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Le Dolomiti in un Blog. Non solo una guida ma un cammino Autentico, Contemplativo, Esperienziale

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Alta Via di Fassa

  • Immagine del redattore: Stefano
    Stefano
  • 4 ore fa
  • Tempo di lettura: 22 min

Meraviglioso e panoramico cammino ai piedi del Catinaccio Rosengarten



📍 Zona: Valle del Vajolet - Val di Fassa - Trentino

🥾 Tipo: escursione ad anello

📏 Lunghezza: 10km 500m

⛰️ Dislivello: +577m

⏱️ Tempo: 3h 30m (intero cammino, individuale, soste escluse)

⚠️ Difficoltà: media (ambiente prevalentemente roccioso)

🛖 Malghe e rifugi: Rifugio Vajolet - Rifugio Preuss - Rifugio Stella Alpina - Rifugio Gardeccia

🗓 Stagione migliore: Estate - durante la primavera ancora neve nelle quote maggiori

🅿️ Parcheggio: Vigo di Fassa nell'area partenza della funivia del Catinaccio



🥾 Nel corso di questo lungo cammino si dischiude l’infinito abbraccio della Val del Vajolet, la valle dei grandi giganti della Val di Fassa. Il sentiero si snoda in quota ai piedi delle imponenti cime occidentali che custodiscono e celebrano la naturale magnificenza del Catinaccio–Rosengarten, attraversando paesaggi dove la montagna si manifesta nella sua forma più solenne.

Le Rabbiose, il Passo delle Zigolade, il Mugogn e la Coronelle accompagnano il viandante verso il cuore più autentico del Rosengarten, in un susseguirsi di profili rocciosi e silenzi sospesi. Sul versante opposto, i dirupi del Larsec spalancano orizzonti vastissimi, dove la Dolomia si erge selvaggia e luminosa, scolpendo scenari di rara grandezza. È un regno di pietra e luce, in cui l’intero gruppo del Catinaccio rivela la propria anima antica, maestosa e senza tempo.



Catinaccio Rosengarten





⛰️ Nel corso dei molti anni trascorsi lungo i sentieri della Val di Fassa, il fascino magnetico e l’energia primordiale del Catinaccio hanno alimentato incessantemente la mia curiosità e il mio desiderio di scoperta. Il Rosengarten, così come l’Antermoia, ha sempre rappresentato uno dei fulcri di questa profonda attrazione: non soltanto per l’incredibile rete di percorsi che si intrecciano all’interno di questo vasto regno di roccia selvaggia, ma anche per quell’aura sottile e misteriosa che avvolge le sue cime.


Vi è, infatti, in queste montagne, una dimensione che sfiora la mistica, un legame antico tra la pietra e il racconto, tra il paesaggio e la leggenda. Qui la Natura sembra custodire memorie senza tempo, tramandate dal vento e dalla luce, dando vita a storie che appartengono all’immaginario più evocativo delle Dolomiti. È forse proprio questa fusione di grandiosità naturale e patrimonio leggendario a rendere il Catinaccio uno dei luoghi più carismatici e suggestivi dell’intero arco dolomitico.


Questa volta, però, non sono qui per narrare antiche leggende né per evocare i racconti che da secoli abitano questo straordinario universo di pietra e silenzio. Ciò che desidero condividere è qualcosa di più personale: il cammino che ho vissuto, le emozioni che ho raccolto passo dopo passo e l’esperienza che mi ha accompagnato lungo l’Alta Via di Fassa. Un viaggio attraverso paesaggi grandiosi e mutevoli, ma anche un percorso interiore, fatto di incontri, fatica, meraviglia e momenti destinati a lasciare un segno profondo nella memoria.




Ciampedie - 1998m


Il mio modo di vivere la montagna è sempre stato guidato dal desiderio di affidarmi il più possibile alle sole forze del cammino, evitando ogni soluzione che possa alleggerire o abbreviare l’impegno di una lunga salita. Amo lasciare alle mie gambe, alla mia determinazione e alla mia capacità di resistere la responsabilità di ogni passo, di ogni dislivello, di ogni tratto conquistato con pazienza.


È proprio in questo dialogo silenzioso tra fatica e perseveranza che nasce il rapporto più autentico con il sentiero. Un legame fatto di rispetto, ascolto e presenza, che mi permette di entrare in sintonia con la Natura e di costruire con essa una confidenza profonda. In questa relazione essenziale ritrovo il fondamento stesso del mio spirito: una ricerca incessante di libertà, che si manifesta nel movimento, nell’esplorazione e nella consapevolezza di appartenere, anche solo per un istante, al mondo che mi circonda.


