Cinque Torri, museo alla vita
- Stefano

- 4 giorni fa
- Tempo di lettura: 11 min
Oltre la roccia, un ricordo per sempre.
La guerra, oscura incarnazione del male. La Grande Guerra, quella che tra il 1914 e il 1918 lacerò l’esistenza di migliaia di giovani, strappati troppo presto alla vita. Erano figli di una generazione condannata a morire in modo crudele per una causa che non avevano scelto, sacrificata a un conflitto che, tra le vette delle Dolomiti, seminò sangue e indicibile sofferenza.
Le Dolomiti: uno degli scenari più feroci e disumani, dove la furia cieca di quell’oscura incarnazione del male consumò intere generazioni di “giovani ragazzi”, perduti tra il silenzio delle rocce e il fragore delle armi.
Parlare delle Dolomiti e di ciò che la Grande Guerra lascia è richiamare alla mente un senso di rispetto che, di generazione in generazione, non dovrebbe mai venir meno nelle riflessioni sulla vita. È una memoria collettiva, un’eredità di dolore e di coraggio, dove l’esempio scaturito da quegli anni tanto cruenti e disumani dovrebbe ergersi a monito per chi verrà dopo.
Eppure questo pensiero, così necessario, sembra non trovare compimento: il mondo di oggi ne è la prova vivente, testimone di quanto poco abbiamo appreso da quelle ferite incise nella storia.
Ma per compiere tutto questo è necessario immergersi di nuovo in quel tempo, in quel mondo così distante da noi, talvolta persino sconosciuto. Occorre tornare a dare voce e respiro a momenti che, nella nostra quotidianità “comoda” e distratta, sembrano svaniti, sospinti lontano dal vento dell’oblio.
Le Cinque Torri
Sono certamente uno dei simboli più eloquenti di quell’angolo delle Dolomiti d’Ampezzo che, geograficamente, non dista molto dal confine regionale che separa il Veneto dall’Alto Adige. Le Cinque Torri, che un tempo si ergevano in posizione “strategica”, oggi sono divenute un punto naturale e turistico di grande rilievo. Un’importanza che allora aveva tutt’altro scopo: da quelle rocce si scrutavano orizzonti di guerra, e il nemico non era che a poche centinaia di metri, in un confronto serrato che trasformava quelle cime maestose in un teatro di tensione e pericolo.
Per riportare alla memoria gli attimi di quelle epoche ormai lontane, nulla mi sembra più adatto che dedicare un’intera giornata a ciò che oggi conosciamo come il Museo della Grande Guerra delle Cinque Torri. Proprio lassù, ai piedi di quelle torri di Dolomia, sopravvivono ancora le baracche e le trincee, disposte con cura sui punti di osservazione che un tempo ebbero valore strategico. È una testimonianza autentica, dove la buona conservazione dell’intero sito permette un vero e proprio viaggio nel tempo, un percorso che intreccia memoria e stupore, raccogliendo in sé il peso della storia e la singolare bellezza di questo luogo.

Rifugio Cinque Torri - 2157m
Da Cianzopè al Rifugio Cinque Torri il cammino scorre quieto, immerso in un bosco che avvolge e protegge, e solo per un breve tratto si apre per concedere il primo scorcio sulle torri di roccia, ancora lontane ma già maestose. La prima parte segue quella strada stretta che sale verso il rifugio, un nastro d’asfalto che guida i passi senza entusiasmo, finché quasi subito devio a sinistra, seguendo l’istinto dell’escursionista che in me reclama il suo spazio. Un sentiero facile, invitante, che mi riporta al silenzio della montagna.


E così mi allontano dalla strada: piccola, sì, ma sufficiente a evocare il ricordo del traffico estivo,
quando quassù arriva quella categoria di “escursionisti” più incline alla pigrizia che al piacere autentico del cammino. Qui invece ritrovo l’armonia del passo, la compagnia degli alberi, e la promessa discreta delle Torri che attendono più in alto.
L’atmosfera ha qualcosa di irreale. Un sole pallido, quasi esitante, tenta con fatica di ritagliarsi un varco attraverso il velo sottile che copre il cielo, mentre i primi presagi di nuvole iniziano già a tracciare sulle maestose pareti della Tofana di Rozes delicate geometrie naturali.
Le previsioni non giocano a mio favore per il resto della giornata, ma in fondo è proprio ciò che desidero. È ciò che chiedo — quasi impongo — a queste ore: la possibilità di vivere momenti capaci di avvicinarmi, anche solo per un istante, alle difficoltà che gli stessi elementi della Natura imposero ai giovani soldati che qui affrontarono la stagione più dura della loro storia.
I primi freddi, quelli autentici. Quel gelo tagliente che il vento, sceso dalle valli più basse, raccoglie e si amplifica man mano che risale verso i crinali più alti di queste montagne. Nel bosco tutto questo si smorza, per ora: un respiro più quieto, una tregua temporanea.
Ma mi basta emergere dal suo riparo e raggiungere il rifugio per essere nuovamente esposto alla furia di queste raffiche poderose. È allora che lo spettacolo della Natura si dispiega in tutta la sua ampiezza: dagli spazi vasti che si aprono verso la Croda da Lago e il Lastoi de Formin, lo sguardo si allarga fino al Nuvolau e all’Averau, dove il vento modella l’aria e il paesaggio assume una forma nuova, più intensa, più viva.

