambiente che invita naturalmente a rallentare.
Non è soltanto una sosta per recuperare le energie. È un momento dedicato all'osservazione, alla consapevolezza, alla scoperta. Gli occhi cercano dettagli, prospettive e punti di riferimento; vogliono comprendere dove mi trovo e lasciarsi raccontare da questo paesaggio così selvaggio e autentico.
Attorno a me regna un silenzio maestoso, interrotto soltanto dal vento e da quei suoni discreti che appartengono esclusivamente all'alta montagna. Un silenzio che non appare mai vuoto, ma ricco di presenza, capace di amplificare ogni sensazione e di rendere ancora più profondo il legame con ciò che mi circonda.
In questi istanti il tempo sembra rallentare. Non c'è fretta di ripartire: c'è soltanto il desiderio di osservare, respirare e lasciare che la grandezza di questo luogo trovi spazio dentro di me, trasformando una semplice pausa in un altro prezioso frammento di questa giornata indimenticabile.

Ciò che mi lascio alle spalle va ben oltre la Val de Dona. Oltre quel verde lussureggiante che riveste i versanti e oltre quelle baite che, viste da quassù, appaiono minuscole, quasi sospese nel paesaggio. La distanza ne attenua i dettagli, rendendole piccole e apparentemente irraggiungibili, come frammenti di un mondo ormai lontano. Eppure, proprio da questa prospettiva, la valle rivela tutta la sua bellezza: un mosaico di prati, boschi e pascoli che si estende silenzioso ai piedi delle grandi montagne.
Osservarla dall'alto regala una sensazione particolare. È come prendere le distanze non solo dai luoghi appena attraversati, ma anche dal tempo e dai pensieri che li hanno accompagnati. Il cammino continua a salire, mentre lo sguardo rimane per qualche istante rivolto verso ciò che appartiene già al passato della giornata, custodendone il ricordo prima di volgere l'attenzione a ciò che attende più avanti.
Se volgo lo sguardo alle mie spalle, l'orizzonte si apre in un susseguirsi di montagne straordinarie. I miei occhi si posano dapprima sul Sassopiatto e sul Sassolungo, per poi spaziare verso l'imponente massiccio del Sella e la Regina delle Dolomiti, la Marmolada.
Più lontano emergono le forme inconfondibili del Monte Civetta e del Monte Pelmo, mentre una lunga teoria di creste e vette d'alta quota disegna il profilo delle Dolomiti Agordine e delle Dolomiti d'Ampezzo. In una giornata limpida come questa, ogni montagna sembra vicina, ogni dettaglio trova la propria nitidezza e l'orizzonte pare non avere fine.
È uno spettacolo che lascia senza parole, capace di trasmettere quella sensazione di immensità che solo le grandi montagne sanno regalare.
Come nella vita, anche il cammino insegna a volgere lo sguardo in due direzioni. Alle spalle rimangono le esperienze vissute, i ricordi, i luoghi attraversati e le emozioni che hanno lasciato il loro segno. Davanti, invece, si apre ciò che ancora deve essere scoperto: una nuova prospettiva, una nuova esperienza, una nuova dimensione da vivere.
"Ed è proprio così che mi sento in questo momento"
Dopo una pausa carica di riflessioni e pensieri rivolti a ciò che mi sono lasciato alle spalle, l'attenzione si sposta naturalmente verso ciò che mi attende più avanti. Il passato continua ad accompagnarmi, ma è il futuro del cammino a richiamare ora il mio sguardo e la mia curiosità.
Davanti a me si apre un nuovo capitolo di questa giornata, fatto di luoghi ancora da osservare, emozioni ancora da vivere e panorami che attendono soltanto di rivelarsi, un passo dopo l'altro.
Rifugio e Lago Antermoia - 2496m
Una lunga discesa, leggera e spensierata, vissuta in completa sintonia con il mondo che mi circonda. Il sentiero scorre davanti a me con naturalezza e, passo dopo passo, sembra indicarmi la direzione verso una nuova dimensione del cammino, verso nuovi orizzonti e nuove meraviglie capaci di accendere lo sguardo e alimentare lo stupore.
La Croda del Lago (2806 m) inaugura questo nuovo scenario, aprendosi maestosa davanti a me e accompagnando l'ingresso in un ambiente sempre più selvaggio e affascinante. Anche il Sas de Dona, osservato da questa prospettiva, cambia volto: le sue forme assumono nuovi contorni, rivelando dettagli che fino a poco prima rimanevano nascosti.
