Val di Casies: natura, silenzi e meraviglia.
- Stefano

- 14 apr
- Tempo di lettura: 21 min
Perché mi sono innamorato della Val Casies (e succederà anche a te)
Innamorarsi non è un atto della mente, ma un fremito che nasce altrove: è un’emozione piena, improvvisa, che travolge prima ancora di essere compresa. Accade senza preavviso, come una corrente silenziosa che ti afferra e ti conduce lontano, oltre il territorio rassicurante del pensiero.
Ci si innamora così, legandosi per sempre a una persona, a un oggetto raro, oppure a un luogo che, senza chiedere permesso, si insinua nella tua vita fino a diventarne parte essenziale.
È un legame sottile e tenace, che non si spiega ma si riconosce, come se fosse sempre stato lì, in attesa di essere scoperto.
E poi ci sono quei luoghi inattesi, quelli che non avevi previsto di amare.
Eppure accade...
Anche quando credi di conoscere già il significato di bellezza, quando pensi che nessun paesaggio potrà sorprenderti davvero, arriva un angolo di mondo a smentirti.
Così è per l’Alta Pusteria: un nome che forse da tempo abita i tuoi pensieri, ma che, una volta vissuto, si rivela diverso da ogni altro luogo attraversato prima. Non solo per ciò che mostra, ma per ciò che lascia dentro.
La valle....
Si insinua silenziosa, quasi con pudore, verso i versanti più ampi della regione, là dove la terra, poco a poco, si solleva in morbide creste prative che tracciano, come un segno naturale, il confine con la vicina Austria.
È una valle verde, fitta di boschi e di pace, nel cuore della Val Pusteria. Insieme alla Valle di Anterselva e alla più lontana Valle Aurina, disegna una sorta di spina dorsale alpina, una “spina di pesce” che sostiene i versanti più settentrionali del nostro paese. Qui la Natura non è solo scenario, ma presenza viva dove cultura e tradizione si intrecciano in un mondo alpino autentico, ancora intatto.
È un luogo da vivere lentamente, da scoprire passo dopo passo, lasciandosi guidare da quel silenzio profondo che sembra nascere dal tempo stesso, un silenzio antico, che non pesa, ma accoglie.

Entrare in questa valle è come varcare la soglia di un’altra dimensione, un passaggio silenzioso in cui il mondo conosciuto si dissolve senza rumore.
Già durante il viaggio in auto, mentre mi allontano dalla lunga strada statale che attraversa la Val Pusteria, qualcosa dentro di me cambia: la logica si fa più tenue, i pensieri perdono rigidità, come se la realtà stessa si piegasse a un ritmo diverso. La valle che mi accoglie non è più soltanto un luogo, ma uno spazio raccolto, intimo, sospeso in una nuova dimensione.
Prima San Martino di Casies (St. Martin-Niedertal), poi Santa Maddalena Vallalta (St. Madalena Obertal): nomi che sembrano sussurrati più che pronunciati. E qui, tra queste montagne, il contrasto con il resto del mondo si manifesta immediato, netto, come se tutto ciò che esiste altrove restasse indietro, oltre una linea invisibile.
È mattino presto, quell’ora sospesa in cui, anche ad aprile inoltrato, ogni cosa nella valle sembra trattenere il respiro. I versanti boschivi a oriente custodiscono ancora il sole dietro le loro ombre, e così l’alba tarda a rivelarsi, preservando intatta un’armonia silenziosa in cui pace e quiete regnano sovrane sulle ampie distese prative.
I due piccoli borghi dormono ancora, raccolti in un sonno lieve, mentre dai comignoli si alzano fili di fumo ostinati, segni discreti di una vita che, pur nascosta, continua. Una brina sottile vela prati e alpeggi, senza turbare la bellezza composta del paesaggio.
Intorno, qualche recinto custodisce robusti cavalli, magnifici e immobili, che sollevano lo sguardo al mio passaggio. Nei loro occhi si riflette una curiosità quieta, antica, quella riservata a chi, per un attimo soltanto, entra in un mondo che non gli appartiene.

