La Valfreda, viaggio nel passato.
- Stefano

- 21 gen
- Tempo di lettura: 12 min
L’Inverno non tradisce la propria Natura, anche se la neve si concede con parsimonia. Quella stagionale resiste soltanto sui versanti più ampi e severi, mentre i paesi adagiati lungo le valli restano ancora nudi, asciutti sotto il dominio del freddo.
Le valli appaiono spoglie, irrigidite dal gelo, e alle alte quote la neve sopravvissuta si distende in grandi lastre di ghiaccio. I venti impetuosi delle cime spazzano via il primo velo farinaceo, cancellandone la leggerezza e lasciando spazio a una superficie dura e lucente. Così, tra i sentieri d’alta quota e i grandi nevai, il paesaggio si trasforma in una distesa di specchi naturali, freddi e silenziosi.
Tra i boschi...
L’Agordino occidentale è un angolo appartato, un lembo di terra che, avvicinandosi al Passo San Pellegrino, sembra già aprire le porte al vicino Trentino. Qui la Valfreda si distende con dolcezza, allungandosi verso versanti rocciosi che preannunciano, poco più in là, la presenza sovrana della Regina: la Marmolada.
È un territorio incastonato nelle Dolomiti Bellunesi che, per pochi metri appena, rimane fedele al Veneto, sospeso sul confine naturale con il Trentino. In questa mia giornata d’Inverno resto ancorato alla mia terra d’origine, mentre tutt’intorno, sui versanti meridionali, l’imponente profilo delle Pale di San Martino mi accoglie con un buongiorno solenne, degno della grandezza di questi luoghi.



La vista di questo imponente massiccio riscalda l’armonia che porto dentro. Poco prima di raggiungere il Rifugio Flora Alpina, una sequenza di ampi parcheggi segna il mio punto di partenza. Da lì in avanti, la vicina Malga Col de Mez è soltanto un primo, timido riferimento geografico.
Il cammino prende avvio da una piccola strada interna che, sulla sinistra, si solleva appena e si insinua nei boschi de Le Frate, allontanandomi subito da quella che, con il passare delle ore, potrebbe trasformarsi in una via trafficata. È, dopotutto, l’unico collegamento che conduce al rifugio, e questa condizione, in ogni stagione, incide profondamente sulla pace e sulla quiete di questo territorio.
L’intimità che questi boschi concedono è pari al silenzio che mi avvolge. Per procedere con sicurezza sono costretto a indossare i ramponcini: la strada forestale porta ancora con sé il gelo della notte appena trascorsa. Ampie lastre di ghiaccio rendono ogni passo incerto, ogni contatto con questa terra meravigliosa più cauto, quasi rispettoso.
Fa freddo, un freddo intenso. Il sole rimane per ora velato, indebolito dal vento tagliente che a tratti risuona tra gli alti arbusti. È un concerto naturale che, attraversando i rami, dà vita a una sinfonia silenziosa, capace di animare la mia mente e di accordarla al ritmo lento del bosco.

In Valfreda - 1850m
Entrare in valle richiede il tempo necessario a prendere confidenza con un impatto iniziale, forte e intenso. Il bosco d’Inverno custodisce in sé una moltitudine di pensieri, e talvolta restituisce vita a storie e leggende che abitano la più bella letteratura. Il silenzio è rotto soltanto dai miei passi, che risuonano netti e profondi lungo questo cammino ghiacciato.
Il vento sembra farsi messaggero delle quote più alte, portando con sé voci lontane, e negli echi che la fantasia intercetta pare di ascoltare il racconto antico di una montagna antica.
È proprio questo, in modo del tutto naturale, ciò che la Valfreda sembra voler presagire: un anticipo silenzioso di ciò che, poco più in alto, mi attende.

