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SILENZIO - TEMPO  -  MISURA

Geisleralm, la magia delle Odle.

  • Immagine del redattore: Stefano
    Stefano
  • 1 giorno fa
  • Tempo di lettura: 14 min

Passeggiando tra i sentieri nel cuore della Val di Funes, ogni passo conduce alla magia delle Odle.




Mi allontano dalla Val di Funes come chi si congeda da un tempio silenzioso, avvicinandomi, passo dopo passo, a ciò che quassù riconosco come divinità, l’essenza arcana e vibrante di ciò che più di ogni altra cosa incarna la Natura antica di questa valle indimenticabile.

Sono le Odle, austere e luminose, a custodire quel mistero.

Le loro guglie si levano come dita di pietra verso il cielo, e nel loro profilo seghettato sento palpitare una forza primordiale, un respiro che precede la parola e sopravvive al tempo. È a loro che rivolgo il mio ultimo sguardo, come si guarda un volto amato sapendo che resterà inciso nella memoria più di qualsiasi presenza umana.


Lascio la valle percorrendo un ultimo e docile sentiero, quasi indulgente, che mi guida senza fatica verso quella maestà di roccia. Tra queste pareti, la montagna si fa più che paesaggio. Diventa presenza, diventa voce muta che risuona dentro di me. Qui l’emozione si addensa, prende corpo, si fa materia viva e ciò che inseguo da sempre, la mia libertà assoluta, sembra trovare finalmente una forma compiuta, una dimensione totalizzante e definitiva.

Nel silenzio alto delle cime, comprendo che non mi sto semplicemente allontanando da un luogo, ma sto entrando in una verità più vasta, dove l’anima si misura con l’infinito e ne accetta, tremando, l’abbraccio.




Rifugio Malga Zannes - Zannes - 1680m


Il luogo da cui il mio personale ricongiungimento con questa valle trova, ogni volta, un nuovo principio. Non soltanto ora, nella stagione bianca che ammanta ogni cosa di silenzio e chiarore, ma anche in quell’autunno appena trascorso, quando per la prima volta sfioravo con mano questa terra e vi posavo il piede con esitante meraviglia, come si entra in un’isola felice fino ad allora ignota, eppure stranamente destinata.

Zannes, il suo rifugio ora chiuso e raccolto, custode di partenze e ritorni, e quell’ampio parcheggio che, persino in questa stagione, continua ad accogliere migliaia di viaggiatori. Un crocevia discreto, quasi umile, che tuttavia segna l’inizio di ogni mio cammino e di ogni ritorno interiore. È da qui che tutto riprende forma: il passo si accorda al ritmo della montagna, il respiro si fa più ampio, e il cuore riconosce, senza bisogno di parole, di essere tornato a casa.



Rifugio Malga Zannes e le Odle di Eores
Rifugio Malga Zannes e le Odle di Eores


Il paesaggio che mi accoglie si apre verso i versanti settentrionali, là dove la lunga, frastagliata cresta delle Odle di Eores si distende come una muraglia severa, custodendo anfratti che paiono chiusi al mondo intero. In quelle pieghe d’ombra e di roccia il silenzio si fa più profondo, quasi sacro, e il tempo sembra sospendere il proprio corso.

Quelle alte creste, ora, sono inaccessibili al passo di qualunque escursionista. Nessuna traccia le attraversa, nessun sentiero osa violarne la quiete. Eppure la neve non è soltanto ostacolo: è custodia. È il velo perfetto con cui la Natura protegge se stessa, imponendo una tregua necessaria, un raccoglimento che ha il sapore dell’attesa.

Sotto quel manto candido, la vita riposa e si prepara. La montagna trattiene il respiro, come in una meditazione profonda, per fare spazio al nuovo che verrà. E tra non molto, con il ritorno della primavera, ciò che ora tace tornerà a vibrare, a germogliare, a vivere ancora, rinnovato nella sua eterna promessa.