Il rifugio è chiuso, e la torre maggiore si innalza solitaria verso il suo cielo, severa e fiera come una sentinella di pietra. Mi concedo una pausa di riflessione, che celebro nel modo a me più caro: restando immobile, ascoltando il respiro della montagna. L’atmosfera è straordinaria.
La lieve velatura che fino a poco fa copriva il cielo si dissolve con lentezza, accompagnata da un tempo dilatato, silenzioso, quasi sospeso. Al suo posto avanzano cumuli più imponenti, carichi di sfumature che richiamano pioggia — una pioggia che, a queste quote, potrebbe trasformarsi da un momento all’altro in una nevicata improvvisa, meravigliosa, capace di cambiare il volto del paesaggio come un incantesimo d’alta quota.
Un rifugio chiuso è per me sempre un invito alla riflessione, un momento di attenzione silenziosa. Mi coglie una lieve malinconia mentre osservo questo luogo che, per ragioni solo mie, rimane indimenticabile. Una moltitudine di ricordi riaffiora: le estati trascorse, le esperienze condivise, lo spuntino di metà mattinata o il pranzo capace di soddisfare ogni desiderio dopo la fatica del cammino. La sua posizione privilegiata, e la facilità con cui lo si può raggiungere anche in auto, gli sottraggono quella sorta di sacralità che attribuisco ai rifugi conquistati solo con la fatica e le proprie gambe. Qui è diverso, sì. Eppure sono proprio i ricordi a mantenerlo vivo dentro di me, a custodire il legame con questo luogo che, nonostante tutto, continua a parlarmi con la stessa dolcezza di sempre.

Questa zona non può certo essere definita tranquilla. Durante l’Estate, le vicine strutture turistiche richiamano folle di visitatori, un turismo di massa che troppo spesso si manifesta più per il frastuono che per l’autentica meraviglia del luogo. Oltre alla comoda stradina che serpeggia tra i pendii, diversi impianti a fune permettono al “grande caos” di insinuarsi in questi spazi con una facilità quasi disarmante.
Ed è da tutto questo che nasce il mio naturale distacco: un modo di vivere e osservare la montagna che prende le dovute distanze da ciò che, a tratti, mi appare come un vero e proprio “massacro” della sua quiete e del suo silenzio.

La Natura sembra ora volermi fare il regalo più prezioso. Improvvisamente, mentre seguo il facile sentiero che aggira la torre maggiore e mi conduce verso il momento più significativo della mia giornata, un leggero strato di neve ricopre l’intera area, trasformando il paesaggio in un incanto silenzioso. È quel versante che, volgendo lo sguardo verso il Passo Falzarego, si apre in un panorama straordinario: dal Lagazuoi, la vista si estende fino al Gran Lagazuoi, per culminare nella magnifica visione della Tofana di Rozes, monumentale e maestosa, come scolpita dalla mano stessa della montagna.

Il mio viaggio nel tempo ha inizio proprio qui. Fin da subito, sembra che nulla manchi: ogni elemento è presente, come scelto con cura da un regista invisibile. Le nuvole dense e imponenti, il freddo pungente alimentato da un vento sempre più autorevole, la neve che si stende sul terreno, tutto concorre a creare un’atmosfera completa, quasi tangibile.
È una perfetta armonia di elementi, che si accorda senza sforzo con le condizioni che quei poveri soldati dovettero affrontare. Nessuna comodità, nessun conforto moderno: solo le dure difficoltà che la guerra di quegli anni imponeva, e che ora, in questa quiete apparente, riesco a percepire con tutta la loro crudele verità.
Il Museo
Lascio da parte la mia “veste” da escursionista e cerco di immergermi in questo viaggio assumendo lo sguardo di un soldato, di un possibile testimone silenzioso di un luogo che custodisce una storia lunga oltre un secolo.
I primi baraccamenti si rivelano immediatamente. Ciò che all’inizio appare come un semplice sentiero escursionistico, che aggira le torri, prende quasi subito la forma di una piccola trincea, guidandomi senza scampo all’interno di questo mondo antico. Un passo dopo l’altro, una baracca dopo l’altra, il passato si dispiega davanti ai miei occhi, palpabile e inquietante, come se il tempo stesso avesse deciso di fermarsi qui.

