Il Latemar
- Stefano

- 3 giorni fa
- Tempo di lettura: 27 min
Forcella dei Camosci: nel cuore selvaggio del Latemar.
📍 Zona: Obereggen - Val d'Ega - Alto Adige
🥾 Tipo: escursione ad anello
📏 Lunghezza: 11km 300m
⛰️ Dislivello: +986m
⏱️ Tempo: 5h (intero cammino, individuale, soste escluse)
⚠️ Difficoltà: media/difficile (ambiente tra boschi e la roccia selvaggia del Latemar)
🛖 Malghe e rifugi: Malga Laner (Epircher Laner) - Rifugio Torre di Pisa
🗓 Stagione migliore: Estate - durante la primavera ancora neve nelle quote maggiori
🅿️ Parcheggio: Ampio parcheggio in Malga Laner su sentiero 18
🥾 Il Latemar più impegnativo ma dalle emozioni più forte e intense. Un cammino che da Malga Laner accompagna dolcemente fino all'Oberholz dove, come una delle tante leggende legate a questa montagna, il cammino si fa più intenso, impegnativo ma straordinariamente selvaggio. Un cammino che sale in direzione di Forcella dei Camosci tra ampi lembi di neve ancora presente, e il Rifugio Torre di Pisa come parte finale di una giornata straordinaria.
⛰️ Il Latemar delle leggende non è soltanto una montagna da attraversare: è un luogo in cui la Dolomia custodisce il respiro del tempo e la memoria degli antichi racconti. Tra guglie vertiginose e campanili di pietra, ogni sentiero sembra incidere nella roccia una storia millenaria, tracciando il confine sottile tra realtà e meraviglia.
Qui riecheggiano ancora le vicende di Re Laurino, signore del regno incantato delle rose, e si staglia il misterioso corteo delle Bambole di Pietra, la Processione de le Pope, immobile eppure viva nell'immaginazione di chi osserva. Il Latemar diviene così un teatro di incanti, dove le leggende si intrecciano al paesaggio e le anime invisibili della montagna sembrano emergere dalla pietra stessa, assumendo forma tra luci, ombre e silenzi. In questo scenario straordinario, il mito e la Natura si fondono in un'unica, eterna narrazione.

Malga Laner (Epircher Laner) 2050m
Ritorno tra queste vette di roccia dopo molti anni, forse quindici o poco meno. Allora il mio sguardo era rivolto altrove, verso orizzonti lontani e fugaci, dove ogni esperienza si consumava nell'istante stesso in cui veniva vissuta, destinata a dissolversi nel fluire del tempo.
Camminavo senza soffermarmi sui dettagli, guidato dall'entusiasmo impetuoso della giovinezza, quando ogni pietra sembrava identica alla precedente e la montagna era soprattutto uno scenario da attraversare.
"Quella stagione della mia vita appartiene ormai al passato"
Oggi, con la consapevolezza che gli anni hanno lentamente depositato nell'animo, torno a contemplare queste cime con occhi diversi. Ogni profilo di roccia racconta una storia, ogni luce che accarezza le pareti rivela sfumature un tempo ignorate, ogni silenzio custodisce significati che allora non sapevo cogliere. Le montagne sono rimaste le stesse, immutabili nella loro austera bellezza; eppure sono io ad essere cambiato. Così, nel ritrovarle, non incontro soltanto un paesaggio familiare, ma anche una parte di me stesso che il tempo ha trasformato, restituendomi uno sguardo nuovo, più attento, più profondo, più capace di ascoltare ciò che la montagna ha sempre avuto da raccontare.
Allora il sentiero si innalzava direttamente da Baita Gardonè verso il Rifugio Torre di Pisa, risalendo il versante meridionale del Latemar, aperto verso gli ampi orizzonti della Val di Fiemme. Era una salita vissuta con leggerezza, quasi senza interrogarsi sul significato dei luoghi attraversati, mentre la meta sembrava contare più del cammino stesso.
Oggi, invece, tutto appare diverso. È cambiato il percorso, ma soprattutto è cambiato il mio modo di guardare la montagna. Gli anni hanno plasmato il mio spirito e affinato quello sguardo che, passo dopo passo, ho imparato a costruire lungo i sentieri delle Dolomiti.
Ciò che un tempo era soltanto paesaggio è divenuto racconto; ciò che appariva semplice sfondo si è trasformato in una presenza viva, capace di evocare emozioni, memorie e riflessioni.
Così torno a queste montagne con una consapevolezza nuova, lasciandomi guidare non soltanto dalla volontà di raggiungere una cima, ma dal desiderio di ascoltare e comprendere. Le mie Dolomiti si rivelano oggi in una luce diversa: non più soltanto luoghi da percorrere, ma mondi da osservare, da custodire e da raccontare, con uno sguardo più maturo e profondamente partecipe della loro eterna bellezza.

Obereggen, nella Val d'Ega, si adagia sul versante occidentale del Latemar, là dove la montagna volge il proprio sguardo verso l'Alto Adige. È una località che vive in armonia con il ritmo delle stagioni: d'estate i sentieri si animano di escursionisti e amanti della Natura, mentre d'inverno le sue pendici si trasformano in un vasto regno di neve. Anno dopo anno, migliaia di visitatori giungono fin qui per lasciarsi conquistare dalla bellezza autentica di questo straordinario angolo delle Dolomiti.
Lungo la strada che da Obereggen sale verso il Passo Pampeago, il Reiterjoch a 1.996 metri di quota, poco oltre l'Oberholz, appare sulla sinistra Malga Laner (Epircher Laner), adagiata a 1.830 metri tra prati e boschi. È da qui che prende avvio il mio cammino, il punto in cui il quotidiano lascia spazio all'avventura e il sentiero comincia a inseguire l'orizzonte verticale della montagna.
Davanti a me si elevano le grandi architetture del Latemar: guglie slanciate, campanili di roccia e pareti che sembrano sfidare il cielo. Il dislivello si fa presenza concreta, una linea ascendente che conduce lo sguardo sempre più in alto, verso quel mondo minerale dove la pietra assume forme sorprendenti e la montagna rivela, passo dopo passo, tutta la sua maestosa grandezza.