Questa volta, tuttavia, sento quasi il dovere di mettere da parte questo principio e concedermi un’eccezione. Affido così il primo tratto del viaggio alla funivia del Catinaccio, che da Vigo di Fassa mi conduce verso le quote più elevate, là dove il Ciampedie segna l’inizio di un nuovo e lungo cammino. Non è una scelta dettata dalla ricerca della comodità, ma dalla consapevolezza che ogni esperienza possiede il proprio ritmo e il proprio significato. Oggi desidero conservare energie non soltanto per le mie gambe, ma soprattutto per i miei occhi, pronti ad accogliere la bellezza che mi attende, e per il cuore, disposto a lasciarsi sorprendere dalle emozioni che questa giornata saprà regalare.


Mentre la valle si allontana lentamente sotto di me e le pareti del Catinaccio si fanno sempre più vicine, percepisco quella sottile eccitazione che precede ogni partenza autentica. Davanti si apre un itinerario ancora tutto da scoprire, un percorso che promette panorami grandiosi, silenzi profondi e nuove storie da vivere. E io sono pronto a lasciarmi guidare, passo dopo passo, da ciò che la montagna vorrà mostrarmi.



Rifugio Ciampedie
Rifugio Ciampedie - 2000m




Viel de le Feide


Un sentiero, l’inizio di un lungo cammino.

Ciampedie rappresenta una delle porte d’accesso più frequentate al mondo del Catinaccio, un luogo che, durante la stagione estiva, si anima del continuo intrecciarsi di escursionisti, famiglie e appassionati della montagna. Qui, strutture come il Rifugio Bellavista, Baita Checco e il Rifugio Ciampedie diventano punti di riferimento per chi desidera vivere l’ambiente alpino in una dimensione più rilassata, fatta di soste, incontri e momenti di contemplazione accessibile a tutti.


Eppure, anche nel vivace movimento che caratterizza questo crocevia montano, la Natura conserva intatta la propria capacità di stupire. Lo sguardo può infatti spaziare senza ostacoli dalle imponenti pareti del Catinaccio fino ai lontani orizzonti della Val di Fassa, abbracciando un panorama vasto e armonioso che si estende ben oltre la valle. Tra i profili che emergono all’orizzonte, la lunga catena del Lagorai disegna una linea elegante e selvaggia, ricordando come, anche nei luoghi più frequentati, la montagna sappia ancora trasmettere il senso della sua grandezza.






"Per me, però, Ciampedie non è una destinazione, ma un punto di partenza"



È il luogo in cui il rumore delle voci inizia lentamente a dissolversi, lasciando spazio al ritmo dei passi e al richiamo dei sentieri. Da qui prende forma il vero viaggio: un cammino che si allontana gradualmente dalla dimensione più turistica per immergersi nel cuore autentico della montagna, là dove la roccia, il silenzio e l’orizzonte tornano a essere i soli compagni di strada.



Il Viel de le Feide prende avvio con la sua andatura gentile, serpeggiando tra le prime pendici della montagna. Superato il Rifugio Negritella, il sentiero inizia lentamente a condurmi lontano da quel mondo animato e affollato che gravita attorno a Ciampedie, accompagnandomi verso una dimensione più intima e autentica.

A ogni passo, le voci si fanno più lontane, il brusio si attenua fino a dissolversi nell’aria sottile dell’altitudine. È un allontanamento che accolgo con piacere, quasi con gratitudine.


Ho sempre faticato a riconoscermi in una montagna vissuta come semplice luogo di sosta o di intrattenimento, immersa in quel continuo movimento che spesso genera un rumore privo di significato, un’agitazione che poco ha a che vedere con l’essenza di questi luoghi.

La montagna, per come la sento e la vivo, richiede ascolto, lentezza e rispetto. Ha bisogno di silenzi capaci di dare voce al vento, alle pietre e ai propri pensieri. Per questo il sentiero che si allontana dalla folla assume per me un valore particolare: non è soltanto una traccia da seguire, ma un ritorno a quella dimensione di libertà e raccoglimento che cerco ogni volta che mi inoltro tra queste vette. Ed è proprio lungo il Viel de le Feide, mentre il Catinaccio si rivela poco alla volta nella sua imponenza, che ritrovo il piacere più autentico del camminare.



Catinaccio Rosengarten
Baita Prà Martin - 1971m - verso le Pale di Mesdì e il Gran Cront (Larsech)


È un cammino che, all’altezza di Baita Prà Martin, abbandona la sua iniziale dolcezza per affrontare un lieve dislivello. Nulla di impegnativo, ma quanto basta per guadagnare prospettive sempre più ampie e suggestive sui versanti meridionali della Val di Fassa.

Da questi punti panoramici lo sguardo può spaziare lontano, seguendo il profilo armonioso delle montagne fino a incontrare la straordinaria catena del Lagorai. Le sue cime, distese come una lunga muraglia naturale all’orizzonte, accompagnano il cammino con una presenza costante e rassicurante, diventando un riferimento visivo che ritorna più volte lungo il percorso.


Ogni volta che i miei occhi si posano su quella successione di creste e rilievi, il pensiero corre inevitabilmente alla vicina Val di Fiemme, che si estende ai piedi di quel vasto sistema montuoso. È una presenza discreta ma continua, quasi un filo invisibile che collega vallate, sentieri e paesaggi differenti, ricordandomi quanto sia profondo il legame che unisce questi territori.