Non è la prima volta che percorro questa valle. In stagioni diverse, nel corso degli anni, il mio cammino si è più volte affidato a questo solco incantato, per poi librarsi verso i versanti maggiori, rivelandosi ogni volta sotto aspetti del tutto nuovi.
La stagione bianca, in confronto all’Estate e alla libertà di movimento che essa concede, mi costringe a uno sguardo più raccolto. Mi permette di osservare soltanto la valle e i suoi promontori principali, chiudendo ogni aspettativa che il tempo caldo, con la sua apertura e leggerezza, normalmente offre.
In questo periodo non posso che cercare la pace assoluta. Una pace che, accordata a un minimo sforzo fisico, mi consenta di avvicinarmi con rispetto a quei bastioni settentrionali che, nella Natura, raccontano una storia del tutto diversa.
La valle, durante l’Inverno, esprime con chiarezza ciò che queste montagne custodiscono come un ricordo intimo, da non disperdere. La Valfreda, nella stagione bianca, non è soltanto una camminata bella e leggera, ma un viaggio silenzioso dentro un passato ormai lontano, che continua a vivere tra queste forme e questi spazi.
Appena oltre i boschi de Le Frate, l’ingresso al Pian dei Gros è, di per sé, il momento di maggiore intensità emotiva. È la cartolina più celebre dell’intera valle, quella che più di ogni altra ne racchiude l’essenza.
Lasciandomi alle spalle il Rifugio Flora Alpina e il possibile caos che inevitabilmente lo accompagna, il Pian si apre come una soglia: l’accesso a un mondo che, nell’immediato, si trasforma in una macchina del tempo. È la prima, potente visione di ciò che la valle custodisce, resa viva dalla presenza magnifica di bastioni imponenti che, sui versanti maggiori, definiscono questo luogo in una duplice anima, la cultura di un tempo e la maestosità senza tempo della roccia dolomitica.
Nel candore dell’Inverno, tutto assume fin da subito un aspetto spontaneo, quasi improvvisato. La stagione fredda porta con sé un silenzio che, in luoghi come questi, soprattutto lontano dal caos delle stagioni affollate, conferisce al paesaggio l’aspetto di un mondo congelato, immobile da un tempo indefinito.
Le prime baite mi accolgono mentre avanzo con serenità lungo quella strada bianca che, nel mio immaginario, diventa l’unica via concessa dalla mia macchina del tempo. A quei tempi lontani mi sento già parte, come se vi appartenessi da sempre. Dimentico tutto, e dimentico volentieri ciò che la quotidianità dei miei giorni moderni traduce in un male sottile, qualcosa da tenere costantemente a bada.
Il cammino lungo la valle impone questo ritmo, e in fondo deve imporlo. In questo periodo la Valfreda si trasforma in un viaggio nel passato, in un tempo remoto e lontano dall’oggi, quando quassù la vita scorreva in un contatto costante con la natura, vissuto con umiltà e rispetto in ogni stagione dell’anno.
Ogni baita custodisce e racconta la propria storia: dalle pareti, dagli oggetti che ancora vi si intravedono, affiora il racconto di una quotidianità semplice, immutata dal succedersi delle stagioni. Ampi prati si distendono verso i versanti maggiori, là, dove oggi come allora, si aprivano i pascoli liberi, raccolti nell’ombra mattutina del Sass de la Palaza.

Soffermarsi su ogni dettaglio sembra quasi un obbligo. Lungo questa piccola arteria interna non si può allungare il passo senza concedersi almeno un minimo di attenzione a questi veri e propri libri di storia. Le baite e i piccoli masi, privati e chiusi al pubblico, chiedono soltanto rispetto, e di non essere invasi da quella curiosità che ne delimita l’accesso.
L’intera valle rimane libera, aperta a ogni sguardo, pronta a ricevere la mente che voglia fermarsi su ciascun particolare. La strada è ben battuta: l’uso dei ramponcini rimane l’unico accorgimento tecnico necessario. Ma chi desidera abbandonare questo percorso, addentrandosi più profondamente tra i grandi prati, trova nelle ciaspole l’unico mezzo capace di rendere agevole il cammino, permettendo di esplorare senza fatica il silenzio e la bellezza di questi spazi aperti.
Neve per ora poca: il mio cammino resta ancora del tutto naturale.
Una leggera salita si snoda tra le piccole baite, grappoli di vita terrena che in un fazzoletto di terra raccolgono un pugno di antiche realtà. Il torrente che scende dai versanti della Val di Forca si stende come una lunga lastra di ghiaccio, uno specchio naturale uscito da una favola incantata. Sul fondo l’acqua continua lentamente il suo corso. La sento, ne percepisco il respiro silenzioso, che in alcuni punti sembra ribollire appena la superficie ghiacciata trova sbocco verso il cielo aperto. Una sinfonia nuova si aggiunge al quadro: il sibilo del vento che attraversa alberi e prati, compagno discreto di questo cammino d’Inverno.
Un passo dopo l’altro, la scoperta invernale sembra non conoscere fine. Lungo i versanti che lascio alle spalle, l’imponenza delle Pale di San Martino prende sempre più vita, rivelando la maestosità di un massiccio lontano, eppure intimamente presente.
La complicità del dislivello, che lentamente cresce, amplifica la bellezza di queste rocce, senza tuttavia riuscire a esaurire la potenza silenziosa che emanano. Come spesso accade, l’aumento di quota porta con sé l’esposizione agli elementi che segnano le stagioni in questi luoghi: il vento si fa più deciso, più tagliente.
Giungo infine all’apice di questo antico villaggio disperso tra le valli alte dell’Agordino, dove la storia dei luoghi e la forza della Natura si incontrano in un equilibrio austero e solenne.

