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SILENZIO - TEMPO  -  MISURA

In cammino verso due specchi del Lagorai.

  • Immagine del redattore: Stefano
    Stefano
  • 2 giorni fa
  • Tempo di lettura: 11 min

Il Lago Grande e il Lago delle Carezze.




L’ultimo cammino prima della neve nuova.


Gli ultimi passi scorrono lungo un sentiero che questo Inverno anomalo non è mai riuscito a ferire davvero. La neve sì, è arrivata: quella novella. Caduta molto tempo prima, ha saputo resistere soltanto alle quote più alte, dove ha sfidato giorni di sole tiepido e insistente.

È quella neve che, col lento trascorrere delle settimane, si è trasformata in un velo di ghiaccio, visibile solo lassù, dove di giorno e soprattutto la notte è rimasta sotto l’assedio costante del vento gelido, che non concede tregua alle creste più alte.


La mia è una giornata che, come le precedenti, si raccoglie nella meditazione e nel pensiero. Non mi sento ancora pronto ad affrontare la stagione bianca, né a misurarmi con quei passaggi d’alta quota che esigono rispetto, impegno e precauzioni attente.

Per ora, almeno in quest’ultima fase di una stagione un po’ in ritardo, scelgo di guardare con occhi vigili e riconoscenti il piacere di restare ancora, seppur per poco, a stretto contatto con quegli angoli di Natura che in questo tempo si mostrano diversi, trasformati, ma non per questo meno intensi o meno colmi di significato.


Oltre le malghe che mi attendono, riposano due piccoli laghi, già da tempo consegnati alle quote più alte, a un lungo letargo. Due specchi d’acqua discreti che, durante la stagione luminosa, donano vita ai pascoli di Malga Colo, al Piazzo della Croce, nutrendo silenziosamente la montagna. Mi trovo in Trentino, in un angolo di Valsugana che riconosce nel comune di Roncegno Terme soltanto un riferimento geografico, ma che alle Pozze trova la sua identità più autentica. È qui che prende forma questa mia ultima escursione prima dell’arrivo della neve nuova. Una neve che, quando leggerai queste righe, avrà finalmente rivestito di bianco l’intera catena delle nostre Dolomiti.




Alle Pozze - 1440m


Il luogo prende come riferimento il Ristorante alle Pozze, una solida e accogliente struttura in legno che offre ospitalità in ogni stagione. È da qui che ha inizio quest’ultima mia uscita, per questo Inverno ormai quasi irriconoscibile.

Accanto a un paio di baite private, una strada bianca (sentiero 372) e lieve comincia a salire, accompagnata da una serie di indicazioni geografiche che indicano nel Rifugio Serot uno dei primi punti di riferimento. Da qui fino al rifugio, passo dopo passo, il cammino segue la strada forestale e si addentra nei boschi, dove la presenza discreta di baite e proprietà private segna con chiarezza il confine sottile tra la civiltà e questi luoghi silenziosi, raccolti, ancora intatti.






Per me è una zona del tutto nuova, ancora inesplorata. Proprio per questo ogni riferimento, anche il più semplice, diventa occasione di scoperta, alimento per la curiosità e per uno sguardo che non conosce tregua. E se la strada, a tratti, potrebbe apparire monotona, una deviazione facile e ben segnalata mi conduce rapidamente lontano da quella sensazione.

Il bosco prende il sopravvento e un sentiero bellissimo si apre tra gli alberi, costeggiando da subito una bassa muratura di roccia naturale nata dall’accurato sapere di chi, un tempo, sapeva costruire con il solo aiuto dell’occhio e della misura interiore, dando forma a strutture complesse, pensate per durare e servire intere generazioni.




Rifugio Serot - 1566m


Bastano queste prime, intense sensazioni a rendere il mio spirito sempre più leggero, libero. In lontananza, il canto di un gallo sembra volermi porgere il suo saluto, inaugurando questa giornata dal cielo grigio e raccolto.

