Rifugio Sette Selle, il rifugio d'Inverno.
- Stefano
- 2 giorni fa
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La neve nuova.
La prima neve, la neve nuova. È l’inverno che finalmente si annuncia, che lascia avvertire il suo respiro profondo e dona al mio mondo naturale una dimensione rinnovata, quasi sospesa.
Dopo un lungo indugiare, un tempo incerto in cui ogni promessa di stagione pareva rimandata, il bianco candore scende a rivestire le mie Dolomiti, donando loro l’abito che più intimamente appartiene a questo periodo dell’anno.
La neve arriva, abbondante. Nel volgere di pochi giorni gennaio giunge al termine del suo cammino sotto un cielo di nuvole grigie e compatte, colme di una forza primordiale, che consegna al paesaggio l’aspetto definitivo dell’inverno.
Il Lagorai, selvaggio, dalle sembianze che sembrano negarsi a ogni tentativo di penetrazione. Il Lagorai dell’incanto: una bellezza severa, scolpita dalla sua origine rocciosa, magmatica e acida, dalla tessitura porfirica che distingue questa lunga dorsale e la separa dalle Dolomiti più celebri, dove la bianca dolomia disegna forme note e riconoscibili.
Qui la montagna racconta un’altra storia. I suoi colori aspri, essenziali, quasi pragmatici, trovano ora nuovo risalto sotto il velo della neve. Questo abito bianco ne esalta i contrasti, ne affina i profili, valorizzando ogni asperità e ogni segno della sua Natura più autentica.

Ma non è tutto qui.
Non soltanto l’inizio, da parte mia, di un cammino che si insinua tra sentieri e boschi celati dalla neve, bensì un’occasione rara, concessa a pochi durante l’inverno: il rifugio, quello autentico, aperto anche nella stagione del silenzio.
Un luogo che afferma la propria verità lungo il passo lento del cammino, e che, nel progressivo allontanarsi dalla civiltà, incarna pienamente il desiderio di raggiungere la più alta forma di pace e solitudine. Anche ora, in questo tempo in cui la stagione sembra arrestare ogni possibilità di avanzare, ogni tentativo di spingersi oltre, verso il più lontano dei luoghi.
Palù del Fèrsina - 1300m
Levico Terme e il suo lago. Pergine Valsugana che si pone nei versanti settentrionali del Lago di Caldonazzo, fratello maggiore di quello di Levico. Luoghi che mi riportano indietro nel tempo, quando circa mezzo secolo fa con la mia famiglia si trascorreva quelle settimane di vacanze estive lungo le placide sponde di questi due caratteristici specchi d'acqua del Trentino. Tanti ricordi, tanti momenti che fanno parte di un passato da portare nel cuore come parte essenziale di una crescita e di un avvicinamento maggiore a queste montagne.
Da Pergine una lunga strada si innalza leggermente verso la Valle dei Mocheni, una strada interna che costeggiando piccoli paesi e piccole frazioni mi pone di fronte a quelle realtà dove il tempo sembra rallentare ogni mio pensiero. Una lunga valle che, volgendo lo sguardo ai primi e candidi contrafforti del Lagorai, dipinge in ogni mio osservare la semplicità profonda di questi luoghi. Piccoli borghi punteggiano il paesaggio, ciascuno con la sua chiesa immancabile che, rivolta verso la valle, pare guardare al futuro con un sentimento quieto di speranza e fiducia.
Palù del Fèrsina è uno di questi borghi: l’ultimo segno della civiltà, l’estremo avamposto umano prima che la Natura prenda il sopravvento e le montagne alte impongano il loro silenzio.
Valle dei Mòcheni
Gli abitanti della Valle dei Mòcheni hanno da sempre vissuto in profonda simbiosi con la Natura. L’agricoltura ne ha scandito il tempo e la sopravvivenza: campi di cereali, patate, frutteti, e l’allevamento, pilastro di un’autosufficienza familiare costruita con pazienza e misura.
A questa vita radicata nella terra si affiancava il cammino dei Krumer, commercianti ambulanti mòcheni che si spingevano fino al Nord Europa, portando con sé i prodotti della valle e facendo ritorno arricchiti da nuove influenze, idee, racconti.