Il sentiero scorre dolcemente ai piedi delle sue imponenti pareti, instaurando con la montagna un rapporto quasi confidenziale. La roccia sembra così vicina da poter essere sfiorata con una mano, permettendo di percepirne tutta la forza, la solidità e il fascino senza tempo.
In questi momenti la montagna non è soltanto un panorama da osservare, ma una presenza viva e tangibile, capace di accompagnare il cammino e di far sentire, ancora una volta, piccoli di fronte alla sua immensa grandezza.
La sagoma del rifugio si avvicina sempre di più. Se dal Pas de Dona appariva come un piccolo punto appena distinguibile all'interno di un immenso anfiteatro di roccia, ora emerge lentamente in tutta la sua presenza, rivelando il fascino che da sempre accompagna questi luoghi.
Passo dopo passo, quel minuscolo riferimento osservato da lontano acquista forma e carattere, diventando parte integrante del paesaggio che lo circonda.
Incastonato tra le pareti dolomitiche, il rifugio sembra appartenere a questo ambiente da sempre, quasi fosse nato dalla stessa roccia che lo protegge. Più mi avvicino, più cresce quella sensazione di attesa e meraviglia che accompagna ogni incontro con un luogo tanto desiderato. Non è soltanto una meta da raggiungere, ma un simbolo della montagna vissuta con lentezza, fatica e passione, custodito nel cuore di uno scenario grandioso e senza tempo.

Per ora il rifugio è ancora chiuso, come accade alla maggior parte delle strutture d'alta quota in questo periodo dell'anno.
Ed è proprio questa sua quiete a renderlo ancora più speciale. Una quiete che mi permette di viverlo nella sua essenza più autentica, immerso in un'atmosfera che conserva ancora le ultime tracce dell'inverno appena trascorso.
Silenzioso e quasi isolato dal mondo, il rifugio riposa al centro di questo straordinario ambiente dolomitico. Poso lo zaino a terra e mi concedo il tempo di osservarlo con calma, muovendomi lungo il suo perimetro esterno, dove grandi blocchi di Dolomia raccontano una storia fatta di fatica, ingegno e profondo rispetto per la montagna.
È un rifugio antico, capace di conservare intatto quel carattere che distingue le costruzioni di un tempo. Le sue forme semplici ed essenziali parlano di un'epoca in cui i rifugi erano prima di tutto riparo e accoglienza, luoghi nati per integrarsi con l'ambiente circostante senza alterarne l'equilibrio. Osservandolo non posso fare a meno di pensare a quanto sia prezioso preservare questa eredità. Troppo spesso, oggi, alcuni rifugi subiscono trasformazioni che finiscono per allontanarli dalla loro identità originaria. Qui, invece, sembra sopravvivere ancora lo spirito autentico della montagna: quello fatto di semplicità, storia e rispetto per una cultura antica che merita di essere custodita e tramandata.
"Ancora pochi giorni, e tutto riprenderà a vivere..."
Il lago...
Da ciò che, tra pochi giorni, tornerà ad accogliere escursionisti, custodendo per un'intera estate parole, incontri e segreti di montagna, a ciò che quassù vive da millenni senza mai conoscere interruzioni. Le stagioni si susseguono, gli uomini passano, i rifugi aprono e chiudono le loro porte, ma le montagne rimangono. Immobili e solenni, continuano a vegliare su questi luoghi con la stessa forza e la stessa presenza di sempre.
È un contrasto affascinante: da una parte ciò che appartiene al tempo umano, fatto di attese, racconti e momenti condivisi; dall'altra ciò che appartiene al tempo della natura, lento e immutabile, capace di attraversare i secoli senza perdere la propria essenza.
Ed è proprio in questo incontro tra la storia degli uomini e l'eternità della montagna che questi luoghi trovano il loro significato più profondo.

Cinque minuti appena.
Solo cinque minuti separano il rifugio dalle sponde di uno dei laghi più affascinanti delle Dolomiti. Il Lago d'Antermoia riposa quassù, a quasi 2500 metri di altitudine, adagiato su un ampio pianoro roccioso ai piedi della Croda del Lago. Da millenni osserva immobile il susseguirsi delle stagioni, custode silenzioso delle trasformazioni che hanno modellato questo straordinario paesaggio dolomitico. La sua presenza trasmette un senso di pace e di eternità difficile da descrivere. Circondato dalla roccia e dal silenzio dell'alta quota, appare come uno specchio naturale capace di riflettere non soltanto le montagne che lo circondano, ma anche le emozioni di chi si ferma ad ammirarlo.