Il sentiero prende quota con dolcezza, senza fretta, accompagnandomi verso quel primo incontro con la roccia che ancora si nasconde oltre il fitto abbraccio del bosco. Un passo segue l'altro lungo i sentieri dell'Oberholz, immersi in una vegetazione così densa da custodire gelosamente i panorami e i segreti della montagna.
È un cammino semplice, quasi raccolto, che non concede subito grandi emozioni visive.
Eppure, proprio in questa apparente monotonia, si cela il piacere dell'attesa. Di tanto in tanto il bosco si apre, lasciando filtrare scorci inattesi che si allungano verso gli ampi orizzonti della Val d'Ega. Lo sguardo corre lontano, inseguendo creste e versanti che si perdono verso occidente, territori che conosco appena e che conservano ancora il fascino dell'ignoto.
Sono visioni fugaci, brevi finestre aperte sul paesaggio, sufficienti però a ricordare che oltre gli alberi esiste un mondo più vasto, fatto di montagne lontane e di orizzonti ancora da esplorare. Così il cammino prosegue nel silenzio del bosco, tra ombre e profumi di resina, mentre la presenza della grande roccia del Latemar si fa lentamente più vicina, annunciando l'ingresso in un ambiente completamente diverso.
La sensazione che mi accompagna è quella sottile e irresistibile che nasce dall'incontro con l'ignoto. È un'emozione antica, eppure sempre nuova, che prende forma ogni volta che il mio sguardo e la mia Anima si posano insieme su luoghi mai esplorati, su sentieri che non hanno ancora accolto i miei passi. In essa si intrecciano curiosità e attesa, il desiderio di scoprire e il piacere di lasciarsi sorprendere. È la stessa emozione che rende speciale una giornata luminosa, scaldata dal sole e immersa nell'azzurro profondo del cielo, quando ogni cosa sembra promettere meraviglia e ogni passo conduce verso qualcosa di inatteso.
Lassù mi attende un mondo ancora sconosciuto, un versante del Latemar che fino ad oggi era rimasto oltre il confine delle mie esperienze. I miei occhi non ne hanno mai seguito le forme, i miei passi non ne hanno mai percorso i sentieri.
Proprio per questo ogni dettaglio assume un valore particolare: ogni scorcio, ogni parete di roccia, ogni angolo nascosto diventa una scoperta, un frammento di bellezza che si rivela per la prima volta. È in questi momenti che la montagna ritrova il suo incanto più autentico, trasformando il cammino in un viaggio non soltanto attraverso lo spazio, ma anche dentro quella meraviglia che nasce quando ci si apre, senza riserve, alla scoperta del nuovo.

Mentre avanzo lungo la strada forestale, avverto ancora quella sensazione di trovarmi in un ambiente fortemente segnato dalla presenza dell'uomo. L'atmosfera conserva qualcosa di eccessivamente turistico, un'impressione che si fa più evidente tra gli impianti di risalita, i tralicci che attraversano il versante e quei segni che raccontano una frequentazione intensa, talvolta poco rispettosa della montagna.
Con il disgelo, ciò che la neve aveva custodito e nascosto per lunghi mesi torna lentamente a riaffiorare. Insieme ai prati che riprendono colore e ai sentieri che si liberano dal ghiaccio, emergono anche le tracce meno nobili del passaggio umano: piccoli rifiuti, oggetti abbandonati, testimonianze silenziose di una presenza che troppo spesso dimentica il valore e la fragilità dei luoghi che attraversa.
È un contrasto che suscita una lieve amarezza. Da una parte la Natura che si risveglia e riconquista il proprio spazio con l'arrivo della bella stagione; dall'altra quei segni di incuria che interrompono, anche solo per un istante, l'armonia del paesaggio. Sono dettagli apparentemente insignificanti, eppure capaci di raccontare una forma di superficialità che trova terreno fertile nel turismo frettoloso e di massa, dove il consumo del luogo prevale troppo spesso sul rispetto e sulla consapevolezza.
Fortunatamente la montagna possiede una straordinaria capacità di andare oltre queste ferite. Basta alzare lo sguardo verso le pareti del Latemar, verso il profilo delle sue guglie che si stagliano nel cielo, per ritrovare immediatamente il senso autentico del cammino e ricordare che la bellezza di questi luoghi merita attenzione, cura e profondo rispetto.
Oberholz - 2120m
Quelle lievi ombre di negatività si dissolvono quasi all'improvviso quando raggiungo l'ultimo presidio del turismo più intenso: l'Oberholz. Qui convergono la stazione di arrivo della seggiovia, il ristorante e i servizi che accolgono visitatori ed escursionisti, segnando il punto in cui il mondo dell'accoglienza incontra quello della montagna.
Eppure, proprio da questo luogo, qualcosa cambia. Oltrepassato questo confine simbolico, la sensazione di trovarmi immerso nella dimensione del turismo di consumo lascia lentamente spazio a un rapporto più autentico con l'ambiente circostante. Il rumore si attenua, la frenesia si allontana e il Latemar torna a essere il protagonista assoluto del paesaggio.
A questa quota si sviluppa il Latemarium, un progetto capace di valorizzare il territorio attraverso una fitta rete di itinerari tematici che invitano a conoscere la montagna sotto prospettive diverse. Sentieri didattici, installazioni artistiche, percorsi naturalistici e punti di osservazione accompagnano il visitatore alla scoperta della storia, della geologia, della flora e delle leggende che abitano queste montagne.
È un modo intelligente e rispettoso di vivere il territorio, capace di avvicinare famiglie, escursionisti e appassionati della Natura a una conoscenza più profonda del Latemar. Qui il cammino non è soltanto movimento, ma diventa esperienza, osservazione e scoperta. Un invito a rallentare il passo e a lasciarsi guidare dalla curiosità, in un paesaggio che non offre soltanto bellezza, ma anche infinite storie da ascoltare e comprendere.

