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Le Dolomiti in un Blog. Non solo una guida ma un cammino Autentico, Contemplativo, Esperienziale

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L'estate sta finendo...

Immagine del redattore: Stefano
Stefano
10 minuti fa
Tempo di lettura: 11 min

Momenti, ricordi ma soprattutto riflessioni di un tempo ormai passato.



Una semplice frase, composta da sole due parole, eppure capace di riportarmi indietro nel tempo. A quegli anni in cui, a metà degli anni Ottanta, i miei diciassette anni scandivano un tempo diverso, quando la tecnologia non aveva ancora preso il posto della libertà, degli incontri e di quella spontanea unione che legava i giovani.

Era uno di quei tormentoni estivi che, attraverso le voci dei mitici Righeira, accompagnava la mia generazione verso la fine di ogni estate, lasciando dietro di sé una sottile malinconia. Una malinconia fatta di giornate che sembravano non finire mai, di serate trascorse insieme e di sogni ancora lontani.






Sogni e speranze...


Erano sogni diversi da quelli di oggi, forse più semplici, ma autentici. Sogni che nascevano dalla spensieratezza, dalle amicizie e da quella libertà che allora si viveva soprattutto condividendola con gli altri. E quando quelle parole tornavano a suonare nell’aria, sembrava quasi che l’estate non stesse semplicemente finendo, ma che con lei si stesse chiudendo, ogni volta, un piccolo capitolo della nostra giovinezza.

Era la malinconia di chi portava con sé il ricordo delle lunghe giornate trascorse al mare o tra le montagne. La malinconia di chi, ancora troppo giovane per sentirsi davvero adulto, assaporava quel profumo di libertà in sella a una Vespa o a quel cinquantino maggiorato che, ai nostri occhi, ci faceva sentire già grandi.


Una malinconia che, forse, già allora aveva il sapore dell’eternità. Come se, chilometro dopo chilometro, lungo quelle strade percorse senza una meta precisa, tutto ciò che vivevamo fosse destinato a rimanere per sempre.

Eravamo gruppi di ragazzi e ragazze, ancora fortunatamente lontani da quel futuro che avrebbe trasformato il modo di incontrarsi e di parlarsi. Un futuro nel quale il dialogo si sarebbe sempre più ristretto dentro lo schermo luminoso e colorato di uno smartphone, tra post, immagini e parole spesso prive di significato.


Uno schermo nato con l’illusione di avvicinare le persone, ma che, invece, finisce per tenerle lontane. E forse è proprio questo che rende ancora più preziosi quei ricordi: allora bastava una strada, una Vespa, qualche amico e la voglia di stare insieme per sentirsi davvero liberi.

In questa estate che lentamente lascia spazio all’autunno, sento il bisogno di fermarmi un istante e tirare le somme. Di dare un significato concreto alle esperienze vissute e a tutto ciò che, passo dopo passo, ho lasciato lungo i miei sentieri.


Sono tanti i ricordi che porterò con me, così come le emozioni che, giorno dopo giorno, hanno finito per imprimersi nella memoria. Tanti luoghi raggiunti per la prima volta, angoli di montagna che mi hanno regalato panorami inattesi e punti di vista che difficilmente potrò dimenticare.

Eppure, dentro questa moltitudine di immagini, incontri e sensazioni, c’è anche qualcosa di diverso. Una parte più silenziosa, che non posso ignorare.

Perché accanto alla bellezza di ciò che ho vissuto rimane anche tanta amarezza. Quella stessa amarezza che, a volte, si nasconde dietro un panorama meraviglioso e che soltanto quando il silenzio torna a impossessarsi dei sentieri riesce finalmente a farsi sentire.



Il male dentro...


Non posso, non riesco, purtroppo, a concentrarmi soltanto su tutti quei lati positivi che questa estate mi ha regalato. Non riesco a rimanere indifferente, né a prendere le distanze da tutte quelle negatività che, troppo spesso, hanno accompagnato questa stagione all’interno di un habitat fragile e delicato come quello delle mie montagne.

Anche in questa estate che lentamente mi lascio alle spalle, l’essere umano ha trovato ancora una volta lo spazio per esprimere il peggio di sé. L’incuria, l’ignoranza e la mancanza di rispetto hanno finito per prevalere, lasciando segni che vanno ben oltre un semplice gesto di maleducazione.


