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SILENZIO - TEMPO  -  MISURA

Malga Fierollo di Sotto

  • Immagine del redattore: Stefano
    Stefano
  • 22 ore fa
  • Tempo di lettura: 18 min

Aggiornamento: 3 ore fa

Dove il tempo rallenta e la Natura apre ogni mio pensiero.



Il mio passo si accorda alla lentezza di una stagione che nasce, come se ogni movimento dovesse imparare di nuovo il tempo dell’attesa. La primavera si affaccia con discrezione, senza fretta, e mi consegna le sue prime emozioni: lievi, quasi sussurrate, ma sufficienti a farmi sentire parte viva di un mondo naturale che muta, cresce, si trasforma senza mai fermarsi.

È un passaggio delicato, questo, in cui l’inverno si ritrae a poco a poco, lasciando dietro di sé tracce sottili, memorie di freddo che ancora resistono. E in questa lentezza ritrovo la mia: un cammino che non può essere affrettato, che domanda pazienza e una silenziosa perseveranza, come se ogni passo fosse un atto di fiducia verso ciò che deve ancora compiersi.


Il calendario, intanto, annuncia da tempo la stagione dei fiori e dei profumi, ma la realtà segue un ritmo diverso. Marzo e aprile restano sospesi, incerti, custodi di un equilibrio fragile tra ciò che è stato e ciò che sarà. Sono mesi che sanno ancora sorprendere, capaci di riportarmi indietro, come in un tempo che non si è del tutto congedato, e che continua a vivere tra le pieghe di questa lenta, incessante trasformazione.







Marzo e aprile: i mesi del cambiamento e dell’incertezza


Forse l’errore più sottile, quello in cui si inciampa senza accorgersene, è credere che basti l’arrivo di aprile a sciogliere ogni resistenza, come se il tempo potesse obbedire a una data e la Natura, docile, aprirsi d’un tratto a un respiro più libero.



"Eppure, da sempre, assisto a un altro racconto"



Quando tutto sembra distendersi in un movimento lento, quando gli spazi si fanno più ampi e l’aria promette cambiamento, basta un improvviso capriccio del cielo, un ritorno del freddo, una pioggia insistente che tra le Dolomiti si traduce in una nuova neve, a ricondurre ogni cosa al punto di partenza. È come se la Natura custodisse un ritmo più profondo, indifferente alle attese e alle illusioni umane. Nulla è inutile, eppure nulla è immediato.

Ogni passo avanti porta con sé la possibilità di un ritorno, ogni apertura contiene ancora l’eco di ciò che è stato. E così, in questo alternarsi silenzioso, si compie il vero senso del cambiamento.




Quistaon - 1270m


Una piccola comunità si affaccia su un pianoro erboso, là dove la Valsugana si apre in uno dei suoi sguardi più vasti e silenziosi. Un pugno di baite e case private, raccolte come in confidenza, custodisce l’odore denso del silenzio, interrotto soltanto dal respiro lieve di un paio di camini che fumano all’alba di una fredda giornata di fine marzo.

È un angolo di vita sospeso, immerso in una quiete antica, dove il tempo sembra rallentare fino quasi a fermarsi. Solo il vento, a tratti, attraversa questo spazio rarefatto, insinuandosi tra i tetti e i prati, ricordando con il suo soffio che il freddo, a queste quote, non ha ancora detto la sua ultima parola.


Quistaon non è soltanto un luogo: è un nome che sfugge persino alla carta, privo quasi di traccia, come se la sua stessa pronuncia appartenesse più al vento che alla voce umana.

Si distende lungo un’unica, stretta strada forestale che, partendo dal vicino campeggio del Lagorai, si allunga con dolcezza tra ampi versanti prativi. Qui, tra masi sparsi e piccoli paradisi nascosti, la terra custodisce una riservatezza antica, quasi orgogliosa, che chiede silenzio e rispetto, lontana da ogni libero accesso.