Il tempo necessario a raggiungere il versante più ampio della valle coincide con un lento distacco. Qui la strada termina e, con essa, si dissolve anche l’ultimo segno di civiltà che mi ero portato dietro. Oltre quel punto resta solo lo spazio aperto, essenziale, dove ogni presenza umana si fa discreta, quasi irrilevante.
Un ampio parcheggio all’altezza della Moosalm segna il tratto finale del mio viaggio in auto, ma è la luce a trasformare davvero il paesaggio. Il sole, insinuandosi attraverso un varco inatteso in una valle laterale, muta d’un tratto ogni percezione: ciò che prima era tenue e raccolto si accende ora di una luce viva, intensa, ancora fragile, tuttavia, di fronte al vento freddo che respiro.
Resto immobile per qualche minuto, come davanti a un quadro appena svelato, lasciando che lo sguardo impari lentamente a riconoscerne i contorni, i silenzi, le distanze.
Non ero mai salito fin quassù. Non avevo mai raggiunto questi versanti più alti dell’Alto Adige, né della Val Pusteria, terre di confine dove l’Austria è poco più che un’idea vicina, distante appena un paio d’ore di cammino, e già percepibile nell’aria sottile che attraversa queste montagne.
A essere sincero, non ho davvero le idee chiare sul cammino da intraprendere.
È la mia prima volta quassù dicevo, eppure lo sguardo si orienta istintivamente verso i versanti più prossimi alla linea di confine, come se fosse lì, in quella direzione, il forte richiamo. Gli alpeggi più alti, le malghe che tornano a essere punti di riferimento in questa mia primavera, emergono nella mente come promesse ancora indistinte, ma irresistibili.
Le strade forestali si offrono docili, quasi rassicuranti, pronte a guidarmi senza fatica verso quote via via più elevate. E tuttavia, insieme alla loro apparente semplicità, riaffiora un’incertezza sottile: la neve, ancora presente alle altitudini maggiori, e gli ostacoli che potrebbe celare.
Dettagli che, lassù, possono fare la differenza tra un cammino sereno e uno che richiede prudenza.
Così resto sospeso tra il desiderio di salire e il rispetto per ciò che ancora non conosco, lasciando che sia la montagna, più che la volontà, a suggerirmi la direzione.
"E' il mio istinto che ora chiama a gran voce..."
Acherlealm - 1867m
Il silenzio viene interrotto soltanto da una presenza antica, quotidiana. Quella di chi, tra queste valli, custodisce uno dei mestieri più profondi, tramandato di generazione in generazione, per cui il bosco non è solo paesaggio, ma origine e sostanza della vita: il boscaiolo.
Il sentiero 53 si snoda lento, accompagnando il mio passo verso una scena già viva nelle prime ore del giorno. Due uomini lavorano con gesti misurati, immersi in una calma che non ha nulla di frettoloso. Sistemano i tronchi con ordine, secondo una logica silenziosa e precisa: alcuni ancora grezzi, altri già trasformati, come se stessero raccontando, nel legno, una storia nuova che prende forma sotto le loro mani.
Nell’aria, il profumo del legno e della resina si fonde in un respiro pieno, avvolgente, un odore che sa di ciclicità e continuità. Qui, l’abbattimento di un albero non è mai una fine, ma un passaggio. Quasi nello stesso istante, una giovane pianta, dalle radici fragili, prende il suo posto, promessa silenziosa di un nuovo inizio.

Lascio quegli uomini al loro lavoro, con la consapevolezza che per l’intera giornata saranno forse l’unica presenza umana oltre alla mia, un ultimo legame discreto con il mondo che, passo dopo passo, sto abbandonando.
La strada si presenta pulita, ordinata, quasi accogliente. A tratti, qualche chiazza di neve resiste ancora, memoria silenziosa dei mesi trascorsi. Intorno, la vegetazione si fa fitta, serrata, e lo sguardo non trova spazio per spingersi oltre, trattenuto da un verde che avvolge e protegge.
Poi, all’improvviso, un varco. Un’apertura inattesa verso il cielo, come un respiro più ampio. Da lì posso finalmente osservare i versanti maggiori della valle: la neve vi permane ostinata, disegnando ancora i contorni di un inverno ormai stanco, che resiste per abitudine più che per forza, già pronto, tuttavia, a cedere il passo alla stagione che avanza.
Sono versanti che raccontano una storia nuova, profili che raccolgono creste ancora velate di neve, ma che già, qua e là, lasciano emergere ampie distese prative. Si innalzano con naturale armonia verso un cielo azzurro, limpido, che porta con sé un tenue profumo di primavera.
È il primo sussulto della giornata, il segnale iniziale di qualcosa che, lentamente, prende forma. Come un disegno che si compone poco a poco, la valle inizia a parlare, e lo fa insinuandosi nella mia immaginazione, nei miei desideri più intimi, suggerendo ciò che ancora deve rivelarsi.
Comprendo allora che il mio sguardo, e forse anche il mio cammino, si fermeranno entro i limiti imposti dalla neve ancora presente: una soglia naturale che, senza negare, concede quanto basta, il necessario per appagare ogni attesa, ogni silenziosa richiesta.

