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SILENZIO - TEMPO  -  MISURA

La magia silenziosa del Gampenwiese

  • Immagine del redattore: Stefano
    Stefano
  • 8 ore fa
  • Tempo di lettura: 13 min

La Gampenalm in Val di Funes



Sono trascorsi poco più di quattro mesi da quando mi congedai dalla Val di Funes, affidandole una promessa sussurrata tra i prati e le cime: sarei tornato presto. Allora l’autunno aveva steso il suo manto ardente sulla valle, e ogni cosa pareva parte di un dipinto vibrante, acceso da quell’infinita trama di sfumature che solo questa stagione sa donare alla Natura. I boschi ardevano di rame e d’oro, i pascoli respiravano una quiete antica, e quell’angolo unico dell’Alto Adige si offriva allo sguardo come una visione sospesa, fragile e perfetta.


Oggi quella promessa trova compimento. Vi ritorno guidato dallo stesso desiderio, ma sotto un cielo mutato, in cui l’inverno riscrive i contorni del mondo. La valle tace sotto la neve, i suoni si fanno ovattati, e ogni prospettiva cambia, come se una mano invisibile avesse riplasmato l’orizzonte. I colori non scompaiono: si trasformano. Si fanno più puri, essenziali, quasi segreti, al cospetto della maestosa catena delle Odle, che si innalza immobile e solenne, custode di stagioni, di ritorni e di promesse mantenute.



Le Odle
Le Odle


Quella delle Odle è una magia sospesa nel tempo, un incanto che si rinnova nel lento avvicendarsi delle stagioni, come se ogni mese ne ridefinisse i contorni con mano paziente, cesellandone forma ed eleganza. L’inverno ne custodisce il profilo, ma lo trasfigura: riveste le pareti millenarie di un manto bianco, docile e leggero, che ne addolcisce le asprezze e ne amplifica il silenzio. All’alba, le nuvole basse si raccolgono attorno alle cime, avvolgendole in un abbraccio quieto, quasi a proteggerne l’apparente fragilità.

Eppure è soltanto un’illusione. Sotto quella coltre soffice dimora la forza antica della roccia, immutabile e vigile. Tutto tace nelle prime, fredde ore di un giorno carico di promesse. La neve ha smesso di cadere da poche ore, lasciando nell’aria una limpidezza nuova, e il mio cammino si apre ora lieve e naturale, affondando in quella trama candida che attutisce i passi e invita al raccoglimento, come se la montagna stessa chiedesse rispetto e ascolto.




Zannes - 1680m


Il luogo dove tutto ha inizio. Una radura boschiva in cui poche, piccole baite trovano il loro rifugio naturale, quasi nate dal legno e dalla resina che le circondano. Ora sono chiuse, consegnate al lungo respiro dell’inverno, abbandonate a quell’attesa placida e composta che solo ambienti come questi sanno trasformare in pace. Il silenzio dei boschi non è vuoto: è un lento, invisibile battito che custodisce il tempo, lo dilata, lo purifica.

Un ampio parcheggio accoglie viandanti e sognatori, soglia discreta di un mondo escursionistico che non conosce confini. È il punto di partenza di un cammino che può condurre lontano o avvicinare, passo dopo passo, alla possente mole delle Odle. Tutto dipende dalla scelta, dalla direzione che il cuore decide di seguire.


Loro, intanto, restano. Impassibili, fiere, immobili nella loro avvincente bellezza. Custodi silenziose di ogni partenza e di ogni ritorno, osservano l’uomo attraversare il loro regno senza che nulla, davvero, scalfisca la loro eterna maestà.






Una lunga e ampia strada forestale si snoda tra i boschi, tracciando una linea chiara nel cuore silenzioso della montagna. In inverno diventa un sentiero docile, facile e sicuro, una guida discreta nei lenti passaggi di stagione. La neve semplifica, raccoglie, delimita. L’inverno, si sa, riduce i movimenti e restringe gli spazi che nelle altre stagioni mi invitano a salire più in alto, verso quel cielo limpido che incornicia le mie Dolomiti, montagne che sento intime e sacre.