È sul sentiero numero 18 che ora si concentra tutta la mia attenzione. Da questo punto in avanti il cammino assume un significato diverso, quasi una dichiarazione d'intenti. Il tracciato si sviluppa inizialmente tra alcune delle installazioni e delle strutture che caratterizzano la filosofia del Latemarium, accompagnando con discrezione gli ultimi passi all'interno dell'ambiente più frequentato dell'Oberholz.
Poco alla volta il bosco si dirada, le testimonianze dell'area turistica si fanno più lontane e il sentiero inizia a rivelare la propria vera Natura. È una transizione graduale ma evidente: il mondo delle strade forestali, degli impianti e della frequentazione più intensa lascia spazio a una dimensione più autentica, dove la montagna torna a dettare il ritmo del cammino.
Davanti a me si apre finalmente l'accesso ai versanti più ampi e selvaggi del Latemar. La traccia si restringe, segue le forme del terreno e invita a un'andatura diversa, più lenta e consapevole. Qui il sentiero non è più soltanto un collegamento tra due punti, ma diventa parte integrante dell'esperienza, un filo sottile che conduce nel cuore della montagna.
È proprio in questo momento che avviene una naturale selezione. La comodità della forestale e la facilità dei percorsi più turistici rimangono alle spalle, mentre il cammino richiede una partecipazione più autentica. Non si tratta ancora di difficoltà particolari, ma di un cambiamento di spirito: chi prosegue lo fa per il desiderio di immergersi davvero nel paesaggio, di cercare il silenzio, l'isolamento e quella dimensione più intima che soltanto la montagna sa offrire.
Così, passo dopo passo, il Latemar comincia finalmente a mostrare il suo volto più autentico, quello fatto di spazi aperti, rocce possenti e orizzonti che sembrano dilatarsi verso l'infinito.

È un approccio completamente diverso da quello che ricordavo. Da questo punto inizia davvero la montagna, e con essa prende forma l'intero dislivello che mi separa dalle quote più elevate del Latemar: poco più di ottocento metri che non rappresentano soltanto una misura altimetrica, ma un percorso di progressivo avvicinamento a un mondo sempre più lontano dalla quotidianità.
Il sentiero disegna una lunga serpentina sul versante, guadagnando quota con costanza e conducendomi verso la Forcella dei Camosci.
È una meta che, almeno per ora, conserva il fascino dell'incognita. Non conosco ancora ciò che mi attende oltre, né quali panorami o emozioni si riveleranno lungo il cammino. Ed è proprio questa incertezza a rendere ogni passo più intenso, più vivo.

"Mentre avanzo, ho la sensazione di avvicinarmi lentamente al cuore più autentico del Latemar"
La montagna sembra mutare volto a ogni metro di salita, abbandonando gradualmente i tratti più familiari per assumere contorni sempre più severi, misteriosi e affascinanti. Le grandi pareti di Dolomia, le guglie che si innalzano verso il cielo e le forme scolpite dal tempo sembrano custodire storie antiche, tramandate dal vento e dal silenzio.
È facile, in un ambiente come questo, lasciarsi trasportare dall'immaginazione. Le leggende che abitano il Latemar sembrano riaffiorare dalla roccia stessa: i racconti di Re, spiriti, creature misteriose e figure sospese tra mito e realtà accompagnano il cammino come presenze discrete. E così, passo dopo passo, cresce la sensazione che la montagna non sia soltanto un luogo da attraversare, ma un universo da ascoltare, un regno antico che continua a custodire i suoi segreti e i suoi personaggi senza tempo, nascosti tra le pieghe della pietra e dell'eternità.