Così, mentre il sentiero prosegue tra prati d’altura e scorci sempre nuovi, il Lagorai rimane sullo sfondo come un antico compagno di viaggio: silenzioso, immobile e maestoso, custode di orizzonti che sembrano non avere fine.




"Si apre così il primo panorama verso la Val del Vajolet, verso il Catinaccio Rosengarten, mentre l'intero massiccio roccioso del Larsech mi osserva con grande eleganza...."




Il Viel de le Feide è uno di quei sentieri che invitano a camminare senza fretta, lasciandosi guidare dal ritmo naturale della montagna. Facile e piacevole, si sviluppa lungo i versanti più aperti del Catinaccio fino a raggiungere il Rifugio Roda de Vael (2.283 m), una meta che per me custodisce il valore speciale dei ricordi.

Ogni volta che percorro questo tratto, riaffiorano alla memoria lunghi cammini vissuti negli anni passati. È come se ogni pietra, ogni parete e ogni scorcio di queste montagne conservassero tracce del tempo trascorso, riportando alla luce emozioni che credevo sopite e che invece riaffiorano con sorprendente nitidezza.



Roda de Vael
Il Viel de le Feide



Il sentiero si snoda attraverso dolci saliscendi, regalando un continuo alternarsi di prospettive. Da un lato, le ampie vedute si aprono verso il fondovalle e gli orizzonti lontani; dall’altro, lo sguardo viene inevitabilmente catturato dalle forme severe e affascinanti delle montagne che si innalzano sopra il percorso. La roccia selvaggia delle Pale Rabbiose e delle Zigolade domina la scena con il suo carattere aspro e maestoso, mentre più in alto emergono le linee di Cima Mugogn e il grandioso anfiteatro naturale della Gran Buja de Vael.


È proprio in prossimità di questo vasto circo roccioso che il paesaggio cambia improvvisamente volto. L’avvicinamento al Rifugio Roda de Vael diventa più intenso e suggestivo: le pareti si stringono, la montagna si fa più severa e la presenza della roccia assume una forza quasi primordiale. Il rifugio appare allora come un approdo naturale nel cuore di questo scenario grandioso, incastonato tra pietra e cielo, là dove il cammino sembra fondersi con l’anima più autentica del Catinaccio.



"Questo però fa parte del passato, il mio presente è diverso..."



Roda de Vael
Il Viel de le Feide verso le alte creste del Roda de Vael (Rotwand) 2806m




Passo Soffion - 2100m


Lascio alle mie spalle i ricordi che questo sentiero custodisce, impressi nella memoria come tracce indelebili di cammini passati. Abbandono la rassicurante comodità di un percorso dolce e rilassato per volgere lo sguardo verso l’alto, là dove la montagna sembra chiamare con voce silenziosa. Davanti a me si apre il profilo di una stretta forcella, sospesa più in quota tra cielo e roccia. Da questo punto in poi il cammino assume un significato diverso: ciò che mi attende è un tratto mai percorso prima, un territorio sconosciuto che segna il confine tra ciò che conosco e ciò che resta ancora da esplorare.


È l’inizio di una nuova esperienza, di una pagina ancora tutta da scrivere. Ogni passo conduce verso prospettive inedite, verso panorami che attendono soltanto di essere scoperti. E come accade ogni volta che mi trovo di fronte a un sentiero nuovo, sento riaffiorare quella curiosità autentica che da sempre accompagna il mio andare: il desiderio di vedere oltre, di comprendere, di conoscere. C’è qualcosa di profondamente affascinante nell’incertezza dell’ignoto.


Ogni curva del sentiero può rivelare una sorpresa, ogni valico può aprire orizzonti inattesi. È proprio questa promessa di scoperta a rendere il cammino così prezioso, alimentando quel sottile entusiasmo che trasforma una semplice escursione in un’esperienza capace di arricchire lo sguardo e lo spirito. In quel momento, mentre la forcella si staglia davanti a me, comprendo ancora una volta che non è soltanto la meta ad attirarmi, ma soprattutto ciò che si cela lungo il percorso per raggiungerla.



Catinaccio Rosengarten
Il sentiero ora sale, verso il passo leggermente più in quota...



Avvicinarmi al Passo Soffion è come avanzare verso una soglia sospesa tra il conosciuto e l’ignoto. Razionalmente so bene cosa si estende oltre quel valico: la Val del Vajolet con i suoi rifugi adagiati sui versanti inferiori, le ardite guglie e i profondi dirupi del Larsech, le pareti occidentali della valle e, sullo sfondo, l’imponente presenza del Catinaccio Rosengarten, immobile e silenzioso come un antico custode di pietra.

Eppure, conoscere un luogo non significa averne esaurito il mistero. Ogni volta che ci si avvicina a un passo, a una forcella o a una nuova prospettiva, la montagna riesce a rinnovare lo stupore, trasformando ciò che è familiare in qualcosa di nuovo. È una sensazione difficile da spiegare: la consapevolezza di sapere cosa ci attende e, allo stesso tempo, l’emozione di sentirsi comunque davanti a una scoperta.






