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SILENZIO - TEMPO  -  MISURA

Tra luce e silenzio; malga Valsorda Seconda

  • Immagine del redattore: Stefano
    Stefano
  • 24 dic 2025
  • Tempo di lettura: 14 min

Con l’Inverno alle porte nasce spontaneo il desiderio di tornare sui propri passi, di ripercorrere sentieri già battuti e rivivere panorami ed esperienze che, per un motivo o per l’altro, in passato erano rimasti incompiuti. È proprio questo richiamo che mi conduce nuovamente in Val Sorda, nel cuore della stagione bianca, con Malga Valsorda Seconda come obiettivo simbolico: una meta che l’Inverno scorso mi aveva costretto ad abbandonare.

Siamo tra la Valsugana e la Val Campelle, immersi nella bellezza aspra e autentica del Lagorai. D’Estate questi alpeggi regalano una libertà di movimento quasi totale; d’Inverno, invece, la neve cambia le regole del gioco, rendendo il Lagorai ancora più selvaggio e, a tratti, impenetrabile.

 

 


Ponte Consèria - 1500m


Il punto di partenza è Ponte Consèria, a 1500m. Una comoda strada forestale prende quota dolcemente, offrendo scorci sempre più ampi sulla Val Campelle che, passo dopo passo, si lascia alle spalle. Il Rio Consèria accompagna il cammino con il suo suono discreto, come un risveglio lento e naturale della giornata. È una mattina tipicamente dicembrina: la neve compare oltre i 1800 metri, lasciando questa prima parte del percorso pulita, serena, quasi meditativa. Il sole, come spesso accade all’alba, resta ancora nascosto dietro le spalle boschive del Monte Cengello (2438 m), regalando a questi primi passi un’atmosfera sospesa, carica di aspettative. La sensazione è chiara: la giornata promette perfezione.

 

Una leggera velatura copre il cielo, lasciando intravedere solo alcuni intensi sprazzi di azzurro. La luce attenuata smorza il sole ma valorizza ancor di più le vette innevate: Cima Orsera (2469 m), Cima delle Buse Todesche (2412 m) e una lunga teoria di picchi che trovano nella maestosa Cima d'Asta (2847 m) uno dei riferimenti più noti del versante meridionale del Lagorai. Per i prossimi mesi, la neve sarà l’unico abito di queste montagne: bianco, candido, essenziale.

Sono vette selvagge, intime, che rivelano il loro volto più accessibile solo d’Estate, grazie al magnifico anello dell’Alta Via del Granito.



Verso i versanti maggiori di Cima d'Asta
Verso i versanti maggiori di Cima d'Asta

 

 


Malga Consèria – 1857 m


Lascio presto la strada forestale per imboccare un sentiero che si impenna con decisione. In pochi minuti mi conduce a Malga Consèria, tra riflessi di luce sorprendenti e un silenzio sempre più profondo. Il bosco si apre gradualmente in ampi pianori, modellati dal tempo e dall’intervento umano. Da qui lo sguardo può finalmente spaziare verso le vette lontane che circondano Cima d’Asta, offrendo prospettive sempre nuove. La quota aiuta: il panorama si amplia e la montagna mostra tutta la sua forza. È ora evidente anche la distribuzione della neve. Sui versanti esposti verso la Val di Caldenave e sotto lo sguardo severo di Cimon Rava (2434 m), l’Inverno ha già stretto la sua morsa gelida. Qui, invece, il cammino resta ancora possibile, come una sottile linea di confine tra due stagioni.



Eterna solitudine...
Eterna solitudine...



Malga Consèria si rivela come un miraggio. Un’apparizione inattesa, nata dalla convinzione, quasi una certezza, di trovarla chiusa, silenziosa, consegnata all’Inverno. Basta però uscire da un breve tratto di bosco, attraversare un piccolo ponte di legno, ghiacciato, che con fragile eleganza scavalca un ruscello vivo e pulsante, per ritrovarmi d’un tratto dentro un alpeggio sospeso, interamente avvolto da una neve dura e luminosa.


