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Bonner Hütte: terrazza segreta sulla Val Pusteria.

  • Immagine del redattore: Stefano
    Stefano
  • 3 mag
  • Tempo di lettura: 15 min

Aggiornamento: 5 mag

Trekking al Bonner Hutte da Dobbiaco.



📍 Zona: Val di San Silvestro (Silvestertal) - Val Pusteria - Alto Adige

🥾 Tipo: escursione ad anello

📏 Lunghezza: 11km 350m

⛰️ Dislivello: +883m

⏱️ Tempo: 4h (intero cammino, individuale, soste escluse)

⚠️ Difficoltà: media (ambiente tra boschi e ampi spazi prativi)

🛖 Malghe e rifugi: Bergalm - Rifugio Bonner Hutte 2340m

🗓 Stagione migliore: Primavera / Estate

🅿️ Parcheggio: Gandelle (Kandellen) all'altezza della piccola cappella della Regina del Rosario su sentiero 25




🥾 Il Bonner Hütte è un rifugio alpino situato a 2.340 metri nelle Dolomiti di Sesto, raggiungibile con un'escursione di media difficoltà che parte da Gandelle (Kandellen), a pochi minuti da Dobbiaco in Alta Val Pusteria. I sentieri 25 - 25A - 25B salgono attraverso pascoli alpini e una sosta alla Bergalm, regalando nella parte finale una vista marginale sulle Tre Cime di Lavaredo e l'intero versante delle Dolomiti di Sesto, Braies e Plan de Corones, in un contesto ancora poco affollato rispetto ai percorsi più noti della zona.






⛰️ Esistono luoghi dove il respiro si ferma e il silenzio dell'alta quota diventa la colonna sonora di uno spettacolo senza eguali. Il cammino verso il Bonner Hütte è un viaggio che inizia tra i pascoli alpini e culmina in un vero e proprio balcone segreto affacciato sull'imponenza delle Dolomiti di Sesto. Il percorso si svela poco a poco, trovando una sosta rigenerante alla Bergalm, una malga autentica dove il tempo sembra essersi fermato tra il profumo del fieno e i sapori della tradizione.


Da qui, la salita prosegue verso i 2.340 metri d'altitudine, dove la fatica svanisce lasciando spazio alla meraviglia: uno sguardo privilegiato che abbraccia le leggendarie Tre Cime di Lavaredo e le vette frastagliate della Meridiana. In questo articolo, vi porto alla scoperta di questo angolo di paradiso meno affollato, dove l'accoglienza dell'Alta Pusteria incontra la maestosità delle vette.








Gandelle (Kandellen) - 1600m


Dal centro di Dobbiaco bastano pochi minuti in auto. Si prende una strada stretta che sale verso la Val di San Silvestro (Silvestertal) e già da subito si capisce che si sta entrando in qualcosa di diverso. Il traffico sparisce, i boschi si avvicinano, l'aria cambia. Non c'è molto da dire: è uno di quei posti che funzionano proprio perché sono rimasti così, senza fronzoli. E ogni volta che ci si arriva, viene spontaneo essere contenti di esserci.


Ci arrivo per la prima volta, anche se in questo periodo è già l'ennesima uscita di questo tipo. Seguo ancora una volta quella spinta che in questa primavera mi sta portando a camminare un po' ovunque sui versanti intorno alla Val Pusteria.



"Il mio istinto chiama e io mi sento pronto a seguirlo..."



Gandelle (Kandellen) è una piccola frazione a circa 1600 metri, un pugno di case sparse tra gli alpeggi, un paio di strutture turistiche e la cappella della Regina del Rosario, costruita nel 1779, il punto di riferimento più antico e riconoscibile di questo angolo di Val Pusteria.

Il sole è già alto e scalda come si deve. La luce è intensa e batte dritta sui pianori erbosi. Sullo sfondo si iniziano a vedere i primi profili montuosi: le Dolomiti di Braies da un lato, e un po' più lontano il Plan de Corones.



La cappella della Regina del Rosario
La cappella della Regina del Rosario


Il sentiero 25 parte da un ampio parcheggio proprio di fronte alla piccola cappella, ai margini della stradina asfaltata che finisce poco più avanti, all'altezza del Bergrast, una struttura con appartamenti in affitto. Da qui la vista è già bella e il silenzio che c'è intorno è quello che cercavo.

Per ora si cammina sull'asfalto, ma non dà fastidio. Intorno c'è abbastanza da guardare e da respirare da far passare in secondo piano il fondo stradale.