Il cammino si distende, ampio e paziente. Una lunga strada forestale, sapientemente preparata e levigata durante la notte dalla mano dell’uomo, si snoda con dolcezza, orientando lo sguardo verso quei versanti maggiori che ancora celano le Odle, la grande montagna, come un segreto custodito dietro un sipario di luce e ombra.

La vegetazione fitta mi accompagna con composta benevolenza lungo questo tracciato, il sentiero 36, tra gli alti arbusti del Grossgrube. Ogni passo affonda in un silenzio vivo, interrotto soltanto dal fruscio lieve dei rami e dal respiro regolare della terra ancora assopita.

La magia del sole nutre la mia quiete, amplifica questa intima consonanza con un ambiente che, pur immerso nel silenzio, vibra di una presenza antica. È un accordo perfetto, quasi invisibile, tra il mio sentire e la montagna che mi avvolge senza chiedere nulla.

So bene che non tarderà l’invasione del turismo di massa, mosso dal desiderio frettoloso di raggiungere una meta precisa per venerarne la cucina o consumare qualche effimero svago. Ma il mio cammino non conosce quella fretta, non si esaurisce in un punto segnato sulla carta.

Il mio andare si prolunga oltre, ben oltre. Oltre le mete consuete, oltre le attese altrui, verso uno spazio più intimo e vasto, dove la strada diventa ricerca e il paesaggio si trasforma in rivelazione.



Lungo il sentiero 36
Lungo il sentiero 36



Chi da tanto tempo mi segue, conosce sia il mio pensiero che il mio modo di vedere certe cose. Ritengo però la montagna aperta a tutti: per chi ne rispetta ogni suo elemento e per chi, presi in modo inconsapevole da un esaltato bisogno di sfogare ogni forma di esaltazione, trasforma questi luoghi in un chiassoso e incomprensibile parco giochi.


Rimango fedele a quel primo pensiero che volutamente mi tiene lontano da quella seconda forma di turismo inconcepibile e fuori luogo. Ciò che avvolge e trattiene la mia attenzione sono le Odle e il loro magnetismo d’oro, una forza silenziosa che mi attrae come un richiamo antico.

Al mattino si offrono in una veste austera, quasi ritrosa, eppure so che, a sorpresa, nel corso della giornata sapranno mutare volto, trasformando la luce in racconto e l’ombra in rivelazione.

È anche questo che cerco nella montagna: la sorpresa, l’improvviso mutamento che spezza ogni certezza e rinnova lo sguardo.

Quel repentino cambio di luce, di colore, di atmosfera, capace di donarmi prospettive inattese e pensieri sempre nuovi. Perché la montagna non è mai identica a se stessa, vive di metamorfosi continue, e in esse trovo il senso del mio andare. Un dialogo incessante tra ciò che appare e ciò che, solo per un istante, si lascia davvero comprendere.



Il sole del primo mattino, con quelle nubi che dal primo pomeriggio promettono la neve...



Di lì a poco vengo colto da un senso di nullità, un’umile consapevolezza che mi attraversa come un brivido, di fronte a tanta possanza. La montagna si impone senza arroganza, e proprio in questa sua maestà silenziosa mi ridimensiona, mi rende misura infinitesima di un disegno più vasto. Il mio cammino, all’improvviso, si distende in un tratto perfettamente lineare, una lama chiara che taglia il paesaggio.

Laggiù, in lontananza, si ergono le prime cime, i primi punti di osservazione verso le Odle, la grande montagna che ancora domina l’orizzonte come una promessa.

La visione è quasi irreale, sospesa tra sogno e veglia. Le cime appaiono lontane, certo, come un miraggio di pietra e luce, e so che per toccarne davvero l’anima dovrò salire di quota, affrontare un sentiero ancora lungo, guadagnare passo dopo passo quella prossimità tanto desiderata.

Ma è proprio in questa distanza che nasce l’incanto: nell’attesa, nella fatica che verrà, nel lento avvicinarsi a ciò che già ora, da lontano, esercita su di me un richiamo irresistibile





Ricordo come fosse ieri quando la stagione del foliage mi concesse di vivere queste stesse emozioni. Rammento ancora quel giorno in cui, immerso nel tripudio dei colori autunnali, questo medesimo sentiero si rivelò a me con un’intensità inattesa, donandomi sensazioni mai provate prima, come se la montagna avesse scelto proprio quell’istante per mostrarmi un volto segreto.