Mentre il sentiero guadagna quota e il valico si avvicina, cresce dentro di me quella sottile tensione che accompagna ogni momento di passaggio. È l’attesa di un panorama che sta per rivelarsi, di una prospettiva che cambierà ancora una volta il modo di osservare il paesaggio. Perché la montagna non è mai identica a sé stessa: muta con la luce, con le stagioni, con lo stato d’animo di chi la attraversa.

Anche questo, in fondo, è libertà. È il privilegio di vivere emozioni autentiche e intense, di lasciarsi coinvolgere da quell’inspiegabile richiamo che conduce verso ciò che appare sconosciuto pur appartenendo a luoghi già noti. È la gioia di continuare a meravigliarsi, di trovare nuove sfumature in panorami che si credeva di conoscere e di scoprire, ancora una volta, che l’ignoto non risiede sempre oltre l’orizzonte, ma spesso nello sguardo con cui scegliamo di osservare ciò che abbiamo davanti.



Catinaccio Rosengarten
Passo Soffion - 2001m


Molti pensieri accompagnano i miei passi mentre mi avvicino lentamente al Passo Soffion. Pensieri che si intrecciano al respiro, al ritmo del cammino e all’attesa di ciò che sta per rivelarsi oltre il valico. Immagini, sensazioni e aspettative prendono forma nella mente, alimentate da quella sottile emozione che precede ogni incontro con un paesaggio ancora nascosto.

Poi arriva il momento. Il sentiero compie gli ultimi metri e, quasi all’improvviso, mi espone definitivamente all’immensità della Val del Vajolet.


Davanti ai miei occhi si apre uno scenario grandioso. Le pareti di roccia si innalzano severe verso il cielo, le guglie emergono con la loro eleganza austera e l’intera valle si distende in un equilibrio perfetto tra forza e armonia. Per un istante il cammino sembra arrestarsi, sopraffatto dalla necessità di osservare, di comprendere, di lasciarsi attraversare da ciò che si ha davanti.

È emozione. È stupore. È quella sensazione difficile da tradurre in parole che nasce quando la realtà riesce a superare l’immaginazione.

In quel momento diventa chiaro quanto sia vero che ogni paesaggio osservato da una prospettiva diversa possa trasformarsi in qualcosa di completamente nuovo. Non importa quante volte si sia attraversata una montagna o quante volte la si sia contemplata da lontano: basta cambiare punto di vista perché essa riveli aspetti inattesi, dettagli mai colti prima, emozioni capaci di sorprendere ancora.



Catinaccio Rosengarten
Passo Soffion, il resto è solo silenzio...


Ed è proprio questa continua capacità di rinnovarsi che rende la montagna inesauribile. Ogni valico raggiunto, ogni sentiero sconosciuto, ogni nuovo sguardo sull’orizzonte apre la porta a un mondo diverso. Un mondo che esisteva già, eppure attendeva soltanto il momento giusto per mostrarsi nella sua forma più autentica.



"Zaino a terra, fermata d'obbligo"



Il mio sguardo si trasforma in un volo libero. Un volo senza ali, capace di attraversare valli, pareti e guglie, spingendosi ben oltre i confini del sentiero che sto percorrendo. Da questa quota privilegiata ogni orizzonte sembra dilatarsi, ogni distanza ridursi, e la montagna si rivela nella sua dimensione più ampia e spettacolare.

È una visione che emoziona profondamente e che, al tempo stesso, alimenta nuove energie. La meraviglia non invita alla sosta, ma accende il desiderio di proseguire, di andare oltre, di scoprire cosa si nasconda dietro ogni cresta e oltre ogni nuovo panorama.

È una "fame" di cammino che nasce dalla bellezza stessa del luogo, da quella sensazione di pienezza che solo la montagna sa donare.


In quel momento, lo sguardo diventa anche il punto d’incontro tra immaginazione e realtà. Tutti i pensieri che mi hanno accompagnato lungo la salita, tutte le emozioni percepite nell’attesa di raggiungere il passo, trovano finalmente una forma concreta davanti ai miei occhi. Ciò che prima apparteneva al mondo delle aspettative ora è lì, reale e tangibile, nella grandiosità del paesaggio che mi circonda. E mentre osservo quella straordinaria distesa di roccia, luce e cielo, comprendo che ogni attesa è stata ripagata. La bellezza e la maestosità che si aprono davanti a me diventano la risposta a ogni domanda silenziosa, la conferma che il cammino intrapreso aveva un senso ben prima di raggiungere la sua meta. Perché esistono luoghi che non si limitano a essere osservati: luoghi che riescono a colmare l’animo di stupore e a ricordare, ancora una volta, perché continuiamo a cercare nuovi sentieri da percorrere.



