Rifugio Caldenave, il rifugio di primavera.
- Stefano

- 2 giorni fa
- Tempo di lettura: 15 min
Dalla Val Campelle alla Val di Caldenave.
📍 Zona: Tedon - Val Campelle - Val di Caldenave - Valsugana - Trentino
🥾 Tipo: escursione ad anello
📏 Lunghezza: 7km 500m
⛰️ Dislivello: +513
⏱️ Tempo: 2h 30m (intero cammino, individuale, soste escluse)
⚠️ Difficoltà: media (ambiente tra boschi e ampi spazi prativi)
🛖 Malghe e rifugi: Rifugio Carlettini - Rifugio Caldenave - Bivacco Nàssera
🗓 Stagione migliore: Primavera / Estate
🅿️ Parcheggio: Ampio parcheggio al Rifugio Carlettini e alla partenza del sentiero 332
🥾 Il Rifugio Caldenave è un piccolo rifugio alpino immerso nella quiete del Lagorai, circondato da prati, larici e montagne selvagge. Si trova nella splendida piana di Val di Caldenave, in Val Campelle, ed è famoso per l’atmosfera semplice e autentica: tavoli all’aperto, cucina trentina casalinga e panorami molto aperti sulle cime del gruppo di Cima d’Asta.
È una meta amata sia per una camminata rilassante sia come punto di partenza per escursioni più lunghe tra laghi alpini e forcelle del Lagorai.
⛰️ Mai come nella tarda primavera sento il desiderio di seguire un sentiero che, con lenta e silenziosa ostinazione, si innalza verso i versanti più alti della montagna. È in questo tempo sospeso dell’anno che il mio spirito si lascia raggiungere dal richiamo di quei luoghi che, durante l’estate, diventano dimora dell’anima: rifugio, riparo, casa.
Ed è proprio verso il rifugio che i miei passi si dirigono, guidati da una quiete antica. Il cammino si distende dolce, rilassato, immerso in quella Natura che ora, finalmente risvegliata, sembra pronta ad accogliermi di nuovo tra i suoi silenzi, i suoi profumi e la sua luce.
Il Lagorai, il selvaggio e austero Lagorai, torna ancora una volta a chiamarmi a sé. Il richiamo segue il corso di un sentiero che dalla Val Campelle si inoltra nella quiete della Val di Caldenave, salendo lentamente tra boschi e acque, fino a dischiudere, all’improvviso, la magnifica visione di Cima Caldenave. È lì che appare quel piccolo giardino dell’Eden alpino: una distesa di prati silenziosi e luminosi che custodisce il Rifugio Caldenave, adagiato a 1799 metri di altitudine, come un rifugio dell’anima sospeso nel cuore della montagna.

Tedon - Rifugio Carlettini - 1368m
Tra i luoghi più rappresentativi della Val Campelle vi è il Rifugio Carlettini, riferimento storico e meta amata di questa valle rigogliosa e silenziosa, dove boschi e prati raccontano l’anima più autentica del Trentino, sospesa tra la Valsugana e i grandi versanti del Lagorai. Qui, le creste rocciose che si innalzano sopra i pascoli estivi racchiudono, in un unico sguardo, tutta la bellezza selvaggia e armoniosa di queste montagne.
Il Rifugio Carlettini si raggiunge comodamente in auto, percorrendo la strada forestale che da Scurelle si addentra nella Val Campelle e giungere in località Tedon. È proprio dall’ampio parcheggio del rifugio che prende inizio questo mio nuovo cammino, in una giornata di tarda primavera limpida e fresca, colma del profumo del bosco e della quiete della montagna.
L’alba porta con sé un’aria fresca e sottile, mentre il giorno nascente promette la perfezione di un cammino solitario, immerso in quella vitalità silenziosa che soltanto la primavera sa donare alla montagna. Il Rifugio Carlettini sorge a 1368 metri di quota, nel punto in cui la Val Campelle sembra raccogliersi prima di aprirsi verso altri orizzonti: la Valsorda, l’Alpe di Conseria, la Val di Caldenave. Sono nomi che evocano lente salite, pascoli d’altura, malghe silenziose e tutta la Natura autentica e selvaggia custodita dal Lagorai.
Accanto al rifugio si distende un ampio parcheggio, ancora quieto a quell’ora del mattino. Il rifugio è chiuso, ma solo temporaneamente: in questo maggio già vivo di luce e di tepore, le giornate primaverili riportano movimento e vita tra queste montagne.
Val di Caldenave
Il sentiero 332 si allontana lentamente dal rifugio, salutando per un tratto quella presenza discreta tra i boschi. La forestale, ampia e piacevole, si addentra dolcemente nella valle, sfiorando piccole baite, case stagionali e qualche camino ancora fumante, silenzioso segno di chi ha trascorso la notte tra queste montagne.
Una notte che, come il giorno, segue il ritmo antico della valle, dove il silenzio e la quiete vengono appena incrinati dal gorgoglio incessante del Rio di Caserine. Le sue acque, gonfie del disgelo primaverile, scorrono vive e impetuose verso il fondovalle, portando con sé le ultime tracce dell’inverno, memoria ormai distante di una stagione che lentamente si ritira.