Ora nulla è cambiato, eppure tutto è diverso.

Le emozioni, anziché affievolirsi nel ricordo, si moltiplicano in modo sorprendente, quasi che la memoria abbia preparato il terreno a una percezione ancora più profonda.

Non è come rivedere un film a breve distanza, quando le scene più intense hanno già consumato il loro stupore. Qui non vi è ripetizione, ma rinnovamento. Il paesaggio, ora avvolto dalla neve, immerso in un silenzio trasformato, genera una suggestione più ampia, più vasta.

Nel mio desiderio di libertà assoluta, questo ambiente mutato assume un valore che sfugge alle parole. Non si racconta, non si spiega. Si avverte nel respiro che si fa più lento, nel battito che si accorda alla montagna, in quel luogo interiore dove l’esperienza non ha bisogno di voce, perché vive e vibra soltanto dentro.






Il primo contatto ravvicinato, quello che per un istante si tende tra me e la Natura come un filo invisibile. Un primo sussulto, lieve ma profondo, che è ancora poca cosa rispetto a ciò che so mi attende più avanti.

Ancora pochi minuti mi separano da quel primo punto di riferimento, da quel luogo in cui concedere ai miei occhi la libertà di assaporare senza riserve tanto stupore, tanta bellezza.




Glatschalm - 1902m


La prima delle due mete. Il mio primo vero riferimento, quello che da questo momento in poi conferisce una fisionomia più precisa al mio cammino.

La Glatschalm, struttura tipicamente turistica aperta anche durante la stagione invernale, diventa a quest’ora di metà mattina un punto fermo, un approdo naturale per una breve sosta.

Ma per la pausa c’è ancora tempo.

Uscire dal bosco ed entrare nel suo ampio pianoro, l’alpeggio che d’estate si anima di pascoli e vita, è come assistere al primo vero sussulto dell’anima. Basta un attimo per orientare lo sguardo verso i versanti meridionali. Le nuvole, fedeli alle previsioni del mattino, iniziano lentamente a velare il cielo, eppure le Odle si prendono ora ogni spazio possibile, imponendosi alla vista con una forza silenziosa.

Si offrono a me come uno degli spettacoli più intensi che si possano vivere lungo la Val di Funes in una visione che non chiede parole, ma solo occhi pronti ad accoglierla.



Le Odle dalla Glatschalm
Le Odle dalla Glatschalm


Un naturale ventaglio di roccia si apre davanti a me.

Guglie, campanili e denti aguzzi di pura Dolomia si dispiegano in un’ampia visione panoramica, trasmettendomi fin dal primo istante il senso della loro immortale possanza.

È un’eleganza che si manifesta nei colori e nelle sfumature della pietra, ora esaltati dalla neve, che mette in risalto l’imponenza di queste immense pareti. Un candido e leggero abito bianco le avvolge, una dolce carezza che si posa con discrezione sulla loro Natura selvaggia e millenaria, ammorbidendone i tratti senza intaccarne la forza.

Così questo ventaglio eterno si offre allo sguardo: austero e gentile insieme, severo nella forma, ma sorprendentemente delicato nel suo silenzioso splendore.


Non esistono tempo né stagioni.

Ogni forma prende vita sotto prospettive sempre diverse, come se le stagioni stesse avessero il potere di trasformare ogni minimo dettaglio. Ogni cresta, ogni piccola spigolatura, si staglia contro un cielo che muta continuamente. Azzurro, grigio o velato di nubi, ogni sfondo racconta una storia diversa, e in ogni mutamento si percepisce il respiro di un vento nuovo, che porta con sé una magia fresca, inattesa.

L’alchimia vera, quella possente, deve ancora manifestarsi.

Mi concedo tempo, tempo al tempo. Una pausa che accresce il desiderio di un caffè e l’impulso di osservare tutto con gli occhi di chi, stagione dopo stagione, decennio dopo decennio, ha imparato a vivere questo incantesimo, sempre come se fosse la prima volta.