In questo periodo dell'anno, con il disgelo ancora in corso, lo ritrovo leggermente diverso rispetto ai mesi estivi. Le sue dimensioni appaiono più contenute, come se l'inverno avesse lasciato una traccia visibile sul suo profilo. Ma è soltanto una condizione temporanea: nelle prossime settimane le acque provenienti dalla fusione delle nevi torneranno lentamente ad alimentarlo, restituendo piena vita a questo magnifico occhio di cristallo incastonato nel cuore dell'Antermoia.

Il Valon de Antermoia si apre come un vasto pianoro roccioso, dove gli spazi sembrano dilatarsi fino a perdere ogni confine. Un ambiente austero e grandioso al tempo stesso, nel quale la dimensione della montagna si manifesta in tutta la sua imponenza.
Il lago, sebbene ancora parzialmente ridimensionato dal disgelo in corso, prova già a riflettere nelle sue acque tranquille le immense creste dolomitiche che lo circondano. Frammenti di roccia, cielo e luce si specchiano sulla sua superficie, creando immagini che cambiano continuamente con il passare delle nuvole e delle ore.
La pace che si respira quassù è qualcosa di straordinario. Un silenzio profondo, fatto di vento leggero, di acqua e di montagne, capace di trasmettere una sensazione di armonia difficile da trovare altrove. Non sono più il solo a godere della bellezza di questo luogo. Qualche altro escursionista si concede una pausa lungo le sponde del lago, ma la vastità dell'ambiente e il rispetto che naturalmente ispira fanno sì che la quiete rimanga intatta. Ognuno sembra trovare il proprio spazio all'interno di questo piccolo angolo di Paradiso, lasciandosi avvolgere dalla stessa meraviglia che da sempre rende l'Antermoia un luogo indimenticabile.
Le nuvole: un elemento che in alta montagna non dovrebbe mai essere sottovalutato.
Nel giro di poco tempo il cielo cambia volto e l'atmosfera assume una dimensione completamente diversa. Minacciose nubi grigie iniziano a raccogliersi sopra le vette, trasformando il paesaggio e regalando alla giornata un carattere nuovo, più severo e imprevedibile. Appena un'ora prima il sole dominava incontrastato il cielo, e il suo calore accompagnava il cammino fino a farsi sentire sulla pelle.
Ora, invece, tutto muta con sorprendente rapidità, come spesso accade in alta quota. La luce si attenua, i contrasti si fanno più intensi e l'ambiente sembra assumere un aspetto più austero e selvaggio. È uno dei tratti più affascinanti della montagna: la sua capacità di cambiare volto nel giro di pochi istanti. Ciò che poco prima trasmetteva serenità e leggerezza si trasforma in qualcosa di più potente e misterioso, ricordando a chi la attraversa quanto sia importante osservare, rispettare e comprendere i segnali che la natura continuamente invia.
Il vento ha cambiato volto. Le sue raffiche portano ora un respiro freddo che attraversa il pianoro e mi costringe ad adattarmi rapidamente a queste nuove condizioni. In montagna basta poco perché l'atmosfera muti, ricordando quanto sia importante saper ascoltare e rispettare ciò che la Natura suggerisce. Mi concedo ancora qualche istante per ammirare il lago e imprimere nella memoria la bellezza di questo luogo straordinario. Poi è tempo di tornare al rifugio e riprendere il cammino. La giornata, infatti, non si esaurisce qui: questo angolo di Antermoia rappresenta soltanto una delle tappe di un viaggio che ha ancora molto da raccontare.
Val de Dona - Rifugio Dona - 2100m
È il momento di volgere nuovamente lo sguardo verso valle. Di risalire al Pas de Dona e ripercorrere quel sentiero che, poche ore prima, mi aveva accompagnato fin quassù tra rocce, silenzi e panorami indimenticabili.
Un ritorno che non ha il sapore della fine, ma quello della continuità. Perché in montagna ogni sentiero percorso una seconda volta regala prospettive diverse, nuove luci e nuove emozioni, trasformando anche il ritorno in una parte preziosa del viaggio.

Il cammino riprende in senso opposto. Lo stesso sentiero percorso poche ore prima accompagna ora una discesa tranquilla, mentre la roccia dell'Antermoia rimane lentamente alle mie spalle, lasciando spazio a nuove prospettive e a nuove sensazioni.
Ritrovo le prime distese erbose del Pian da le Gialine, che tornano ad accogliermi con i loro ampi spazi aperti e la loro quiete senza tempo. Questa volta, però, il percorso non mi riporterà al Passo delle Ciaregole.