La piccola chiesa dedicata a San Pier Giorgio Frassati incarna perfettamente il legame tra l’insediamento umano e la Natura che la circonda. Una semplice costruzione in legno, dal tetto spiovente, che si affaccia sull’intera valle. Non è soltanto un luogo sacro e di memoria, ma anche il punto in cui le piccole comunità di un tempo si radunavano in un’unica preghiera.
Un richiamo dettato dalla speranza, dalla devozione e dai bisogni quotidiani che la gente dell’epoca affidava al proprio credere, in dialogo silenzioso con la Natura che li circondava. È da questo preciso punto che lascio correre i miei pensieri, concedendomi una piccola pausa che si trasforma in riflessione, sospesa tra memoria e presente.
I miei pensieri si riflettono in questo luogo sacro. La piccola chiesa diventa solo un pretesto, un varco che mi conduce nel mio personale viaggio nel tempo, accanto all’intera valle e ai suoi antichi masi. Sebbene il mio sia un cammino dettato soprattutto dal desiderio di vivere la valle secondo una visione intima e personale, esso mi induce a osservare ogni singolo dettaglio in perfetta armonia con quella montagna antica, ormai persa nel tempo.
La chiesa, come i masi, si fa nella mia anima la fedele trascrizione di epoche lontane, in cui, indipendentemente dalle stagioni, uomini e animali convivevano in una simbiosi pacifica, semplice e autentica.

Tu che mi leggi, caro lettore, sappi che affrontare la Valfreda seguendo questo stesso mio pensiero sarà la chiave del tuo cammino. Metti da parte ogni idea preconfezionata, ogni immagine che ti sei formato della valle e dei suoi masi al primo impatto. Non guardare il Pian dei Gros come la perfetta rappresentazione di un presepe invernale, pur intenso nella sua bellezza: osserva la valle già dal tuo punto di partenza, lasciando libero il volo della tua fantasia.
Quella fantasia che ti conduce in un mondo lontano, dimenticato, ma ancora vivo nei silenzi e nelle forme del paesaggio. Visto così, la Valfreda ti riporta con naturale semplicità a epoche ormai lontane, facendoti sentire parte di una storia che continua a vivere tra queste montagne.
È così che, da questa piccola chiesetta, il mio viaggio nel tempo trova la sua alchimia perfetta. Ai miei piedi si distende l’intera valle, con tutto ciò che ho lasciato alle spalle: non solo masi e casoni, ma anche i panorami lontani che si aprono verso i versanti del Trentino, verso il Mulaz, il Passo Vales e i primi frangenti del Passo San Pellegrino.
Ora il cammino lascia il viaggio nel tempo alle spalle e si proietta verso i versanti maggiori, dove gli spazi innevati e aperti si riflettono in armonia con i grandi bastioni rocciosi.
Da cornice naturale, essi diventano il respiro stesso di questa giornata, colmando ogni senso di meraviglia e quiete.
Spazio eterno
Inizialmente il sentiero 631 sale verso la Val di Forca, una prima tappa che già profuma di storia antica e ancora viva. I primi passi mi conducono lungo l’Alta Via dei Pastori, accogliendomi tra le leggende e i racconti che questo cammino custodisce da secoli.
Una via imponente che, partendo dall’area del Passo San Pellegrino, attraversa la valle e si eleva verso le Cime d’Auta, percorrendo per intero la Valle del Biois. Un cammino epico, storico e immortale. A un bivio, il sentiero 694 si stacca a sinistra, offrendo ora una visuale più ampia della Valfreda e svelando ciò che, più in quota, sembra attendermi, come un mondo nascosto che prende forma solo a chi osa alzare lo sguardo oltre i limiti della valle.

Passare dalla civiltà alla solitudine assoluta richiede pochi passi. Il cammino si snoda lungo una panoramica e piacevole forestale, alla base del piramidale Pizzo Forca (2285 m), fino a giungere al cospetto di un piccolo crocefisso. Alcuni attimi di riflessione, pensieri personali, sospesi tra memoria e presente.
Se fino a poco prima la mia mente era immersa in un viaggio eterno, ora occhi e corpo si confrontano con uno degli aspetti più forti e autentici della Natura. Davanti a me si apre uno spazio che sembra infinito e imponente: una vasta valle che si libra verso il cielo e verso le rocce più selvagge di Dolomia, un mondo puro e antico che rivela tutta la sua maestosità senza compromessi.