Una mattina tranquilla.

Entrare in questa malga è come respirare l’aria autentica della montagna, un luogo dove le costruzioni seguono ancora il ritmo naturale del paesaggio.

Il calore che mi avvolge fa bene, riscalda il corpo e accompagna il caffè, rendendo quel momento perfetto. Intanto, il mio sguardo attraversa la finestra e si posa su ciò che ancora mi attende fuori, tra i versanti e le cime silenziose. Ogni oggetto all’interno racconta una piccola storia legata a queste montagne: semplici utensili, vecchi arredi, testimoni discreti di un tempo in cui l’uomo conviveva con la Natura senza sovrastarla.

E nella loro semplicità custodiscono aspetti preziosi di questa montagna, che lentamente, giorno dopo giorno, rischia di scomparire.






Il dialogo con il gestore segue un rito che, per me, ha il valore di un’amicizia eterna. Il suo carattere è forte, a tratti freddo e distaccato, ma anche questo fa parte di quella cultura che lungo la Val di Funes si cerca di tramandare e, soprattutto, di preservare.

Uno scambio di saluti, qualche informazione utile, semplice ma essenziale, e in questa figura tutto assume il peso di un punto di riferimento, un orientamento prezioso per il proseguo del cammino.



Dalla Glatschalm verso il lontano Gampenwiese e il Col de Poma
Dalla Glatschalm verso il lontano Gampenwiese e il Col de Poma



La mia è una domanda che si concentra maggiormente su questo: la fattibilità di cammino lungo la Adolf Munkel Weg. Mi assicura che tutto è ben battuto e transitabile senza problemi.

E così è...







Adolf Munkel Weg


Lungo questo tratto, il cammino lascia la comoda forestale per immergersi nuovamente tra i boschi. Diventa un vero sentiero d’alta montagna, quel tipo di percorso che difficilmente si immagina fattibile anche in pieno inverno, a ridosso delle Odle.

Eppure, le informazioni raccolte a valle si rivelano esatte.

Il sentiero Adolf Munkel, sentiero 35, si snoda tra leggeri sali e scendi alla base delle Odle, rappresentando uno degli avvicinamenti più significativi di tutta la giornata. È un percorso perfettamente tracciato, che permette di affrontare ogni ostacolo con estrema semplicità e sicurezza. Cammino ai piedi del Furchetta (3.020 m), del Sas Rigais (3.025 m) e di Forcella de Mesdì (2.597 m) con una naturalezza sorprendente. In questo percorso, le imponenti pareti sembrano accompagnarmi, passo dopo passo, verso una felicità eterna, silenziosa e completa.






È una sensazione di leggerezza, sottile e avvolgente. Passo dopo passo, sento il respiro della montagna nelle sue infinite sfaccettature, in ogni curva di roccia e di neve, in ogni spigolo e pendio che si apre davanti a me.

Leggeri sali e scendi si alternano, immergendosi in tratti dove la neve sembra voler cancellare ogni traccia della mia esistenza. Ma sono solo miraggi: la Natura, così selvaggia e libera, gioca con chi la attraversa, testimone silenziosa della mia presenza.

Non perdo tempo a indugiare, ma concedo attenzione ai punti che la montagna stessa sembra indicarmi. Angoli di sguardo verso il Sas Rigais e la Furchetta, prospettive sempre nuove, dove le differenze emergono nella loro stessa composizione naturale.






Ogni passo diventa un nuovo punto di vista, una piccola magia che trasforma il mondo intorno a me. E in questo percorso, la montagna si rivela in tutta la sua sublime grandezza, viva e immutabile, pronta a sorprendere ad ogni istante.

Questo però, e purtroppo, unicamente nella mia mente....




La Geisleralm - 1996m


Più mi avvicino alla malga, più questo equilibrio perfetto sembra dissolversi in nuovi spazi.