Ai piedi del Sas de Dona, il sentiero 580 si stacca sulla destra, invitandomi a seguire una direzione diversa. La segnaletica indica la Val Udai, ma nella mia mente il riferimento rimane la Val de Dona, meta della seconda parte di questa splendida traversata.
Da questo momento il cammino assume il sapore del ritorno, senza però perdere il fascino della scoperta. Ogni passo mi avvicina lentamente alla chiusura di questo meraviglioso anello naturale, mentre la montagna continua a offrire nuovi scorci, nuove prospettive e quella sensazione di libertà che accompagna ogni giornata vissuta tra queste vette.
Dalla lunga discesa il cammino si trasforma in un sentiero che attraversa il cuore verde di questa splendida valle, tagliandola dolcemente tra prati, pascoli e ampi spazi aperti.
Le nuvole continuano ad addensarsi nel cielo, assumendo sempre più quell'aspetto tipico che, in montagna, anticipa l'arrivo dei consueti temporali pomeridiani. Eppure, nonostante i segnali di un cambiamento imminente, continuo a camminare immerso in una perfetta solitudine, accompagnato soltanto dai suoni discreti della Natura.
Attorno a me si susseguono morbide distese erbose, interrotte qua e là da piccoli fienili e antiche costruzioni rurali che raccontano la storia e la tradizione di queste montagne. Poco più in là, eleganti baite private si inseriscono con naturale armonia nel paesaggio, come se fossero sempre appartenute a questi luoghi. È uno scenario semplice e autentico, dove l'opera dell'uomo e la natura convivono in perfetto equilibrio, contribuendo a creare quell'atmosfera di pace e bellezza che rende questa valle così speciale.
Atmosfera, pace e bellezza. Sono queste le sensazioni che accompagnano il mio cammino mentre osservo le poche persone che incontro lungo il percorso.
Sono i fortunati proprietari di queste baite, uomini e donne che sembrano appartenere a questi luoghi con la stessa naturalezza dei prati, dei boschi e delle montagne che li circondano. Li vedo intenti nelle loro attività quotidiane o semplicemente immersi nella quiete di questo ambiente senza tempo, mentre si godono un silenzio che quassù sembra scorrere con un ritmo diverso da quello del mondo di valle.
C'è qualcosa di profondamente armonioso nel loro modo di vivere questi spazi. Una semplicità autentica che si fonde perfettamente con il paesaggio e che trasmette una sensazione di serenità difficile da descrivere. Gli incontri si limitano a un rapido saluto, discreto e sincero. Un gesto semplice, accompagnato da quella giusta distanza che il rispetto suggerisce di mantenere. Perché questi luoghi, prima ancora di essere attraversati da chi cammina, appartengono a chi li vive ogni giorno e ne custodisce con silenziosa dedizione la storia, l'identità e l'anima più autentica.

"Il vento acquista sempre più forza"
Dai versanti superiori dell'Antermoia, che solo poche ore prima mi avevano accolto sotto il tepore di una splendida giornata dal cielo azzurro, avanzano ora nuvole grigie e minacciose, pronte a spezzare quella pacifica armonia che fino a poco fa avvolgeva ogni cosa. La montagna cambia volto con sorprendente rapidità. La luce si fa più tenue, i colori più intensi e l'atmosfera assume quel carattere mutevole e affascinante che appartiene alle alte quote.
Il vento percorre la valle con energia crescente, disegnando eleganti e insolite coreografie tra l'erba alta dei prati.
Le raffiche ne accarezzano le sommità, creando onde leggere che si rincorrono lungo i pendii come un mare verde in continuo movimento.
Intanto, le prime timide gocce di pioggia iniziano a farsi sentire, trasportate dal vento e guidate dal suo ritmo irregolare. Sono ancora poche, quasi impercettibili, ma sufficienti a ricordare come in montagna ogni equilibrio sia fragile e ogni istante possa trasformarsi in qualcosa di nuovo.
È il preludio di un cambiamento che, anche nella sua apparente severità, conserva un fascino irresistibile e autentico.
Giusto il tempo di raggiungere il Rifugio Dona (2100 m), e la montagna cambia definitivamente volto. Come se avesse atteso il mio arrivo, Madre Natura libera tutta la sua energia, riversando sulla valle pioggia e raffiche di vento sempre più intense.
Arrivo appena in tempo. Il necessario per varcare la soglia del rifugio e trovare riparo mentre, all'esterno, il temporale prende possesso del paesaggio.