Eppure, con l’arrivo dell’estate, questi luoghi si animano di presenze discrete: viandanti e turisti si raccolgono attorno a pochi locali, oltre al campeggio, trovando ristoro e quiete. Tra un pranzo e l’altro, il tempo si dilata, e lo sguardo si perde in questi spazi aperti, dedicati alla lenta vita degli alpeggi stagionali, dove ogni gesto sembra appartenere a un ritmo più profondo e necessario.



Tra i masi di Quistaon
Tra i masi di Quistaon


Ma per ora tutto resta immobile, sospeso in un silenzio meraviglioso, inciso soltanto dal soffio gelido del vento che accompagna l’alba di questa mia nuova giornata.

La piccola strada d’asfalto diventa il mio riferimento, una traccia sottile a cui affidare l’inizio di questo nuovo pellegrinaggio. È una lingua stretta che si inoltra tra viottoli battuti, insinuandosi tra case raccolte e quiete, dove pochi camini accesi testimoniano una presenza viva, discreta, custodita tra le mura.

Alcune auto, ferme all’interno delle rispettive proprietà, suggeriscono un’umanità silenziosa e vicina, eppure invisibile. E subito, quasi senza volerlo, mi attraversa una domanda: chi abita davvero questi luoghi, e quale vita scorre, nascosta, dietro queste finestre ancora chiuse?



"Proprietari solo di passaggio per un paio di notti o una dimora permanente?"





Il sole, da poco sorto, intraprende il suo lento cammino, stendendo un velo di luce sui prati e su questi piccoli regni silenziosi che custodiscono un luogo disperso, quasi dimenticato, tra i meno frequentati della Valsugana. Un tepore lieve, timido, riesce appena a sfiorare la pelle del mio viso, come un sussurro che fatica a farsi sentire.

Ma è il vento freddo a dominare ogni cosa, a piegare e zittire ogni altro respiro di questa mia Natura, imponendo la sua presenza austera. E così, chi abita questi spazi solitari sceglie ancora il rifugio caldo delle proprie case, lasciando fuori soltanto il silenzio.

Ed è proprio questo che mi attraversa e mi colma: una sensazione profonda, quasi rara. Il pensiero di essere solo, completamente solo, mi avvolge e mi separa dal resto del mondo, rendendomi l’unica presenza umana lungo questa strada che si perde, silenziosa, verso l’infinito.


In lontananza, il canto di un gallo rende il mio cammino ancora più mistico, come un richiamo antico che si leva nell’aria fredda del mattino. Una presenza lontana, quasi invisibile, che pare volermi accompagnare con un augurio silenzioso, benedicendo ogni passo lungo questo sentiero colmo di incognite.

È la prima volta che mi trovo in questo angolo appartato del Lagorai, lungo un versante quieto dove Cima d’Asta resta soltanto un riferimento lontano, più suggerito che realmente vissuto.

Eppure, ciò che desidero è salire, spingermi più in alto possibile. È un richiamo sottile ma deciso, che mi invita a volgere lo sguardo verso le malghe del Fierollo, come verso un punto essenziale, quasi simbolico. In questa mia nuova primavera, esse si offrono come promessa e auspicio, come il segno più autentico di una stagione che sta appena iniziando a raccontarsi.







Le malghe, la primavera e il Lagorai


Malga Fierollo di Sotto e Malga Fierollo di Sopra: due nomi che si fanno richiamo, due presenze che, mai come in questa nuova primavera, attirano a sé il mio sguardo con una forza silenziosa ma irresistibile.

Le malghe e il Lagorai, in questa stagione, amplificano la mia curiosità, che non si ferma alla sola incantevole bellezza di questi luoghi da sempre familiari al mio stupore. È qualcosa di più profondo: un richiamo antico che attraversa questo territorio disteso sui piani alti della Valsugana, capace ancora di sorprendermi, di parlarmi sottovoce.

Nelle malghe, in primavera, percepisco il respiro della rinascita. La neve, lentamente ritirandosi, lascia emergere ciò che era nascosto, e ogni cosa sembra tornare a vivere, a raccontarsi da capo.