Una piccola baita emerge all’improvviso dalla coltre nevosa, come un pensiero affiorato dal silenzio.
È una presenza minuta, solitaria, così discreta da sfuggire perfino alla mia mappa. Porta il nome di Hinterbergalm, inciso nel legno di una parete esterna in un segno semplice, quasi timido. Eppure, dietro quell’aspetto fragile, si cela una struttura salda, capace di resistere senza esitazione agli assalti di un inverno appena trascorso.
Sembra una creatura sospesa nel tempo, mantenuta in vita dalla pazienza e dalla dedizione di qualcuno che, da troppo, non mette piede quassù.
Intorno, la neve si ritira lentamente, lasciando emergere tracce di vita che riappaiono alla luce del disgelo. Segni che raccontano di stagioni passate, di giorni in cui questa baita era abitata, e il tempo scorreva secondo un ritmo diverso, più umano, più vicino al respiro della montagna.

La baita è un segnale piccolo, ma eloquente. Un punto di riferimento che mi suggerisce con chiarezza che qualcosa di importante è ormai vicino, pronto a rivelarsi. La strada forestale continua a salire senza sforzo apparente, accompagnando il passo con una dolcezza inattesa.
Sto bene. Mi sento profondamente bene, e non è solo per il cammino, ma per quella presenza viva che avverto accanto a me: la mia Anima, che ancora una volta condivide questo viaggio, raccogliendo emozioni e sensazioni destinate a rimanere scolpite, per sempre, nel nostro cuore.
La salita si apre lentamente a nuovi orizzonti. I boschi si diradano, cedendo il passo a spazi più ampi, dove il cielo finalmente si distende sopra di me e lascia filtrare un sole tiepido, gentile, che illumina il cammino.
E in questo istante, ogni cosa si compie: respiro un’energia limpida, profonda; lo sguardo si perde nell’infinito, e proprio in quel perdersi trova la sua forma più autentica. È lì che nasce, e si rafforza, questo senso pieno e assoluto di libertà.
"Libero certo, ora mi sento veramente libero..."
Libero di posare lo sguardo, con occhi nuovi, su un vasto pianoro per una parte avvolto dalla neve. Un alpeggio ampio e luminoso che si apre come un respiro verso i versanti meridionali della Val Casies, disegnando all’orizzonte profili di vette e creste che, per me, restano ancora senza nome, presenze silenziose, eppure già familiari.
Nel cuore di questo spazio sospeso, un paio di strutture in legno riposano tranquille, immerse in una quiete assoluta. Sembrano appartenere a un tempo diverso, lontano da ogni frastuono, lontano da quel mondo che troppo spesso percepisco come distante, dissonante, quasi estraneo.
E allora il sogno prende forma. Non più soltanto immaginato, ma reale, presente. E con esso, la rara possibilità di viverlo nella sua essenza più pura: in solitudine, dove ogni cosa ritrova il proprio significato.

Il sole è ormai alto nel cielo e si riflette con chiarezza su ogni cosa, restituendo luce a ciò che è stato e a ciò che, in Natura, si prepara silenziosamente a tornare.
Questo è un alpeggio autentico, lontano da quelli che d’estate si trasformano in mete rumorose, affollate da escursionisti distratti, più attenti a saziare un bisogno effimero che ad ascoltare il luogo che li accoglie. Qui, invece, regna un silenzio pieno, vivo, un silenzio che nasce dai pascoli liberi e dalla quotidianità discreta di chi ha trovato, quassù, un equilibrio profondo con l’ambiente che lo ospita.
Bastano pochi passi per raggiungere una delle due baite. Appoggio lo zaino, lasciando che il peso scivoli via insieme ai pensieri più superflui, e mi concedo quel rito immancabile: una pausa semplice, essenziale, che ristora il corpo e prepara lo spirito, anticamera silenziosa di ogni mio desiderio di conoscere, di andare oltre.