Catinaccio Rosengarten
L'Alta Via di Fassa ai piedi de Le Zigolade




Alta Via di Fassa


Il mio nuovo viaggio ha così inizio.

Il sentiero pare nascere da sé, come tracciato da una mano invisibile sulla montagna. Si distende in una lunga linea orizzontale che, a partire dal passo, attraversa il versante e divide il paesaggio in due. Sotto i piedi si susseguono tratti di cammino roccioso e friabile, interrotti da canali che, all’improvviso, sembrano sbarrare ogni possibilità di passaggio.

Più in alto resistono gli ultimi anfratti di neve, lembi ostinati d’inverno che ancora si oppongono al mite respiro della stagione, custodendo nel loro bianco silenzio una freschezza ormai rara.


A ogni passo si rinnova il piacere della scoperta. Il sentiero perde dolcemente quota e il mio sguardo sembra dividersi tra due mondi distinti. Alla sinistra, le imponenti pareti delle Pale Rabbiose e de Le Zigolade conservano intatta la loro austera maestosità, ergendosi come custodi silenziose della montagna. Alla destra, invece, l’orizzonte si spalanca senza confini lungo la Val del Vajolet, offrendo una visione di rara ampiezza e armonia. È qui che si manifesta, in tutta la sua pienezza, la bellezza del Catinaccio: un susseguirsi di creste, torri e vallate che, dall’Antermoia al Rosengarten, compongono un paesaggio di straordinaria eleganza, capace di rapire lo sguardo e invitare alla contemplazione.



Catinaccio Rosengarten


Il sentiero si rivela meno semplice di quanto appaia. Osservando quella lunga linea orizzontale che si distende verso i versanti più lontani, si sarebbe tentati di immaginarlo privo di ostacoli, un percorso agevole che scorre senza sorprese tra le pieghe della montagna. In realtà, il cammino alterna continui e delicati saliscendi che richiedono attenzione e misura, senza mai diventare realmente impegnativi. Una presenza discreta ma costante, che accompagna ogni passo e impone il giusto rispetto, lasciando tuttavia la mente libera di abbandonarsi alla contemplazione del paesaggio. Così, senza eccessive distrazioni, lo sguardo può continuare a perdersi nella bellezza dell’ambiente circostante, seguendo il dialogo silenzioso tra la roccia, il cielo e le ampie prospettive che si aprono tutt’intorno.


Le difficoltà si manifestano all’improvviso, soprattutto nei punti in cui il sentiero, fino a quel momento ben inciso nella roccia, si interrompe lasciando il posto a vasti ghiaioni. Sono cedimenti naturali del versante, territori instabili e franosi, formati da distese di pietra frantumata e rocce dalle forme irregolari, dove il tracciato sembra dissolversi tra i detriti.

A rendere il cammino ancora più impegnativo contribuisce la neve, che resiste nei punti più riparati e accentua l’impressione di precarietà. In un paio di occasioni sono costretto a risalire per alcuni metri lungo canali di recente formazione, aperti dall’azione incessante del disgelo.

Con il passare delle stagioni, l’acqua e la gravità hanno scavato profonde incisioni nel terreno, trasformandole in vere e proprie voragini che interrompono la continuità del percorso e obbligano a cercare con attenzione il punto migliore per attraversarle. In quei momenti la montagna mostra il suo volto più mutevole, ricordando come ogni sentiero non sia altro che un equilibrio temporaneo tra il lavoro dell’uomo e le forze della natura.


Nulla che possa realmente mettere a rischio la mia incolumità, naturalmente. Eppure la montagna, soprattutto in primavera, sa sorprendere anche nei suoi aspetti più discreti. Alle quote più elevate, la stagione del risveglio coincide con una continua trasformazione del paesaggio: la neve si ritira, il terreno si assesta, le acque del disgelo ridisegnano versanti e sentieri. È un mutamento incessante, spesso impercettibile, che talvolta lascia dietro di sé piccoli ostacoli e inattese difficoltà. Sono le sorprese di una Natura viva e in movimento, che ricorda all’escursionista come ogni cammino, per quanto conosciuto, possa presentarsi ogni volta sotto una veste diversa.



Catinaccio Rosengarten


In un unico sentiero un'infinità di emozioni tutte da vivere.

Il cammino ai piedi di queste immense pareti richiama alla mente guglie, forcelle e cime che hanno scritto la storia alpinistica della Val del Vajolet. Nomi che risuonano come antiche evocazioni di montagna: il Mugogn e le Zigolade, il Pas de le Zigolade, il Pas dai Mugogn, il Pas de le Coronelle. Luoghi di passaggio che, sospesi tra roccia e cielo, raccontano da generazioni il legame profondo tra l’uomo e queste montagne. Alle quote più elevate, la mia Alta Via si spinge oltre i confini della valle, sconfinando verso territori nuovi, dove la Val di Fassa cede lentamente il passo alla Val d’Ega. È un susseguirsi di orizzonti che si aprono uno dopo l’altro, intrecciando geografie diverse ma unite dalla stessa anima dolomitica.