A Occidente si stende la lunga cresta erbosa che culmina sul Monte Le Saline (2402 m), segnando il confine geografico tra Veneto e Trentino. Dal monte, la roccia dolomitica prende immediatamente la parola, con una violenza naturale straordinaria.
Un susseguirsi di cime, guglie e torrioni si innalza con possanza verso il cielo, imponendo la propria maestosità. Cima Formenton (2875 m) e il Sas del Valfreida (3009 m), in primis, danno vita a campanili e pinnacoli di straordinaria bellezza, dove la neve diventa ora parte integrante di questa immensità. Ai piedi di queste vette imponenti, l’altipiano si distende vasto e possente, quasi a contenere per intero la bellezza senza età di montagne che sembrano sospese al di fuori del tempo.
Ora il mio spazio libero e senza tempo prende vita. Nessuna esposizione, nessun pericolo di slavine palpabili. Un luogo eterno che allontana ogni pensiero e ogni preoccupazione della nostra quotidianità. Il cammino prosegue senza limitazioni, senza sentieri da seguire, con la sola libertà di muoversi senza meta, seguendo il ritmo del respiro e della neve sotto i piedi.
Le possenti pareti di fronte a me parlano da sole, quasi a invitarmi a un avvicinamento riservato ai pochi che sanno ascoltare.
Una riservatezza che appartiene solo a chi ama davvero la montagna, a chi giunge fin quassù rispettando le poche regole che contano davvero: silenzio, pace e rispetto.


La montagna chiede, la Natura risponde. Sono completamente esposto a un solo elemento, che ora manifesta uno dei suoi lati più potenti: il vento.
Nessun riparo può difendermi da questo respiro possente. Scende a folate intermittenti dai versanti rocciosi e dagli spigoli più aguzzi della grande parete che mi sovrasta, come quelli che prendono il nome di Forcia Rossa (2490 m) e de Le Marmolade, sbocchi naturali perfetti che amplificano la forza e la voce stessa della montagna.
Quando le previsioni annunciano forte vento alle quote maggiori, l’Inverno quassù amplifica il suo gelido respiro. Il sole, così come l’azzurro del cielo, non bastano a placare questa forza naturale.
È una forza che accolgo con piacere, un’energia che permette di toccare con mano la bellezza spontanea di un ambiente unico. Una forza che, con abbigliamento e attrezzatura adeguata, si può governare ma mai domare del tutto.
Eppure, proprio in questo confronto, ci si sente liberi: abbracciati da un paesaggio che ora manifesta tutta la sua potenza, pura e incontaminata.
La bellezza di questo luogo apre i suoi orizzonti. Qui, ai piedi di Cima Formenton, lo sguardo non si ferma solo alle sempre più lontane Pale di San Martino. Non si limita al Sass de la Palaza, al Pizzo Forca e ai versanti orientali che si affacciano verso la Forcia Rossa. Non si esaurisce nella cresta occidentale che culmina sul Monte Le Saline.
Ora, con estrema nitidezza, si svelano anche nuovi versanti che già appartengono al vicino Trentino: la Val de Meda che conduce al Palon de Jigole (2900 m) e quei tratti di incomparabile bellezza del Sas da la Tascia (2866 m) e di Cima dell’Uomo (3010 m). Una sinfonia di rocce, cime e creste che si estende a perdita d’occhio, sospesa tra cielo e montagna.
Il forte vento che investe il mio corpo e le vette che mi circondano rinvigoriscono l’anima con una bellezza eterna. Una sinfonia naturale che allontana ogni pensiero legato al tempo che scorre.
Quassù i minuti non contano, così come le ore; ciò che conta è ciò che sentiamo realmente di essere e ciò che la montagna stessa ci invita a osservare.
Sentirsi pienamente vivi, ovunque, immersi in uno spazio sicuro, protetti da ogni pericolo che l’Inverno talvolta cela, con quella consapevolezza in cui la nostra presenza si integra armoniosamente all’interno del territorio.
Quassù, durante l’Inverno, non esistono luoghi caldi e confortevoli per il pranzo di metà giornata. Basta però scendere di qualche passo, seguire la valle e, tra le prime baite più a monte della Valfreda, si trova il luogo perfetto per posare le proprie radici, seppur per un tempo breve.
Su una di queste piccole costruzioni scopro la panchina ideale: davanti a me il sole illumina con maggior vigore la valle, mentre il vento, instancabile, sembra non trovare mai pace.
Ma a mia sorpresa, quella pace non l’ho mai persa; continua a condividere con me questo luogo che sembra sospeso, immutabile, fermo alla notte dei tempi.
La Valfreda è questo: sospesa tra fantasia e realtà.
Eppure, guardandomi attorno con attenzione, scopro che nella realtà i suoi masi, i casoni e ogni dettaglio naturale rispecchiano perfettamente il desiderio di vivere in completa armonia con la Natura, anche solo per una giornata.
L’Inverno pone dei limiti, ma qui lascia spazio alla libertà di muoversi senza vincoli. La neve non comporta rischi né obblighi, soprattutto sui versanti maggiori.

Quassù ciascuno deve trovare la propria dimensione. Io, per quanto mi riguarda, ho trovato la mia: la stessa che, rientrando lentamente verso il Rifugio Flora Alpina, ritrovo in ogni passo già percorso, in ogni traccia lasciata lungo il cammino.
Stefano












































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