Una breve impennata appena oltre il Bergrast, poi l’asfalto svanisce d’un tratto, lasciando spazio al piacere di procedere su una striscia di sterrato che si insinua dolcemente tra i boschi del Ferfal.

Mi volto ancora una volta: un ultimo sguardo a ciò che lascio alle spalle, un’istantanea che si accende tra i verdi prati di Gandelle e le lontane, maestose vette dolomitiche di Braies e di Sesto. Un fremito finale prima di entrare nel cuore pulsante di un mondo per me del tutto nuovo.



Gandelle (Kandellen) e i suoi alpeggi, lontano alcuni versanti delle Dolomiti di Braies e di Sesto.
Gandelle (Kandellen) e i suoi alpeggi, lontano alcuni versanti delle Dolomiti di Braies e di Sesto.


Ma questo, per mia fortuna, è soltanto un piccolo assaggio di ciò che mi attende alle quote più elevate. Un anticipo di una dimensione che mi è ancora sconosciuta, ma che avrò modo di scoprire, passo dopo passo, lungo la lenta salita.

Il sentiero 25 riprende lungo questa strada interna. Il fragore delle acque del Golfenbach si trasforma subito in una colonna sonora che va oltre la semplice compagnia: diventa un respiro potente, in cui l’impeto del suo rigoglio dà voce al disgelo e a tutto ciò che le alte quote continuano a riversare nella valle.

È un suono piacevole, quasi seducente, così intenso da attenuare perfino i rumori dei boschi vicini, dove la presenza dei boscaioli, intenti nel loro lavoro stagionale, si fa viva.


La vegetazione, fitta e quasi impenetrabile, concede poco, talvolta nulla, allo sguardo e al passo. È un cammino fresco, che si snoda lieve sotto un cielo terso, dove il sole delle ore centrali promette un calore ancora lontano, mitigato da una brezza sottile e gentile che accarezza il volto.

Poi, all’improvviso, il bosco si apre. Le prime, ampie distese prative si offrono luminose, e il percorso incrocia l’unico punto in cui il torrente muta direzione, domato da un ampio ponte che ne attraversa il corso.

È proprio qui, in questo preciso istante di passaggio, che anche il mio cammino cambia volto. Abbandono sulla destra il sentiero 25 e mi avvio subito lungo un primo tratto deciso, quasi severo nella sua pendenza. Il segnavia 25A guida i miei passi, indicando con fermezza la direzione della Bergalm, mentre il paesaggio sembra invitarmi a proseguire, tra impegno e meraviglia.




Avverto nascere dentro di me un’euforia singolare, discreta ma tenace, che passo dopo passo si fa più ampia, più viva, come un respiro che finalmente trova il suo ritmo. La ripartenza è ripida, quasi a mettere alla prova la volontà, eppure la strada forestale si impone con naturalezza come l’unica via possibile, un filo che conduce verso una dimensione altra. La Bergalm, con i suoi pascoli sospesi, è ormai a meno di un’ora di cammino: una promessa vicina, quasi tangibile.

Così, senza fretta, mi lascio alle spalle il primo tratto, dove il paesaggio si divide tra la Pfanntal e la Perfal, due anime opposte di bosco che, con la complicità del Golfenbach, danno forma a una gola profonda, rigogliosa, dove la vegetazione sembra custodire il silenzio e la freschezza della montagna.




Bergalm - 2085m


Abbandono, sia pure per un istante, il mondo che conosco per varcare la soglia di una dimensione nuova, ancora tutta da esplorare. Il cammino si addolcisce, perde la sua asprezza iniziale, mentre alle mie spalle l’orizzonte si fa limpido, spogliato di ogni ostacolo, e apre lo sguardo verso le vette solenni della Val Pusteria, che si ergono come custodi silenziose.

Ora, passo dopo passo, ogni misura sembra mutare, ogni prospettiva ridimensionarsi davanti alla vastità che mi circonda. Le prime recinzioni in legno annunciano, con discrezione, la vicinanza dell’alpeggio della Bergalm, ma è un ampio prato a catturare subito il mio sguardo, come un invito improvviso alla contemplazione.

Al centro, una piccola baita riposa nella quiete, circondata da una distesa fiorita di crochi, minuta e delicata. E oltre, in lontananza, le cime ancora innevate delle Dolomiti di Braies, insieme a parte delle Dolomiti di Sesto, compongono una cornice naturale di rara bellezza, dove ogni elemento sembra trovare il proprio equilibrio in un silenzio pieno e luminoso.