È un cammino che intreccia misticismo e fascino, dove la bellezza selvaggia della montagna accompagna ogni passo e il dislivello si fa sentire costantemente nelle gambe. La salita impone il suo ritmo, lento e regolare, ricordandomi a ogni metro conquistato che la montagna va vissuta con rispetto e pazienza.
Con l'aumentare della quota, anche lo sguardo si amplia. Gli orizzonti si allungano sempre più lontano, aprendosi sui vasti versanti che dalla Val d'Ega si distendono verso il cuore dell'Alto Adige. In lontananza emergono profili montuosi sempre più remoti, fino a raggiungere le grandi cime che conservano ancora il candore delle nevi perenni, sospese tra la terra e il cielo.
Di tanto in tanto mi concedo una pausa. Non soltanto per riprendere fiato, ma per assaporare la straordinaria armonia di ciò che mi circonda. Davanti ai miei occhi si dispiega un paesaggio di rara eleganza, dove la dolcezza delle vallate verdi contrasta con la severità luminosa delle pareti dolomitiche. I prati e i boschi, distesi come un immenso tappeto verde, sembrano esaltare ancora di più il bianco abbagliante della roccia del Latemar.
È un contrasto che colpisce e affascina. Da una parte la morbidezza dei colori e delle forme del fondovalle, dall'altra la forza austera della pietra che si innalza verso il cielo. Due anime diverse che convivono nello stesso paesaggio, creando un equilibrio perfetto e sorprendente.
In questi momenti il cammino rallenta naturalmente, quasi per rispetto. Lo sguardo si perde tra le distanze, il tempo sembra sospendersi e la montagna rivela tutta la sua capacità di emozionare. È una bellezza che non ha bisogno di parole, capace di imporsi con la sola forza della sua presenza e di lasciare nell'animo una sensazione profonda di meraviglia.
Forcella dei Camosci - 2564m
La neve certo. Ero convinto di essermela lasciata definitivamente alle spalle, relegata ai ricordi dell'inverno e alle quote più elevate della stagione appena trascorsa. E invece la montagna, come spesso accade, trova sempre il modo di sorprendere e di smentire le nostre certezze.
Mi basta superare l'ultimo tratto di salita che corre ai piedi del Corno d'Ega (Eggentaller Horn 2799m) e del Reiterjochspitze (2707m) perché il paesaggio cambi improvvisamente volto. Davanti a me riappaiono ampie distese bianche, lembi d'inverno sopravvissuti al trascorrere delle settimane e alla forza crescente della primavera avanzata.
È una neve antica, segnata dal tempo e dal sole. Il suo manto ha perso la compattezza dei mesi freddi, trasformandosi in una massa morbida e cedevole, plasmata dai continui cicli di gelo e disgelo. Eppure resiste. Protetta dall'ombra dei canalini, custodita tra le pieghe della montagna e ai piedi dei campanili di roccia, trova ancora rifugio nei luoghi dove il sole fatica a imporsi completamente. Il contrasto è affascinante. Attorno a me la stagione calda avanza con decisione, illuminando prati e versanti, mentre questi silenziosi frammenti d'inverno continuano a conservare la memoria del freddo. Sembrano isole sospese nel tempo, ultimi baluardi di una stagione che si rifiuta di scomparire del tutto.
Camminando accanto a queste lingue di neve, ho la sensazione di attraversare un confine invisibile tra due mondi. Da una parte l'estate che lentamente conquista la montagna, dall'altra l'inverno che resiste negli angoli più nascosti del Latemar. È uno di quei momenti in cui la Natura mostra tutta la sua complessità e la sua capacità di convivere con i propri contrasti, regalando al paesaggio una bellezza inattesa e profondamente suggestiva.
Il sentiero ritrova una dimensione più pacata. Dopo la costante fatica della salita, il dislivello si attenua leggermente e il cammino assume un ritmo più disteso, quasi contemplativo. Ogni passo affonda nella neve residua, seguendo una traccia discreta che sembra guidarmi verso qualcosa di speciale, come se la montagna stesse lentamente preparando il suo ingresso più solenne.
Poco alla volta il paesaggio si apre e mi ritrovo immerso in un ambiente straordinario. Attorno a me si innalza un immenso anfiteatro di roccia, un universo minerale modellato dal tempo e dagli elementi, dove ogni parete, ogni guglia e ogni torre naturale raccontano una storia antica quanto la montagna stessa. Qui la presenza dell'uomo appare lontana, quasi insignificante, mentre domina incontrastata la forza della Natura.

È in questo momento che il volto più autentico del Latemar prende finalmente forma. Quello che fino a poco prima era soltanto intuizione o promessa diventa realtà. La montagna rivela il suo carattere più selvaggio, austero e millenario, mostrando scenari che sembrano appartenere a un tempo remoto, quando il mondo era ancora dominato dalla pietra, dal silenzio e dagli elementi.
Il cammino prosegue in un'atmosfera quasi sospesa. Le tracce della civiltà sono ormai scomparse e resta soltanto il dialogo tra il viandante e la montagna. Ogni sguardo si perde tra le forme scolpite nella Dolomia, ogni respiro sembra fondersi con il silenzio che avvolge questo luogo straordinario.
È una sensazione difficile da descrivere, fatta di meraviglia e rispetto. Come se il Latemar, dopo aver accompagnato il cammino con discrezione, avesse finalmente deciso di aprire le proprie porte, accogliendomi nel cuore più segreto e affascinante del suo regno di roccia.

Il mio cammino prosegue tra emozioni che fatico persino a contenere. Di fronte a tanta bellezza mi sento quasi impreparato, come se nessuna immagine, nessun racconto e nessuna aspettativa avessero potuto anticipare ciò che ora si dispiega davanti ai miei occhi.
Rimane soltanto il suono dei miei passi sulla roccia, levigata e corrosa dal tempo, a interrompere per brevi istanti il silenzio profondo che avvolge questo luogo. Un silenzio antico, quasi solenne, che sembra appartenere alla montagna stessa e che la lega a una dimensione senza tempo, dove il trascorrere dei secoli perde significato e tutto appare immutabile.
Ad ogni curva del sentiero il paesaggio muta. Nuove prospettive si aprono all'improvviso, rivelando scenari sempre diversi eppure armoniosamente collegati tra loro. È un continuo susseguirsi di visioni che alimentano la meraviglia e invitano a rallentare, a osservare, a lasciarsi sorprendere ancora una volta.
In alcuni momenti ho la sensazione di camminare all'interno di un immenso castello di pietra. Le grandi torri naturali, le pareti verticali e le possenti fortificazioni scolpite dalla Natura si innalzano tutto attorno come antiche mura difensive. Sono strutture grandiose e severe, eppure capaci di trasmettere una sensazione inattesa di protezione, quasi che la montagna stessa voglia custodire chi ha avuto la pazienza e la volontà di raggiungere il suo cuore più nascosto.
Intanto la fatica della salita si dissolve lentamente. I tratti più impegnativi sono ormai alle spalle e, come accade spesso in montagna, arriva quel momento speciale in cui ogni sforzo trova finalmente il proprio significato. È come se il Latemar, ancora una volta, volesse ricompensare il cammino con la sua bellezza più autentica, offrendo in dono panorami, silenzi e sensazioni che valgono infinitamente più dell'impegno necessario per raggiungerli.
Ed è proprio allora che si comprende come la vera ricompensa non sia la meta, ma il privilegio di trovarsi lì, immersi in un luogo capace di parlare direttamente all'anima.