Il prato sale dolcemente lungo una spalla, e quel comignolo fumante, visibile già da lontano, non lascia spazio a dubbi: la vita è presente, resiste. Pochi passi ancora, ed eccomi qui, per la seconda volta in questo 2025, a Consèria. È il momento di una pausa. Una di quelle pause che non servono solo al corpo, ma anche all’anima. L’accoglienza è calda quanto il respiro della stufa a legna che arde silenziosa all’interno. Come spesso accade in questi rifugi d’alta quota, l’attenzione si posa spontaneamente sulle informazioni essenziali: la neve sui sentieri principali, i tempi, le aperture. Domande semplici, rituali, che trovano risposta nella gentilezza discreta della signora che, con naturale premura, prepara un caffè fumante e una fetta di crostata. In questo momento valgono quanto l’oro. Sono il premio di una giornata vissuta all’insegna della libertà, del silenzio, di tutto ciò che di buono si raccoglie camminando.



In Malga Consèria - 1857m
In Malga Consèria - 1857m


La Consèria riposa su un ampio pianoro affacciato sulla Val Campelle, da cui lo sguardo può spiccare un volo lungo, abbracciando le lontane vette che dalla Valsugana si arrampicano verso i versanti più meridionali. Mi concedo il tempo di assaporare non solo ciò che viene servito sul tavolo, ma anche quel calore denso che sa di legna bruciata, di resina, di casa. Poi esco, verso l’esterno, dove gli stessi panorami continuano a nutrire questo mio bisogno di guardare lontano.

Guardare lontano è, in fondo, guardare al futuro. Ogni riferimento visivo diventa un punto fermo, un segno. Quelle montagne distanti, ora completamente vestite di neve, assumono un valore simbolico: sono prospettive, desideri, promesse. Rappresentano ciò che attendo e ciò che pretendo da un cambiamento radicale, un cambiamento che avanza passo dopo passo lungo infiniti sentieri, tutti con lo stesso profumo: quello inconfondibile della libertà.








È il tempo dei saluti, quelli di rito, che portano con sé il lieve sorriso di un arrivederci. Un arrivederci che sa di promessa, di ritorno annunciato, forse anche prossimo. Perché questa valle non custodisce soltanto le malghe della Val Sorda, ma anche un paio di sentieri essenziali, linee discrete e affidabili, che sanno lasciarsi percorrere con rispetto persino nel cuore dell’Inverno.

Il mio cammino, intanto, continua.


La strada forestale diventa l’unico riferimento, una traccia chiara che mi guida mentre mi inoltro lentamente nella Val Sorda. Passo dopo passo, il silenzio si fa più profondo e lo sguardo si apre, pronto ad accogliere ogni emozione che le due malghe, là dentro, sapranno offrire. È un avanzare intimo, quasi raccolto, in cui il paesaggio non è solo spazio da attraversare, ma luogo in cui lasciar fluire pensieri, attese e quella sottile felicità che nasce dal semplice andare.



Più lontano, verso la Valsugana...
Più lontano, verso la Valsugana...




Malga Valsorda Prima - 1863m


Dalla Consèria riprendo a salire con passo lieve, per poche centinaia di metri, mentre la neve si fa via via più compatta, indurita quel tanto che basta da suggerirmi l’uso dei ramponcini. Li indosso come si fa con un gesto naturale, consapevole, e li lascio mordere il terreno mentre guadagno quota lungo un versante che, in breve, mi orienta verso il Passo Cinque Croci.


La mia, però, non è un’avanzata decisa. È piuttosto un’esplorazione discreta, un atto di curiosità personale: osservare, annotare con lo sguardo, prendere confidenza con pendii che oggi restano fuori dal mio cammino. Tra questi, il Col di San Giovanni (2251 m), completamente avvolto da un candore assoluto. Una lieve battitura sulla neve, visibile e invitante, cattura la mia attenzione. Mi attrae con la stessa forza con cui un dolce cattura lo sguardo di un bambino: desiderabile, vicino, ma ancora da rimandare. E poi c’è il passo stesso, poco distante, custode silenzioso di una di quelle malghe che sembrano non conoscere il tempo. Ma questa, lo so già, sarà un’altra storia, da raccontare più avanti.