Concedo a questo luogo tutto il tempo che merita. Come sempre, poso lo zaino a terra, quasi fosse un gesto rituale, per abitare ogni istante che mi viene donato come qualcosa di irripetibile, di profondamente sacro. L’atmosfera che la Natura intreccia si raccoglie in un mosaico di emozioni, dove il confine tra essa e l’uomo si dissolve fino a diventare un unico, potente abbraccio di vita.

I fiori punteggiano il prato con la loro fragile presenza, l’erba, giorno dopo giorno, accenna al suo lento mutamento. Il sole diffonde un calore gentile, appena velato da un vento fresco che scivola sotto un cielo limpido. E, più lontano, le grandi montagne vegliano immobili, custodi di segreti antichi, sedimentati nel tempo profondo di queste vallate.



E l’uomo? L’uomo resta parte viva, necessaria, di questo equilibrio.



Quella piccola baita, silenziosa al centro del prato, racchiude un mondo intero: un’attesa quieta, sospesa, in cui i pascoli torneranno a popolarsi, restituendo respiro e voce a questo angolo nascosto di Paradiso, affidato alla cura dell’uomo, al suo senso di misura, alla sua capacità di proteggere senza ferire.

E poi, un solo suono. Uno soltanto sembra avere il diritto di emergere, limpido, a dare voce a quell’armonia naturale in cui la primavera si riflette e si compie. È il richiamo continuo dell’acqua, il cammino instancabile che dai versanti più alti scende verso valle. Il torrente, con le sue acque fresche e vive, linfa essenziale per l’uomo e per la Natura stessa, respiro perpetuo di questo paesaggio senza tempo.





L’immensa valle si dischiude ora ai miei piedi, come un sipario solenne che rivela un mondo sospeso tra terra e cielo. I versanti erbosi, ampi e maestosi, si innalzano con una dolcezza quasi materna, accompagnando lo sguardo verso l’alto fino a comporre una lunga cresta che si perde nell’alta quota. In questo paesaggio leggo un gesto silenzioso ma profondo: un benvenuto caloroso, l’invito a entrare in una dimensione fino a ieri sconosciuta. È un abbraccio che, alle quote più elevate, traccia con precisione una linea sottile ma carica di significato, il confine che separa il mio paese, la mia bandiera, da un’altra realtà, intrisa della storia e della cultura della vicina Austria.


Eppure non è la prima volta che, in questo fragile passaggio tra inverno e primavera, mi avvicino così intimamente a quella linea di confine. Come già accadde in Val di Casies e prima ancora nella Val di Vila e in Val di San Silvestro, anche gli alpeggi del Bergalm mi restituiscono quella medesima sensazione: una vastità che respira, fatta di spazi aperti e distese prative senza fine, dove la bellezza naturale si manifesta in tutta la sua essenza. Qui, lungo questi versanti che si elevano possenti, si percepisce chiaramente l’eco di una cultura diversa, che già dalla Val Pusteria si insinua e si racconta, discreta ma inconfondibile.





La malga deve il suo nome agli alpeggi superiori, i pascoli del Bergalm, che si distendono a quote più elevate, ai piedi del Corno Alto (Hochhorn - 2623m), a occidente. Sul lato opposto, le creste orientali culminano nel Corno di Fana (Toblacher Pfannhorn - 2663m), che chiude con armoniosa perfezione questo scenario naturale, come una cornice disegnata con mano sapiente.

È una giornata che sento profondamente mia: il sole splende alto e generoso, avvolgendo ogni istante in una luce calda e viva. Le grandi pareti erbose che dominano l’alpeggio sembrano proteggere questo spazio raccolto, trattenendo le raffiche di vento che, poco prima, accarezzavano con più forza i versanti inferiori.

Così il sole custodisce e diffonde il suo tepore naturale, un calore lieve ma persistente che si posa su ogni cosa. Lo accolgo con intensità, lasciandomi guidare passo dopo passo alla scoperta di ogni angolo nascosto di questo alpeggio, come se ogni dettaglio volesse raccontare, in silenzio, la propria storia.








Vivo questi istanti come una dolce attesa, sospesa tra ciò che è stato e ciò che lentamente si prepara a rinascere.