L’ampia strada forestale cede lentamente il passo a un sentiero più raccolto, che si inoltra con naturale armonia nel cuore dei boschi. Così lascio alle spalle la Val Campelle e con essa gli ultimi segni della presenza umana, seguendo con quieta gioia la luce del sole che, poco alla volta, filtra tra gli alberi e accarezza i primi prati che annunciano l’ingresso nella Val di Caldenave.
È un piacere profondo quello che mi accompagna lungo questo cammino. Non soltanto per la tranquillità del sentiero o per la dolcezza del suo procedere, ma soprattutto per quel senso di gratitudine che nasce dall’ascolto della natura viva. Il Rio di Caserine, con la sua energia impetuosa e instancabile, riempie la valle della propria voce, trasformando ogni passo in un dono prezioso, semplice e autentico.
La valle si mostra fitta di una vegetazione ricca e generosa, alimentata dalla presenza incessante del rio che rende questo angolo di montagna straordinariamente vivo e rigoglioso. Lungo il sentiero affiorano piccoli acquitrini e rivoli d’acqua, umili presenze che custodiscono un valore essenziale, frammenti di quell’equilibrio silenzioso che la Natura distribuisce con armoniosa misura. Non vi è alcuna traccia di animali selvatici, nessun segno che lasci intuire, almeno per ora, la presenza di altre creature. Eppure questa solitudine non appare mai vuota.
È una quiete assorta e vibrante, resa viva dal linguaggio stesso della montagna. Il fruscio delle foglie, il respiro dell’acqua, il lento pulsare della terra. Un linguaggio antico e silenzioso che l’uomo può ancora comprendere, riconoscendovi il segno continuo e instancabile della vita.

È così che la mia solitudine trova la propria compensazione, colmata da una presenza discreta e silenziosa che qui, tra questi luoghi, sembra attenderti da sempre. Osservare ogni dettaglio, l’acqua che scorre, il respiro del bosco, la luce che muta tra gli alberi, raccoglie dentro di me pensieri ed emozioni capaci di dissolvere ogni senso di isolamento.
Nel mio cammino solitario non mi sento mai veramente solo, né esposto a un vuoto ostile. La solitudine, in questi spazi immensi, diventa piuttosto una forma di appartenenza: una compagnia sottile, fatta di equilibrio e ascolto, che mi permette di sentirmi parte integrante di un ambiente antico, al quale non resta che accostarsi con rispetto, accettandone le leggi silenziose e immutabili che governano la Natura.
La Val di Caldenave, a tratti, si apre oltre il fitto del bosco. Il sentiero attraversa per breve tempo una radura inattesa, un ampio respiro di luce da cui lo sguardo riesce finalmente a cogliere le prime grandi vette e le severe formazioni rocciose che si innalzano verso il Cima Caldenave.
Lassù la neve è ancora abbondante, distesa lungo i profondi canaloni che la montagna disegna naturalmente tra le sue pareti. In quei luoghi dove il sole fatica ancora a giungere, l’inverno resiste silenzioso, custodito dall’ombra e dall’altitudine, come una presenza lontana che la primavera non è ancora riuscita a dissolvere del tutto.