Lascio quel peso su una panca esposta al sole, tiepida e accogliente, come se fosse lì ad attendermi. È un peso fatto di cose necessarie: una scorta di viveri, il vestiario ancora pesante che questa stagione di passaggio rende indispensabile. Un peso concreto, che durante la salita
grava su spalle e schiena, scandendo ogni passo con la sua presenza.
Eppure, una volta giunto fin qui, lo depongo con delicatezza, quasi con rispetto. E in quel gesto semplice si compie qualcosa di più: il carico si scioglie, e con esso si libera uno spazio nuovo, leggero, una libertà che sento di meritare, qui, in un luogo che non chiede nulla se non di essere vissuto.
Vivere un luogo come questo significa partire da un pensiero essenziale: quello in cui il rispetto per ogni singolo elemento diventa un gesto naturale, quasi necessario. È in questo equilibrio che sia la Natura sia ciò che l’uomo ha saputo creare mi accolgono in silenzio, facendomi sentire il loro caldo benvenuto.
Ogni dettaglio che ora si offre al mio sguardo, e che alimenta la mia curiosità, nasce da particolari che raccontano un’armonia profonda, un equilibrio raro tra presenza umana e paesaggio, dove nulla sembra fuori posto.
Le due baite al centro dell’alpeggio emergono con caratteri distinti, ciascuna portatrice di un significato vivo, tangibile. La baita principale, l’Acherle, sembra appartenere a un tempo lontano, un tempo in cui questi prati venivano curati con strumenti semplici, e in cui la manualità e la forza dell’uomo erano parte imprescindibile del ritmo della vita.

Falci, rastrelli, piccoli attrezzi: strumenti che la mano dell’uomo, con sapienza e intenzione, ha scelto di esporre, quasi a voler trattenere il tempo. All’esterno delle due strutture prende forma un piccolo museo a cielo aperto, dove la storia si lascia leggere e sfiorare, viva sotto le dita.
È il racconto di un’altra epoca, quando, durante l’estate, questo luogo si animava di presenze. Non solo animali al pascolo, ma uomini e donne riuniti dal lavoro, dalle stesse necessità, dallo stesso ritmo. Qui, le giornate si intrecciavano tra fatica e gesti condivisi, dando forma a una comunità raccolta attorno a ciò che la montagna chiedeva e offriva.
Una montagna antica, ancora una volta la mia, dove ogni rituale diventava occasione di incontro, capace di unire intere generazioni. Genti abituate alla durezza del lavoro, ma anche custodi di una bellezza più profonda: quella della condivisione, del sentirsi parte di qualcosa che andava oltre il singolo, oltre il tempo.
"Ora è tutto diverso. Ora le macchine moderne non solo semplificano il lavoro, ma allontanano sempre più quella condivisione che un tempo tratteneva a se intere generazioni"
Mi muovo senza vincoli in questi spazi aperti, dove il grande pianoro innevato si distende in un bianco senza fine, scivolando dolcemente verso la valle sottostante, come un respiro lento, profondo, che non conosce fretta.
Della Val Casies mi è concesso intravedere soltanto i versanti più alti, quelli che si volgono verso il cuore della Val Pusteria. È lì che il mio sguardo si ferma e si perde, tentando di dare forma a ciò che appare lontano, di intuire distanze e rilievi, di accogliere nomi nuovi, nomi che una mappa saprebbe pronunciare con esattezza, ma che qui acquistano un significato più sottile, quasi segreto. Sono vette che nel loro stesso suono custodiscono l’eco di un tempo antico, frammenti di una storia che precede ogni confine.
Terre che un tempo non erano Italia, e che ancora oggi conservano, intatta, una memoria silenziosa. Vive nelle parole appena sussurrate, nei gesti quotidiani, nelle tradizioni che resistono al tempo, tramandate con discrezione, ma con una fedeltà che non conosce cedimenti.
È in questo modo che la mia mente si lascia coinvolgere più profondamente, come se ogni pensiero nascesse in perfetta sintonia con ciò che mi circonda. Le osservazioni affiorano spontanee, senza sforzo, e io mi lascio avvolgere da esse, accogliendole come parte essenziale di ciò che oggi vado cercando.
Questi luoghi, che per la prima volta si aprono davanti a me, sembrano concedersi con una confidenza inattesa, quasi discreta, ma sincera. E io la accolgo con rispetto, lasciando che sia lo stupore a guidarmi, passo dopo passo, lungo un cammino che non è soltanto fisico, ma anche interiore.
La valle e l'Oberbergalm
Gli ultimi sguardi si distendono da questi spazi ampi, perdendosi lentamente verso i boschi che rivestono i versanti maggiori, come se cercassero ancora un varco, un motivo per proseguire.
Vorrei continuare la salita, spingermi oltre, ma la neve, più in alto, cancella ogni possibilità, ridimensionando ogni aspettativa. Da qui, il programma muta, si piega con discrezione a ciò che la montagna impone, suggerendo una direzione diversa.
Raggiungere l’Oberbergalm, malga Oberberg, significherebbe guadagnare quota, affrontare pendii ancora segnati da ampi nevai. Le temperature ormai elevate, il vento che si fa più deciso sui versanti superiori, e quell’esposizione incerta, a tratti poco rassicurante, tracciano un limite chiaro. E così, senza esitazione, rinuncio a proseguire oltre questo punto, accettando con rispetto ciò che oggi la montagna sceglie di concedere.
Sarebbe stato perfetto unire il tutto in un unico cammino: transitare per la Wiessbachalm e, seguendo il Weg 2000, mantenere la quota più alta, aggirando la valle per raggiungere infine l’Oberbergalm da questo versante maggiore.
Un’idea limpida, quasi naturale nel suo disegno, un filo continuo tra luoghi e altitudini, capace di dare forma a un percorso compiuto.
Eppure devo rinunciare. Lo faccio senza amarezza, con la quieta certezza che il tempo giusto arriverà: a stagione inoltrata quando la montagna si aprirà di nuovo.
E so, con semplicità, che si farà...