Ritorno sui miei passi e ritrovo la strada forestale, che ora scende dolcemente. Oltrepasso un segnavia che annuncia un cambio di direzione: indica il Passo Val Cion. Seguendo il sentiero 316, tratto del Sentiero Italia, potrei raggiungere Malga Valsorda Seconda da una quota decisamente superiore. Scelgo invece di evitarlo. Le ragioni sono chiare e misurate: la prima, perché mi allontanerebbe dalla Valsorda Prima; la seconda, perché, nonostante le giuste indicazioni ricevute, la neve accumulata nella stretta gola tra il Col di San Giovanni e il Col della Palazzina (2114 m), priva di tracce battute, mi priverebbe di quei riferimenti essenziali che, in un territorio ancora poco conosciuto, fanno la differenza tra il procedere sereno e l’azzardo inutile.


Anche Malga Consèria resta ormai lontana, riconoscibile solo da quel camino fumante che continua a segnare la sua presenza nel paesaggio. Di lei porto ancora addosso il calore, il conforto di una sosta vissuta nella sua intimità più autentica, fatta di semplicità e cordialità, destinata a restare un ricordo prezioso. Mi concedo un ultimo sguardo: poco più di dieci secondi per legare quell’edificio così caro alla luce del sole che, finalmente, riesce a farsi strada liberandosi della sottile velatura mattutina.


La strada forestale ora scende lievemente. La quota diminuisce e il bosco torna ad avvolgere il mio passo con la sua presenza silenziosa. Sono minuti leggeri, una decina appena, vissuti in piena spensieratezza, accompagnati da una brezza fresca che ricorda con discrezione come il grande gelo sia ormai alle porte. È immerso in questi pensieri pacati, quasi poetici, che raggiungo Malga Valsorda Prima. L’impatto è immediato, degno di un fermo immagine: un punto panoramico che impone, senza esitazioni, una nuova pausa. La malga sorge su un ampio pianoro erboso, sorprendentemente libero dalla neve, una terrazza naturale che si protende verso i Campivi di Dentro e si apre lungo la Val Sorda. Sullo sfondo, come una cornice perfetta a racchiudere questo mio quadro, si staglia la catena del Lagorai.



Malga Valsorda Prima - 1863m
Malga Valsorda Prima - 1863m


Il Lagorai
Il Lagorai


La neve riveste i suoi versanti più alti: Cima delle Buse (2574m), il Montalon (2501m), e quelle pareti frastagliate che da Cima delle Stellune (2550m) fino a Cima di Lagorai (2585m) disegnano un ampio semicerchio di roccia aspra e primordiale. È l’espressione più autentica del Lagorai selvaggio. Roccia rossastra, a tratti scura, che sotto il manto bianco delle sommità maggiori si accende di sfumature e contrasti, rendendo questo luogo, e questa malga, una cartolina vivente, la rappresentazione più pura e potente di questo territorio.


Rimanere in silenzio, senza parole: penso sia l’unica reazione possibile. Un silenzio che nasce spontaneo, imposto dalla bellezza naturale che ora mi accoglie. Lungo questa strada completamente ghiacciata, l’istinto mi guida a risalire con calma le lievi spalle erbose esposte al sole. Un calore timido, ma ancora presente, capace di contrastare la neve, resa inerme sotto lo sguardo della nostra stella, eppure così dominante sui versanti meno toccati da questo tepore gentile. La Valsorda Prima rappresenta l’essenza degli alpeggi estivi, una realtà concreta e funzionale, distante dall’ospitalità accogliente della Consèria.



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Qui non c’è rifugio nel senso classico, ma una struttura pensata esclusivamente per il lavoro stagionale, per la vita semplice e dura dei mesi caldi. Attraverso le finestre, appena socchiuse alla curiosità, riesco a intravedere l’interno, a intuire gesti, funzioni, quotidianità di uomini che hanno vissuto e lavorato a stretto contatto con un ambiente straordinario.

Respiro profondamente l’energia che nasce dal lavoro umano, un’energia autentica, priva di filtri, lontana da ogni pregiudizio e soprattutto distante da quel turismo di massa che troppo spesso incide in modo negativo su luoghi come questo, solitari e silenziosi per vocazione. In ciò che posso osservare e sfiorare con mano riconosco tutto ciò che ora l’Inverno e la neve sono pronti a imprigionare nella loro morsa gelida e naturale.

Dovrà passare del tempo prima che la legnaia esterna, i pochi attrezzi lasciati in balìa degli elementi e la grande stalla tornino a respirare un’aria colma di vita.