Come accade alla vicina Glatschalm, anche alla Geisleralm prende vita quella parte di turismo di massa in cui tutto sembra affidato al caso. È un aspetto inevitabile, a cui non posso sottrarmi, l’unica cosa che posso fare è mantenere le dovute distanze e custodire intatto quel rapporto di fiducia con la Natura che da sempre mi accompagna.

Rispettando la regola fondamentale in cui la montagna è di tutti, allo stesso tempo riconosco il valore, quasi insignificante, di chi vede in luoghi come questi solo comodità, senza percepire le bellezze che si aprono davanti agli occhi di chi sa osservare.



Geisleralm - 1996m
Geisleralm - 1996m


Questo non toglie minimamente il mio diritto di fermarmi in un luogo da vivere e condividere, anche solo con il mio mondo interiore. Pur restando distaccato da certe abitudini fuori luogo, accetto con benevolenza di condividere questi spazi affollati e a tratti caotici con chi, per buona parte, non riesce a percepire l’armonia tra la buona tavola e la bellezza naturale che si apre davanti agli occhi.

È come un piatto perfetto in cui la maestosità di queste montagne si offre come portata principale, mentre tutto ciò che le circonda diventa il contorno che non solo delizia i sensi, ma nutre l’anima e accende la vita dentro di me.






L’Anima, certo.

La stessa anima che ora condivide con me questi istanti, decidendo insieme di ignorare il caos che ci circonda. È un gioco semplice da praticare, eppure potente. Un gioco in cui le nostre menti catturano soltanto le poche energie positive di chi, come noi, ha scelto di salire quassù e sedersi a questi tavoli ben imbanditi, seguendo la logica sottile per cui tutto ciò che non conta svanisce, trascinato via da un vento che, minuto dopo minuto, muta ogni prospettiva possibile. Eppure è esattamente questo che voglio ora: il silenzio interiore, la concentrazione delle sensazioni giuste. In questa giornata, finalmente completa, tutto si compone nell’alchimia tanto a lungo desiderata, un equilibrio perfetto tra noi, la montagna e il tempo sospeso che ci avvolge.




Le Odle


Attimi in cui ogni boccone mi concede momenti in cui guardarmi attorno con calma. Osservo le persone con lo sguardo di chi cerca risposte ai mille perché, senza cedere alla semplice curiosità o al desiderio di intromettersi nella vita altrui.

Cerco di capire perché sia necessario tanto chiasso, tante urla, e soprattutto per rendermi conto, una volta per tutte, che persino di fronte a tanta maestosità il telefonino diventa l’unico centro d’attrazione. Così si trascura ciò che la Natura, in milioni di anni di evoluzione, ci offre gratuitamente: paesaggi, silenzi, armonie che nessuno schermo potrà mai restituire.


Ma, dopotutto, questo è un male senza rimedio.

Le Odle diventano ora la meta finale, la ricerca suprema di una perfetta alchimia.

Il sentiero si dirige verso queste cime, allontanandomi finalmente da tutto ciò che, in questa mia giornata, non ha nulla a che fare con me.

Malga Casnago (Gschnagenhardtalm - 2.006 m) si staglia leggermente lontana dalla Geisleralm. Chiusa durante l’inverno, compie già una selezione naturale: da un lato chi preferisce rimanere rinchiuso nel frastuono di quel “luna park”, dall’altro chi, come me, avanza alla ricerca della propria pace eterna.



Malga Casnago - Gschnagenhardtalm
Malga Casnago - Gschnagenhardtalm


Cala all’improvviso un silenzio impassibile, come se il mondo avesse trattenuto il respiro. Scende lieve, e nell’aria poche folate docili sospingono petali bianchi, fragili e sospesi, che dal mio cielo grigio si trasformano in inattesi fiocchi di neve. È una meraviglia già sussurrata dalle previsioni, quelle che raramente sbagliano, quasi volessero sfidare le leggi e i capricci di questa Natura, sorprendente e sovrana.


Oltre la Casnago, la battitura nella neve invita a proseguire, segnale maestro di un sentiero che ora si fa richiamo, irresistibile, verso quelle immense pareti che soltanto adesso si spalancano dinanzi a me, come a custodire quell’alchimia inseguita fin dal mattino.