Zaino in spalla, e quel peso in più che ora, quasi impercettibilmente, si dissolve. Devo scendere di qualche centinaio di metri, seguendo la stessa via che mi ha condotto fin qui, per ritrovare ancora una volta la piccola baita dell’Hinterbergalm.
Nella discesa il carico si alleggerisce, come se la montagna volesse concedermi un breve intervallo di respiro, un istante sospeso prima che la fatica della salita torni a reclamare il suo spazio.
Giunto alla malga, sulla sinistra, il sentiero 49A inizia subito a perdere quota. È una strada forestale più raccolta, quasi nascosta rispetto al percorso dell’andata, avvolta dal bosco fitto e protetta da fianchi di terra e roccia che, con silenziosa ostinazione, trattengono la luce del sole.
È qui che ritrovo la neve più abbondante: distesa in chiazze irregolari, talvolta compatta e ghiacciata, altrove soffice, quasi polvere. Un passaggio obbligato, una soglia da attraversare per ricongiungermi alla base della Casies, là dove lo sguardo torna ad aprirsi verso i versanti più ampi, in direzione dell’Oberbergalm.
Appena oltre quel passaggio obbligato, mi ritrovo di nuovo al cospetto del cielo, aperto e vasto, e delle ampie radure prative che, volgendo lo sguardo verso le creste superiori, si mostrano sotto una luce del tutto nuova. È come se il pomeriggio, nel suo primo respiro, mutasse ogni prospettiva, ridisegnando i contorni del paesaggio.
Dai versanti più alti scendono leggere velature, rapide e sottili, che si muovono con un vigore inatteso. Annunciano, quasi senza preavviso, addensamenti più densi, nuvole grigie e raccolte, portatrici di una pioggia ancora sospesa, ma già nell’aria.
Lascio per ora da parte la vicina Messnerhutte, poco più in basso di qualche centinaio di metri, e mi affido alla bellezza silenziosa del territorio. Seguendo esili marcature, attraverso le grandi radure che si aprono come un respiro ampio, il cammino si fa intuitivo, naturale. Passo tra vasti appezzamenti d’erba maculata, dove le ultime tracce di neve si confondono con il manto prativo ancora segnato dal gelo, in un intreccio di stagioni che faticano a cedere il passo.

Attraverso questo cammino libero e gentile, finisco per ricongiungermi alla strada centrale, quella che da Santa Maddalena risale la valle tagliandola in due, come un segno deciso tracciato nel cuore del paesaggio.
Un paio di tabelle escursionistiche indicano mete più alte, itinerari che, con il giusto impegno, conducono verso i versanti superiori, là dove si elevano margini di questo scenario che ora mi avvolge, perfetto e armonioso. È una magia che prende forma passo dopo passo, curva dopo curva, lungo questa strada sinuosa che avanza con discreta energia tra piccole baite e fienili, silenziosi custodi di un’estate che qui sa ancora dare vita e colore agli alpeggi.
E la magia continua, si stratifica, si fa respiro: nell’aria che si fa via via più fredda, nei battiti che si caricano di emozione, e in quei piccoli, timidi fiocchi di neve che, all’improvviso, scendono leggeri. È una gioia sottile, intima, che accende un entusiasmo silenzioso, comprensibile soltanto a chi, come me, è immerso in questo momento.