Queste strutture antiche, ancora vive e operose, diventano nei lunghi mesi estivi rifugio e cuore pulsante di una pacifica invasione di vita: uomini, animali, suoni, gesti. Un energia quieta e necessaria che solo i primi freddi, con l’arrivo dell’inverno, riescono a sospendere, fermando ogni movimento e lasciando spazio a una nuova attesa.


Nessun luogo, come l’alpeggio, riesce a trasmettermi una così intensa e inspiegabile sensazione di libertà. Una libertà che nasce dall’ampiezza dei territori d’alta quota, dove creature miti — mucche, cavalli e capre — condividono in armonia il silenzio delle alture, il tepore del sole e l’erba resa viva e fragrante da un vento che sa di esistenza autentica. Una vita che sembra sopravvivere ormai soltanto qui, ai margini di una Natura ancora intatta, ancora incontaminata.

Il Lagorai, la Valsugana e i loro antichi alpeggi: un richiamo a cui non posso sottrarmi. È una voce che mi attraversa, che chiede di essere accolta come un messaggio silenzioso, capace di guidarmi verso il luogo giusto. Un invito a sollevare lo sguardo, a cercare quote sempre più alte, per toccare con mano questo tempo sospeso di cambiamento, questa promessa sottile e potente di rinascita.







Maso Becaro - 1347m


E come spesso accade, e per fortuna accade, quel fragile velo di civiltà si dissolve, cedendo il passo a un cammino più autentico, primordiale, dove è la terra stessa a guidare i miei passi e a suggerirmi, con silenziosa sapienza, la direzione da seguire.

L’asfalto, emblema ostinato di un’esistenza compressa e disumanizzata, si arrende infine al richiamo profondo e irresistibile di Madre Terra, restituendomi la gioia antica del ritorno. Un ritorno alle origini, là dove il respiro si fa più ampio e vero, e dove, tra il sussurro dei boschi e l’aprirsi delle distese prative, riconosco senza esitazione il mio luogo, il mio tempo, il mio mondo.


Una strada forestale, che porta il nome di Becaro, si snoda davanti a me traendo il suo nome da un maso che, più in alto, mi attende come uno dei primi piccoli miracoli di questa giornata.

Il cammino è placido, immerso in un silenzio vivo, intessuto dal cinguettio leggero degli uccelli e da scorci che si aprono, ampi e luminosi, verso la Valsugana e le sue vette maggiori, ancora velate di neve. Tutt’intorno, la magia del bosco mi chiama a sé.

È un richiamo profondo, insistente e dolce al tempo stesso: un invito a lasciare il sentiero tracciato, a smarrirmi con fiducia tra gli alberi. Qui, tra gli alti arbusti, mi accoglie un abbraccio antico e possente, mentre il vento, discreto e gentile, accarezza ogni ramo, come se volesse raccontare, a chi sa ascoltare, il respiro segreto della Natura.





È una sensazione meravigliosa, capace di allontanarmi, quasi senza che me ne accorga, dal sentiero che avevo scelto come guida.

Mi ritrovo assorto, accolto in una dimensione naturale in cui il confronto con ciò che mi circonda accende, una dopo l’altra, tutte le mie emozioni. Il vento scuote le fronde più alte, generando un suono profondo e continuo che riconosco come il respiro stesso di questa Natura, vasta e intatta.

Una Natura ancora libera dall’impronta dell’uomo, dai rumori estranei, da ogni interferenza: qui, il sibilo lieve degli uccelli e la carezza della terra morbida e umida si intrecciano in un unico sussurro, offrendomi un benvenuto discreto e colmo di quiete.



"Nel bosco in primavera, la vita rinasce tra luce, profumi e canti leggeri."



Così mi giunge il canto della Natura, tenero e profondo, capace di accompagnare ogni mio passo. I piedi si fanno leggeri, quasi sospesi sulla morbidezza delle foglie, dell’erba e di quei tratti ricchi di humus che il disgelo restituisce alla vita.