Le nuvole, illuminate dal riflesso di un sole ormai nascosto, si dispongono in strati così alti da concedermi scorci inattesi che, una volta giunto al cospetto del rifugio, si aprono e si amplificano verso la Valsugana. Una valle che, in questo inizio d’anno, è stata silenziosa protagonista di nuovi percorsi e di idee nascenti, e che nel Lagorai ha visto germogliare momenti importanti, per ora ancora affidati al tempo e a progetti da definire.



Panorama verso la Valsugana
Panorama verso la Valsugana



Scegliere un periodo così intenso, che amo definire "mistico", e concentrare tutte le mie energie lungo il territorio che dalla Valsugana si innalza verso la catena selvaggia del Lagorai, non rappresenta per me soltanto un’occasione di conoscenza più profonda di luoghi nuovi, ancora da esplorare. La Valsugana e gli alpeggi che lentamente si sollevano verso il Lagorai sono stati, in questo inizio d’anno, una rivelazione: la possibilità di conoscere e toccare con mano la realtà autentica e silenziosa racchiusa nei pascoli lontani.

Pascoli che, dalle vallate laterali che si diramano dalla Valsugana in direzione del Lagorai, alimentano il desiderio di tornare quassù la prossima Estate, per approfondire e comprendere meglio questi spazi e questi contesti che già ora sento parte di un progetto futuro, per me significativo. Per ora cammino, osservo, annoto. Raccolgo ciò che il tempo, tra un paio di stagioni, saprà far germogliare.




Rifugio Serot - 1566m





Una piccola pausa al Rifugio Serot. Uno di quei momenti che non manca mai anche di primo mattino, soprattutto se l'opportunità di trovare un caffè caldo in una struttura ancora attiva arriva come una manna dal cielo. Il Serot durante la stagione invernale di norma tiene aperto dai primi di Gennaio ai primi di Marzo (solo nei weekend), per poi seguire una chiusura in attesa della bella stagione e la disponibilità senza sosta.

Solo poche informazioni, tra cui quella essenziale sull’orario entro cui la cucina accoglie gli escursionisti a mezzogiorno. Oggi il tempo è dalla mia parte, l’anello che ho scelto mi condurrà, senza fretta ma con precisione, a sedermi proprio al momento giusto, accolto dal calore gentile e rassicurante del rifugio.




Malga Trenca Vecchia e Malga Trenca - 1700m di media


Ciò che più mi interessa comincia ora. Appena un centinaio di metri lungo la strada asfaltata che, per chi lo desidera, conduce in auto al rifugio direttamente dalle Pozze. Poi, sulla destra, una deviazione chiara e ben segnalata mi invita a seguire quel tracciato che sento più affine, più propiziatorio. Il terreno si fa erboso, segnato dalle prime tracce di una neve ormai vecchia, ridotta a un leggero e fragile strato di ghiaccio. I boschi del Prato dei Laresi avvolgono il cammino, mentre un piccolo casotto emerge all’improvviso, discreto, dentro questa vegetazione pacifica e silenziosa. Per raggiungere la prima malga, Malga Trenca Vecchia, lascio il sentiero principale e risalgo leggermente i verdi alpeggi, ora completamente arsi dal gelo.

È così che giungo alla malga, la prima delle tre che mi separano dai laghi.












In Malga Trenca Vecchia
In Malga Trenca Vecchia



Abbandonata all’avvicinarsi di quella neve nuova che ormai sembra bussare alla porta, la malga si adagia su un ampio e aperto pianoro. La vista verso la Valsugana è appena limitata dai boschi che pochi istanti fa mi hanno accompagnato dolcemente fino a quassù.