A pagarne il prezzo non è soltanto uno stile di vita antico e prezioso, fatto di silenzi, fatica e rispetto per ciò che la montagna rappresenta. A pagarne il prezzo è soprattutto una natura sempre più fragile, continuamente presa d’assedio da un turismo di massa che sembra non conoscere più limiti. E così, accanto a chi arriva in montagna con rispetto, con la voglia di conoscerla e di ascoltarne il silenzio, continuano a moltiplicarsi gli immancabili e sempre più numerosi "merenderos": persone che sembrano considerare questi luoghi soltanto come uno spazio dove consumare una giornata, dimenticando che la montagna non è un parco giochi, ma un ambiente vivo, delicato e bisognoso di rispetto.


Ed è forse proprio questo ciò che mi lascia più amareggiato: vedere quanto facilmente la bellezza di un luogo possa essere consumata da chi non riesce nemmeno a comprenderne il valore.

Non sono state soltanto situazioni di cui mi sono trovato a essere semplice testimone. Ci sono immagini che, più di altre, rimangono impresse nella memoria.

Penso agli alpeggi, agli animali lasciati liberi e tranquilli tra i pascoli erbosi, immersi in quella quiete che dovrebbe appartenere alla montagna. E poi, improvvisamente, ecco comparire gruppi di famiglie improvvisate, capaci di trasformare quei prati in un improvvisato campo da calcio. Il classico torneo di calcetto: genitori contro figli, con le immancabili mamme a fare da cornice, assumendo quell'espressione da tifoseria che, più che a uno stadio, finisce per assomigliare a un rumoroso pollaio.


E poi c'è il classico atteggiamento di chi, forse proprio perché abituato ad avere tutto a portata di mano, non riesce nemmeno a concepire l'idea di percorrere qualche centinaio di metri a piedi.

Così, davanti a una delle tante opportunità che gli enti turistici locali offrono — e che, dal mio punto di vista, spesso finiscono per alimentare questa stessa mentalità — eccoli ammassarsi in file interminabili, in attesa della navetta che li porterà fino a quella determinata malga.

Una navetta necessaria per percorrere poco più di un paio di chilometri, lungo un tragitto caratterizzato da un dislivello quasi insignificante.

E allora mi chiedo: se siamo davvero venuti in montagna, perché abbiamo così tanta fretta di non camminare?



Un estate in cronaca...


La cronaca, poi, non viene certo meno.

L’estate del 2026 è stata costellata da situazioni che, anno dopo anno, sembrano rendere sempre più assurdo e difficilmente giustificabile il comportamento dell’essere umano quando si trova davanti alla montagna. Abbiamo visto persino delle macchinine radiocomandate sfrecciare lungo il sentiero che conduce al lago di Sorapis. Perché, evidentemente, mancava proprio questo per aggiungere l’ennesima immagine surreale a un luogo già fin troppo preso d’assalto. E viene quasi da sorridere pensando a uomini ormai sulla quarantina che, invece di godersi il silenzio e la bellezza di quei luoghi, si divertono ancora a giocare con le macchinine.

Sempre al Sorapis, non poteva mancare il fenomeno di turno, completo di gommone monoposto, intento a pagaiare tranquillamente nel cuore di quelle acque dalla caratteristica tonalità smeraldina. Un’immagine che, più che raccontare la bellezza del lago, racconta ancora una volta quanto sia sottile il confine tra vivere la montagna e trasformarla in un semplice palcoscenico per le proprie esibizioni.


E poi le code.

Centinaia di metri di persone in attesa, immobili per oltre due ore, soltanto per assaggiare un semplice bombolone diventato famoso grazie a un rifugio. Due ore trascorse in fila per poter dire di esserci stati, per poterlo fotografare e, naturalmente, pubblicare sui social con quella soddisfazione tipica di chi ha appena conquistato chissà quale vetta.

E tutto questo mentre, intorno, la montagna continua a esistere.

I suoi silenzi, i suoi prati, le sue rocce, il vento e quella bellezza che non ha bisogno di essere fotografata per avere un valore.


Ma forse è proprio questo il problema: presi dalla necessità di immortalare ogni cosa, abbiamo smesso di accorgerci di ciò che ci sta attorno. La montagna è diventata lo sfondo della fotografia, quando dovrebbe essere la protagonista della nostra esperienza.

E come dimenticare le povere Tre Cime di Lavaredo che, proprio come il vicino Sorapis, anno dopo anno sembrano diventare sempre più vittime di quel turismo di massa, di quella giungla umana che ormai appare difficile da giustificare.


Ogni estate si cercano nuove soluzioni, si studiano alternative e si introducono nuovi sistemi nel tentativo di arginare un problema che, almeno all’apparenza, sembra ormai essere diventato quasi irrisolvibile. Eppure, nonostante gli sforzi, le immagini continuano a raccontare la stessa storia: code che arrivano a sfiorare il chilometro, persone costrette ad attendere per ore i bus di collegamento, in una sorta di interminabile processione verso uno dei luoghi più conosciuti e fotografati delle Dolomiti.