La mia meta si avvicina sempre di più, e il tempo necessario per raggiungerla sembra ormai accorciarsi a ogni passo. Dalla Val Campelle al Rifugio Caldenave occorre poco meno di un’ora e mezza di cammino, un tempo breve solo in apparenza, perché racchiude dentro di sé tutta l’essenza di questa valle selvaggia e profondamente autentica.
La Val di Caldenave si lascia attraversare con discrezione, quasi concedendosi soltanto in parte. I boschi fitti e la vegetazione rigogliosa custodiscono gelosamente i loro spazi, lasciando emergere solo rare e ampie radure prative dove la luce e il tepore del sole riescono finalmente a distendersi. Sono pause luminose e silenziose, brevi aperture che permettono allo sguardo di incontrare, almeno per un momento, i grandi versanti rocciosi del Lagorai, severi e magnificamente selvaggi.
Un ponte di legno, il Ponte Campivelo (1503m), attraversa il rio e riconduce il sentiero nel cuore del bosco. È l’ultimo tratto del cammino, quello che considero anche il più intenso per dislivello, dove comodi gradini di roccia naturale accompagnano lentamente i passi verso un cielo sempre più limpido e vicino. È un passaggio silenzioso e suggestivo, che per brevi istanti si apre a scorci panoramici sui verdi prati delle Caserote, distesi luminosi ai margini della valle. Saranno proprio quei prati che, nel pomeriggio, accompagneranno il mio cammino di ritorno verso il Rifugio Carlettini, chiudendo l’anello di questa giornata.
Ma per quel momento ci sarà tempo più tardi, quando al Bivacco Nàssera lascerò lentamente svanire le ultime ore del giorno, raccogliendo nel silenzio tutto ciò che questa montagna avrà saputo donarmi.
Ponte Caldenave - 1752m
E ciò che fino a poco prima appariva soltanto come l’ennesimo miracolo della Natura, lentamente comincia a prendere forma davanti ai miei occhi. Il sentiero si addolcisce all’improvviso, dopo gli ultimi tratti di salita tra rocce scure e selvagge.
Un lieve pianoro si apre silenziosamente alla luce del sole, che avvolge di pace e tepore le prime distese erbose, punteggiate dai colori delicati dei crochi e di infinite altre fioriture alpine. Ogni cosa sembra vibrare di una quiete luminosa, come se la montagna stessa si concedesse finalmente in tutta la sua armonia. È soltanto il preludio di quel giardino nascosto che le leggende e le fiabe custodiscono nei loro racconti più antichi: un luogo raccolto nel mistero, dove la bellezza si manifesta con una semplicità tanto profonda da apparire quasi irreale.
"Devo solo fermarmi, posare lo zaino in terra e liberarmi di tutto ciò che
per pochi minuti diviene un cammino contemplativo".

"Tutto ciò che i miei occhi osservano è un insieme di bellezza,
di suoni e di elementi perfetti, dove trovare forse la perfetta raffigurazione
del giardino dell'Eden".
Rifugio Caldenave - 1799m
Il silenzio si distende tutt’intorno come un lungo respiro, accogliendomi in una visione così pura da sembrare quasi irreale, lontana da ogni dimensione terrena. Un punto preciso del cammino diventa allora il luogo perfetto da cui osservare ogni dettaglio di questo scenario, lasciando che lo sguardo si perda lentamente nella sua quieta armonia.
Davanti a me si apre l’ampio pianoro erboso del Caldenave, che durante l’estate si trasforma in pascolo d’altura. Una vasta distesa prativa attraversata dal Rio di Caserine, che qui abbandona la sua forza impetuosa per scorrere con calma e dolcezza, quasi in silenziosa contemplazione, prima di riprendere il suo viaggio lungo la ripida valle accanto al sentiero che mi ha condotto fin quassù.