La struttura è ampia, curata, efficiente nella sua funzione produttiva. Il mio pensiero si sofferma ora su numeri e quantità: sul latte che, durante la stagione degli alpeggi, la Trenca Vecchia sa generosamente offrire. Le sue ampie recinzioni si allungano verso i versanti prativi più alti, quelli che ora adornano di un candido bianco le lontane vette del Fravort (2.340 m) e dell’Oschivart. E, come per un regalo inatteso, questi giganti montani vengono illuminati dal sole, accendendo di luce pura l’orizzonte davanti ai miei occhi.






A differenza di molte altre malghe incontrate in questi anni, ogni porta qui rimane chiusa a chiave, impenetrabile, come a voler proteggere un lavoro nobile e silenzioso, quello del malgaro, da atti e persone poco ragionevoli.

Dopotutto, fin quassù si potrebbe arrivare anche in auto, sebbene già al Serot le tabelle di divieto rendano chiaro che i mezzi non autorizzati non sono i benvenuti. Ma è triste constatare che, con i tempi che corrono, sempre più persone ignorano regole e rispetto, spingendosi oltre per semplice divertimento, cullate dalla comodità di una sedentarietà che trasforma anche la salita al Serot in un gesto facile e privo di fatica.



Un punto di vista verso la Valsugana decisamente particolare...
Un punto di vista verso la Valsugana decisamente particolare...



Mi piace pensare a tutto questo come a una garanzia silenziosa, un patto segreto che preserva intatta la sua parte più profonda. Quella zona intima in cui si sedimentano storie e frammenti di vita vissuta quassù, dai malgari, lungo un’Estate che sembra non avere fine e che ancora oggi lascia tracce inequivocabili del suo passaggio.

Sono segni impressi nella terra, negli spazi aperti dove la neve, da tempo, si è arresa alle temperature miti di un Inverno un po’ anomalo. Due malghe, vicinissime l’una all’altra, emergono in questo paesaggio sospeso; ed è lì che, con grande sorpresa, a Malga Trenca, incontro una di quelle piccole realtà capaci di accelerarmi il battito del cuore.


Su un ampio pianoro spoglio di boschi prendono forma alcune piccole baite, come se nascessero direttamente dalla terra. È una comunità raccolta di strutture private che, per un istante, mi riporta alla Valfreda, a quella esperienza recente che ancora oggi custodisco nel cuore.

Non sono molte, un pugno di baite, strette l’una all’altra, quasi a voler disegnare i confini di un piccolo regno incastonato in un Paradiso che, nella mia immaginazione, appare dimenticato dal mondo intero.

Senza violare quella riservatezza che giustamente merita rispetto, mi avvicino seguendo le staccionate che segnano i limiti delle diverse proprietà. Le sfioro appena, con passo misurato, attento a non oltrepassare ciò che non mi appartiene.




Il "mio" piccolo Paradiso in Malga Trenca







Un passaggio capace di raccogliere e custodire momenti straordinari. Su questo versante che scorre ai piedi del Monte Colo, l’Inverno, invece, si fa sentire con decisione. Dai prati ormai quasi spogli dei pendii minori si giunge a questi spazi che aprono, senza più esitazioni, le porte al bianco definitivo della stagione fredda.

È una neve dura, compatta, temprata dalle carezze impetuose dei venti che si stagliano lungo i versanti del Piazzo della Croce. Ed è proprio questa presenza severa a rendere suggestivo ogni istante, ogni pensiero che, con una malinconia profonda, affido al silenzio più intimo di questo piccolo Paradiso che, nella mia immaginazione, resta dimenticato dal mondo intero.




Malga Colo - 1740m


La strada forestale resta la mia guida silenziosa, la linea discreta da seguire senza esitazioni. Una lieve salita mi conduce all’interno di un tratto di bosco che, attraverso un paio di svolte inattese, dischiude lentamente il mio cammino verso ciò che attende oltre: Malga Colo.