Sulla carta è il sentiero 33.

Un numero soltanto, eppure è l’inizio di tutto. Punta verso una delle malghe che punteggiano la Val di Funes, lungo il mio Gampenwiese: Malga Kaserill, la Kaserill Alm.


I boschi sembrano immutabili nel tempo.

La lunga strada sale tranquilla, serpeggiando nel cuore di queste foreste secolari. Il cielo grigio non altera il paesaggio, anzi: rende tutto più autentico, più selvaggio. È proprio questa Natura aspra e silenziosa a distinguere luoghi così lontani dalla civiltà e da ciò che, nella quotidianità, spesso appesantisce l’anima. Le strade battute nella neve non sono soltanto un percorso che conduce a una meta precisa. Sono un cammino interiore.

Passo dopo passo, mi accompagnano verso un senso di libertà, nel cuore vivo di quella pace profonda che oggi sento di cercare e di cui ho bisogno.







La mia giornata si apre poche ore dopo due giorni di nevicate intense, quando il mondo sembra essersi fermato sotto un manto candido e ovattato. Ogni dettaglio, dai rami degli alberi ai prati nascosti, trasmette una purezza quasi tangibile, come se la neve avesse riscritto ogni contorno con mano delicata. Nonostante la fresca coltre bianca, i varchi aperti dalle autorità locali invitano a inoltrarsi senza esitazione in questo paesaggio sospeso, silenzioso e immobile.

Eppure, tutto ciò che appartiene alla Natura rimane intatto: le rocce, gli alberi, i pendii, intoccabili dalla mano dell’uomo, custodi di un equilibrio antico e immutabile.


I punti di vista verso le Odle sono pochi, appena lo stretto necessario per quelle prime pause che invitano a fermarsi, riflettere e assaporare la maestosa grandezza di queste immense pareti. Qui si percepiscono i primi sussulti, i primi scorci che avvicinano l’animo alla roccia millenaria, alla sua forza silenziosa e senza tempo.

Il mio cammino, però, oggi seguirà un’altra direzione: lontano da questo limite, ma non senza donarmi nuovi punti di vista, in cui tutto si racconta da sé. Uno spettacolo che si apre in un unico abbraccio naturale, dove la bellezza non si limita alle Odle, ma si estende al paesaggio intero, come un racconto che avvolge e accoglie lo sguardo in un’armonia senza confini.






Un cammino senza tempo, dove lo spazio disegna un mondo immutato, fermo davanti alla frenesia della quotidianità, lontana e quasi irreale. La neve attutisce ogni suono, avvolge tutto in un silenzio ovattato, concedendo libertà solo alle acque placide e dolci del torrente Kaserill e al volo leggero di qualche uccello, che si confronta naturalmente con un vento gentile.

I miei passi, vigorosi ma leggeri, si adagiano sugli strati di ghiaccio lasciati dall’uomo e dalle macchine. Le macchine, sì, l’unica presenza innaturale, compiuto il loro dovere svaniscono rapidamente, lasciando intatto e integro l’intero mondo che mi ospita, pronto a raccontarsi nella sua armonia silenziosa e senza tempo.






Kaserillalm - Malga Kaserill - 1920m


Entrare nel Gampenwiese è come immergersi in un nuovo viaggio nel tempo. I boschi si diradano lentamente, lasciando spazio ai vasti prati che animano i grandi alpeggi lungo i versanti principali della Val di Funes. In lontananza, le Odle iniziano a svelare la loro maestosa bellezza, mentre a Malga Kaserill trovo il primo caldo ristoro: un caffè di metà mattina che scorre come oro liquido.

La giornata è fredda, ma vibrante di quell’energia sottile in cui ogni confine stagionale sembra dissolversi. Davanti a me si aprono angoli di natura selvaggia e incontaminata, luoghi in cui le emozioni si liberano senza freno.