È una sensazione che mi attraversa, una leggerezza che respiro e che si fa energia viva, dono prezioso di questa primavera che rinasce e mi rinnova. È ciò che cerco, ciò che rivendico per il valore stesso del mio essere, come le malghe, lassù, che mi attendono silenziose, pronte a offrirmi ciò che sento mio per diritto profondo: la libertà e il pensiero.


Rientrare così sul mio sentiero, uscire per ora dai fitti boschi e trovarmi al cospetto di un cielo azzurro che dai primi alpeggi, dalle prime radure prative mi accolgono al maso Becaro.



Maso Becaro 1347m
Maso Becaro 1347m


Il luogo ideale per una prima sosta. Uno spazio che custodisce e racconta, in ogni suo dettaglio, la più autentica tradizione della Valsugana, diffondendo una solitudine quieta e raccolta.

Un paio di strutture, nate con rigore dalla roccia del Lagorai, si inseriscono con naturalezza nell’alpeggio, dove il sole domina finalmente su ampie distese, ormai liberate dalla neve. È una pausa perfetta, resa ancora più preziosa dal filo d’acqua che scorre da una piccola fontana, portando con sé il respiro del disgelo dei nevai più alti.






È un primo, fugace frammento di tempo in cui ogni dettaglio racconta la cura e la passione di chi, quassù, è custode legittimo di un piccolo angolo di un Paradiso, per fortuna ancora perduto al mondo. Nel silenzio assoluto mi muovo, cercando tutto ciò che possa nutrire e amplificare questa mia sensazione di libertà.

In ogni minimo particolare colgo l’eco di pagine che sembrano sgorgare dalla penna sapiente di un narratore di fiabe, mentre il lieve mormorio della fontanella mi ricorda che, oltre alla Natura che mi accoglie, mi trovo pur sempre in un luogo che, con discreta presenza, resta una "proprietà privata".





Affido questo luogo alla Natura che lo abbraccia e a chi, con passione, amore e dedizione, custodisce l’anima viva di questo antico maso, rendendolo unico.

Lo lascio alle mie spalle, portando con me ciò che mi appartiene, compreso l’involucro del mio breve ristoro, e insieme ogni traccia del mio passaggio. Quassù ogni cosa possiede una delicatezza limpida, fatta di rispetto per l’ambiente e per chi, tra questi prati e queste mura antiche, ne preserva con armoniosa cura ogni più piccolo dettaglio.




I boschi del Calmuco


È un passaggio breve, ma il dislivello cresce all’improvviso, spezzando il ritmo del cammino.

Ritrovo così la mia antica forestale, ritrovo i miei boschi, e con l’altitudine riaffiora, lenta, la memoria di un inverno che pareva ormai lontano. Ricompare la neve, più compatta nei tratti dove il sole fatica ancora a farsi strada. La incontro ghiacciata, disseminata lungo la via che sale, paziente, verso il Calmuco.

La foresta stringe lo sguardo e non concede lontananze: perfino la Valsugana, distesa ai miei piedi, sembra essersi dissolta, inghiottita da un silenzio fitto e senza confini.




La percezione del cambiamento giunge lenta, quasi impercettibile, come un pensiero che affiora senza rumore.

Il desiderio di raggiungere entrambe le malghe del Fierollo si dissolve poco a poco, svanendo dai miei orizzonti interiori. La neve, ancora e ancora, ricopre ogni tratto di questa dolce serpentina, esaltando, al tempo stesso, la bellezza sospesa di questi boschi, immersi in un bianco irreale e silenzioso.



"Nel bosco innevato, la vita diventa pura meraviglia."



Una meraviglia che non si esaurisce nel fremito della vita nuova. Più a monte, un torrente, gonfio dell’energia raccolta dai versanti più alti, si distende verso il fondo della valle con una furia viva e luminosa, simile al respiro inquieto di ogni creatura del bosco.

I miei passi, sulla neve ormai fragile e cedevole, si dissolvono quasi nel nulla, inghiottiti da un fragore insieme dolce e impetuoso, che sembra ricordarmi, con discreta fermezza, quanto la mia sia soltanto una presenza di passaggio, ospite tra queste forze antiche.