In ogni punto, una tabella racconta la sua storia. Ogni riga svela con precisione ciò che, davanti a me, un tempo era teatro di guerra. Quattro mura di legno, adibite a magazzino per armamenti, o a infermeria da campo che, in certi momenti, si adattava persino alla distribuzione del rancio. Punti di osservazione e terrazze di roccia chiara, dove cannoni e mitragliatrici di grosso calibro scrutavano il nemico, che dal lontano Lagazuoi teneva sotto pressione i nostri soldati ai piedi delle torri. Le trincee si fanno via via più dense e complesse, un labirinto di morte che sembra voler catturare chiunque osi percorrerlo.
Tutto è rigorosamente di legno, fragile eppure determinato, esposto ai venti gelidi e al gelo dell’Inverno, testimone silenzioso della fatica e del coraggio di chi le abitò.


Un labirinto, certo, ma non di quelli costruiti per il nostro divertimento. Qui ogni angolo, ogni trincea e ogni passaggio seguiva una logica militare, fredda e rigorosa, dove l’umanità aveva poco spazio. Ben organizzato dal punto di vista strategico, questo sistema di difese si trovava però a oltre 2200 metri di quota, dove l’Inverno si contava in mesi interminabili.
Nessuna protezione, nessuna barriera poteva attenuare il gelo che, soprattutto durante la notte, scendeva senza esitazione fino a toccare i -20°. Dalle strutture più solide e ben costruite alle trincee scavate direttamente nella roccia, tutto era concepito con un unico scopo: sfruttare gli scollinamenti naturali per mimetizzarsi, rendendo invisibile agli occhi del nemico ogni movimento, ogni presenza. Qui, la guerra e la Natura si fondevano in un equilibrio spietato e silenzioso.


In ogni baracca mi soffermo a lungo, concedendomi minuti preziosi di silenzio. Chiudo gli occhi e ascolto il frenetico rumore del vento che si insinua con forza tra le pareti, allora certamente malconce e disordinate. Percepisco il freddo, sento le scariche gelide penetrare sul viso, e, per un attimo, mi sento solo parzialmente testimone di quel tempo.
Il mio abbigliamento tecnico mi protegge, mi tiene al riparo da tutto questo, eppure non posso evitare di immedesimarmi in quel soldato: con la divisa estiva, senza guanti, con scarponi fradici e consumati dall’umidità, che scrutava la lunga notte con la speranza fragile di svegliarsi ancora vivo al mattino. In quel silenzio, in quel gelo, la sua presenza sembra respirare accanto alla mia.
La guerra nel cuore di una Natura meravigliosa...