Se i boschi, poco prima, trattenevano certi sentimenti, raggiungere la Kaserill è come dare respiro a un mondo che, a cielo aperto, trova la sua giusta dimensione per accogliere ogni vibrazione interiore, trasformando il paesaggio in un riflesso della mia Anima.



Kaserillalm - 1920m
Kaserillalm - 1920m


È solo una delle tante malghe aperte al turismo anche in inverno, eppure la sua ospitalità va oltre una semplice colazione o un caffè veloce. La pausa pranzo qui diventa un rifugio ideale, un luogo dove sostare qualche ora, immersi nel silenzio, in una perfetta contemplazione della valle e del tempo sospeso. Se nel mio itinerario la Gampenalm rappresenta il riferimento della giornata, la Kaserill non è solo una pausa perfetta: è il punto da cui proseguire, cercando quote più alte per abbracciare con lo sguardo l’intera Val di Funes, tutta vestita di bianco.

Non so fino a dove arriverò, ma ogni passo aggiunto mi avvicina sempre di più al cielo, trasformando la salita in un dialogo silenzioso tra me e le montagne.


Il sentiero per la Gampenalm si stacca qualche centinaio di metri prima della Kaserill, che qui diventa un punto di riferimento, un segno tangibile di deviazione e di arrivo. Nella mia mente, la Kaserill si materializza lungo la lunga valle boschiva, come un filo che guida i miei passi tra gli alberi e le rocce. Il Col de Poma, con i suoi 2422 metri, e la Worndleloch Alm accompagnano la mia vista da circa un’ora, fari silenziosi nella vastità dei pendii. La Worndleloch, in particolare e da me visitata in autunno, possiede un fascino quasi incantato: un alpeggio solitario, adagiato all’interno di un ampio vallone che si stende tra il Col de Poma e il Ringspitz, i due versanti opposti che segnano i margini maestosi dell’intera valle.

Vorrei raggiungerla, o almeno avvicinarmi a quel luogo che, nella mia memoria, è la cartolina perfetta di questa valle, Odle comprese in un angolo sospeso tra la realtà e l’immaginazione, dove la Natura si distende in silenzio e il tempo sembra fermarsi.


È in me, da sempre e per scelta, il desiderio di muovermi durante la stagione bianca senza l’ausilio delle ciaspole. Amo quella sottile connessione con la terra, sentire il passo aderire al suolo, anche se la neve attenua questa sensazione e ne mette alla prova i confini. Le ciaspole, certo, hanno il loro posto, ma solo quando i miei programmi mi concedono la libertà di scivolare su neve fresca, di seguire un ritmo dettato unicamente dalla mia volontà.

Oggi, invece, scelgo di camminare senza, di lasciare che sia la Natura a tracciare i limiti, a segnare confini che scoprirò passo dopo passo, a imparare dai suoi gesti e dalle sue pendenze. Ogni passo diventa allora una scoperta, ogni respiro un dialogo silenzioso con il mondo bianco che mi circonda.






La strada battuta si fa più impervia, richiedendo attenzione e forza, mentre il Col de Poma si erge davanti a me come punto di riferimento. Lascio alle spalle i prati alti e le malghe della Gampenwiese, e il paesaggio cambia con un’immediatezza che sorprende: il cielo grigio, fino a poco fa opprimente, si apre in delicate schiarite, regalandomi un tepore inatteso, un sole limpido e luminoso che accarezza il volto. Dove prima il freddo mordeva ogni passo, ora il calore si diffonde in un battito di ciglia, e la mia ombra sembra indicarmi, silenziosa, la via giusta da seguire. Il sentiero 31 si inerpica senza tregua lungo i margini inferiori del Poma.