Oggi, al Maso Filzerhof, è ancora possibile intuire quel mondo antico, osservare da vicino le forme semplici e dure della vita contadina di un tempo.
Ma la storia della valle è incisa anche nella roccia. Per secoli l’attività mineraria ha segnato queste montagne, da cui venivano estratti rame e argento, facendo della valle un luogo centrale per l’industria mineraria dell’epoca. Oggi ne restano le tracce silenziose: gallerie abbandonate, pietre consumate, e soprattutto la memoria, custodita nei racconti tramandati di generazione in generazione, come un’eco che ancora risuona tra i boschi e le montagne. Tra questi la Miniera dell'Erdemolo e il Museo Pietra Viva.
Val Laner
L'ampio parcheggio chiude la strada. Un sentiero - 325 - sale immediato su di un breve tratto attraverso i boschi. Boschi interrotti in un paio di passaggi che, oltrepassando la strada forestale, si addentrano maggiormente verso la Val Laner, la valle del Rifugio Sette Selle. Una strada che inizialmente si allunga verso i margini più settentrionale della Valle del Mocheni e che guarda in direzione delle miniere. Baita dei Minatori per tenere un riferimento specifico lungo il cammino e alcune indicazioni che su un sentiero estivo si innalzano verso i versanti maggiori del Monte del Lago (2305m) e del Baiseart (2292m).
Le prime vette, quelle che da questo versante il Lagorai lentamente prende forma.
Anche l’inverno prende forma. Si disegna sui miei passi, che all’improvviso non possono più essere compiuti a piede nudo, senza l’aiuto degli strumenti che la stagione impone. Sono costretto ad accantonare l’illusione di avanzare conservando quel senso di libertà primordiale, che la Natura ora oppone, inevitabile, a una nuova necessità. Varcare il confine dei boschi diventa allora un’emozione pura: la neve si fa densa, profonda, e in quel bianco silenzio le ciaspole non sono più un accessorio, ma la condizione stessa di un cammino sicuro.
Devo ammetterlo: con le ciaspole non è il mio passo a farsi cammino, ma una costrizione che non mi restituisce nulla. Nessuna emozione, nessuna vibrazione positiva, solo la percezione di un limite, di un ingombro che, costretto a seguire una traccia stretta e già battuta, avverto come un fastidio necessario, più che come una scelta.
Eppure, proprio da questo pensiero nasce la soluzione a quel “peso” che l’inverno mi impone. La Val Laner si lascia attraversare anche nella stagione fredda, lungo lo stesso sentiero dell’estate. Questo mi consente di abbandonare la rigidità della linea obbligata e di ritrovare una libertà più autentica, muovendomi sulla neve fresca, con l’attenzione rivolta a quei segni discreti del sentiero che, anche sotto il manto bianco, continuano a mostrarsi e a guidarmi.
Il sentiero 343 scorre docile, accompagnando il passo con lievi salite, quasi a volerlo assecondare. Dai boschi fitti e raccolti si apre progressivamente a prime distese prative, spazi luminosi a cielo aperto da cui lo sguardo può finalmente distendersi. Da qui la vista abbraccia non solo l’intera Valle dei Mòcheni, ma si spinge fino alle lontane vette del Trentino occidentale, dove i nevai riposano come tracce silenziose dell’inverno.
I colori sono intensi, sorprendenti. Sfumature di bianco che si intrecciano con l’azzurro del cielo, disegnando profili netti e armoniosi, linee naturali che raccontano montagne ricche di boschi e di respiro. La piccola Val Laner accoglie nel suo grembo anche minute comunità di baite e fienili, che dai prati della valle si innalzano lentamente verso il cielo, accompagnando lo sguardo fino agli alpeggi del Monte Stanga, a 2139 metri.
In Val Laner