In alcuni tratti la neve trasformata dal sole ha ormai cancellato ogni segno del sentiero. La traccia naturale scompare sotto il bianco irregolare del manto residuo, lasciando che siano le impronte di chi è passato nei giorni precedenti a indicare la direzione da seguire. Sono segni semplici ma preziosi, una silenziosa testimonianza di altri camminatori che hanno attraversato questi luoghi prima di me. La neve è molle, cedevole, profondamente segnata dal disgelo. A tratti le mie caviglie affondano fino a sfiorare le ginocchia, costringendomi a rallentare il passo e a prestare maggiore attenzione.
Non è però una situazione che suscita preoccupazione; si tratta di brevi passaggi, piccoli ostacoli che fanno parte della montagna e che vengono affrontati con naturalezza.
Ogni sprofondamento è accompagnato dal rumore soffocato della neve che cede sotto il peso del corpo, mentre l'umidità risale lentamente lungo gli scarponi. È una neve stanca, ormai prossima alla resa definitiva, incapace di opporsi alla forza crescente della stagione calda.
Resiste soltanto grazie alle ombre della montagna e ai canaloni che ancora custodiscono il fresco dell'inverno. Così il cammino continua tra roccia e neve, in quell'equilibrio fragile che caratterizza il passaggio tra le stagioni. Il bianco si alterna al grigio della Dolomia, l'inverno all'estate, il freddo al tepore del sole. E mentre avanzo seguendo la traccia che serpeggia attraverso questo paesaggio sospeso, ho la sensazione di assistere agli ultimi giorni di una stagione che lentamente si congeda dalla montagna, lasciando spazio a un nuovo ciclo di vita e di colori.

L'ultimo sforzo si concentra in una stretta fessura che interrompe la continuità dell'ampio sentiero e si insinua tra le rocce della forcella. È un passaggio breve ma capace di richiamare tutta l'attenzione. La neve residua si mescola al fango del disgelo e l'umidità rende insidiosi i gradini naturali scolpiti nella roccia, costringendo a misurare con cura ogni movimento.
Sono gli ultimi metri di salita, quelli che spesso sembrano più lunghi proprio perché la meta è ormai vicina. Poi, quasi all'improvviso, la montagna si apre.
La forcella si schiude davanti a me come una porta spalancata su un mondo nuovo, rivelando l'immensa scenografia naturale del Lastei di Valsorda. Lo sguardo corre immediatamente verso questo straordinario anfiteatro di roccia, dove pareti, torri e bastioni Dolomitici si susseguono in un'armonia grandiosa che lascia senza parole. È uno di quei panorami che non si osservano soltanto con gli occhi, ma che si assorbono lentamente, lasciandoli sedimentare nell'anima.
Qui il cammino concede finalmente una tregua. È il momento di fermarsi, di liberare le mani dalle tracce del fango e di concedersi il lusso della contemplazione.
Mi accomodo tra le rocce, lasciando che il respiro ritrovi il suo ritmo e che il silenzio della montagna prenda il sopravvento su ogni altro pensiero. Davanti a me si estende uno spettacolo difficile da dimenticare. L'imponente anfiteatro del Lastei sembra accogliere il viandante nel proprio abbraccio di pietra, mostrando tutta la potenza e la bellezza di un paesaggio modellato da milioni di anni di storia. In quell'istante non esiste più la fatica della salita, né il tempo impiegato per raggiungere questo luogo. Rimane soltanto la gratitudine di poter essere lì, immerso in una bellezza così vasta e autentica da trasformare il semplice gesto di osservare in un'esperienza profondamente emozionante.
Qui il tempo sembra rallentare il proprio corso, come se la montagna imponesse un ritmo diverso, più quieto e profondo. Il vento attraversa la forcella con un sussurro costante, accarezzando le rocce e accompagnando il silenzio di questo luogo straordinario.
Seduto su quello che, senza esitazione, considero il punto panoramico più affascinante dell'intero Lastei di Valsorda, mi concedo una nuova pausa. Non è soltanto un momento di riposo, ma un'occasione per osservare, riflettere e lasciare che lo sguardo si perda nei dettagli di un paesaggio che sembra estendersi senza confini. Da quassù ogni elemento appare amplificato: le pareti di Dolomia, i canaloni, le guglie e le ombre che modellano la roccia sembrano dominare il mondo sottostante con la loro presenza silenziosa e maestosa.
Dai versanti più bassi risalgono improvvise raffiche di vento, vigorose e fredde, che percorrono l'anfiteatro naturale della valle come un respiro antico. È una presenza viva, invisibile ma tangibile, capace di ricordare quanto la montagna sia un luogo in continuo movimento, anche quando tutto appare immobile.
Nel cielo, poco sopra le pareti rocciose, alcune gracchie alpine disegnano ampie traiettorie. Si lasciano trasportare dalle correnti ascensionali con una leggerezza che sembra sfidare ogni legge della gravità. Il loro volo libero e sicuro richiama qualcosa di ancestrale, un istinto antico che appartiene da sempre a queste montagne e che continua a manifestarsi immutato attraverso le stagioni e i secoli.
Resto a osservare in silenzio. Il vento, il volo degli uccelli e la vastità del paesaggio si fondono in un'unica armonia, trasformando questo momento in qualcosa di più di una semplice sosta. È uno di quegli istanti rari in cui la montagna non si limita a mostrarsi nella sua bellezza, ma riesce a trasmettere una profonda sensazione di pace, facendo sentire chi la osserva parte integrante di un equilibrio antico e perfetto.