La malga reca ancora su di sé le tracce di un inverno lungo e severo, appena svanito. Un lieve disordine si posa sulla baracca minore, rifugio silenzioso degli attrezzi, mentre il corpo centrale si offre composto e dignitoso, rivolto verso una visione ampia e luminosa che si apre sulle lontane Dolomiti di Sesto. All’esterno, un tavolo e un paio di panche sostano quieti, raccolti sotto l’ombra discreta di un crocifisso in legno. È lì che il tempo sembra rallentare, e ogni pausa si fa più piena, più consapevole, un momento semplice, eppure capace di contenere tutta la bellezza silenziosa di questo luogo.





Una dolce attesa che profuma di primavera viva, colma di promesse appena sussurrate. È un tempo sospeso in cui ogni dettaglio di questo luogo sembra trattenere il respiro, come in trepidazione per l’imminente ritorno alla vita: presto gli alpeggi si animeranno, e gli animali torneranno a popolare questi spazi, restituendo voce e movimento agli ampi pianori d’alta quota.

È un’attesa lieve, quasi impalpabile, che si distende nel silenzio e lo rende pieno, abitato.

Un silenzio che accoglie ogni mio istante avvolgendolo con delicatezza, appena sfiorato dal sommesso scorrere del Golfenbach. E nelle leggere folate di vento sembra celarsi un sussurro antico, una voce che appartiene alla montagna stessa, a ogni sua presenza viva, invisibile eppure profondamente percepibile.



"Sto bene, con me stesso e con la Natura in questo suo dolce e sottile linguaggio dove ascoltare solo parole piene di vita"



Il cerchio è compiuto solo a metà, eppure le emozioni restano intatte, limpide nella loro essenza.

Entrare in profonda sintonia con questo mondo, dove l’essere umano convive in modo autentico e pacifico con la Natura, rivela una forma di armonia rara, quasi dimenticata. È una simbiosi che suggerisce, con silenziosa evidenza, che ogni possibilità esiste, che un equilibrio è ancora pensabile.

Eppure, al di là di questi spazi sospesi, il mondo sembra ribollire come in una pentola a pressione prossima a cedere. Guerre, odio, violenza, e una quotidianità sempre più segnata da cronache oscure, si intrecciano in un racconto incessante che accompagna le nostre giornate. Le notizie si susseguono, gravide di tensione, intrise di quell’arroganza che spesso rivela il volto più fragile e inquieto dell’essere umano.

Resto seduto, immerso in questa quiete perfetta, per un tempo che pare dilatarsi oltre la misura. Un’ora, forse più: abbastanza per interrogarmi, per cercare risposte a domande che si sottraggono, complesse fino a sembrare irrisolvibili. E tuttavia, proprio in questo silenzio, si affaccia una certezza sottile: l’essere umano non è soltanto ciò che mostra nei suoi abissi, ma anche il suo contrario, capace di luce, di equilibrio, di quella stessa armonia che qui, davanti a me, si manifesta senza sforzo.



"Mi chiedo allora: come può la Natura far convivere insieme e in pace infinite specie animali, mentre tra esseri umani non può esserci che odio e divisione..."



È una risposta che, nel silenzio e nella pace di questo luogo, continua a sfuggirmi, come se non volesse essere afferrata.

È un quesito semplice, eppure fragile nella sua essenza, incapace di trovare le parole giuste per mutare ciò che ormai si è radicato nella nostra quotidianità.

Rimane sospeso, incompiuto, come un pensiero che non riesce a prendere forma.

E tuttavia, quassù, ritrovo ancora una forma di libertà autentica: uno spazio intatto in cui ciò che proviene dal mondo, con il suo peso e le sue ombre, resta lontano, quasi dissolto. È una libertà sottile ma potente, che mi accompagna e mi sostiene, permettendomi di proseguire il cammino verso i versanti più alti, verso quel cielo limpido che si apre sopra di me. Un cielo che, al confronto con il resto del mondo, si trasforma in rifugio, in promessa silenziosa di qualcosa che assomiglia all’eternità.




Seelandboden - 2341m


Gli spazi alti, gli alpeggi superiori: un richiamo che si fa sempre più intenso, quasi inevitabile.

Salire, spingermi il più in alto possibile, non soltanto per prendere distanza da ciò che nel mondo pesa e affatica lo sguardo, ma anche per riconquistare, finalmente, quelle quote che l’inverno ha a lungo custodito come un segreto inaccessibile.