Un sistema che avrebbe dovuto contribuire a risolvere il problema, ma che sembra invece alimentarlo ulteriormente, concentrando masse sempre più grandi di persone nello stesso luogo.

E così, osservando quelle montagne dall’alto, viene quasi da pensare che siano loro, lentamente, a dover cedere.


Come se la montagna, silenziosa e immobile da milioni di anni, fosse ormai costretta a piegarsi da una parte sotto il peso di qualcosa che non le appartiene: il nostro bisogno incessante di esserci, di vedere, di fotografare e di poter dire, ancora una volta, io c’ero.

Ma la ciliegina sulla torta, quella immancabile, è stata la vera e propria caccia alla marmotta.

Un video che, per una volta, riesce a documentare momenti nei quali il rispetto per questi animali sembra essere completamente dimenticato. Ed è proprio questo il valore di certe immagini: quando accadono situazioni assurde, un video riesce a fermarle nel tempo e a renderle innegabili. Perché, se raccontate soltanto a parole, alcune scene rischierebbero persino di sembrare poco credibili.



Il peggio del peggio...


Fortunatamente, questo è uno dei pochi video che riesce a emergere dall’enorme quantità di immagini, spesso inutili e costruite, prodotte dai soliti presunti influencer. Persone che, invece di contribuire a far conoscere la montagna per ciò che realmente è, finiscono troppo spesso per alimentare curiosità, emulazione e un caos ormai difficile da controllare.

Il video ritrae una famiglia italiana: mamma, papà, due bambini e l’immancabile cane, lasciato libero senza rispettare una delle più elementari regole delle zone di alpeggio, dove gli animali devono essere tenuti al guinzaglio.

All’apparenza, la classica famiglia da pubblicità del Mulino Bianco: sorrisi, bambini, cane e una giornata da trascorrere immersi nella natura.

Poi, improvvisamente, qualcosa cambia.


La comparsa di un paio di marmotte, tranquille nei pressi della loro tana, sembra trasformare quella scena apparentemente idilliaca in tutt’altro spettacolo. Ed è proprio in quel momento che, come per magia, dal cilindro dell’essere umano esce tutto il peggio possibile.

La curiosità lascia spazio all’inseguimento, il rispetto alla pretesa di avvicinarsi, osservare e filmare a ogni costo. E quelle marmotte, che fino a pochi istanti prima vivevano semplicemente la loro giornata, diventano improvvisamente un’attrazione.

Non più animali selvatici da osservare con discrezione, ma un bersaglio da raggiungere, inseguire e immortalare.


Il cane, si sa, spesso ubbidisce al proprio padrone.

È bastato infatti un semplice accenno da parte di quel papà perché l’animale si lanciasse all’inseguimento, trasformando la presenza di quelle marmotte in una vera e propria caccia. Una caccia che, per una di quelle povere creature, ha rischiato di trasformarsi in tragedia.

Il cane, un esemplare di grossa taglia, incitato dalle urla del padrone e accompagnato dalle risate della famiglia apparentemente perfetta, si è lanciato verso la marmotta senza esitazione.

Soltanto le sue dimensioni, paradossalmente, hanno impedito che la situazione avesse un epilogo ancora peggiore. Il cane, infatti, non è riuscito a infilarsi completamente all’interno della tana dove la marmotta, terrorizzata, era riuscita a rifugiarsi.


Lì dentro, nel buio e nella sicurezza di quel piccolo rifugio scavato nella terra, quella creatura ha trovato l’unico spazio nel quale poter sfuggire alla follia di un gioco che, per qualcuno, sembrava soltanto divertente.

Per la marmotta, invece, non era affatto un gioco.

Era la paura di essere raggiunta, di essere aggredita, di non riuscire a trovare una via di fuga.

E forse è proprio questo che più mi colpisce: vedere come, per il semplice divertimento di una famiglia, la vita di un animale selvatico possa diventare improvvisamente una forma di intrattenimento.


Una ciliegina che si posa sulla parte più alta di questa torta fatta di disperazione, di una quotidianità che, anno dopo anno, sembra riflettere sempre più fedelmente lo stato di ansia, lo stress e quella forma di burnout che, come ormai amiamo definirla, la vita moderna riversa continuamente sull’essere umano.

Forse è proprio per questo che non andiamo più in montagna per cercare quel silenzio che, per principio, dovrebbe essere rispettato. Non ci andiamo più per ascoltare il vento, per seguire il ritmo dei nostri passi o semplicemente per fermarci davanti a un panorama senza sentire il bisogno di trasformarlo immediatamente in una fotografia.