Con il mutare dei versanti cambiano anche le storie: racconti tramandati nel tempo, leggende che affondano le proprie radici in un passato remoto e che ancora oggi sembrano appartenere alla voce stessa della montagna. Tra queste emerge Carezza, con il suo lago celebre e silenzioso, specchio di acque e di miti. Attorno alle sue rive si raccolgono narrazioni che il tempo non ha cancellato, storie di incantesimi, ninfe e reami nascosti che continuano a vivere nell’immaginario di chi attraversa questi luoghi. Racconti antichi quanto le rocce che li custodiscono, capaci ancora di accompagnare il viandante lungo il suo cammino.



"Ed è all'altezza di Forcella di Davoi che trovo finalmente pace".




Catinaccio Rosengarten
Liscia e imponente parete del Rosengarten - 2919m




Rifugio Preuss e Rifugio Vajolet - 2240m


La Natura: entità meravigliosa.

Soprattutto quando il tratto più arduo del sentiero si dissolve all’improvviso in un cammino lieve, e lo stupore si fa dolce piacere, fondendosi in perfetta armonia con il paesaggio che mi avvolge.

L’Alta Via si trasforma così in un percorso che corre radente ai fianchi della montagna, seguendo con discrezione la base della Cresta de Davoi e lasciandosi guidare dalla sua presenza severa.

Ma è soprattutto l’imponenza del Catinaccio Rosengarten a dominare lo sguardo e il pensiero. La sua massa poderosa si innalza verso il cielo con un’eleganza austera, imponendosi sul paesaggio come una delle più straordinarie architetture naturali delle Dolomiti.


Camminare al cospetto del Rosengarten significa confrontarsi con una montagna che va oltre la semplice dimensione geografica. Le sue pareti, illuminate dalla luce mutevole del giorno, raccontano storie di alpinisti, di leggende e di antiche tradizioni che qui trovano ancora voce. Ogni passo lungo il sentiero sembra allora diventare un atto di contemplazione, un lento avvicinarsi a quella grande muraglia di roccia che, con i suoi 2.919 metri, custodisce il cuore più autentico e leggendario del Catinaccio.


Il mio cammino procede lento, misurato, guidato più dall’osservazione che dalla fretta di raggiungere una meta. Ogni passo è un invito a soffermarsi su ciò che mi circonda, ad accogliere i dettagli di un paesaggio che muta continuamente senza mai perdere la propria armonia. L’Alta Via diventa così un dialogo silenzioso con la montagna, un susseguirsi di affinità e di intese profonde con questi luoghi, dove la bellezza non tarda mai a manifestarsi.



Catinaccio d'Antermoia
Val de Vajolet


Ora è l’intera Val del Vajolet a rivelarsi in tutta la sua maestosa pienezza. La valle si apre davanti a me come un grande anfiteatro di roccia e luce, capace di raccogliere in un unico sguardo la grandiosità delle Dolomiti. Non sono soltanto le vette, con le loro forme eleganti e le loro imponenti basi che accompagnano il cammino, a catturare l’attenzione. È anche ciò che si estende oltre di esse: la profondità degli orizzonti, l’intreccio di creste lontane, le vallate che sfumano una nell’altra e quella sensazione di spazio infinito che invita lo sguardo a spingersi sempre più lontano. In questo equilibrio tra vicino e lontano, tra la solidità della roccia e l’ampiezza dell’orizzonte, la montagna rivela la sua essenza più autentica, trasformando il semplice atto del camminare in un’esperienza di contemplazione e meraviglia.


In questa giornata velata da nubi e da una luce più discreta, il sole trova comunque il modo di completare l’opera della montagna. Tra gli squarci del cielo, i suoi raggi si posano sui grandi bastioni del Larsech, accendendone le forme con improvvisi bagliori. Il Gran Cront e le Pale de Mesdì emergono allora con rinnovata imponenza, scolpiti dalla luce che ne esalta i profili, le pareti e la straordinaria architettura di roccia.



Val di Fassa
Il Rifugio Preuss spunta tra le vette del Larsech


È come se la montagna attendesse proprio quell’istante per rivelarsi nella sua forma più nobile. I contrasti tra ombra e chiarore conferiscono profondità alle pareti, trasformandole in presenze solenni che dominano l’orizzonte con un’autorità silenziosa. Per qualche momento, il Gran Cront e le Pale de Mesdì sembrano elevarsi al di sopra della loro stessa Natura, assumendo l’aspetto di antiche divinità di pietra, custodi di un regno immutabile e remoto.

Di fronte a tanta grandezza, lo sguardo si ferma quasi con riverenza. La luce del sole, pur filtrata dalle nuvole, diviene un omaggio alla loro eterna bellezza, esaltando quella perfezione che il tempo, il vento e le stagioni hanno scolpito nel cuore delle Dolomiti. In quell’attimo fugace, la montagna non appare soltanto come un luogo da attraversare, ma come una presenza viva, degna di contemplazione e di rispetto.