La mia mattina scorre così, da una baracca all’altra, immersa nel silenzio e nel freddo crescente. Il cielo si fa sempre più carico di nuvole minacciose, mentre dai punti di osservazione e da ogni postazione il panorama si apre verso i versanti a nord. Lì, non c’è solo la maestosa Rozes, ma tutta la valle che innalzandosi verso il cielo si trasforma, ai miei occhi, in un vero Paradiso in terra. Un luogo che, nella nostra quotidianità, diventa perfetto per camminate tranquille e lunghi trekking. Ma resta un segreto solo nostro, un frammento di Natura sospeso, custodito gelosamente tra cielo e montagna.
In ogni angolo si posa un pensiero. Mi chiedo quante vite abbiano trovato qui la morte. Quante sofferenze e quanto sangue custodiscono le travi delle baracche e le bianche pietre di Dolomia che scandiscono le lunghe trincee, quei budelli stretti, carichi di neve.
Se non si periva sotto le bombe, si soccombeva alle ferite, alla cancrena, in una sofferenza che sfidava ogni misura umana, mentre nella disperazione più totale si invocava persino il nome della propria madre. Un aiuto impossibile, mai arrivato, che tuttavia accompagnava l’anima di quel povero essere umano fino alla morte più cruenta. Qui il tempo sembra essersi fermato, e ogni passo echeggia dei silenzi di chi non ha più voce.
Il valore
Tutto questo è solo una piccola parte di ciò che dedico a questa giornata così particolare. L’atmosfera che si crea è orchestrata con maestria dalla Natura stessa: le nuvole che scorrono lente, il vento gelido che sferza i crinali, il freddo che si insinua tra erba e roccia, tutto concorre a restituire, con perfetta precisione, l’idea di ciò che quassù rappresentava per quei “ragazzi eterni” un’orribile quotidianità.
Quattro lunghi anni vissuti come prede, destinate a nutrire la bestia implacabile della guerra, in un ciclo di paura e dolore che nessuna generazione dovrebbe mai conoscere. Qui, tra vento e pietra, la memoria di quegli anni sembra respirare ancora, silenziosa e implacabile.
Generazioni di giovani, ragazzi senza distinzione di bandiera, si ritrovarono quassù. Da una parte e dall’altra si fronteggiavano esseri umani innocenti, privi di responsabilità, vittime di una guerra non voluta ma imposta. Un conflitto nato da cause senza volto, senza padrone, e che lasciava solo vittime. Così come accade in ogni guerra, ieri come oggi, dove con un’arma in mano e il destino segnato dal sangue vige una sola regola brutale: la tua morte per la mia vita.
Qui si moriva in mille modi, e ogni istante era sofferenza. Una sofferenza disumana, condivisa con chi, in un modo o nell’altro, sperava almeno di accelerare l’arrivo di quel destino atroce, come se la rapidità potesse rendere meno dolorosa la fine. In questo spazio di roccia e gelo, la storia non ricorda eroi, ma giovani vite spezzate, uguali oltre ogni trincea.
Rendere valore a questi esseri umani significa rendere onore e memoria alla nostra libertà, che ancora oggi porta sulle spalle il sacrificio di sangue di migliaia di giovani. La memoria oltre il trekking, il valore oltre qualsiasi pensiero superficiale. La nostra società moderna sembra allontanarsi sempre più da luoghi come questi.
A volte mi capita di attraversarli e di sentirli come veri libri di storia a cielo aperto. E quante volte mi sorprendo a osservare l’assoluta indifferenza di chi, passando con disinvoltura tra queste testimonianze, non coglie nemmeno per un istante la profondità storica e umana del luogo che attraversa. Sono attimi in cui comprendo quanto fragile sia la memoria, e quanto urgente sia ricordare, anche solo con un passo rispettoso su questa terra che non ha ancora smesso di raccontare.
Le nuove generazioni dovrebbero essere coinvolte più profondamente in luoghi come questi. La conoscenza custodita da questi musei della memoria dovrebbe diventare parte integrante dell’educazione, per insegnare quanto dolore e quanta disumanità porti con sé una guerra. La morte, quella più atroce e inaccettabile. Il dolore silenzioso di una madre e di un padre che non vedranno mai più tornare a casa il proprio figlio, e che dovranno convivere con quella ferita per tutta la loro vita terrena.
Quanti dispersi, quanti mutilati privati perfino della dignità, quanti morti dopo la guerra, consumati dalle conseguenze invisibili: dalle armi chimiche, dalla polmonite, da malattie che allora erano inevitabili e quasi incurabili. Luoghi come questi parlano ancora per loro, e ricordano ciò che non possiamo permetterci di dimenticare.
Ritornare alla “normalità” diventa ora un compito arduo. I pensieri più profondi, quelli che affondano le radici nell’intimo, restano immobili, come trattenuti dal tempo. Rimangono custoditi dentro quel nucleo abitativo che, ancora oggi, appare come una delle più potenti testimonianze di ciò che la storia ci ha consegnato: una storia scritta nel sangue, che narra un sacrificio capace di oltrepassare ogni limite umano.
Riprendo il cammino della quotidianità, seguo il sentiero che torna a essere quello dei turisti frettolosi di qualche ora fa, ignari e veloci. Raggiro la base delle Cinque Torri e mi immergo di nuovo nel mio mondo, quello stesso mondo che, nella vita di tutti i giorni, finisco spesso per respingere. Ora, però, mi accoglie in silenzio, come se sapesse che una parte di me è rimasta là, sospesa nella memoria.
La mia è una speranza che si protende verso le nuove generazioni, a coloro che, rifiutando la guerra, scelgono di dedicare il proprio tempo a custodire ciò che resta di questo museo di pietra e memoria. Che possano farne un monito eterno, testimonianza di un sacrificio che mai più dovrà essere ripetuto.
E tu, amico o amica che stai leggendo, ricorda: quando sali fin quassù, o percorri altri luoghi segnati dalla Grande Guerra, mentre cammini con passo leggero tra queste rocce, non dimenticare chi qui ha vissuto la paura, l’attesa, il dolore. Rispetta il silenzio che li avvolge: è il silenzio che meritano. La mia libertà, la tua, la nostra, è figlia del loro sacrificio. Una libertà che nasce da una morte consumata nella sofferenza più disumana, e che proprio per questo ci chiede di non dimenticare mai.
Una preghiera per tutti loro...
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Stefano








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