Mi accoglie immersa in un meraviglioso pascolo completamente innevato. Una lunga stalla centrale sembra indicare il percorso verso due altre costruzioni, rivelando subito che quassù, durante l’Estate, burro e formaggio vengono venduti a chilometro zero. È un piccolo “buon sapersi” da custodire per la prossima stagione, l’occasione perfetta per vivere l’ultima malga della mia giornata con la giusta curiosità e i propositi più autentici per il futuro.






Malga Colo, ultimo avamposto di “civiltà” prima di allungare il cammino verso le quote superiori, verso quei luoghi che, durante l’Inverno, restringono lo spazio ai due soli laghi che ora mi attendono. Passo dopo passo, raggiungo una nuova dimensione: allontanandomi dalla malga, sembra svanire l’ultimo lembo di mondo abitato, e mi sento avvolto dai lati più selvaggi di questo ambiente. La sensazione che mi attraversa è insieme estranea e familiare, e i panorami che si aprono davanti ai miei occhi non fanno che amplificarla, insinuando dentro di me un senso di meraviglia e timore allo stesso tempo.







Lago Grande - 1764m


Il Lagorai, con la sua catena selvaggia e quasi impenetrabile, si staglia davanti a me. Poco prima di giungere al Lago Grande, i versanti settentrionali, sebbene velati dal grigiore di un cielo coperto, si aprono alle prime avvisaglie di questa mistica catena montuosa.

Mi muovo lungo i versanti più occidentali, quelli che vedono nascere questa lunga e infinita sequenza di cime, la cui parte finale si perde lontano, al Passo Rolle. Attratto da questi lontani, nitidi frangenti, mi sorprendo a quasi oltrepassare il lago, complice la neve che, ad eccezione di qualche alto arbusto, ricopre completamente l’ambiente circostante, avvolgendomi in un silenzio quasi irreale.






Mi fermo, il tempo necessario per distogliere lo sguardo dai versanti e scendere di qualche metro, lungo quella che ormai non è più una semplice stradina interna, ma un tutt’uno di neve e boschi. Mi arresto in quei punti che, a stento, cerco di definire le “sponde” del lago. Davanti a me si apre un’ampia distesa perfettamente piatta, ricoperta di bianco, dove i boschi circostanti sembrano modellare un piccolo anfiteatro naturale. Il lago è lì, immobile di fronte a me. Impossibile quantificarne lo spazio, come è impossibile immaginare dove le sue acque, ora chiuse sotto ghiaccio e neve, possano ancora conservare qualche timido segno di vita.

È la mia prima volta quassù, e comprendere la grandezza e la portata d’acqua di entrambi gli specchi mi sembra un’impresa impossibile, quasi sospesa tra meraviglia e stupore.



Il Lago Grande 1764m
Il Lago Grande 1764m



Il silenzio si impossessa di ogni mio respiro. Quassù sono solo con la mia Anima, mentre un piccolo gruppetto di escursionisti si allontana verso ciò che io mi lascio alle spalle. Rimango così per qualche minuto, dedicando ogni mio pensiero e ogni proposito a ciò che sarà il mio futuro, e soprattutto a tutto ciò che desidero da esso.

La sensazione che mi avvolge è dolce e profondamente positiva. Il vento, freddo e leggero, diventa messaggero dei miei pensieri e dei miei propositi, sospingendoli verso l’infinito. Sembra già presagire l’arrivo di nuova neve, quella che in questi giorni sta lentamente vestendo le Dolomiti con il suo manto candido.




Lago delle Carezze - 1820m


Un’unica traccia da seguire. Sono già trascorse diverse settimane dall’ultima nevicata, e questo ha richiamato quassù numerosi escursionisti, lasciando passaggi attentamente marcati, quasi a indicare la via. Qualche tratto ghiacciato interrompe la distesa bianca, mentre i punti di osservazione sui versanti settentrionali amplificano la bellezza del “mio” Lagorai, quella catena montuosa che in questo periodo intenso e speciale celebro con lo sguardo e con il cuore.