Lungo questo tratto di cammino incontro qualche escursionista, anch’egli intento, come me, a guadagnare quota. Sono i primi volti che incrocio da stamattina: presenze silenziose e determinate che, incuranti del repentino mutare del tempo, proseguono lungo il sentiero guidate dallo stesso istinto che mi anima.
Lo stesso entusiasmo, la stessa irrefrenabile spinta verso l’alto, verso quelle prime nubi che si addensano tra i rilievi ancora spruzzati di neve e le creste superiori, ora a tratti inghiottite da masse inquiete, modellate dal vento.
Basta uno sguardo, breve ma intenso, per scambiarsi un saluto che si scioglie in un sorriso colmo di gioia: un’intesa silenziosa, fatta del piacere condiviso che anche queste condizioni, mutevoli e vive, sanno donare.
Ma voltarsi indietro non significa soltanto ridare forma a ciò che è stato, a ciò che si è lasciato alle spalle. È, piuttosto, un gesto che restituisce misura e profondità, che consente di abbracciare con lo sguardo l’intera Val Casies da questo punto così privilegiato, dove ogni riferimento geografico, prima appena intuito, ora prende pienamente vita.
La Weissbachalm, che poche ore prima mi aveva respinto sotto il peso della neve, appare ora sorprendentemente vicina al mio cammino, quasi a portata di passo. Da questa quota riesco persino a distinguere la strada interna che, partendo dall’Acherlealm, avrei dovuto seguire per completare l’anello previsto.
Eppure, da qui, ogni cosa si chiarisce con limpida evidenza. Sarebbe stato arduo, forse imprudente, tentare di raggiungere quella malga affidandomi soltanto all’istinto. L’Hinterbergkofel, vetta dominante e guida naturale verso quella direzione, si presenta interamente coperto di neve, con pendii carichi e instabili, leggibili anche a distanza, come un monito silenzioso scolpito nel paesaggio.

"L'istinto e il buon senso prevale sempre lungo un cammino che porta con se ancora tracce di un inverno in una primavera ancora instabile"
Ed è con questo pensiero che raggiungo l’Oberbergalm a 1975m.
La sua è una di quelle posizioni che chiedono silenzio e attenzione, come se ogni dettaglio meritasse di essere accolto senza fretta. Si adagia, solitaria, su un ampio pianoro, circondata soltanto da alpeggi e da distese erbose che si sollevano con slancio verso il cielo, in un movimento quieto e continuo.
La Forcella di Casies (Gsieser Tor - 2205 m) più in quota segna il confine tra due mondi, una linea sottile che si snoda in quota lungo un percorso intenso, capace di unire paesaggi e respiro. Tra le vette del Deferegger Pfannhorn (2819 m), sul versante occidentale, e del Plankfeldspitz (2662 m), su quello orientale, si compone un arco alpino di rara bellezza, un dialogo di creste e di luce.
Eppure, per ora, tutto questo resta sospeso nell’incertezza. Le nubi, sempre più dense, calano lente e inesorabili, cancellando a poco a poco ogni dettaglio, velando ciò che rende questa malga, questo rifugio, un luogo così profondamente suggestivo.

Resto incurante del vento e del nevischio che, con ostinata foga, scivola lungo i versanti. È leggero, quasi fragile, e ormai incapace di imporsi davvero, nonostante le temperature rimangano ancora basse e taglienti.
Indifferente a tutto questo, e profondamente grato per ciò che la Natura mi concede, addento il mio panino e bevo un sorso di tè ancora caldo dalla mia borraccia termica.
È un pasto semplice, ma colmo di energia, consumato nella solitudine più totale, accompagnato soltanto dal respiro del vento che ora si fa più deciso, imponendomi di vestirmi a dovere per affrontare, anche da fermo, la forza viva degli elementi.
Resto seduto su quella panca, fuori dalla malga, con la schiena abbandonata al muro come a cercare sostegno non solo nel legno, ma in qualcosa di più profondo. In quell’immobilità comincio ad abitare una dimensione tutta mia, intima e silenziosa, da condividere soltanto con la mia Anima e con gli elementi che custodiscono questo luogo puro, sospeso, naturale.
Chiudo gli occhi, e per qualche minuto mi lascio attraversare dal mondo. Nel buio dello sguardo, affiorano sensazioni sottili: il respiro della terra, il sussurro dell’aria, la presenza viva di ciò che mi circonda. Non vedo, eppure percepisco più che mai.
È una sensazione rara, quasi sacra. Colma di significato ma soprattutto traboccante di vita, una vita che non chiede di essere compresa, solo sentita.
"E' la Natura che mi parla, ed io rimango in ascolto..."
È una vera metamorfosi: ciò che a uno sguardo distratto, potrebbe apparire come “nulla”, si rivela invece per ciò che è davvero, un contatto autentico, essenziale, con tutto ciò che ancora oggi, e per fortuna, resta distante da quel mondo in cui la civiltà pretende di dominare ogni cosa.
Là dove la società del consumo e il peso di obblighi sempre più corrosivi mi disperdono e tentano di allontanarmi da ciò che conta, quassù ritrovo invece quei valori nella loro forma più limpida. Li accolgo con umiltà, e li sento scorrere dentro di me come un’energia antica, capace di ricordarmi chi sono, senza filtri né sovrastrutture.
Una giornata tra queste montagne non si esaurisce in una semplice passeggiata, nemmeno nei panorami che si offrono allo sguardo. È qualcosa di più profondo. Se si sa ascoltare, davvero ascoltare, ogni istante diventa un richiamo, una voce che riemerge dal silenzio.
È Madre Terra che parla ancora, con sincerità disarmante e una lucidità tale da racchiudere mille risposte dentro una sola domanda.
Messnerhutte - 1700m
La lunga discesa mi riaccompagna verso i versanti centrali della Val Casies, come un lento ritorno alla misura del mondo. Ogni passo è un distacco e insieme una continuità, un filo che non si spezza ma si tende, accompagnandomi lontano senza davvero separarmi.
Rivolgo un ultimo sguardo all’Oberbergalm, un arrivederci silenzioso, quasi sussurrato, e in quell’istante i pensieri più intimi si accendono di promesse. Mi vedo già tornare, quando la bella stagione aprirà nuovi sentieri, con altre storie da vivere e da custodire.
La discesa si fa lunga, ma non pesa. Passo dopo passo, il mio cammino sembra illuminarsi della stessa luce che al mattino mi aveva accolto, offrendomi un benvenuto raro, quasi privilegiato, dentro questa valle. Una luce che sa di inizio, di possibilità, di esperienze ancora da scoprire, e soprattutto di un luogo che, pur essendo nuovo, sento già profondamente mio.