"Non mi posso paragonare a nulla di tutto questo, forse perchè siamo e saremo sempre il nulla di fronte a tutto questo..."









Malga Fierollo di Sotto - 1565m


Se la neve, inizialmente, sembra volermi dissuadere da ogni possibile passaggio, i vasti prati della Fierollo di Sotto concedono invece una tregua inattesa, quasi un invito gentile a proseguire.

Sotto lo sguardo aperto del sole, lontano dall’ombra fitta del bosco, la primavera torna a illuminare i miei sogni e a ridisegnare ogni prospettiva. Un’ampia radura si distende e risale con forza verso i versanti superiori, dai quali emerge, delicata, la sagoma della malga.

Bella, solitaria, ancora raccolta nel silenzio senza tempo di un inverno appena trascorso.



Malga Fierollo di Sotto 1565m
Malga Fierollo di Sotto 1565m


Un terreno dai colori maculati mi invita a risalire, con passo lieve, quel breve tratto che mi separa dall’ennesimo sogno che prende forma.

Chiazze di neve, ormai indebolite dal tepore del sole, si ritirano docili, lasciando spazio a distese aperte dove i prati, segnati dal gelo, tornano a respirare. E in quelle prime accensioni di colore, nei crochi e nelle violette, riconosco il miracolo della vita che, silenzioso, si compie ancora una volta. Nulla in questo istante ha più importanza di ciò che mi si pone di fronte.





La mia prima volta quassù, alla soglia di una delle prime malghe del Fierollo, dove l’emozione nasce semplice, al solo cospetto di ciò che mi riporta, ancora una volta, a un contatto intimo con una montagna antica, fragile e da custodire.

Tutto sembra immobile, sospeso da quei primi giorni d’autunno dello scorso anno, quando la mano dell’uomo ha interrotto, solo per un tempo, la vita dell’alpeggio. Eppure i fiori affiorano ovunque, incuranti dell’ombra o della luce, come piccoli segni ostinati di rinascita.

Mi accolgono con una gentilezza silenziosa, un benvenuto umile che si fa promessa.

Un messaggio colmo di speranza e di attese, che in questo tempo per me così delicato si trasforma in un desiderio profondo, quasi un’invocazione, quella libertà che sento il bisogno di reclamare con tutta la voce che ho dentro.







Una breve sosta, fatta di riflessioni, ma soprattutto necessaria per interrogarmi sul possibile proseguire verso la Fierollo di Sopra.

Con lo zaino sulle spalle riprendo il cammino, lasciandomi guidare da una traccia ben visibile che, oltrepassata la malga, abbandona temporaneamente la Fierollo di Sotto per ricondurmi, poco a poco, nel cuore del bosco.

Non è più il tempo della facile linearità di una strada forestale: ora è il sentiero selvaggio a farsi guida, intrecciandosi con una Natura altrettanto indomita e profondamente affascinante.





Alle mie spalle restano impronte che presto si confondono, inghiottite da una neve così fresca da sembrare appena caduta. Il sentiero scompare sotto quella coltre silenziosa, mentre il bosco, lentamente, torna a reclamare ogni suo spazio.

Metto a confronto ciò che lascio con ciò che mi attende, e in questo equilibrio incerto ogni dubbio, ogni esitazione, si fa voce lieve che sussurra le difficoltà da non ignorare.

Mi accorgo, ormai, di camminare quasi alla cieca. La neve, intatta e mai battuta, non solo mi disorienta in un ambiente per me ancora sconosciuto, ma cancella ogni segno familiare. Anche le consuete tracce bianco-rosse, dipinte su rocce e alberi, svaniscono, negandomi quei riferimenti che solitamente guidano il passo e rassicurano lo sguardo.



Temporaneamente saluto la Fierollo di Sotto...
Temporaneamente saluto la Fierollo di Sotto...


Mi ritrovo improvvisamente smarrito. Non in un modo che susciti preoccupazione o richieda aiuto, ma in quella sottile condizione in cui ogni certezza si attenua: la neve ostacola il passo e, insieme, dissolve ogni possibile riferimento.