Alzo lo sguardo poco più a monte, verso la grande mole che da Cima Caldenave, a 2433 metri, si distende severa verso i versanti più alti della montagna. Una presenza imponente che, nonostante la sua Natura aspra e selvaggia, riesce ora a trasmettere un inatteso senso di casa, di accoglienza e di quiete.
È una sagoma che trova nel Rifugio Caldenave il proprio cuore umano e silenzioso, quel punto di approdo dove ogni escursionista sembra poter ritrovare pace e ristoro dopo il cammino.
Il rifugio è ancora chiuso, eppure riesce ugualmente a comunicare queste sensazioni. Liberato finalmente dalla pesante veste dell’inverno, appare come un luogo che si risveglia lentamente alla nuova stagione, offrendomi, nel silenzio della valle, il suo più semplice e luminoso "bentornato".
Risalgo lentamente la morbida spalla erbosa e mi ricongiungo al sentiero principale, lasciandomi alle spalle il grande alpeggio e le acque limpide e tranquille che lo attraversano. La quota leggermente più elevata mi regala ora una prospettiva più ampia e armoniosa dell’intero pianoro, permettendomi di coglierne con chiarezza ogni dettaglio.
Lo sguardo abbraccia così un panorama straordinario: dalle grandi pareti rocciose di Cima Caldenave, severe e maestose, la montagna scende dolcemente verso questi vasti spazi prativi estivi, dove il Rifugio Caldenave appare come il centro silenzioso e accogliente di questo magnifico Eden alpino.

Ma la meraviglia di questo luogo non si esaurisce nello sguardo rivolto davanti a me.
Basta voltarmi indietro perché riaffiorino, improvvisi, i ricordi di ciò che l’autunno scorso mi accolse tra gli alpeggi silenziosi della Valsorda. E il pensiero corre subito a Malga Valsorda Seconda, ai piedi dei Laghi delle Buse Basse al cospetto della selvaggia cresta di Cima Lagorai.
Sono ricordi che tornano vivi insieme alle emozioni che queste montagne sanno imprimere nell’anima. Emozioni impossibili da dimenticare, perché nate in luoghi dove il tempo sembra assumere un valore diverso. E anche se appartengono a un passato recente, portano già con sé quella dolce malinconia delle prime nevi autunnali: un sentimento quieto e profondo, simile a un abbraccio intenso e silenzioso che continua a vivere dentro di me.
Era un tempo della mia vita intenso e particolare, colmo di pensieri, progetti e inquietudini silenziose. Un tempo in cui la solitudine di quei luoghi, abbandonati da poche settimane dalla vitalità degli alpeggi estivi, sembrava amplificare ogni emozione, raccogliendo dentro di sé tutta la malinconia dell’autunno nascente.
Il silenzio profondo della valle, la prima neve leggera posata sui prati e l’aria fredda che avvolgeva ogni cosa mi fecero sentire davvero solo, come raramente accade. Eppure, proprio in quella solitudine così intensa trovai qualcosa di autentico e prezioso: un insieme di emozioni malinconiche ma vive, destinate a rimanere impresse nella memoria come istanti fragili e irripetibili, impossibili da dimenticare.

È tutto questo che continuo a vivere anche ora, nell’istante preciso in cui, avvicinandomi al Rifugio Caldenave, i miei pensieri rimangono sospesi a quei momenti lontani.
Questo lento avvicinarsi al rifugio è colmo di emozioni e sensazioni che il tempo non ha cancellato, ma che anzi riaffiorano con un affetto ancora più profondo. Ogni passo sembra ricordarmi, ancora una volta, quanto la Natura e la montagna sappiano unirsi in un equilibrio perfetto, dove malinconia e libertà percorrono lo stesso sentiero, inseparabili, accompagnando il cammino dell’anima tra il silenzio delle valli e l’immensità del cielo.

Poche persone percorrono il mio stesso sentiero. Qualcuno risale lentamente la mia stessa valle, mentre un gruppo di cinque escursionisti scende dai versanti più meridionali, da quei pendii che da Forcella di Caldenave, a 2193 metri, precipitano verso l’ancora innevata e gelida Val di Pravetta.
Eppure basta questo per comprendere come il rifugio, con i suoi ampi pianori erbosi, diventi quasi un piccolo centro del mondo. Un punto fermo e silenzioso capace di riunire persone provenienti da luoghi lontani, talvolta persino da quelle quote più alte dove la primavera porta ancora il volto bianco e severo dell’inverno.
Il Rifugio Caldenave, pur chiuso e inaccessibile, continua a essere un riferimento vivo, un luogo che sembra sottrarsi al trascorrere delle stagioni. Qui il saluto tra escursionisti nasce spontaneo, accompagnato da brevi scambi di parole sul cammino, sulle condizioni dei sentieri, sul tempo che attende più in alto. È una cortesia semplice e autentica, che appartiene soltanto a chi conosce e ama questa forma di libertà fatta di rispetto, silenzio e montagna.
Gesti semplici, quasi silenziosi, che seguono un rituale antico nato dal cuore e dalla comune passione per la montagna. È un linguaggio fatto di sguardi, saluti e piccoli gesti spontanei, condiviso da chi accetta con rispetto le fatiche che il cammino impone.
E la montagna, come sempre, ripaga questa fatica con la sua forma più autentica di ricchezza. L’onestà dei rapporti umani, la cortesia reciproca e quel senso profondo di appartenenza che nasce soltanto tra coloro che percorrono gli stessi sentieri sotto lo stesso cielo.