La stalla, ampia e solida, adiacente alla struttura principale, racconta una storia di necessità e resistenza. Forgiata nella dura pietra dolomitica, ha offerto riparo agli animali durante l’Estate, diventando parte integrante di questo equilibrio antico tra uomo e montagna.

È così che amo vivere questa malga. Restare con gli occhi chiusi, lasciando che le leggere folate di vento diventino voce, messaggio sottile di una Natura magnifica e solitaria che ora mi avvolge. Un punto fermo, un luogo di sintesi, dove unire in un solo sguardo le due strutture e, dai versanti meridionali, osservare tutto ciò che lentamente sto lasciando alle mie spalle.




Malga Valsorda Seconda - 1901m


Ora mi attende il tratto con cui, l’Inverno scorso, ogni mio intento si era infranto. Un confine invisibile aveva arrestato il desiderio di salire ancora, di guadagnare quota fino quasi a sfiorare le basi monumentali delle grandi vette del Lagorai. Malga Valsorda Seconda è il mio obiettivo di giornata, il mio punto fermo: un luogo dove raccogliere, nel silenzio e nella solitudine, pensieri e propositi personali che, ogni volta, mi spingono a cercare l’alto, a salire un po’ più in là.

Tutto resta ancorato alla strada forestale che, lasciata Valsorda Prima, scende leggermente e rientra tra i boschi della Val Sorda. Una lunga serpentina che si allontana dai Campivi di Dentro per seguire una linea essenziale, discreta, che durante l’Estate diventa l’unica arteria carrozzabile per i pastori. Ora, invece, è solo mia, silenziosa e raccolta.



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Risalgo la Val Sorda accompagnato dal fragore vitale del Rio Valsorda. Un susseguirsi continuo di vortici e di acque in movimento, unico suono presente per l’intera salita, compagno fedele verso quei versanti più alti dove la neve diventa sempre più padrona del paesaggio. Eppure, rispetto all’Inverno scorso, qualcosa è cambiato. Lungo il cammino incontro ampie lastre di ghiaccio: la neve soffice e impraticabile di mesi fa ha lasciato spazio a una durezza compatta, nata dal gelo notturno quando le temperature scendono sotto lo zero. La protezione dei boschi e delle ampie spalle montuose, che celano la strada al sole, favorisce questa trasformazione silenziosa, mantenendo lontano ogni tepore.



In Val Sorda
In Val Sorda



Tutto assume i contorni della magia, dentro un cammino facile e leggero. Nonostante la vegetazione fitta, ampi scorci si aprono improvvisi e catturano lo sguardo, regalandomi i primi profili montuosi che riconosco in Cima Lagorai. Il tempo sembra perdere significato. Da ore non incontro anima viva e ogni cosa pare sospesa in una dimensione altra, raccolta e immobile.

Solo le tracce sulla neve raccontano una presenza diversa. Segni discreti mi rivelano che questi boschi custodiscono caprioli e altre creature invisibili. Piccole impronte, che attribuisco a un coniglio selvatico, con la cautela di chi non si pretende esperto, seguono per un tratto la mia stessa direzione, per poi deviare improvvisamente verso i versanti più chiusi del bosco. Non mi fanno sentire solo. Al contrario, mi ricordano che sono osservato, immerso nella silenziosa magnificenza di una Natura viva, attenta, ugualmente presente.






Quel piccolo ponticello devia sulla sinistra il mio cammino. Supera il torrente che, nella sua spontanea vitalità, sembra invitarmi a sollevare lo sguardo verso i versanti più alti. Da questo punto preciso, finalmente definito, riesco a cogliere con chiarezza la lunga cresta rossastra e severa di Cima di Lagorai. È l’acqua stessa a guidare lo sguardo, a disegnare una prospettiva perfetta di quelle dorsali elevate: in parte velate da una neve leggera e friabile, in parte lasciate scoperte nella loro colorazione scura e antica, come pagine di un libro aperto che raccontano un tempo in cui la neve non aveva ancora il potere di dominarne la forza.


La sensazione che nasce in questi istanti ha una presa profonda sui miei pensieri. È una forza autentica, che definisce il mio carattere e chiarisce, con limpidezza, ciò che realmente pretendo da questo mio intenso desiderio di cambiamento.