La foresta ai piedi del Monte Spiado si fa fitta, chiusa, priva di appigli che suggeriscano un cammino facile, e la neve ne accentua il carattere selvaggio, rendendola ancora più impenetrabile.

Ogni passo affonda, rallenta, mette alla prova ogni mia intenzione. Ciò che lasciato il Maso Becaro appariva solo come un’ipotesi lontana, qui trova piena conferma, trasformandosi in una realtà concreta e silenziosa.


Non potevo chiedere di più, anche se questa seconda parte l’ho vissuta come il sogno stesso della giornata.

Tornare alla malga inferiore non è una rinuncia né un sogno infranto, ma piuttosto l’occasione preziosa per ritrovare, intatta, la purezza di ciò che ho vissuto: un tempo in cui ogni dettaglio si rivela dono, perfetto nella sua semplicità e degno di essere custodito.





"Zaino a terra, una comoda panchina e quel panino che ora fa la differenza"






Per ora non desidero altro. In queste cose semplici trovo l’energia e l’ispirazione necessarie per entrare in una dimensione in cui l’essenziale si offre, vicino e accessibile.

Rifocillato a dovere, non mi resta che abbandonarmi a ciò che mi circonda, lasciandomi attraversare da ogni dettaglio. Così, passo dopo passo, nel cuore della semplicità della Natura, ritrovo pensieri limpidi e, con essi, i giusti propositi.




Il mio spazio, la mia dimensione


L’anima di un luogo si rivela nello stesso stato d’animo con cui lo si attraversa, nel modo in cui ci accoglie e ci riflette.

Il mio cammino si apre ora attorno alla malga, distendendosi lungo ampi prati fino a raggiungere quel confine naturale dove il bosco torna a prendere respiro. In questi spazi aperti, ogni passo libera un’energia sottile, mentre lo sguardo si posa su dettagli minimi che, in silenzio, raccontano il ciclo della vita.

L’erba, ancora segnata dal gelo, i lembi sparsi di neve sempre più fragile, e i fiori, timidi e vivaci, che con i loro colori restituiscono vita e luce a questi luoghi essenziali.





Mi siedo con cautela sull’erba, che in alcuni tratti avverto umida, pronta a impregnare i miei abiti della sua fragranza viva e primordiale. Mi fermo, osservando nella semplicità di queste piccole creature il segreto della loro forza, cercando di coglierne ogni sfumatura.

Mi domando come esseri così fragili, solo in apparenza, riescano a resistere ai sussulti impetuosi della Natura che li accoglie; come possano affrontare la furia del vento, il morso del gelo, e ogni altra forza che si abbatte con violenza sui loro sottili steli.

Eppure sono lì: un filo lieve di vita, saldo e tenace, profondamente ancorato a Madre Terra.





Nella semplicità delle cose si rivela la forza autentica di questi fiori.

Un confronto silenzioso che mi pone davanti a una verità essenziale, dove l’essere umano si specchia in queste minuscole creature, scoprendone, forse, la stessa fragile e tenace Natura.



"Chi siamo noi per pretendere di prevalere su noi stessi, sui nostri simili?

Quale diritto ci arrogiamo nel piegare la nostra esistenza a obblighi e doveri che non conducono ad altro se non a un possesso materiale, distante dal rispetto e dalla libertà che ci spetterebbero per Natura.

Cosa accade nella nostra mente nel preciso istante in cui l’istinto, anziché guidarci, ci spinge a sminuire ogni forma di vita che ci somiglia.

E perché, in Natura, ogni essere vivente segue il proprio istinto nel rispetto degli spazi e dei propri simili, mentre l’uomo, che pure dovrebbe riconoscersi parte di questo equilibrio, dimentica di essere solo un abitante tra altri, chiamato alla condivisione e al reciproco rispetto.

Rispetto e condivisione, sì.

Abbiamo spazio a sufficienza, eppure viviamo come se non bastasse mai; come se questo pianeta, capace di accogliere ben più di quanto siamo, non fosse comunque abbastanza.

