E la malga si tinge di gelo.
- Stefano

- 19 gen
- Tempo di lettura: 5 min

L’Inverno reca con sé una sospensione silenziosa, un tempo in cui molte forme di vita sembrano arretrare, come se il mondo stesso si concedesse una pausa. Il gelo che lo accompagna restringe i passaggi, allontana la curiosità e smorza l’interesse dell’escursionismo, imponendo una distanza rispettosa. Nelle malghe, l’Inverno si manifesta come un’attesa muta: ogni oggetto, ogni gesto legato alla quotidianità e alla manualità tramandata da antiche tradizioni, trova in questi luoghi una delle espressioni più autentiche e archetipiche della vita di montagna.
La neve e il freddo chiudono i sentieri, limitano le strade forestali e ridisegnano il paesaggio circostante, creando una dimensione rarefatta e profonda. La Natura viva, quella animale, si ritrae, resta nascosta, come in ascolto, in attesa che il tempo torni lentamente a scorrere verso una quotidianità più spirituale e consapevole. È proprio in questa stagione, apparentemente chiusa al mondo, che le malghe e gli alpeggi d’alta quota diventano una delle mie mete più ambite. Amo alternare le lunghe e accessibili camminate sulla neve a escursioni dedicate a questi luoghi che, nel mio sentire più intimo, definisco straordinari. Sono spazi in cui Natura e uomo raggiungono un equilibrio raro e perfetto, riflesso di valori e pensieri che mi riconducono sempre a una parola essenziale, per me sinonimo del vero senso della vita: libertà.
Libertà sono gli spazi aperti, in profonda armonia con il silenzio delle alte quote. Libertà di muovermi, anche quando la neve ne delimita i confini. Libertà di sentirmi parte integrante di un mondo che, se d’Estate esplode di vita, d’Inverno conserva intatto il proprio valore più profondo. Dalle prime malghe, poste a quote minori ma incorniciate da scenari naturali perfetti, a quelle più alte, che nella stagione calda esaltano la misticità e la purezza della montagna più autentica, non esistono altitudini capaci di misurare la bellezza invernale di questi luoghi. In ognuna di esse leggo un libro silenzioso, colmo di storie e di tracce: basta uno sguardo attento per cogliere, in ogni dettaglio, la memoria e la quotidianità di spazi solitari e lontani dal mondo.
E sebbene l’Estate e il recente Autunno siano ormai ricordi lontani, nessuna neve, per quanto abbondante, riesce davvero a cancellare ciò che la mano dell’uomo e il passaggio degli animali hanno inciso nel tempo: restano come promesse sospese, destinate a tornare in vita quando la Primavera riporterà i primi fiori, l’erba migliore e la luce calda del sole a splendere nuovamente su questi luoghi senza tempo.
Ma per ora mi concedo il privilegio di abitare questi luoghi, immerso in una sensazione che nella Natura riconosco come un tempo dilatato, una lunga pausa prima dell’arrivo della frenesia e di quella quotidianità che noi esseri umani conosciamo solo in parte, osservandola da lontano nel mondo della flora e della fauna. È un’attesa silenziosa, discreta, in cui tutto sembra trattenere il respiro. Il Lagorai, insieme all’intera Valsugana, rappresenta uno degli ambienti più rinomati per la presenza di malghe e alpeggi, custodi di una cultura antica e di un rapporto profondo con la montagna. È quassù, tra ampie distese ancora velate da una neve sottile, che muovo i miei passi, alla ricerca della giusta misura del silenzio: un silenzio fragile e intenso, interrotto soltanto dal soffio leggero del vento che, risalendo dalla Valsugana, accarezza i crinali maggiori e si perde tra le alture che guardano al vicino Lagorai.