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Bastano ancora pochi minuti, qualche centinaio di metri di dislivello lieve, e mi ritrovo al cospetto del mio Paradiso personale, del mio mondo segreto. Le Buse Alte si aprono davanti a me in tutta la loro naturale magnificenza. Ampi spazi erbosi, appena velati da strati di neve: ora morbida, ora indurita dal gelo. Un elemento essenziale, vitale, che accompagna lo sguardo verso l’alto, lungo i versanti maggiori, fino alle creste che disegnano con precisione le pareti imponenti di Cima delle Buse e del Monte Montalon.


Mi trovo ora ai loro piedi, con rispetto. Esposto senza filtri alla loro bellezza, a quell’eleganza che la Natura riserva con perfezione ai suoi volti più selvaggi, a quelli che meglio rappresentano l’anima profonda del Lagorai. Non basta osservarne la struttura: ampie pareti rocciose che alla base trovano equilibrio nella presenza discreta di un bosco leggero, mai invadente. È una cartolina naturale, uno scenario così armonico da sembrare dipinto, come se la realtà stessa si fosse trasformata in arte.

Eppure questa è solo la prima delle emozioni che affiorano davanti a tanta semplicità. Una semplicità apparente, che racchiude una forza emotiva profonda. Nel silenzio, nelle riflessioni attente che mi accompagnano, mi sento parte integrante di questa armonia perfetta, un tutt’uno con ciò che mi circonda.



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Cima delle Buse (sx) e il Montalon (dx)
Cima delle Buse (sx) e il Montalon (dx)



Due strutture ben definite si fronteggiano nello spazio: la grande stalla e il ricovero dei pastori. Una distribuzione antica e misurata della vita, che separa con naturalezza la pacifica quotidianità degli animali da ciò che l’uomo compie nel corso delle sue giornate. La distanza che le divide sembra voler sancire un’appartenenza precisa, quel filo sottile che distingue senza separare, in un’armonia pensata e mai affidata al caso. Amo questo luogo. Amo la sua accoglienza silenziosa e solitaria, il respiro discreto di questa malga che sa parlare senza parole.



Malga Valsorda Seconda - 1901m
Malga Valsorda Seconda - 1901m



Due grandi tavoloni all’esterno sembrano offrire un muto benvenuto a chi percorre il sentiero. Salendo di quota, lo sguardo non si posa soltanto sull’immensità del Lagorai, ma si spinge verso quei lunghi trekking che dai Laghi delle Buse Basse conducono a un altro specchio segreto e immortale: il Lago delle Stellune. Il Lagorai dai mille riflessi. Il Lagorai che, nel cuore della sua veste selvaggia e quasi impenetrabile, custodisce decine di laghi naturali, testimoni silenziosi di un tempo che ci è ormai sconosciuto. Da Valsorda Seconda, questa visione prende il sopravvento, imponendosi con una bellezza assoluta.



Dalle Buse Alte verso il Lagorai
Dalle Buse Alte verso il Lagorai


Un angolo di mondo tutto mio. Lo zaino a terra, i ramponcini abbandonati in un angolo, e attorno solo pace e silenzio, come se fossero stati donati esclusivamente alla mia presenza. Una forma di riconoscenza che la Natura mi concede in questi istanti così particolari della mia vita: intensi, attraversati dal desiderio profondo di cambiare, di ricominciare.

Seduto in quello che ora diventa il centro del mio universo naturale, rimango in silenzio. Raccolgo ogni pensiero positivo e lo affido al panorama che si apre davanti ai miei occhi. Se durante la mattinata ogni cosa aveva una misura e una prospettiva limitata, ora la quota e l’orizzonte limpido mi permettono di osservare punti della Natura che sembrano spingersi oltre la curvatura stessa della terra.



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Vista verso le Cime d'Asta
Vista verso le Cime d'Asta


Mi trovo al centro di un mondo che, a 360°, sembra offrirmi il meglio di questo angolo di Trentino. Un territorio che, dalla Valsugana risalendo la Val Campelle, pare accompagnarmi con dolcezza verso una dimensione sospesa, quasi irreale. Da questo mio osservatorio naturale seguo con lo sguardo ogni cresta, ogni spigolo che in lontananza dà forma a gruppi montuosi distinti, ognuno con la propria identità. Alcuni si mostrano con quella roccia scura, aspra e autentica, che rende il Lagorai fedele al suo nome. Roccia ancora libera dalla neve, che si fonde con versanti opposti, completamente immersi nel candore dell’Inverno. Ed è proprio qui che un dettaglio accende in me un’emozione profonda.