Il tempo muta ancora, come se volesse, per l’ennesima volta, ricordare la propria voce.
In montagna ogni equilibrio è provvisorio, ogni certezza si dissolve in un istante: ciò che sembrava stabile si trasforma, e con esso cambiano i programmi, le attese, persino i pensieri.
Eppure, scendendo verso valle, ritrovo il sole. Il cielo si apre lentamente, diradando le nuvole che all’Oberbergalm avevano velato ogni prospettiva, come un sipario che si solleva senza rumore. Scompare il leggero nevischio, si dissolve quella coltre che nascondeva la bellezza delle cime, e il paesaggio torna a respirare nella sua pienezza.
Anche il vento si calma, quasi stanco della sua stessa irruenza, mentre un tepore gentile avvolge i miei passi. È un calore discreto, ma sufficiente a rendere più lieve questa lunga discesa verso la Messnerhutte, accompagnandomi come una presenza silenziosa lungo il cammino.

Un semplice punto di passaggio, quasi sospeso, per concedersi una breve pausa prima del rientro verso Santa Maddalena.
È una baita dall’anima tipicamente turistica, viva e operosa per gran parte dell’inverno, mentre attende l’estate come la sua stagione più intensa. La trovo chiusa da pochi giorni, e con essa svanisce anche quella piccola speranza di un caffè che, in questo momento, avrebbe avuto il sapore di un dono. Ma certi incontri, si sa, chiedono solo di essere rimandati, alla luce più piena della bella stagione.
Mi fermo comunque. Osservo, senza fretta, ogni dettaglio di questa malga. Lo sguardo si perde nei panorami, ora finalmente limpidi, che si aprono verso i versanti attraversati poco prima, restituendomi il senso del cammino appena compiuto. Ma è anche il lavoro dell’uomo a catturarmi: il legno lavorato con cura, i segni discreti di una sapienza antica.
Sono dettagli minimi, forse invisibili all’occhio distratto di chi passa. Eppure, per me, raccontano molto, parlano di tempo, di mani, di dedizione. E nel loro silenzio, riescono a dire più di quanto sembri.
Mi resta così un ultimo sguardo, un’immagine che si imprime lenta e silenziosa nella memoria, quella di questa valle e dei suoi versanti più ampi, che lungo questa lunga giornata mi hanno accompagnato e rivelato una Val Casies diversa.
Una valle osservata da prospettive insolite, forse inattese, ma proprio per questo preziose, in punti di vista che non si dimenticano, perché non sono soltanto luoghi, ma esperienze. E in quella unicità, fatta di luce, silenzio e cammino, riconosco qualcosa che va oltre il paesaggio: un frammento di me che rimane qui, sospeso tra queste montagne.