L’azzurro del cielo si fa meraviglioso, quasi improvvisamente fuoriuscito dall’inverno, a inaugurare una primavera inattesa. La fatica trova la sua ricompensa: non solo nel repentino mutamento della luce e dell’aria, ma anche nelle visuali che si aprono davanti a me, rivelando in tutta la loro ampiezza e grazia la bellezza disarmante della Val di Funes.








Il dislivello aumenta, e con esso cresce anche la fatica, pesante e concreta ad ogni passo. La traccia comoda si restringe, ridotta ormai a un’unica via che segue i passi di chi, sci alpini ai piedi, si inoltra più profondamente nel vallone superiore. Facile per chi scia o cammina con le ciaspole, arduo, quasi impossibile, per chi, come me, tenta di proseguire senza aiuti, sfidando la neve e i propri limiti.

Non è una sorpresa: tutto era prevedibile fin dall’inizio di questo mio improvviso fuori programma.

Arrivare fin dove la Natura stessa me lo concede: questo è ciò che provo ora. Non frustrazione, né rimpianto, ma una consapevolezza chiara e intensa, un rispetto silenzioso per i confini che il mondo bianco mi impone. Ogni passo, ogni respiro, diventa un dialogo con ciò che mi circonda, un riconoscimento della sua forza e della mia piccola presenza al suo cospetto.






Due piccole baite si adagiano al cospetto di questo immenso e candido vallone. Il mio istinto mi sussurra che oltre esse non posso spingermi: una linea naturale di demarcazione, che separa questo mondo conosciuto da un regno selvaggio e intenso, un mondo che, senza gli strumenti adeguati, rimane per me invalicabile.

Due baite, un silenzio irreale, e un panorama che si apre in una solitudine quasi inconcepibile. Sono solo con me stesso, solo con la mia Anima più pura e sincera. Non posso desiderare nulla di più, come se la Natura, imponendomi regole ferree, volesse ricompensarmi con un luogo da vivere in attimi unici e irripetibili.

Zaino a terra, un tè caldo tra le mani e quella solitudine che, nel silenzio, diventa il respiro del mio desiderio di libertà. Ogni attimo sembra dilatarsi, e il mondo intero si riduce a questo angolo di pace, dove ogni sensazione trova il suo spazio, limpida e intensa.










Rimanere in silenzio e senza fiato, catturato da ogni istante, da ogni sguardo che si apre e da ogni prospettiva sempre nuova. Muovendomi liberamente attorno a questo perimetro, non percepisco soltanto la grande quantità di neve che ora mi tiene “delicatamente” prigioniero, ma anche i dettagli poetici e la bellezza spontanea che le Odle, da quassù, impongono con la loro maestosità. Il punto di vista è perfetto, permette di delineare nei minimi particolari la lunga catena di guglie e pinnacoli di roccia, architetture naturali nate nei millenni e scolpite nella calce della storia. La vista è straordinaria, e il silenzio, insieme alle sensazioni che mi attraversano ora, mi fa sentire parte integrante di questa valle: non un osservatore, ma un frammento vivo di questa Natura immobile eppure pulsante.






Una lunga pausa, sospesa nel tempo che la giornata ancora generosamente mi concede. Non si tratta solo di panorama, di Natura o di riflessione: è una pausa che scava nell’animo, che attraversa i pensieri più intimi e si proietta oltre, delineando all’orizzonte qualcosa che riguarda il mio futuro. Ritornare sui miei passi significa pensare a ciò che lassù, in alto, lascio come traccia di emozioni nuove, e ai pensieri che porto con un velo di dispiacere. Avrei voluto raggiungere la Worndleloch, ma oltre quel limite non potevo spingermi.

La Natura segue una logica tutta sua, e non sempre ciò che desideriamo o pretendiamo da essa trova compimento. E forse è proprio in questo, nella misura dei suoi confini e nel rispetto dei suoi ritmi, che si cela il vero insegnamento di ogni salita.