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Sembra un miraggio. Prende forma lungo una linea perfetta in quota che dal Col di San Giovanni si distende verso il Passo Val Cion. Una linea netta, essenziale, che separa il bianco luminoso del colle dall’azzurro infinito del cielo. Solo due colori a definire un frammento di Natura pura. Su quella linea, due piccole figure scure avanzano lentamente verso il passo. Il loro procedere è pacato, silenzioso, privo di fretta. Due esseri umani che, in quell’istante, diventano presenze simboliche, immerse in una quiete assoluta tra le uniche forme cromatiche che li circondano: il bianco della neve, l’azzurro del cielo, e loro, al centro come discreti ambasciatori di pace.

Il loro passo lento è la traduzione stessa della serenità. Li osservo con attenzione, anche quando il mio sguardo si lascia attirare da altri orizzonti. Li seguo nelle loro brevi soste, pause naturali dettate da qualcosa che, di attimo in attimo, cattura la loro attenzione. Li osservo mentre quel cammino misurato li avvicina alla meta.


E quando il passo viene finalmente raggiunto, i due corpi si fondono in un abbraccio che li rende uno solo. Ciò che prima appariva separato si unisce in un’unica forma di vita. In quell’abbraccio leggo la soddisfazione, l’emozione profonda di aver raggiunto il proprio Paradiso: un angolo di mondo che, almeno per ora, appartiene soltanto a loro.

Il miraggio, improvvisamente, si fa realtà.


Non amo restare fermo. Dopo il pranzo frugale, mi muovo lentamente attorno alla malga, attraversando i suoi ampi pianori, ora velati da un sottile strato di neve indurita dal gelo. Ogni passo è misurato, rispettoso. Entro all’interno: porte chiuse a chiave, una scala che sale verso un piano superiore a cui non è concesso l’accesso. Un limite che non disturba, ma anzi rafforza il mistero e il rispetto per questo luogo. Le mura raccontano una semplicità antica, fatta di oggetti essenziali che, proprio nella loro umiltà, riflettono perfettamente una cultura montana di altri tempi. Amo queste cose. Amo soffermarmi su dettagli che, agli occhi di un estraneo, potrebbero apparire insignificanti, privi di valore. Eppure il loro valore è immenso, vasto quanto le montagne e i pianori che ora mi accolgono.



In lontananza la bianca cresta del Col di San Giovanni (2251m) e del Passo Val Cion (2073m)
In lontananza la bianca cresta del Col di San Giovanni (2251m) e del Passo Val Cion (2073m)


A ogni mio passo osservo, ascolto, e cerco di dare una forma compiuta a ogni pensiero. Ancora una volta, questa pace e questi silenzi evocano in me un confronto inevitabile con quella che, là fuori, è una vita completamente diversa dalla mia. Ogni elemento è ben definito: la legnaia esterna, la piccola fontana ormai muta, gli attrezzi semplici di una quotidianità libera. Toccandoli con mano, diventano strumenti di riflessione, chiavi silenziose capaci di aprire risposte alle mie domande infinite. Si apre così un universo interiore, uno spazio mentale che mi consente di percepire questi luoghi con una profondità sempre maggiore. Più rimango quassù, più comprendo quanto la vita sia meravigliosa. Una cura interamente naturale che risveglia i pensieri più limpidi e alimenta in me un desiderio profondo di amare la vita stessa, sempre di più. È un intreccio di emozioni positive che nutre ogni mio pensiero, ogni mia aspirazione.



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Ma ciò che sento ora non sono più sogni né desideri. Sono pretese. Pretese legittime per una vita migliore. Le rivendico con forza e determinazione, gridando all’Universo di ascoltarmi, di accompagnarmi verso il cambiamento personale che invoco. Questa Natura, questi luoghi solitari e silenziosi, sono lo stimolo perfetto per trovare il coraggio di osare, di affermare ad alta voce ciò che mi spetta di diritto come essere umano. L’Universo mi ascolta, ne sono certo. E più il tempo passa, più avverto che tutto questo sta per compiersi. Tra la luce e il silenzio di questa malga.




Stefano




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