La neve è ancora poca, relegata ai versanti più riparati. Dalle malghe più vicine, adagiate tra alpeggi irrigiditi dal gelo, a quelle più lontane che, sotto il velo della neve, assumono un carattere più segreto e raccolto, il paesaggio muta solo in apparenza. Nel mio lungo cammino le quote non segnano più differenze: ciò che conta è altrove. A rendere questi luoghi preziosi è la loro solitudine, l’aria sospesa e quasi abbandonata che avvolge le strutture. Ogni traccia minima, ogni segno lasciato dall’uomo o dall’animale, si fa racconto. Sono storie silenziose, impresse nella terra e nei muri, memorie di stagioni che ora sembrano lontane ma che restano vive nella materia. La pietra, antica e millenaria, continua a offrire il suo ruolo primario: fondamento solido e protettivo per ogni forma di vita che qui ha trovato dimora. In essa si conserva il senso più autentico dell’abitare, fatto di resistenza, semplicità e armonia con il tempo.
Ogni passo segue un cammino del tutto spontaneo. Che sia sull’erba irrigidita dal gelo o su sottili strati di neve, il procedere resta naturale, quasi guidato da una volontà silenziosa. La malga, in ogni sua forma, mi rende partecipe del suo abbandono e di quel silenzio profondo che solo lei sembra saper custodire e tradurre in un significato carico di speranza. È la stessa speranza che cerco e che coltivo nell’istante preciso in cui mi lascio coinvolgere, senza forzature, da questa atmosfera. Tutto avviene con semplicità, come se il luogo stesso decidesse di accogliermi. Gli attrezzi da lavoro restano lì, appoggiati con cura sotto ogni riparo possibile. Strumenti che, nella mia inesperienza, racchiudono antiche usanze e metodi tramandati nel tempo, saldamente ancorati a una cultura lontana, profonda, ricca di significati.
Li osservo con attenzione e mi domando quale funzione possa avere una semplice barra di ferro. La sua usura racconta un utilizzo costante, una mansione precisa, ripetuta nel corso degli anni. Sono attrezzi talvolta pesanti, eppure il mio pensiero non li associa alla forza né alla violenza verso l’animale libero che abita questa immensità. Al contrario, li riconosco come strumenti di equilibrio, segni concreti di un rapporto antico, rispettoso, in cui l’uomo imparava a misurare i propri gesti in armonia con il ritmo della Natura.
Il Lagorai mi osserva in silenzio, come un custode attento di ogni mio passo. Le sue vette rocciose, imponenti e distanti, nel mio pensiero più intimo si trasformano in eterni guardiani di una storia antica, di un mondo lontano che, a confronto con quello attuale, continua a riflettere l’eredità di generazioni ormai dimenticate. La Valsugana resta costantemente nel mio campo visivo, punto di riferimento e guida discreta lungo questi cammini tanto solitari quanto profondamente umani. Tra il silenzio emergono le tracce dell’abitare: stalle, ricoveri per i pastori e per i loro fedeli cani, segni essenziali di una presenza misurata e rispettosa. Ampi spazi si aprono, scanditi da staccionate di legno di diverse dimensioni, come se ogni nucleo fosse stato pensato con cura per accogliere le diverse specie che quassù l’Estate attende. Dai recinti più piccoli, addossati alle stalle, a quelli più ampi che si distendono con naturalezza verso i pianori maggiori, lo sguardo segue il declivio dei prati: un tempo rigogliosi, ora in parte irrigiditi dal gelo e in parte già custoditi dal primo, leggero strato di neve.
È un Inverno tutto mio, reso vivo da nuove prospettive e dal desiderio profondo di abitare la montagna sotto forme diverse, più silenziose e interiori. La malga chiama, e gli alpeggi, asciutti e bianchi, mi accolgono con discrezione. A questo richiamo intenso non so, e non voglio, restare indifferente. Con calma e con una pace che nasce dal cammino stesso, seguo le strade forestali, vie chiare, quasi sospese, che con rispetto mi accompagnano verso l’alto, ai piedi del Lagorai e delle malghe che punteggiano la Valsugana. Ogni passo è un avvicinamento, non solo nello spazio, ma in una dimensione più autentica del sentire.
Stefano








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