Giunto fin quassù, mi accorgo di aver lasciato lungo il cammino ogni traccia di fatica. Le ore di salita, il dislivello e l'impegno richiesto dalla montagna sembrano dissolversi all'improvviso, come se appartenessero ormai a un tempo lontano. Rimane soltanto una profonda sensazione di leggerezza, una libertà autentica che trova nelle alte quote la propria espressione più sincera.
È una condizione dell'anima prima ancora che del corpo. Qui, circondato dall'immensità delle Dolomiti, mi sento in perfetta sintonia con ciò che mi circonda, come se la vastità degli orizzonti fosse capace di riflettere il mio stato d'animo e di dare forma a quella serenità che troppo spesso la vita quotidiana nasconde.
Lo sguardo può spaziare senza ostacoli in ogni direzione. Verso sud si distende la lunga catena del Lagorai, che accompagna la Val di Fiemme fino ai profili del Passo Rolle, disegnando una successione di creste e rilievi che sembrano non avere fine. Più a est, la vista abbraccia la Val di Fassa e si spinge fino ai paesaggi lontani dell'Agordino, dove le grandi montagne emergono con tutta la loro imponenza.
La Marmolada domina l'orizzonte con la sua presenza regale, mentre il Monte Civetta si staglia con le sue forme inconfondibili, austere e solenni. Ancora più lontano, quasi sospeso tra luce e distanza, il Monte Pelmo appare come una sentinella silenziosa, custode della Val di Zoldo e della sua storia millenaria. Davanti a un simile spettacolo, la montagna sembra riunire in un unico sguardo gran parte dell'universo Dolomitico. Ogni cima racconta una storia, ogni valle custodisce memorie e silenzi, mentre l'orizzonte continua ad allargarsi fino a sfumare nell'infinito.
In questo momento non esiste altro che la bellezza. Una bellezza vasta, luminosa e profonda, capace di liberare il pensiero e di ricordare quanto sia prezioso fermarsi, osservare e sentirsi, anche solo per un istante, parte integrante di un mondo così straordinario.
"E tutto questo è ciò che un panorama mi regala, sempre!"
Il silenzio che avvolge queste quote sembra esaltare ogni contrasto del paesaggio. Da una parte la ruvida severità della roccia del Lastei di Valsorda, un mondo minerale scolpito dal tempo, fatto di pareti, canaloni e torri che emergono con forza dalla montagna. Dall'altra le ampie creste erbose della Val di Fassa, morbide e luminose, che si susseguono all'orizzonte con un'eleganza completamente diversa.
Lo sguardo si muove continuamente tra queste due anime della montagna, seguendo i versanti che si allungano verso la Val di San Nicolò e il Passo San Pellegrino. È un paesaggio che cambia volto a ogni distanza, alternando la durezza della Dolomia alla dolcezza dei prati d'alta quota, in un equilibrio che soltanto le montagne sanno creare con tanta naturale armonia.
Più lontano, verso le quote più elevate del Lagorai che si avvicinano al Passo Rolle, l'inverno conserva ancora gli ultimi segni della propria presenza.
Piccoli lembi di neve resistono ostinatamente tra i canaloni e le esposizioni più fredde, brillando sotto il sole come frammenti di una stagione che non vuole ancora abbandonare del tutto queste montagne.

Qui tutto sembra sospeso in una dimensione che sfugge al tempo. La montagna appare immutabile, come se il trascorrere dei secoli non fosse riuscito a modificare l'essenza profonda di questi luoghi. Pochi escursionisti avanzano lungo il sentiero, figure silenziose che si muovono con discrezione in un ambiente che conserva ancora il fascino della sua storia più antica.
Per millenni questi percorsi hanno rappresentato le vie dei cacciatori di camosci, uomini che conoscevano ogni piega della montagna e che affidavano ai loro passi il compito di attraversare questo vasto regno di roccia.
Camminando quassù è impossibile non percepire l'eco di quella presenza antica, quasi che il sentiero custodisca ancora la memoria di chi lo ha percorso molto prima di noi.
Il Lastei di Valsorda si presenta come un ampio pianoro minerale, un mare di pietra modellato dal tempo e dagli elementi. La traccia lo attraversa con andamento dolce, seguendo una successione di lievi saliscendi che rendono il cammino rilassato e contemplativo. Non vi sono grandi dislivelli né ostacoli significativi: soltanto il piacere di procedere lentamente in uno scenario grandioso, lasciandosi accompagnare dalla vastità del paesaggio.
Dopo tante ore immerse nella solitudine della montagna, il sentiero conduce gradualmente verso quello che rappresenta il primo vero segno di presenza umana dell'intera giornata. In lontananza compare il rifugio, discreto e quasi raccolto tra le rocce, come un punto di incontro tra il mondo selvaggio dell'alta quota e il desiderio di accoglienza che da sempre accompagna il viandante.
È una presenza che non interrompe l'incanto del luogo, ma che anzi ne completa il racconto. Dopo il silenzio delle forcelle, delle pareti e degli altopiani rocciosi, quel piccolo lembo di civiltà assume il valore di una meta attesa, un approdo temporaneo nel cuore di una montagna che continua, tutt'intorno, a conservare intatta la propria anima più autentica e senza tempo.
Rifugio Torre di Pisa - 2671m
I primi giorni di giugno non hanno ancora riportato vita tra le mura del rifugio. La struttura appare chiusa e silenziosa, immersa in una quiete che sembra conservare il respiro del lungo inverno trascorso in solitudine. Osservandolo da lontano, dà l'impressione di un eremita di montagna, custode discreto di questi luoghi durante i mesi più duri, quando la neve e il silenzio diventano gli unici compagni delle alte quote.
Eppure, nonostante la sua presenza sia ormai vicina e ben visibile, il sentiero sembra avere altri progetti. Come guidato da una volontà propria, mi allontana da quel temporaneo rifugio di pace e prosegue deciso verso ambienti ancora più appartati e selvaggi.
La traccia abbandona il Lastei e si innalza sulla destra, aggirando l'imponente massa di Cima Valsorda (2752m). La montagna si erge severa e dominante sopra il percorso, mentre il sentiero guadagna quota con determinazione, puntando verso una piccola forcella nascosta tra le pieghe della roccia. È una salita breve ma intensa, che restituisce immediatamente la sensazione di trovarsi ancora nel cuore di un ambiente d'alta montagna.
Con l'aumentare della quota ricompaiono anche le ultime tracce dell'inverno. Lingue di neve sopravvivono nei punti più ombrosi, adagiate tra i canaloni e le pareti che ancora riescono a sottrarre terreno al sole della stagione avanzata. Sono presenze silenziose che accompagnano gli ultimi passi verso il valico, ricordando quanto il confine tra le stagioni sia ancora sottile a queste altitudini. Poi, oltre la forcella, il paesaggio cambia ancora una volta.
Una breve discesa conduce all'interno di una gola sorprendente, un luogo raccolto e selvaggio dove la roccia sembra chiudersi attorno al cammino. Le pareti si avvicinano, il silenzio si fa più profondo e l'atmosfera assume un carattere quasi misterioso. È uno di quegli angoli nascosti che il Latemar custodisce lontano dagli itinerari più frequentati, un ambiente severo e affascinante dove la montagna mostra il proprio volto più intimo. Camminando tra queste rocce, tra neve residua e ombre profonde, ho la sensazione di attraversare una soglia invisibile, entrando in un mondo antico che continua a conservare intatto il proprio incanto.
La montagna, come spesso accade, chiede ancora un ultimo sforzo. La salita riprende con discrezione, attraversando gli ultimi tratti di neve che resistono ostinatamente tra le rocce e le zone d'ombra. Ogni passo richiede attenzione, ma ormai la fatica ha assunto un significato diverso: non è più un ostacolo, bensì parte integrante di un cammino che continua a regalare emozioni inattese.