Ma non voglio fermarmi qui. C’è ancora un luogo ben preciso di questa catena che desidero fare mio, e so che è giusto concedere al tempo il suo lento scorrere, senza forzare nulla, lasciando che la montagna si sveli a me nei suoi tempi perfetti.


Ancora boschi lungo questo cammino perfettamente dritto, che poco a poco si diradano fino a dare vita a un ampio pianoro. Mi fermo a ridosso di un piccolo dosso, l’ultimo frangente boschivo prima di aprirmi completamente alla distesa sottostante.

Dopo il precedente lago, mi trovo di fronte a un’altra area sgombra: un piccolo deserto bianco dove si intuisce la presenza del Lago delle Carezze. Anche se tutto è nuovo per me, so che il lago è lì, nascosto da qualche parte sotto questo manto immacolato.

Come guida, seguo le tracce evidenti lasciate da chi nei giorni precedenti ha camminato in sicurezza in questo spazio a me sconosciuto. Proseguo lungo quel cammino, raggiungo una piccola forcella e mi concedo il tempo necessario per osservare questo luogo, avvolto in un mistero che, per ora, rimane irrisolvibile.



Il Lago delle Carezze 1800m
Il Lago delle Carezze 1800m



Da sempre i laghi d’alta quota custodiscono una magia sottile, fatta di mistero. Una magia che si cela sotto un manto candido, senza rivelare nulla della vita segreta che potrebbe agitarsi nelle loro profondità. A volte un unico spessore di ghiaccio racchiude un’acqua dormiente per mesi, altre volte un sottile strato rigido lascia intravedere fondali che, nonostante il gelo, continuano a vivere e a muoversi. È un enigma, tanto più fitto quando la conoscenza del territorio manca.

Qui, seguendo i segni di chi ha già varcato queste soglie, trovo un punto sicuro. Zaino a terra, mi concedo i miei consueti momenti di solitudine, immerso nel silenzio e nella contemplazione di questo piccolo mistero naturale.






Quassù il vento acquista vigore, scendendo impetuoso dai versanti maggiori del Monte Cola (2257 m), per trovare nella forcella la giusta spinta per lanciarsi poi con forza verso i pendii di Malga Trenca e del mio piccolo Paradiso, dimenticato dal mondo intero.

Osservando attentamente il pianoro, non riesco a individuare il piccolo lago: è impossibile. Eppure, tento di dare ugualmente una dimensione plausibile all’ambiente che mi circonda. La mia immaginazione traccia allora una possibile forma geometrica, suggerendo la presenza nascosta del lago. Questo esercizio mi piace, mi entusiasma in modo particolare, e allo stesso tempo mi fa sentire partecipe di una Natura misteriosa, che agli occhi miei si rivela piano piano, tra realtà e fantasia.






La bellezza che mi circonda ora mi invita a guardarmi attorno, a cercare ogni riferimento che il mio entusiasmo traduce in piacere. Se il lago mi trasporta in una dimensione sospesa, dove tentare di immaginare le forme celate sotto la neve, il sentiero 323 scende dolcemente verso valle e, come un’ennesima sorpresa, mi riconduce verso Malga Trenca e quel mio “ennesimo” Paradiso dimenticato. Per buona parte della discesa la neve sparisce, restituendomi il piacere di camminare tra terra e roccia, prima che il bianco torni a rivestire il percorso all’altezza della malga. Rientro così alla normalità, ricalcando lo stesso sentiero percorso in salita, fedele a quella promessa fatta a me stesso: raggiungere il pranzo giusto in tempo, al Rifugio Serot.






Tre malghe che guardano verso il Lagorai. Due piccoli laghi al cospetto della lunga catena selvaggia prima dell'avvento della neve nuova, quella che dalla mia prossima avventura vestirà le mie Dolomiti di un abito candido.




Stefano




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