Gampenalm - Malga Gampen - 2062m


Raggiungo la Kaserillalm e riprendo la lunga discesa che mi riporta, passo dopo passo, a quel bivio incontrato qualche ora prima durante la salita. Il sentiero 33 mi conduce di nuovo all’interno del Gampenwiese, dove ad accogliermi sono le baite e gli ampi alpeggi estivi, che conferiscono a questi piani alti una magia silenziosa e antica.

Ritrovo la comoda strada battuta, interrotta solo da qualche tratto leggermente impegnativo, che richiede ancora attenzione e forza. I tratti di salita, illuminati da un sole sempre più splendente, accarezzano il mio volto. Il riverbero della luce addolcisce ogni minimo sforzo, trasformando il paesaggio in un miraggio di bianco uniforme che fonde ogni forma naturale, mentre i boschi circostanti diventano una linea sottile e netta, demarcazione tra la terra e il cielo.

Ogni passo diventa un gesto lieve in questo scenario sospeso, dove la fatica si dissolve nella bellezza che mi avvolge.








Il cielo lentamente si velava di nuovo. Timide sfumature anticipano la comparsa di cumuli grigi che, con calma, iniziano a coprire i grandi versanti delle Odle. La magia della valle continua, pur mutando ogni prospettiva naturale: eppure nulla scalfisce le emozioni che custodisco nel cuore.

La Gampenalm si adagia con dolcezza sui promontori maggiori del Gampenwiese, trovando il suo posto su un ampio pianoro ai piedi del Col de Poma e di una sequenza di versanti rocciosi che si addentrano verso il Parco Naturale delle Puez-Odle.

È un luogo idilliaco e al tempo stesso meraviglioso, dove l’occhio incontra la calma dei prati bianchi e la maestosità della montagna. Più in quota, in direzione del Passo Poma, si staglia la sagoma del Rifugio Genova (Schluterhütte), a 2297 metri: custode silenzioso di questa bellezza, sospeso tra terra e cielo, tra quiete e avventura.



Malga Gampen - Gampenalm - 2062m
Malga Gampen - Gampenalm - 2062m


Il Genova, per ora, rimane chiuso, prigioniero di quella solitudine invernale che lo avvolge come un manto silenzioso, in attesa del sole e della stagione estiva che, lassù, lo rende protagonista di soste indimenticabili e di giornate sospese nell’aria sottile dell’alta quota.

Osservare nitidamente quel rifugio significa dare voce ai miei pensieri più intimi. Nel suo profilo immobile riaffiorano ricordi di tempi ormai lontani: le lunghe estati trascorse tra quei crinali maggiori, le soste piacevoli lungo distese infinite che oggi l’inverno custodisce e rende inaccessibili. Non sono soltanto ricordi, però. In quella sagoma silenziosa si accende anche una promessa: tornare lassù. È uno stimolo che illumina il presente, un filo sottile di speranza che scioglie la malinconia e trasforma l’attesa in desiderio. Perché ogni inverno, anche il più austero, custodisce già in sé l’annuncio di una nuova estate.



I piani alti del Gampenwiese
I piani alti del Gampenwiese

Verso il Col de Poma (sx) e, al centro, la piccola sagoma del Rifugio Genova
Verso il Col de Poma (sx) e, al centro, la piccola sagoma del Rifugio Genova


Da questo punto, certi luoghi sembrano lontanissimi. Restano lì, sospesi, in attesa che la bella stagione accorci le distanze e riavvicini sentieri ed emozioni. Emozioni che ora si distinguono nettamente da quelle che Malga Gampen, nel suo vivace flusso turistico, trasmette. Un richiamo alla civiltà, a un brusio che mi riporta a un mondo più affollato, talvolta dissonante, quasi fuori luogo in scenari come questo, dove il silenzio dovrebbe essere sovrano.

È tempo di una pausa di metà giornata, di un pranzo che placa l’appetito e insieme racconta una storia. I sapori seguono la migliore tradizione culinaria della Val di Funes: piatti tipici, intensi e sinceri, intrisi della memoria di questa valle. Ogni portata sembra custodire la stessa cura che qui si riserva alle proprie origini, alle tradizioni tramandate, ai ricordi più autentici e preziosi.