Un passo dopo l’altro, lungo la traccia che si distende nel cuore di un pianoro sconfinato, colmo di neve e di silenzio. Uscire da quella via segnata per addentrarmi nel soffice manto è quasi impossibile senza i necessari arnesi d’inverno; la neve, profonda e cedevole, trattiene e sconsiglia ogni deviazione. E allora mi basta fermarmi, volgere lo sguardo attorno, e lasciare che un pensiero si faccia strada, che forse, per sua stessa essenza, sarebbe meglio non turbare nulla, abbandonare ogni impronta, e lasciare che tutto rimanga così come la Natura, con pazienza antica, ha saputo disegnare nel tempo.






Con una lentezza che pare obbedire a un disegno invisibile, altri elementi della Natura si insinuano nell’imponenza di questo scenario. Una velatura sottile scende con grazia lungo le grandi pareti, come un bianco e impalpabile velo che, per antica consuetudine, sfiora il volto di una sposa nell’istante in cui varca la soglia della chiesa.

L’immagine si fa appena opaca, sospesa tra due emozioni: da un lato una bellezza che chiede di restare segreta, dall’altro il desiderio di lasciarsi intravedere. Così, in quel diaframma di luce e pudore, solo pochi dettagli si concedono allo sguardo, come frammenti delle parti più intime di un volto nuziale, un volto che sembra appartenere non al tempo, ma all’eternità.






Immensi pianori candidi cedono lentamente il passo ai primi arbusti del bosco. La traccia, sottile linea di cammino che con ostinata continuità pare volermi condurre sempre più vicino alla grande montagna, si restringe, si assottiglia, fino a farsi quasi invisibile.

E io pretendo di più, forse perché il magnetismo di quelle pareti ora risuona nella mia mente come un remoto canto di sirene, seducente e traditore.

Nel cuore del bosco il sentiero si spegne quasi d’improvviso. Una debole battitura precipita vertiginosa verso un versante minore che, più a valle, si ricongiunge alla Adolf Munkel Weg. Restano pochi punti di riferimento a cui affidarsi, esili segni da interpretare con cautela, mentre continuo a seguire quel richiamo che non allenta la presa sulle mie emozioni più profonde.






Abbandono il sentiero, la via sicura. Il mio sguardo si posa ora sull’estremità di quel grande pianoro, unica direzione possibile per suggellare definitivamente la mia giornata, mentre il velo sottile continua a custodire intatto il segreto che la montagna, con austera discrezione, sembra voler proteggere.

Sprofondo nella neve fino alle ginocchia per un centinaio di metri, in quella fatica ostinata con cui la Natura pare voler arginare il mio desiderio. Eppure, passo dopo passo, lo sforzo viene ricompensato dalla visione di una creatura selvaggia e indomabile, la cui bellezza si concede senza mai domarsi. Oltre non mi è più possibile andare: lo comprendo nella resistenza tenace della neve, che si oppone con forza a ogni mio tentativo.

Il vento si leva, cresce d’intensità, trascinando con sé una nevicata fitta che restringe il mondo a pochi passi, cancellando contorni e distanze.

Rientrare alla Geisleralm è come destarsi all’improvviso da un sogno che avresti voluto eterno. Ma così sono i sogni più belli: si dissolvono lasciando nell’animo una traccia luminosa, fragile e indelebile.


Rientrare alla Geisleralm significa varcare di nuovo la soglia di una realtà più terrena, dove l’incanto del luogo si riduce al piacere d’un pranzo conviviale e alla lunga discesa con lo slittino a noleggio che, tra urla e schiamazzi, sembra dissolvere, almeno per un istante, la bellezza austera e la sacralità della grande montagna.



E lei, la montagna, resta a osservare. Silenziosa, immobile nella sua eternità...



Chissà quali pensieri attraversano la sua pietra antica davanti a questo turismo irruente e senza misura. Forse nessun giudizio, forse solo la pazienza infinita di chi sa di appartenere a un tempo più vasto di ogni frenesia umana.




Stefano





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