"Eppure la costanza, in montagna, trova quasi sempre la propria ricompensa"
Quando tutto lascia pensare all'imminente arrivo al rifugio, il Latemar decide di concedermi un ultimo, straordinario dono. All'improvviso, oltre le pieghe della roccia e i pendii ancora segnati dalla neve, compare una delle sue immagini più iconiche e riconoscibili: la Torre di Pisa.
Si manifesta quasi come un'apparizione, emergendo con eleganza dalla pietra e dal cielo. La sua sagoma inconfondibile, leggermente inclinata e protesa verso il vuoto, domina il paesaggio con una presenza che cattura immediatamente lo sguardo. È uno di quei simboli che appartengono all'immaginario stesso del Latemar, una figura che racchiude in sé la forza, il mistero e la straordinaria fantasia con cui la Natura ha modellato queste montagne.

Per un istante sembra quasi volermi trattenere a sè, ritardando volutamente l'arrivo al rifugio. Come se la montagna desiderasse ricordare che la vera bellezza non risiede soltanto nella meta, ma soprattutto negli incontri che il cammino sa offrire lungo la strada.
Così mi fermo ancora una volta ad osservare.
Davanti a me la Torre di Pisa si staglia contro il cielo con tutta la sua imponenza, ultimo capolavoro di una giornata che non ha mai smesso di sorprendere. E mentre il sole illumina le sue forme scolpite dal tempo, comprendo che anche questo momento entrerà a far parte di quei ricordi destinati a rimanere vivi ben oltre il ritorno a valle.
L'ora del pranzo è ormai passata da tempo. Il mio pasto al sacco continua ad attendere nello zaino, rimandato più volte lungo il cammino. Troppe sono state le soste, troppe le occasioni in cui la montagna mi ha costretto a fermarmi, non per stanchezza, ma per la necessità di osservare e comprendere. Mi piace pensare che non si sia trattato di semplici pause, bensì di una naturale selezione imposta da questa Natura antica e selvaggia, capace di richiamare l'attenzione su ciò che merita davvero di essere contemplato.
Davanti a me la Torre di Pisa si erge nella sua straordinaria unicità. Questo pinnacolo di roccia, simbolo indiscusso del Latemar, annuncia ormai la vicinanza del rifugio, distante appena una decina di minuti di cammino. Eppure, ancora una volta, la meta sembra perdere importanza di fronte alla bellezza del percorso che la precede.
Il sentiero corre lungo una piacevole cresta rocciosa, sospesa tra cielo e pietra, regalando prospettive sempre nuove sul vasto pianoro del Lastei di Valsorda. È un tratto che invita naturalmente a rallentare, a volgere lo sguardo verso le distanze e a lasciarsi catturare dall'immensità del paesaggio.
Ancora una volta la mia attenzione viene richiamata dalle montagne lontane. Profili azzurri e sfumati emergono all'orizzonte, antiche vette che si susseguono una dopo l'altra fino a confondersi con il cielo. Osservandole, non posso fare a meno di pensare al tempo immenso che le ha generate. Come il Latemar, anche queste montagne sono state testimoni silenziose di trasformazioni millenarie, di ere geologiche e mutamenti profondi che continuano a custodire segreti ancora in gran parte sconosciuti all'uomo.
C'è qualcosa di profondamente affascinante in questa consapevolezza. Mentre il mio cammino si misura in ore e chilometri, queste montagne raccontano una storia fatta di milioni di anni, una storia scritta nella roccia, nelle stratificazioni e nelle forme che il tempo ha modellato con infinita pazienza. Così continuo a camminare lungo la cresta, con il rifugio ormai vicino e il pranzo ancora dimenticato nello zaino. Perché in luoghi come questi la fame può attendere ancora qualche minuto, mentre la bellezza di un panorama così vasto e antico merita di essere vissuta fino all'ultimo istante.

Da molte ore ormai cammino immerso in un paesaggio che incarna l’anima più aspra e selvaggia del Latemar, un luogo capace di avvolgere ogni istante della mia esistenza. Da quando, un paio d’ore prima, ho lasciato alle spalle i boschi del Latemarium, queste montagne mi hanno accolto in una dimensione sospesa, quasi irreale, dove il tempo sembra perdere consistenza e il mondo ordinario dissolversi lentamente.
Qui, tra rocce scolpite dal vento e orizzonti che si rincorrono all’infinito, la realtà quotidiana appare lontana, come un’eco sbiadita. È la stessa quotidianità che, giorno dopo giorno, sembra volerci sottrarre il privilegio di contemplare tanta bellezza, di sentirci piccoli davanti a tanta maestosità e, soprattutto, di assaporare quel senso profondo e assoluto di libertà che solo la montagna sa concedere.
È con questo spirito, libero di abbandonarsi alle riflessioni più intime, che mi avvicino al Rifugio Torre di Pisa. Ogni passo sembra accompagnare il fluire dei pensieri, mentre il silenzio della montagna offre spazio a ciò che nella frenesia del quotidiano rimane spesso inascoltato.
Il rifugio si adagia su una piccola terrazza naturale, sospesa tra cielo e roccia, affacciata sui versanti della vicina Val di Fiemme.
Da qui lo sguardo si perde lungo la valle del legno pregiato, una terra che nei secoli ha saputo trasformare un dono della Natura in arte e cultura. Tra questi boschi sono cresciuti alberi divenuti materia viva nelle mani sapienti degli artigiani, mani pazienti e laboriose che hanno tramandato al mondo la raffinata tradizione della lavorazione del legno, custodendo e rinnovando un sapere antico, intimamente legato all’identità di queste montagne.
"E' quassù che ora ritrovo la mia pace, il mio quieto vivere..."