Rimango a lungo assorto nell’osservare un piccolo gruppo di marmotte che anima con naturalezza questo angolo di montagna. Il loro regno è fatto di modesti prati verdi incastonati tra le rocce, piccoli lembi di vita che interrompono la severità della pietra e aggiungono al paesaggio una nota di delicata armonia. Le osservo mentre giocano tra loro, si rincorrono leggere e si rotolano sull’erba fresca, in una danza spontanea che sembra ignorare il trascorrere del tempo. Ogni movimento è semplice e autentico: un richiamo, una corsa improvvisa, un contatto fugace che racconta una quotidianità fatta di condivisione e fiducia reciproca.

In quei gesti privi di artificio si manifesta qualcosa di profondamente sincero. È il senso di appartenenza a una comunità, l’istinto naturale della vicinanza e della cooperazione, espresso con una spontaneità che commuove. Nel loro piccolo mondo, protetto dalle montagne e immerso nel silenzio dell’alta quota, le marmotte sembrano incarnare un’idea pura di libertà e fratellanza, ricordando come l’armonia possa nascere dalle cose più semplici e autentiche della Natura.


Mi concedono persino il privilegio di avvicinarmi a tal punto da poter incrociare il loro sguardo. Ogni mio passo è lento, misurato, rispettoso del silenzio e dell’equilibrio di quel piccolo mondo. A ogni movimento, le marmotte interrompono per un istante i loro giochi, sollevano il capo e fissano la mia presenza con vigile attenzione, come a voler valutare se quell’inatteso visitatore possa rappresentare un pericolo. Sono attimi brevissimi, sospesi in un delicato equilibrio tra curiosità e prudenza. Poi, rassicurate dall’assenza di qualsiasi minaccia, tornano alle loro occupazioni, riprendendo a rincorrersi tra l’erba e le rocce come se nulla fosse accaduto.


Il loro gioco ricomincia con la stessa leggerezza di prima, restituendo vita e movimento a quel piccolo angolo di montagna. Osservandole, non posso fare a meno di interpretare quel ritorno alla serenità come una forma di fiducia. Non una fiducia concessa consapevolmente, ma quella che nasce quando la Natura riconosce un passaggio discreto, una presenza che non pretende di imporsi ma soltanto di osservare. È un dono silenzioso e prezioso, che dura pochi istanti e che proprio per questo acquista un valore ancora maggiore. In quello scambio di sguardi, breve e fugace, avverto tutta la bellezza di un incontro autentico tra il viandante e gli abitanti più sinceri della montagna.



Val di Fassa
Val de Vajolet


Tutto questo accade mentre, attorno a me, la Natura si manifesta nella sua espressione più grandiosa. Le immense pareti di roccia, le creste che si innalzano verso il cielo e gli ampi spazi dell’alta quota raccontano una forza antica e possente, capace di incutere meraviglia e rispetto. Di fronte a tanta imponenza, il piccolo mondo delle marmotte appare fragile e silenzioso, quasi insignificante nella vastità del paesaggio che lo accoglie. Eppure è proprio in questo apparente contrasto che si rivela l’armonia più profonda della montagna. La delicatezza della vita animale e la severa grandezza della roccia non si oppongono, ma si completano a vicenda, come elementi indispensabili di un unico disegno.


La forza e la fragilità, l’immensità e il dettaglio, convivono senza prevalere l’una sull’altra, trovando un equilibrio che sembra perfetto nella sua naturale semplicità.

Osservando questo intreccio di forme, presenze e silenzi, si comprende come ogni cosa appartenga allo stesso ordine invisibile. La montagna offre rifugio e sostegno, gli animali ne animano gli spazi più nascosti, il vento, la luce e le stagioni ne modellano incessantemente il volto. Tutto trova il proprio posto, tutto contribuisce a una bellezza che non nasce dalla singola grandezza, ma dalla perfetta armonia dell’insieme. Un equilibrio antico e sapiente che solo la Natura, nel suo eterno divenire, sembra capace di custodire.


L’immagine che ho davanti sembra raccontare una verità distante da quella che troppo spesso caratterizza il mondo degli uomini. Qui, tra le montagne e i loro silenziosi abitanti, non esistono padroni né privilegi: ogni forma di vita occupa il proprio spazio con discrezione, partecipando a un equilibrio che si è costruito nel tempo senza imposizioni e senza pretese.

Al contrario, l’essere umano tende spesso a considerarsi il centro di ogni cosa, come se la Natura fosse un luogo da possedere più che una realtà di cui sentirsi parte. Eppure queste montagne, con la loro antica saggezza, ricordano una lezione diversa.