In quel calore semplice e genuino ritrovo un equilibrio nuovo: tra la solitudine della montagna e il ritorno, seppur temporaneo, alla presenza degli altri. Tra il silenzio dei pendii e il suono discreto della vita che continua.






Il cerchio lentamente si chiude. Il cammino rimane dentro il Gampenwiese, nei suoi spazi vasti e indefiniti che, passo dopo passo, mi avvicinano alla maestosità delle Odle. La lunga strada ben battuta mantiene la sua promessa: quassù ogni cosa trova posto in una dimensione quasi irreale, sospesa tra silenzio e luce.

Piccole e meravigliose baite punteggiano questi ampi luoghi sommersi dall’inverno, presenze discrete che custodiscono una spensieratezza antica. Eppure, talvolta, quel silenzio viene incrinato da gruppi, voci troppo alte, da risate che si disperdono senza misura, segni di un passaggio distratto che sembra non comprendere la sacralità di questo spazio.

Qui esistono piccoli mondi solitari, destinati a chi sa ascoltare, a chi merita di abitare il silenzio e accogliere la solitudine come un dono. Lontano dal clamore inutile, la possanza delle Odle si impone con naturalezza, ricordando che la montagna non ha bisogno di essere celebrata a gran voce: basta fermarsi, respirare, e lasciarsi appartenere.









II miracolo della Natura prosegue, fedele al ritmo silenzioso di una stagione meravigliosa.

Tutto questo, a uno sguardo distratto, potrebbe racchiudersi in un unico pensiero: l’inverno arresta ogni aspettativa, sospende ogni forma di vita.

Ma così non è!

L’inverno è vita. È quella linea sottile in cui gli elementi si incontrano e si trasformano, dove le nuvole disegnano nel cielo forme e sfumature che, in perfetto contrasto con la terra immobile, sembrano smentire la freddezza apparente e l’illusione di un mondo inerme.

Sotto l’intensa coltre di neve che ora copre e custodisce ogni cosa, mi piace immaginare un’esistenza silenziosa che continua. Un respiro nascosto.

L’erba piegata dal gelo, le tracce leggere degli animali, i semi addormentati nel terreno restano in attesa, affidati al ciclo naturale che da sempre governa questo mondo. Attendono la luce, il disgelo, la stagione nuova che restituirà loro movimento e voce.

Perché l’inverno non è fine, ma promessa: un tempo di raccoglimento in cui la vita, invisibile agli occhi, prepara con pazienza il proprio ritorno.


È questo il pensiero che mi accompagna lungo la via, mentre una discesa facile e piacevole mi riporta lentamente verso Zannes. Immagino quell’erba ora nascosta, corrosa dal gelo e protetta dalla neve, quando il sole di primavera tornerà a scaldare questi pendii e il bianco si ritirerà silenziosamente. Essa riemergerà in breve tempo, rigogliosa e verde, come se nulla avesse potuto davvero spegnerne la forza.

E con essa tornerà la vivacità delle creature più delicate, fiori timidi, animali discreti, che riprenderanno il loro posto in una quotidianità pacifica, fatta di equilibri antichi e silenzi armoniosi. Un Paradiso che non ci appartiene, e che forse non potrà mai essere nostro, a noi esseri umani così spesso distratti, irrispettosi, incapaci di coglierne fino in fondo la sacralità.

Siamo solo di passaggio. Ospiti temporanei di un mondo che tra mille anni potrebbe ancora esistere, forse immutato nella sua essenza. E proprio per questo siamo noi i suoi custodi, gli unici responsabili della sua fragile bellezza. Sta a noi comprendere che la Natura non ci appartiene, siamo noi ad appartenerle, per il breve tempo che ci è concesso.


Il mio inverno in Val di Funes prosegue....




Stefano





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