L’aria che respiro quassù richiama un senso di libertà puro e contemplativo. Anche se il rifugio è ancora chiuso, riesce ugualmente a risvegliare in me il desiderio profondo di osservare ogni minimo dettaglio: il paesaggio che mi circonda, il silenzio della valle, e quel meraviglioso miracolo con cui la Natura, in questi luoghi, si manifesta nella sua forma più autentica e maestosa.
Pochi tavolini all’esterno attendono silenziosi la nuova stagione, pronti ad accogliere ancora una volta gli escursionisti che non conoscono tempo né stagioni. Luoghi semplici dove consumare un pranzo al sacco diventa quasi un rito contemplativo, accompagnato dal lieve fruscio del vento e dal tepore di un sole che, giorno dopo giorno, avvicina sempre più la montagna alla piena luce dell’estate.
"Una sosta che non deve essere breve, ma una pausa contemplativa, dove il tempo sembra rallentare insieme al respiro della montagna".
Val di Pravetta
Seguire l’istinto. Ascoltare il battito del cuore e lasciare che sia il cammino stesso a guidare i miei passi oltre il rifugio, verso i versanti più alti della montagna. Fin dove la primavera si arresta davanti alla prima neve, là dove una sottile linea di confine sembra delimitare, almeno per ora, ogni mio desiderio di scoperta e conoscenza.
È così che la Val di Pravetta prende lentamente forma davanti a me. Un ampio pianoro erboso si distende poco più in alto rispetto a quello del Caldenave, avvicinandosi alle basi ancora innevate di Cima Caldenave e del Tombolin di Caldenave (2298 metri). Una vasta distesa verde attraversata dallo stesso torrente placido e silenzioso che accompagna la valle, e che nel mio immaginario trasforma questo luogo in un teatro perfetto della Natura, dominato dalla presenza austera e imponente delle grandi pareti rocciose che incombono tutt’intorno.

Un paio di semplici pontili di fortuna mi consentono di attraversare senza difficoltà l’ampia vena d’acqua che scorre nel cuore della valle. Il cammino prosegue così con naturale semplicità, conducendomi lentamente al centro di questa nuova dimensione sospesa tra silenzio e vastità.
Davanti a me si innalza la grande muraglia di granito, immobile e severa, che sembra osservare ogni mio passo imponendo la propria possanza e maestosità. Una presenza così potente da ricordarmi, ancora una volta, quanto l’uomo sia piccolo di fronte alla forza antica e immutabile della montagna.

In un tempo dominato dalla superficialità e dalle distrazioni fugaci, è impossibile salire fin quassù e restare indifferenti davanti a tanta bellezza. Impossibile rimanere immobili, privi di emozione, nel momento esatto in cui il confronto tra l’uomo e la montagna si trasforma in un’alchimia perfetta, capace di dare voce a un linguaggio antico e universale.
Le distese prative sembrano tendere una mano silenziosa, invitando a proseguire oltre, a non arrestare il cammino davanti a ciò che, da quaggiù, appare come un confine d’infinito. I boschi radi e le pareti di roccia che si innalzano improvvise verso il cielo parlano una lingua propria, fatta di richiami invisibili e sensazioni profonde, spingendo l’anima a continuare nonostante le lingue di neve ghiacciata, ancora presenti, sembrino voler imporre un limite al passaggio.
Sembra quasi un antico gioco d’incanto, come quello in cui le sirene riescono ancora una volta a distrarre il marinaio dal suo viaggio. Ora sono queste pareti a esercitare su di me quel richiamo irresistibile, mentre io, unico essere umano ai margini di questa valle silenziosa, mi ritrovo inevitabilmente nella parte del viandante attratto dal loro canto.
Eppure non devo lasciarmi sopraffare da questo incanto, almeno non ora. La neve ancora presente segna il mio limite, il confine oltre il quale il cammino richiede prudenza e rispetto. Ed è proprio qui che scelgo di fermarmi, liberandomi di ogni peso superfluo per concedermi, in pace assoluta, questa intensa intimità di pensiero che la montagna sa creare tra il silenzio, la solitudine e il respiro del cielo.