Il sentiero 25A riprende il suo corso poco oltre la malga, tracciando una linea discreta ma decisa verso l’alto, lungo gli ultimi trecento metri di dislivello che ancora mi separano dai versanti maggiori. È una salita che si lascia percorrere con dolcezza, seguendo un cammino che sembra sospeso tra le stagioni. Qui l’inverno resiste ancora, aggrappato alla terra con silenziosa ostinazione: ampie distese di neve si adagiano tra le radure prative, distendendosi con una grazia inattesa, come un ultimo respiro freddo prima del definitivo arrivo della primavera e in perfetto contrasto con piccole e colorate fioriture.








Il cammino si fa lieve, quasi carezzevole, e accompagna ogni passo con una semplicità che invita a proseguire senza fretta. Mi avvicino così non soltanto a quei versanti che per lunghi mesi sono rimasti un limite invalicabile, ma soprattutto alla base di quelle alte creste che segnano, silenziose, il confine tra due territori europei.

Le ampie spalle erbose appaiono ancora segnate dal gelo, secche e come velate da una memoria invernale che fatica a dissolversi; eppure, sotto quella superficie fragile, la vita ricomincia lentamente a farsi strada. Qua e là, alcune staccionate tracciano linee discrete tra gli alpeggi, disegnando confini umili tra distese d’erba e larghe chiazze di neve che resistono come ultime presenze della stagione passata.

È un cammino sospeso tra due mondi, tra due stagioni che si sfiorano: una ormai lontana, l’altra pronta a compiersi. E così raggiungo la quota più alta del Seelandboden, dove il vento torna padrone dello spazio, libero di correre senza ostacoli attraverso queste vaste radure, portando con sé un respiro antico e incontaminato.




Le meravigliose distese prative del Seelandboden, a 2341m










E da quassù riscopro, dopo tanto tempo, la bellezza dell’infinito. Gli spazi si aprono senza misura, guidando lo sguardo verso creste lunghe e solenni, ancora in gran parte avvolte dalla neve. Intorno, il vento si fa più deciso, insinuandosi tra le pieghe del paesaggio con crescente intensità. Qui, dove nulla lo trattiene, acquista forza e voce, diventando presenza viva, potente e inafferrabile. È un vigore che si impone anche su di me, costringendomi a cercare riparo in un calore appena più marcato, una protezione fisica lieve ma necessaria contro questi richiami freddi, ai quali il tepore del sole non riesce più a opporsi. Muovo qualche passo su una neve fragile ma ancora tenace, poi lentamente mi allontano dal cuore di questa dimensione sospesa, iniziando la lunga e piacevole discesa.

Luce e silenzio mi accompagnano mentre il cammino si distende verso valle, e laggiù mi attende il Bonner Hütte, in perfetta armonia con il ritmo del mio procedere, come una promessa mantenuta lungo il sentiero.




Vengo così attratto dal richiamo dei panorami lontani, che esaltano la bellezza austera e la selvaggia eleganza delle Dolomiti di Sesto. Lo sguardo si perde tra profili di roccia e luce, come guidato da una forza silenziosa che invita a proseguire.

Il mio cammino segue una traccia appena intuibile, che la neve non restituisce con chiarezza. È un procedere affidato più all’istinto che ai segni, dove a tratti il passo sprofonda leggermente in queste distese bianche, morbide e ingannevoli. Eppure, davanti a me, lo spettacolo severo e luminoso della Dolomia sembra farsi guida, presenza rassicurante che orienta il percorso. Come se quelle cime, immobili e solenni, tracciassero esse stesse la via, conducendomi con discreta sicurezza lungo un itinerario che rimane, nonostante tutto, armonioso e profondamente appagante.




Bonner Hutte - 2285m


Il sentiero 25B mi conduce lontano dai vasti pianori d’alta quota che, dal Seelandboden, si distendono seguendo le vie principali: quelle che, durante l’estate, si animano di piccoli specchi d’acqua, divenendo per gli alpeggi e la fauna selvatica preziosi centri di vita. Ora, però, gli ultimi lembi di neve ancora resistono e celano queste sorgenti vitali sotto il loro manto silenzioso.

Intanto, lungo i versanti maggiori rivolti al Pfanntorl (Bocca di Fana, 2508 m), minuscole figure avanzano lente, quasi sospese nel tempo, seguendo il tracciato che, da lassù, si innalza fino alla vetta del Corno di Fana (Toblacher Pfannhorn, 2663 m).


Una lunga comitiva di escursionisti avanza compatta, come un filo umano che si snoda tra le alture. Con ogni probabilità risale dai versanti opposti, quelli austriaci, e quassù si ricompone in un unico cammino, capace di unire non soltanto due paesi, ma anche due culture, fuse nella stessa traccia di sentiero. Il sentiero, ciò che unisce e non divide.