È un cammino piacevole, capace di sorprendere. Passo dopo passo seguo quella traccia sottile che funge da riferimento e che ora, con le ciaspole ai piedi, mi appare più lieve, meno fastidiosa. La Natura che mi accoglie sembra accompagnarmi lentamente verso una dimensione nuova, che ai miei occhi assume il valore di una prima volta: unica, irripetibile.
Cammino lungo questi versanti per la prima volta. Seguo un sentiero e un ambiente naturale che non avevo mai incontrato prima e che, nella veste dell’inverno, si trasforma in una magia silenziosa, capace di nutrire la mia anima e la mia mente di una quieta positività.
Sto bene. E questa sensazione è autentica, profonda, indiscutibile.
Rifugio Sette Selle - 2015m
Silenzio assoluto. Solo leggeri cinguettii, impossibili da vedere, che si insinuano nell’aria come note lontane. Un sole tiepido e meraviglioso accarezza il corpo, mitigando la fatica che ogni passo impone. Di tanto in tanto, un gracchio scivola in volo radente sui vasti pianori, ora aperti verso nuovi orizzonti e prospettive inattese.
Improvvisamente mi sento ostaggio benevolo di una grande catena montuosa: il Lagorai si staglia davanti a me, e Cima Sette Selle, con i suoi 2203 metri, si impone come perfetto biglietto da visita. L’imponenza della montagna mi lascia senza parole, un impatto che riempie lo sguardo e sospende il respiro.




Ancora un ultimo sforzo, minimo ma necessario, di fronte a quella neve che, con l’aumentare del dislivello, si fa sempre più consistente. La coltre fresca, intatta, conserva le tracce evidenti di chi quassù trova il proprio regno con gli sci ai piedi.
Del resto, seguendo i consigli dei gestori del rifugio, durante l’inverno le possibilità più agevoli per raggiungere Sette Selle si riducono a due sole scelte: le ciaspole o lo sci d’alpinismo. Gli ampi spazi erbosi, intervallati da brevi e facili tratti di bosco, diventano allora il teatro ideale per una discesa libera e veloce, capace di ripagare, con pienezza, ogni fatica affrontata nella salita.
L’ultimo tratto si fa più impegnativo. Dalle ampie distese bianche del versante principale della Val Laner il cammino rientra lentamente in una vegetazione diradata. È qui che, quasi all’improvviso, mi ritrovo al cospetto di un piccolo gioiello: un raccolto insediamento umano che porta il nome di Rifugio Sette Selle.


L’apertura invernale di un luogo così straordinario richiama a sé numerosi escursionisti, chi a piedi, chi con gli sci. Il piccolo insediamento umano si anima, si colora di voci e di presenze, persone che, con passione e dedizione, scelgono di mettersi in cammino lungo un sentiero che, durante l’inverno, chiede sempre qualcosa in più.
Eppure, ciò che la Natura pretende in momenti come questi è ben poca cosa, se messo a confronto con l’intensità delle emozioni che ora riesco a percepire.
Uno di quei rifugi che rimandano a tempi lontani, quando l’idea stessa di rifugio non era ancora piegata al richiamo delle comodità moderne. Tempi in cui l’umiltà e la semplicità si potevano toccare con mano, e il legno e la pietra si fondevano nel lavoro di mani esperte, custodi silenziose di una cultura antica, intrecciata alla quotidianità della montagna.
Un piccolo gioiello incastonato in un ampio pianoro, dove le grandi pareti innevate del Lagorai vegliano come custodi eterni su tradizioni che non dovrebbero mai andare perdute.
Il Sette Selle è il mio ricordo più bello. Riporta alla luce immagini lontane, quando da bambino muovevo con mio papà i primi passi lungo i sentieri, quelli iniziali, carichi di scoperta. Ricordi che ancora oggi restano vivi nella mia memoria e che qui, al Sette Selle, sembrano risplendere di una luce più intensa, trasformandosi in una malinconia dolce, fatta di tempi e di momenti che non potranno più tornare.
È come intraprendere un viaggio nel tempo, un cammino che si deposita nell’anima e diventa testimonianza concreta della mia incessante ricerca di libertà. A rendere questo luogo ancora più autentico è la semplicità, la cordialità spontanea e la sincera ospitalità di giovani ragazzi che, dal 2024, hanno scelto di intraprendere il percorso di gestione del rifugio: una cornice perfetta per un quadro già di per sé inimitabile.