E tuttavia, nulla sembra bastare"





"Nella semplicità delle cose si aprono pagine colme di verità e di senso. Nelle antiche mura di una malga, così come tra i tronchi e i rami del bosco, la libertà prende forma e consistenza, come se tanto l’opera dell’uomo di un tempo quanto il respiro della Natura custodissero, insieme, i principi più autentici della vita.

Nella mia quotidianità, invece, il lavoro si fa sempre più gravoso, opprimente: un susseguirsi di regole e obiettivi che sembrano esistere solo per esaltare l’immagine di un servizio, mentre si dimentica il valore umano di chi quel servizio lo rende possibile.

Numeri, percentuali, margini infinitesimali diventano misura di tutto, anche nei momenti più delicati, dove un impercettibile scarto, quel minuscolo segno negativo, può trasformarsi in una perdita che appare irreparabile.

Eppure, davanti a queste vecchie mura, mi soffermo a osservare.

Non vi è perfezione, né quella precisione millimetrica che allinea ogni cosa all’orizzonte. E proprio in questa imperfezione, forse, si cela un equilibrio più vero, più umano.

Vecchie mura che reggono il passare del tempo, senza numeri, tabelle o statistiche che inevitabilmente renderebbero fragile la mano vera dell'uomo. Quella mano che un tempo valorizzava il lavoro ma che ora sembra sminuirne sempre più ogni sua forma "





"Nella solennità del silenzio del bosco, ciò che avvolge la nostra quotidianità nel mondo civile appare per ciò che è: un intreccio di fattori dissonanti, dove il caos e la fretta soffocano la pace e la quiete. Viviamo sempre più oppressi, trascinati da un’urgenza continua che ci spinge a correre, a consumare il tempo delle nostre giornate come se non fosse mai abbastanza, nel tentativo di ottenere più di quanto ci spetti, senza accorgerci che quel “di più” spesso si svuota di ogni significato. Ci riversiamo nei centri commerciali senza un reale bisogno, rispondendo a un richiamo sottile e insistente, quello di una società che alimenta desideri superflui, trasformando il consumo in abitudine. Così il tempo si disperde, insieme alle risorse, e ciò che resta è soltanto un’eco di insoddisfazione, l’ennesima fatica nel giungere alla fine del mese.

Quassù, fortunatamente, il cellulare spegne ogni possibile contatto con quella realtà sempre più nociva e in metastasi. Una fortuna certo, perchè su questo ognuno di noi dovrebbe trarne conclusioni e moralità per se stessi.

Quassù, invece, tra i boschi e gli spazi aperti, raccolgo l’essenza più autentica del vivere. Una vita che ora non rincorro più, ma accolgo come un dono pieno, degno di essere vissuto nella sua interezza".





"All’apparenza, la sostenibilità della quotidianità moderna si compie entro una dimensione in cui ogni gesto e ogni atteggiamento sembrano aderire perfettamente a ciò che riteniamo ci sia dovuto, a ciò che la società stessa ci impone.

Un pensiero tanto distorto quanto insidioso, eppure così radicato da apparire del tutto naturale".



"Se penso all'opposto, invece, vedo tutto come un senso in cui la logica opposta prevale come verità"



"Confrontarmi con questo ambiente mi riconduce a una quiete profonda, mi permette di cogliere, nell’umiltà delle cose semplici, la superficialità di ciò che la quotidianità moderna pretende di imporre.

Gli spazi aperti, illuminati dal sole di aprile; le distese prative che tornano a respirare, accarezzate da un vento ancora lieve e fresco, come l’ultimo saluto di un inverno ormai lontano. I boschi e gli alberi che, proprio in quel vento, ritrovano la forza di liberarsi dei resti della stagione passata, avviando la loro silenziosa e irreversibile metamorfosi verso il nuovo.

E i fiori, creature meravigliose, che con i loro colori e la loro fragile tenacia tracciano sul mio volto un sorriso sincero, accendendo in me una fiducia quieta, profonda, in ciò che desidero per il mio essere".





La bellezza di un vasto prato mi accoglie in un silenzioso benvenuto.