Le gocce battono sui prati e sui tetti con forza crescente, mentre il vento attraversa la valle senza incontrare ostacoli, piegando l'erba e scuotendo ogni cosa lungo il suo cammino. Osservare questo improvviso cambiamento da un luogo sicuro accresce ancora di più il rispetto per la montagna e per la sua capacità di trasformarsi nel giro di pochi istanti.
Solo pochi minuti prima il cammino si svolgeva sotto una luce diversa; ora il rifugio diventa un porto sicuro nel cuore della tempesta, un luogo accogliente dove concedersi una pausa e lasciare che la natura segua il proprio corso.
Come il più distante Rifugio Antermoia, anche il Rifugio Dona si trova ormai alle ultime battute del suo lungo riposo invernale. Le porte sono ancora chiuse e tutto sembra immerso in una quiete sospesa, ma l'impressione è che manchi davvero poco al ritorno della vita tra queste mura.
L'atmosfera è quella tipica della fine della primavera: un tempo di attesa, di preparativi silenziosi e di promesse che guardano alla stagione imminente.
Basta osservare il rifugio per intuire che tra poche settimane tornerà ad animarsi, pronto ad accogliere una nuova estate di incontri, racconti e cammini.
Presto le sue stanze e i suoi tavoli vedranno nuovamente il passaggio degli escursionisti, mentre le voci dei viandanti si mescoleranno al vento e ai suoni della montagna. Tornerà a essere quel punto di riferimento sicuro e accogliente che, stagione dopo stagione, offre riparo, ristoro e un momento di condivisione a chi attraversa questi luoghi.
Per ora, però, il rifugio conserva ancora il fascino discreto dell'attesa, custodendo nel silenzio gli ultimi frammenti dell'inverno appena trascorso e preparandosi, con calma e naturalezza, a una nuova stagione tra le montagne.
Un rifugio naturale, seppur temporaneo. Un luogo dove attendere con calma che Madre Natura esaurisca la sua improvvisa irruenza e lasci spazio, ancora una volta, alla quiete.
Il tempo scorre lento mentre la pioggia perde gradualmente intensità e il vento smorza la sua forza. Poi, quasi all'improvviso, i primi segnali di cambiamento: le nuvole iniziano ad aprirsi, lasciando filtrare timidi raggi di luce che tornano a illuminare la valle.
Poco alla volta il cielo si rischiara, le nubi si diradano e il calore del sole torna a farsi sentire. È uno di quei momenti che la montagna regala con sorprendente naturalezza, quando la tempesta diventa soltanto un ricordo e il paesaggio ritrova la sua serenità.
Come se nulla fosse accaduto, la valle riprende a respirare sotto una nuova luce, mentre il cammino può finalmente continuare accompagnato da quella sensazione di rinnovata armonia che segue ogni temporale.
Rientrare nuovamente a valle significa tornare lentamente a contatto con quella dimensione in cui la quotidianità, con i suoi ritmi frenetici e la sua continua fretta, riprende inevitabilmente il proprio spazio.
Il sentiero si immerge ancora una volta nel bosco, seguendo la strada forestale che scende dolcemente verso Campestrin e Fontanazzo. Passo dopo passo, le alte quote e i grandi silenzi dell'Antermoia lasciano il posto a un ambiente più familiare, accompagnando con discrezione gli ultimi chilometri di questa lunga giornata.
Il cammino mi riporta così a Campitello di Fassa, il luogo che nelle prime ore del mattino mi aveva accolto e aperto le porte di questa nuova avventura. Ritornarvi ha un sapore particolare: quello dei cerchi che si chiudono, delle emozioni vissute e dei ricordi che iniziano già a trovare il loro posto nella memoria. La montagna rimane alle spalle, ma soltanto fisicamente. Perché tutto ciò che ho osservato, respirato e vissuto lungo questo percorso continua ad accompagnarmi, rendendo il ritorno non una fine, ma l'ultimo prezioso capitolo di un'altra straordinaria giornata tra le Dolomiti.
Stefano
Note tecniche
🥾 Visto la lunghezza dell'intero anello, consiglio di raggiungere il Rifugio Micheluzzi utilizzando il servizio navetta che da Campitello di Fassa collega al rifugio.
Questo per evitare circa 90 minuti di cammino in più e un dislivello ulteriore di +420m
🛖 Rifugio Antermoia aperto dal 12 giugno al 11 ottobre
🛖 Rifugio Dona aperto dal 10 giugno fino a fine settembre (da verificare in loco)
🛖 Rifugio Micheluzzi da inizio giugno a metà ottobre - giorno di chiusura estiva il mercoledì
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