È in questo luogo, quasi sacro per ogni escursionista, che tutto ciò che ho vissuto fino a ora trova finalmente compimento e significato. Le emozioni, i pensieri e le immagini raccolte lungo il cammino si ricompongono in un disegno armonioso, come tessere di un mosaico che solo qui riescono a rivelare la loro autentica forma.
Il mio sguardo si spinge allora oltre, verso nuovi orizzonti: dai dolci versanti della Val di Fiemme si innalzano le linee possenti e selvagge della catena del Lagorai, una successione di cime che sembrano custodire il respiro più antico e incontaminato della montagna. È una visione di straordinaria bellezza, capace di rapire l’anima prima ancora degli occhi, e che dona un valore speciale anche al più semplice dei momenti. Seduto davanti a questo scenario grandioso, il mio pranzo al sacco si trasforma in un piccolo rito di contemplazione, accompagnato dal privilegio raro di poter assaporare, insieme al cibo, l'immensità del paesaggio che mi circonda.
Le vette che si stagliano all’orizzonte conservano ancora, sui versanti più alti e riparati, gli ultimi lembi di neve: un manto ormai fragile e sottile, ma tenace nel suo resistere al lento avanzare della primavera. Sono tracce dell’inverno che si aggrappano alla montagna con discrezione, quasi riluttanti a cedere il passo alla nuova stagione.
Anche il rifugio sembra condividere questa sospensione. Dopo i lunghi mesi del gelo e del silenzio, appare come una creatura addormentata che sta lentamente ritrovando la forza di risvegliarsi, in attesa di una stagione che presto tornerà a riempire questi luoghi di voci, passi e incontri. Oggi, però, lo trovo ancora chiuso. Nessun segnale, nessun movimento, nessun dettaglio lascia intuire una riapertura imminente.
Tutto sembra immobile, cristallizzato nel tempo. È come se, al termine della scorsa estate, ogni oggetto fosse stato abbandonato al proprio destino, lasciato esattamente dov’era, inerme di fronte all’arrivo delle nuove stagioni. Le intemperie, la neve, il vento e il gelo hanno vegliato su questo luogo durante il lungo inverno, custodendone il silenzio e la memoria. E ora il rifugio attende, paziente, il momento in cui tornerà a vivere, pronto ad accogliere ancora una volta i viandanti che giungeranno fin quassù in cerca di montagna, bellezza e libertà.
Rimango quassù, solo, immerso in un silenzio che non conosce solitudine. È qui che la parte più autentica e luminosa della mia Anima prende forma, trasformandosi in presenza viva, in parole sussurrate al vento, in un dialogo silenzioso fatto di emozioni e consapevolezze.
In questo spazio sospeso tra terra e cielo, i pensieri scorrono liberi, intrecciandosi ai ricordi di ciò che è stato e alle promesse custodite nelle ore che ancora attendono di essere vissute.
Ogni istante diventa occasione di ascolto, ogni sguardo un incontro con qualcosa di profondo e indefinibile.
Così resto ad osservare, lasciando che la montagna continui a raccontarsi attraverso la sua quiete, mentre dentro di me prendono voce le emozioni del cammino percorso e quelle, ancora sconosciute, che questa giornata ha deciso di riservarmi.

L’anello si chiude lentamente, come il capitolo finale di una storia che ha saputo sorprendere a ogni passo. Il ripido sentiero 516 scende deciso verso i primi prati della Val di Fiemme, guidandomi fuori dall’universo severo e affascinante delle alte quote.
Lascio alle spalle la roccia selvaggia del Latemar, le sue torri, i suoi silenzi e quella dimensione sospesa che per ore mi ha accolto e custodito. Davanti a me si apre ora il sentiero 22, che con andamento più dolce e rassicurante mi accompagna verso l’Oberholz, riportandomi gradualmente a una realtà più familiare.
Dall’alto, quasi a vegliare sul mio ritorno, le Bambole di Pietra, protagoniste di una delle leggende più suggestive del Latemar, osservano il mio cammino. Le loro forme silenziose sembrano animarsi nella luce del pomeriggio, come antiche custodi di queste montagne, e accompagnano i miei passi sempre più lenti e stanchi, ma colmi di gratitudine.
Ogni metro percorso segna un commiato. La fatica si fa sentire nelle gambe, ma il cuore conserva ancora intatta la ricchezza di ciò che questa giornata ha saputo donare. E mentre il sentiero perde quota e il bosco torna ad avvolgermi, porto con me l’eco di questi luoghi straordinari, consapevole che certe montagne non si lasciano davvero alle spalle: continuano a vivere dentro di noi, molto tempo dopo la fine del cammino.
Stefano
La leggenda delle Bambole di Pietra
🥾 Si narra che le aguzze guglie del Latemar siano in realtà le bambole di seta di un avido e ricco commerciante. L'uomo amava collezionarle e le portava sempre con sé. Un giorno smarrì il suo prezioso coltello. Una giovane pastorella di nome Mina lo ritrovò e, per ricompensarla, una misteriosa maga le promise che avrebbe ricevuto una delle splendide bambole del mercante. Poiché l'avaro mercante si rifiutò di cederne anche solo una, la maga, mossa a compassione per la delusione della bambina, punì l'uomo trasformando all'istante tutte le sue preziose bambole nei pinnacoli di pietra che oggi compongono il massiccio del Latemar.




















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