Al suo interno, due cavalli ignari pascolano tranquilli, lontani dai pensieri che porto con me, riflessioni dedicate all’umanità, a quel confronto inevitabile tra l’esistenza che viviamo e la purezza intatta di questa Natura.

Giungo così all’altezza dei masi dello Spiado, dopo la lunga discesa che dalla Fierollo di Sotto, passando per il Calmuco sul versante opposto, chiude questa giornata in un semicerchio armonioso.

Una perfezione che non nasce dall’assenza di limiti, ma dall’intensità vissuta: una giornata profonda, in cui la malga, per me per ora priva della sua sorella più alta, mi ha donato ancora una volta il privilegio di una Natura viva, pensante, capace di parlare a chi sa ascoltare.


Non un grande passo, ma un passo lieve, che desidero resti tale.

Un passo dentro di me, tra i pensieri più intimi; un passo lento, necessario, per concedere più tempo al lungo cammino che il futuro mi attende.

Un passo piccolo, ma costante, sostenuto dalla perseveranza: perché ogni sogno, ogni desiderio di libertà, possa trovare il proprio tempo e compiersi, con fiducia.




Stefano







Info tecniche



📍 Zona: Località Bieno - Lagorai - Cima d'Asta - Trentino

🥾 Tipo: escursione

📏 Lunghezza: 9km

⛰️ Dislivello: +329m

⏱️ Tempo: 3h (intero cammino, individuale, soste escluse)

⚠️ Difficoltà: media (ambiente tra boschi e ampi spazi prativi)





Malga Fierollo di Sotto: trekking nel Lagorai tra Natura e silenzio


L’escursione a Malga Fierollo di Sotto, nel cuore del Lagorai, è un trekking perfetto per chi cerca Natura incontaminata, silenzio e paesaggi alpini autentici. Questo itinerario tra le malghe trentine è ideale per una giornata immersi in una montagna ancora selvaggia, lontana dal turismo di massa.

In questa guida trovi tutto quello che devi sapere: come arrivare a Malga Fierollo di Sotto, il percorso completo, difficoltà, dislivello e consigli utili.



Il percorso: trekking a Malga Fierollo

Il trekking verso Malga Fierollo di Sotto è un’escursione piacevole e accessibile, perfetta anche per chi cerca un percorso non troppo impegnativo nel Lagorai.

Il sentiero si sviluppa tra boschi, radure e ampi spazi aperti, regalando scorci continui sulle montagne circostanti. Camminare qui significa immergersi in un’atmosfera lenta, fatta di silenzi e dettagli.

Lungo il percorso si possono incontrare anche altre malghe, come Malga Fierollo di Sopra, rendendo l’itinerario ancora più interessante.



Quando andare

Il periodo migliore per l’escursione a Malga Fierollo di Sotto va dalla primavera all’autunno.

  • Primavera: Natura rigogliosa e fioriture

  • Estate: clima ideale e giornate lunghe

  • Autunno: colori spettacolari e atmosfera ancora più suggestiva

In inverno il percorso può essere innevato e richiede maggiore esperienza.



Consigli utili

  • Indossare scarpe da trekking

  • Portare acqua (non sempre disponibile lungo il percorso)

  • Controllare il meteo prima di partire

  • Partire al mattino per godersi la giornata con calma



Perché scegliere questo trekking nel Lagorai

L’escursione a Malga Fierollo di Sotto è perfetta per chi cerca:

  • un trekking nel Lagorai poco frequentato

  • un itinerario tra malghe trentine autentiche

  • Natura incontaminata e silenzio

  • un’esperienza slow in montagna

È uno di quei luoghi che non colpiscono per l’estrema spettacolarità, ma per la loro autenticità.



Un’esperienza autentica tra le malghe del Lagorai

Ci sono escursioni che restano per i panorami, e altre che restano per le sensazioni.

Il trekking a Malga Fierollo di Sotto appartiene alla seconda categoria: è fatto di passi lenti, aria pulita e quella sensazione rara di essere davvero lontani da tutto.

Ed è proprio questo il suo valore più grande.










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