Mi rimane il ricordo di Santa Maddalena e del bellissimo sole di primo mattino.
Mi rimane il ricordo della Acherlealm e dei suoi alpeggi per buona parte ancora ricoperti di neve.
Mi rimane il ricordo dell'Oberbergalm e di quell'improvvisa, sebbene debole, nevicata.
Ma ora mi rimane solo l'ultimo sussulto, l'ultima immagine che con la Messnerhutte va a chiudere questa mia prima volta in Val Casies: la Gsieser Tal.
Stefano
Info tecniche
📍 Zona: Val Casies (Gsieser Tal) - Val Pusteria - Alto Adige
🥾 Tipo: escursione
📏 Lunghezza: 12km
⛰️ Dislivello: +689m
⏱️ Tempo: 5h (intero cammino, individuale, soste escluse)
⚠️ Difficoltà: media (ambiente tra boschi e ampi spazi prativi)
🛖 Malghe e rifugi: Acherlealm (1867m) - Oberbergalm (1975m) - Messnerhutte (1700m)
Val Casies: escursione tra malghe, alpeggi e silenzi autentici dell’Alto Adige
La Val Casies, nel cuore della Val Pusteria, si insinua silenziosa tra i versanti alpini più ampi, disegnando un paesaggio fatto di dolci creste prative e boschi fitti che accompagnano naturalmente lo sguardo fino al confine con l’Austria.
È una valle autentica dell’Alto Adige, ancora lontana dal turismo di massa, dove Natura, tradizione e cultura alpina convivono in un equilibrio raro.
Dove si trova la Val Casies e perché visitarla
La Val Casies si sviluppa parallelamente ad altre valli iconiche come la Valle di Anterselva e la Valle Aurina, formando una sorta di “spina dorsale alpina” nel nord Italia.
Qui la montagna non è solo paesaggio, ma esperienza:
🌲 boschi incontaminati
🏔️ alpeggi autentici
🛖 malghe tradizionali
🤫 silenzio profondo e rigenerante
Visitare la Val Casies significa rallentare e ritrovare un contatto diretto con la Natura più vera.
Da Santa Maddalena agli alpeggi: l’inizio dell’escursione
Il viaggio inizia lasciando la strada principale della Val Pusteria, entrando lentamente in una dimensione più raccolta e intima.
I piccoli borghi di:
San Martino di Casies
Santa Maddalena (St. Magdalena)
accolgono il visitatore in un’atmosfera sospesa, soprattutto nelle prime ore del mattino, quando:
la brina in primavera copre i prati
il sole tarda a emergere
il silenzio domina il paesaggio
È qui che l’escursione prende forma, tra sensazioni più che semplici passi.
Escursione in Val Casies: sentieri, neve e Natura
Dal parcheggio nei pressi della Moosalm, il cammino segue inizialmente il sentiero 53, attraversando boschi e aree di lavoro forestale.
Cosa aspettarsi lungo il percorso:
strade forestali facili ma lunghe
tratti con neve residua (soprattutto a inizio primavera)
panorami che si aprono gradualmente
incontri rari con altri escursionisti
Il contatto con la Natura è totale: il profumo del legno, il lavoro dei boscaioli, il silenzio continuo.
Hinterbergalm e Acherlealm: alpeggi autentici
Tra le prime tappe emerge la Hinterbergalm, una piccola baita immersa nella neve a inizio primavera, quasi nascosta e fuori dalle mappe più comuni.
Proseguendo si raggiunge un ampio pianoro dove sorge:
Acherle (Acherlealm)
altre strutture tradizionali in legno
Qui il tempo sembra fermarsi.
Cosa rende unico questo luogo:
totale assenza di turismo di massa
tracce della vita alpina tradizionale
strumenti agricoli esposti all’esterno
paesaggi aperti e luminosi
Un piccolo museo della cultura montana.
Panorama e confine: tra Italia e Austria
Dall’alpeggio lo sguardo si apre sui versanti della Val Casies e sulle cime di confine, tra cui:
Hinterbergkofel (2725m)
Deferegger Pfannhorn (2819 m)
Plankfeldspitz (2662 m)
La vicinanza con l’Austria è tangibile, sia nel paesaggio che nella cultura locale.
Oberbergalm: il cuore dell’esperienza
Raggiungere la Oberbergalm significa arrivare in uno dei punti più suggestivi dell’escursione.
Qui tutto rallenta.
Seduto davanti alla malga, immerso nel silenzio, si percepisce qualcosa di più profondo:
una connessione autentica con la natura
una sensazione di equilibrio e presenza
una vera “metamorfosi” interiore
La montagna smette di essere solo scenario e diventa esperienza.
Perché scegliere la Val Casies
La Val Casies non è solo una destinazione, ma un’esperienza.
✔ perfetta per chi cerca tranquillità
✔ ideale per escursioni immersive
✔ lontana dal turismo affollato
✔ autentica e ancora intatta
È un luogo dove ogni passo racconta qualcosa, e dove il silenzio riesce davvero a parlare.




























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