Mettendo da parte il rumore di fondo delle criticità che troppo spesso infestano il mondo dei social, quello spazio abitato da chi riversa frustrazioni e insoddisfazioni personali nella tristezza di una quotidianità irrisolta, ciò che resta è un impatto umano autentico, un’ospitalità sincera, pienamente degna del lavoro duro e appassionato di questi giovani.
Non è cosa scontata, oggi, incontrare ragazzi che scelgono di impegnarsi con dedizione, lavorando con serietà per accogliere e soddisfare chi giunge fin quassù. Un impegno che troppo spesso viene svilito da voci anonime, da quei “lupi da tastiera” che, protetti dall’ombra delle proprie "tane", tentano ignobilmente di infangare il valore altrui.
A loro non resta che il silenzio della vergogna; a questi ragazzi, invece, va riconosciuto il rispetto che nasce dal lavoro vero e dalla passione autentica.
Qualche minuto di attesa, il tempo necessario perché si liberi un piccolo spazio tra i pochi tavoli disponibili all’esterno. Alcuni sono già tornati alla luce, liberati dalla neve appositamente, mentre altri restano ancora custoditi dalla coltre invernale, in attesa della bella stagione. Scelgo di pranzare proprio lì, al centro di questa meravigliosa terrazza panoramica.
Il cielo azzurro e il sole tiepido sono solo l’antipasto di uno spettacolo naturale che ora si svela in tutta la sua bellezza. Non solo l’imponente massa di Cima Sette Selle domina l’orizzonte, ma anche quella prima dorsale in quota che prende forma in spigoli e forcelle, tratti distintivi del Lagorai e della sua trama porfirica. Il Sasso Rotto, con i suoi 2385 metri, e la vetta di Cima Slimber, a 2257 metri, sono soltanto l’inizio: il primo, profondo respiro di un massiccio che, con forza e imponenza, trova nel lontano Passo Rolle il suo naturale punto di compimento.

Stare bene con se stessi non basta. È troppo poco se il mondo intorno si riduce a cose di scarso valore. Qui, invece, tutto assume il significato opposto. Seduto, consumo il mio pasto con calma, e nel dopo caffè mi abbandono a quei movimenti essenziali che l’inverno stesso impone. È quanto basta per osservare il rifugio e ciò che lo circonda da prospettive sempre diverse.
La roccia scura del Lagorai emerge con maggiore forza lungo le pareti innevate. I nevai aggiungono profondità e sfumature, cromature che solo la Natura sa comporre, anche nella stagione più bianca, con una semplicità assoluta e perfetta.

Sento dentro di me un richiamo così potente da spingermi a chiudere gli occhi, come nel tentativo di fermare il tempo. Un fermo immagine: il rifugio e il suo anfiteatro naturale avvolto nella veste bianca dell’inverno. E già penso a quando, con il disgelo e il calore dell’estate, questo stesso luogo mi apparirà con uno sguardo diverso.
Nel momento preciso in cui mi allontano dal rifugio, seguendo la stessa via del mattino, la mente cerca una definizione per ciò che le stagioni future permetteranno ai miei occhi di ritrovare. È la mia prima volta quassù, su questi versanti e in questo rifugio d’inverno. Una prima volta che prometto a me stesso di ripetere, quando fiori, erba nuova e la vitalità dell’estate mi accoglieranno in un’altra prima volta: tutta da vivere, nel silenzio e nelle emozioni sempre nuove del selvaggio Lagorai.
Rifugio Sette Selle. Aperto d'inverno tutti i fine settimana fino ai primi di marzo, con possibile estensione per l'intero mese (info dei gestori - 331/7065002).
Stefano






