Non andiamo più in montagna per affrontare quei sentieri che, con la loro difficoltà, ci mettono alla prova e ci fanno riscoprire il significato della libertà. Quella libertà vera, fatta di fatica, di sudore e della consapevolezza che ogni passo compiuto ci avvicina alla meta.


Abbiamo forse dimenticato il valore di quella soddisfazione impagabile che si prova quando, dopo ore di cammino, si raggiunge un luogo con le proprie gambe. Quando ci si ferma, si respira profondamente e ci si rende conto che quella bellezza davanti agli occhi è anche il risultato del nostro impegno.

Perché la montagna non regala nulla a chi pretende di conquistarla senza fatica.

Ma sa ricompensare, con una generosità che non ha eguali, chi è disposto ad ascoltarla, rispettarla e percorrerla lentamente.

E forse è proprio questo che stiamo perdendo: non la possibilità di raggiungere una montagna, ma la capacità di viverla davvero.

Ora, invece, ciò di cui sentiamo il bisogno è trovare tutto pronto, tutto semplice, tutto a portata di mano. Persino quei due chilometri di strada forestale diventano una distanza da colmare comodamente a bordo di una navetta.


Non conta più il percorso, ma soltanto la destinazione.

Non conta più ciò che si incontra lungo il cammino, ma la necessità di fermare ogni istante con l’ennesimo scatto, destinato all’ennesimo post sui social, magari seguendo i consigli dei soliti, presunti influencer.

Presunti, certo. Perché nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di persone che sembrano preoccuparsi più di apparire che di osservare. Più dei consensi, dei like e delle visualizzazioni che del panorama che hanno davanti agli occhi. La montagna diventa così soltanto uno sfondo.

Uno sfondo perfetto per una fotografia, per una storia da pubblicare, per raccogliere qualche consenso in più. E mentre l’obiettivo della fotocamera cerca l’inquadratura migliore, tutto ciò che si trova oltre quello schermo sembra improvvisamente perdere valore.

La montagna è lì, immensa e silenziosa. Ma noi, ancora una volta, sembriamo avere altro da guardare.



La mancanza di capacità...


L’estate sta finendo.

E lo fa lasciandomi addosso una parte di quella malinconia che, ogni anno, sembra diventare più difficile da ignorare. Ma questa volta, insieme alla malinconia, rimangono anche ombre e dubbi. La sensazione che, stagione dopo stagione, la situazione continui a peggiorare, mentre noi sembriamo assistere quasi impotenti a questo lento cambiamento.

È un’estate che finisce lasciandomi una domanda dentro: cosa mi riserverà quella che, tra meno di dieci mesi, sarà una nuova estate?

Forse altre macchinine radiocomandate lungo un sentiero. Forse un’altra caccia alla marmotta da parte dell’ennesima famiglia perfetta in vacanza. O forse qualcosa di ancora più assurdo, capace di ricordarmi quanto lontano siamo ormai finiti da quella montagna che un tempo cercavamo semplicemente per il piacere di viverla.


Onestamente, non so cosa aspettarmi.

Di una cosa, però, sono quasi certo: difficilmente troverò qualcosa capace di riportarmi indietro nel tempo. A quando i ricordi venivano custoditi nella mente e nel cuore, senza il bisogno di trasformarli in immagini da mostrare agli altri.

Ricordi che appartenevano soltanto a noi.

Non avevamo bisogno di condividerli, di raccogliere consensi o di trasformare ogni momento in un post. Bastava averlo vissuto.


Oggi, invece, rischiamo di confondere il ricordo con la sua fotografia, l’esperienza con la sua pubblicazione, la bellezza con il numero di persone che riusciranno a vederla.

E quegli istanti che un tempo rimanevano dentro di noi per anni, oggi sembrano svanire nel giro di pochi secondi, inghiottiti da uno schermo luminoso e dal flusso incessante dei social.

Forse è proprio questo che mi rende malinconico.

Non il fatto che l’estate stia finendo, ma la consapevolezza che, insieme a lei, sembri stia lentamente finendo anche qualcosa di molto più importante.

La capacità di vivere un momento senza sentire il bisogno di mostrarlo.

La capacità di camminare senza avere fretta di arrivare.

La capacità di ascoltare un silenzio senza volerlo riempire.

E, soprattutto, la capacità di custodire un ricordo semplicemente dentro di noi.

L’estate sta finendo.


E mentre l’autunno comincia lentamente a prendere il suo posto, mi volto ancora una volta verso quelle montagne.

Spero soltanto che, quando tornerò a percorrerle, possano essere ancora abbastanza silenziose da ricordarmi perché, tanti anni fa, ho iniziato ad amarle.




Stefano






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