Val di Fassa
Le Torri del Vajolet dai rifugi Preuss e Vajolet


Ci mostrano che non siamo gli unici protagonisti di questo mondo, ma semplici ospiti di un ambiente che ci accoglie con generosità e dignità. Camminando tra queste valli, osservando la vita che si muove tra le rocce e i prati d’alta quota, diventa naturale ridimensionare il proprio ruolo. La montagna insegna l’umiltà: ricorda che ogni creatura, dalla più grande alla più piccola, contribuisce alla ricchezza e all’armonia del paesaggio. E forse è proprio in questa consapevolezza che risiede il significato più autentico del viaggio: comprendere che la Natura non ci appartiene, ma che siamo noi ad appartenere, per un breve tratto del nostro cammino, al suo immenso e meraviglioso disegno.


Tutto questo accade nel preciso istante in cui lascio alle mie spalle il solitario sentiero dell’Alta Via. Un percorso che, fino a quel momento, mi aveva accompagnato nel silenzio e nella contemplazione, concedendomi il privilegio di un dialogo intimo con la montagna e con i suoi ritmi più autentici. Ma quella quiete si interrompe quasi all’improvviso. Il sentiero si chiude ai piedi di Punta Emma e si raccorda con la via che risale dal fondovalle, una delle più frequentate della zona. In pochi passi, il silenzio lascia spazio alle voci degli escursionisti, al rumore dei passi sulla ghiaia, ai richiami che risuonano tra le pareti della valle.




I rifugi Preuss e Vajolet - 2240m



Il contrasto è immediato e quasi sorprendente. Dopo ore trascorse immerso in una dimensione raccolta e appartata, il ritorno alla presenza umana appare come un brusco cambio di scena. Il cammino ora converge verso i rifugi, il Rifugio Preuss e il Rifugio Vajolet, mete amate e frequentate da chi desidera avvicinarsi al cuore di queste montagne.

Eppure, mentre mi unisco a questo nuovo flusso di viandanti, porto con me il ricordo della solitudine appena lasciata. Un silenzio che non era semplice assenza di suoni, ma una presenza viva, capace di amplificare ogni dettaglio del paesaggio e di rendere ogni incontro con la montagna più intenso e profondo. Così, anche tra le voci e il movimento che ora animano il sentiero, continua a risuonare dentro di me l’eco discreta dell’Alta Via e della sua preziosa quiete.


Il caos generato da quella parte di turismo poco consapevole si compone di un flusso continuo di biciclette e di gruppi di persone propense a quell'invasione che impone urla e disordine, dimenticando il valore del silenzio e della tranquillità all'interno di questo ambiente.

Ma anche di questo mi sento in dovere di farmene una ragione. Metto così pace a quel mio forte "desiderio" di imporre una legge che, sebbene solo mia, guarda verso il rispetto e alle limitazioni in cui ogni comodità diviene un diritto per chi "pretende" senza "rispettare".




Rifugio Stella Alpina - Rifugio Gardeccia - 1950m


Ora non mi resta che chiudere definitivamente questo meraviglioso cerchio naturale.

La lunga strada forestale scende lungo la valle, seguendo un percorso che ormai mi è familiare. Ad ogni passo riaffiorano ricordi e momenti vissuti, che improvvisamente tornano alla mente.

Rivedo il Rifugio Passo Principe, affacciato sui versanti che salgono verso l’Antermoia. In altri versanti, il Rifugio Re Alberto, ai piedi delle magnifiche Torri del Vajolet. Più a valle, infine, mi attendono i rifugi Stella Alpina e Gardeccia, ultime tappe di questo viaggio ricco di emozioni.



Val di Fassa



Val di Fassa


I ricordi riaffiorano con la stessa naturalezza con cui queste montagne mostrano la loro bellezza, emergendo silenziosi dalla memoria e intrecciandosi al paesaggio che mi circonda. Solo ora la vera dimensione di questa lunga giornata prende forma compiuta, rivelandosi in tutta la sua intensità. Il grandioso anfiteatro dell’Alta Via di Fassa raggiunge il culmine della sua magnificenza sotto un sole radioso e un cielo di un azzurro profondo, quasi senza fine. La luce accende le rocce, esalta ogni sfumatura del paesaggio e dona vita a un’armonia di colori che sembra appartenere a un tempo sospeso.

In questo scenario, ogni traccia del mio recente passaggio si fa presenza viva e discreta, accompagnandomi lungo il cammino insieme a ricordi lontani, custoditi nel cuore e destinati a non svanire mai.




Stefano







Note tecniche


🥾 L'intero anello inizia e si chiude a Ciampedie, punto di arrivo e di rientro della Funivia del Catinaccio. Lungo il Viel de le Feide facile cammino con leggeri sali e scendi, mentre la prima parte dell'Alta Via si compone di passaggi un po impegnativi ma senza nessuna esposizione. All'altezza di Forcella di Davoi il sentiero ritorna facile e piacevole con delle belle panoramiche che guardano verso i versanti della Val di Fassa e della Marmolada.

🛖 Rifugio Preuss aperto da metà giugno a ottobre inoltrato

🛖 Rifugio Stella Alpina aperto dal 23 maggio al 18 ottobre

🛖 Rifugio Gardeccia aperto dal 5 giugno al 5 ottobre



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