Ma questo è soltanto un limite provvisorio, imposto più dalla montagna che da me stesso. Un confine momentaneo che guarda verso le alte quote ancora custodite dalla neve, mentre la valle conserva ancora per me un altro cammino da seguire.
Un sentiero che torna dolcemente a immergersi nei boschi, accompagnandomi attraverso una quiete più calda e avvolgente, dove il sole e il respiro della valle sembrano già anticipare quel tepore intenso che soltanto l’estate, nel suo pieno vigore, riesce a trasmettere.
Bivacco Nàssare - 1758m
Un dislivello appena accennato distingue questo tratto dal rifugio. Il sentiero L37 si inoltra con dolcezza nei boschi delle Caserote, ai piedi dei versanti che scendono da Cima delle Buse Todesche, a 2406 metri, e dal Monte Conseria, a 2247 metri.
È un cammino fatto di lievi saliscendi, riscaldato dalla luce e dal tepore che filtrano tra gli alberi, mentre il bosco accompagna il passo con una quiete rassicurante. Alle mie spalle, le grandi pareti di granito continuano a dominare la valle, ma ora sembrano osservare il mio allontanarmi con una presenza diversa, quasi volessero accompagnarmi con quella dolcezza silenziosa che si riserva a qualcuno di caro prima della partenza.

Le mie gambe scorrono leggere lungo il cammino del ritorno, mentre la mente custodisce con gratitudine tutto ciò che lentamente mi sto lasciando alle spalle. Di tanto in tanto, il bosco si apre in scorci improvvisi che permettono allo sguardo di spingersi lontano, rendendo ancora più sereno e contemplativo questo pacifico rientro.
Sono i versanti distanti della Val Campelle a riapparire davanti a me, primo segno di un ritorno ormai vicino. Il sentiero lascia gradualmente posto a una strada forestale, mentre i boschi si diradano per concedere spazio ai verdi prati del Bivacco Nàssere.

È qui che scelgo di fermarmi per l’ultima pausa della giornata, l’ultimo momento dedicato al silenzio e alla riflessione, davanti a nuovi orizzonti e a quella quiete che soltanto la montagna sa custodire fino all’ultimo passo del cammino.
I miei sono sentimenti autentici, nati non soltanto dall’esperienza maturata in mezzo secolo di cammini tra le montagne delle Dolomiti, ma soprattutto da qualcosa di più profondo. Sono sentimenti che prendono forma da quel senso di libertà che, ancora una volta, sono riuscito a ritrovare in questi luoghi. E poco importa se questo itinerario viene spesso descritto come una semplice passeggiata: la montagna non si misura nella difficoltà o facilità del sentiero, ma nell’intensità di ciò che riesce a lasciare dentro chi la attraversa con rispetto e consapevolezza.
Se mi guardo dentro, mentre lo sguardo si perde tra i panorami che si aprono davanti a questo semplice e umile bivacco, ciò che sento è una profonda sensazione di pace, quel raro e autentico “stare bene” che nasce soltanto quando Anima e Natura riescono finalmente a incontrarsi.
È un benessere interiore accarezzato dal silenzio, dal fruscio del vento che porta fin quassù il tepore del sole, dalla consapevolezza di un corpo che ancora sa affrontare anche i sentieri più duri e impegnativi. Ma soprattutto nasce da questo spirito che, ora più che mai, sento colmo di speranza: una speranza rivolta al futuro, alla ricerca di quella strada giusta capace di restituirmi, finalmente, il respiro ampio e sincero di una libertà profondamente desiderata e meritata.
Rifugio Caldenave, il mio rifugio che sebbene ancora chiuso ha saputo aprire il mio cuore verso un futuro ricco di speranza e di tante cose ancora da raccontarvi.....
🗺️ Per la fase di rientro finale, dal bivacco sono sceso attraverso il sentiero boschivo L31, per giungere così in località Tedon al Rifugio Carlettini.
Stefano
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