Ora il percorso abbandona le vaste distese prative per raggiungere un punto naturale che, in tutta la sua pienezza, dischiude uno degli spettacoli più incantevoli delle Dolomiti di Sesto. Il cammino si distende lungo una cresta esposta, dove il vento soffia con vigore, ma la potenza di questo elemento sembra dissolversi davanti alla maestosità del paesaggio: una sequenza infinita di creste e vette elevate, molte delle quali ancora avvolte dal candore della neve.




Un fluire continuo di pensieri intensi ed emozioni mi accompagna, passo dopo passo, mentre mi avvicino al Rifugio Bonner. Appare all’improvviso, quasi fosse un’apparizione, oltre una morbida spalla erbosa, dove ogni stelo si piega in perfetta armonia ai movimenti di un vento impetuoso, eppure stranamente rassicurante.

Il mio sguardo si posa su di esso per la prima volta. La sorpresa è profonda, tanto inattesa quanto gradita. Con stupore osservo le figure in movimento: persone immerse in quell’antico e paziente rito di rinascita, in cui ogni cosa viene ripresa, sistemata, restituita alla vita dopo il lungo silenzio dell’inverno.








A differenza di molti altri rifugi, il Bonner non concede ampi spazi in cui muoversi con agio. Si raccoglie, quasi in punta di piedi, a ridosso delle spalle erbose che dal Corno di Fana scendono verso valle, perfettamente incastonato in un piano tanto misurato da accogliere appena ciò che è necessario alla sua vita e alla sua funzione. Ed è proprio in questa essenzialità che risiede la sua bellezza: una posizione intima e raccolta, capace di abbracciare e custodire tutta l’eleganza delle vette che disegnano questo angolo della Val Pusteria.


Una struttura nata dalla pietra stessa di queste montagne, costruita unicamente con le rocce scure che definiscono il carattere severo di questo territorio estremo. Qui ogni dettaglio è ridotto all’essenziale, pensato per chi vi trova riparo, per chi si ferma anche solo per un istante a condividere il respiro dell’alta quota.

Dalla sua terrazza lo sguardo si apre in un’ampiezza sorprendente: un orizzonte che, dal lontano Plan de Corones, attraversa le Dolomiti di Braies e di Sesto, spingendosi fino a sfiorare i profili più remoti di alcuni versanti lontani del Comelico.

E al centro di questa visione, come un dono inatteso, un miracolo naturale: una parte delle Tre Cime di Lavaredo che risplende, luminosa, sotto il sole di questa perfetta giornata di primavera.


Una pausa, l’ultima di questa giornata. Un tempo sospeso che condivido con la bellezza limpida di queste ore e con il lavoro silenzioso del personale del rifugio, intento a sistemare, riordinare, restituire forma e funzione a ogni cosa in vista dell’apertura stagionale di metà maggio.

Ogni gesto ha il sapore della cura, ogni movimento risponde a una necessità antica: tutto deve ritrovare il proprio posto, tutto deve tornare com’era, come un rifugio richiede dopo che il lungo inverno, ancora una volta, ha lasciato il segno del suo passaggio.



Cappella Regina del Rosario
Cappella Regina del Rosario


Il rientro scorre ora veloce, seguendo il ritmo deciso della ripida strada forestale che, con le sue lunghe serpentine, mi accompagna nuovamente verso valle. È un ritorno guidato dai pensieri, dalle riflessioni che si riavvolgono lente e si lasciano ascoltare, come un racconto che prende forma passo dopo passo.

Ogni falcata segue la pendenza della discesa, riportando alla luce i frammenti di questa lunga giornata: le prime luci dell’alba, il respiro vivo e rigoglioso del Golfenbach, le distese prative della Bergalm che si aprono dolci lungo il cammino.

E poi la neve dell’alta quota del Seelandboden, distesa tra ampie radure, il vento forte che accarezza il Bonner Hütte, e quel suo panorama sconfinato che si apre, solenne, sulla maestosità della Val Pusteria e sulle sue Dolomiti.


Tutto questo racchiuso in un tempo necessario, quasi sacro, per riascoltare e rivedere ogni istante vissuto. Il sole ora accende di luce e di vita la piccola cappella della Regina del Rosario, e con essa anche il mio sguardo si illumina, colmo della stessa energia, della stessa forza vitale.

È la Natura, nella sua essenza più pura, che si imprime dentro di me, destinata a restare per sempre tra i ricordi più belli.




Stefano






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