Il Cammino dell'Anima
- Stefano

- 30 lug
- Tempo di lettura: 50 min
Il grande viaggio tra la Val di Fassa e l'Alpe di Siusi.
📍 Zona: Val de Dona - Sciliar Catinaccio - Alpe di Tires - Val Duron
📍 Val di Fassa (Trentino) - Alpe di Siusi e Alpe di Tires (Alto Adige)
🥾 Tipo: escursione ad anello. Cinque giorni di cammino e quattro notti tra vari rifugi
📏 Lunghezza: 43km complessivi
⛰️ Dislivello: +2498m complessivo
⏱️ Tempo: 15h (intero cammino diviso in cinque giorni con tempistiche individuali)
⚠️ Difficoltà: media/impegnativa (ambiente in quota su ampi alpeggi)
🛖 Malghe e rifugi: Rifugio Dona - Rifugio Molignon - Rifugio Bolzano - Rifugio Micheluzzi
🗓 Stagione migliore: estate per l'apertura dei vari rifugi
🅿️ Parcheggio: NN
🥾 Erano diversi anni che non affrontavo un viaggio come questo. Un lungo cammino capace di tenermi, per giorni interi, il più lontano possibile da una quotidianità sempre più frenetica e caotica. Un trekking vissuto lentamente, tappa dopo tappa, giorno dopo giorno, con il privilegio di rimanere immerso in questa straordinaria Natura che, tra alpeggi silenziosi, pareti di roccia e il vento delle alte quote, mi avrebbe accolto ogni sera in un rifugio diverso. Un'esperienza semplice e autentica, dove ogni alba avrebbe segnato un nuovo inizio e ogni tramonto avrebbe lasciato spazio al silenzio delle montagne.
Ed ecco che il grande viaggio ha finalmente inizio. Un sogno che prende forma passo dopo passo, tra i paesaggi senza tempo della Val di Fassa, gli sconfinati pascoli dell'Alpe di Siusi e l'autenticità selvaggia dell'Alpe di Tires. Luoghi che, con la loro bellezza discreta e maestosa, hanno saputo disegnare il profilo di un sogno custodito a lungo e che, finalmente, diventa realtà.

Primo giorno: Campitello di Fassa -> Rifugio Dona in Val de Dona
Ricordo che poco più di un mese fa, lungo la Val de Dona, si concludeva una di quelle prime giornate in cui si iniziava finalmente a respirare l'energia intensa di una stagione ormai alle porte. Era l'aria dell'estate: un'atmosfera ancora sospesa tra l'attesa e la rinascita.
Il Rifugio Dona era ancora chiuso, eppure qualcosa nell'aria lasciava già intuire l'imminenza della sua riapertura. Bastarono pochi istanti per fermarmi a contemplare quella piccola costruzione, riapparsa ai miei occhi dopo un esilio lungo quanto tre stagioni. Tre lunghi capitoli di solitudine, trascorsi a resistere in silenzio, come un antico eremita, al cospetto della neve, del vento e di ogni altro elemento che accompagna il volto più severo della montagna.
Ora quel piccolo mondo, racchiuso nell'umile semplicità del Rifugio Dona, mi accoglie come punto d'arrivo della prima giornata di questo cammino. Da Campitello di Fassa sono salito di quota seguendo la Val de Dona, nel cuore della Val di Fassa.
È come ripercorrere passi impressi nel terreno solo poche settimane prima, ma ritrovare un luogo completamente diverso. Lo stesso sentiero, che allora sembrava sospeso nell'attesa, ora mi accompagna dentro una nuova dimensione, dove la flora e la fauna hanno finalmente ripreso possesso della valle, restituendole quella vitalità che soltanto l'estate sa donare. Così, ogni angolo di questo luogo meraviglioso torna a respirare, rivelando tutta la sua autentica bellezza.
Fontanazzo di Sotto
Il punto di partenza. Un piccolo angolo di civiltà adagiato lungo la Val di Fassa, a poco più di due chilometri da Campitello di Fassa, il luogo da cui prende ufficialmente avvio questo mio cammino.
Bastano pochi passi per lasciarsi alle spalle il traffico dell'arteria principale che attraversa la valle e percepire una sensazione tanto semplice quanto profonda: quella di oltrepassare un confine invisibile. Da questo momento, tutto il caos di una quotidianità frenetica, che sembra ormai estendersi fino a invadere ogni spazio della nostra esistenza, rimarrà alle mie spalle.
È una consapevolezza che riempie il cuore di gioia. Da qui in avanti esisteranno soltanto la libertà del cammino e il tempo, finalmente restituito al suo significato più autentico. Per i prossimi cinque giorni il mio unico confronto sarà con la Natura, che mi attende lassù, illuminata dalla luce limpida di questa prima mattina d'estate e notti stellate che sembreranno infinite. Una presenza silenziosa che, ancora una volta, è pronta ad accogliermi tra le sue braccia.
La Val di Fassa, tra Campitello e Fontanazzo di Sotto
"Ciao Campitello, ci vediamo tra cinque giorni al mio ritorno..."
Perché Campitello di Fassa non rappresenta soltanto l'inizio di questo viaggio, ma sarà anche il luogo in cui tutto troverà il proprio compimento. Qui il cammino si chiuderà, riportandomi al punto di partenza, con la consapevolezza di aver vissuto un'esperienza destinata a trasformarsi in un ricordo indelebile.
Il cammino, un sentiero ricco di emozioni.
Lo zaino, questa volta, pesa davvero. Chili e chili di attrezzatura che, per oltre cinque giorni, custodiranno tutto ciò che sarà necessario per affrontare la Natura delle alte quote. Ogni oggetto ha il proprio posto, ogni scelta risponde a una necessità. Nulla può essere improvvisato.
Tutto prende forma attraverso una check-list precisa, quasi maniacale. L'abbigliamento, innanzitutto, deve essere pronto ad accompagnarmi in ogni possibile cambiamento: capi leggeri per il cammino sotto il sole, ma anche indumenti pesanti per le fredde notti in quota e per quei repentini mutamenti del tempo che la montagna sa imporre senza alcun preavviso.
Poi i viveri, sufficienti a sostenere le lunghe ore di cammino, fino a quando il rifugio diventerà finalmente un porto sicuro. Sarà lì che un pasto caldo e il conforto di una coperta sapranno dare un senso compiuto alla fatica, accompagnando il riposo delle quattro notti che mi attendono lungo il cammino.
Nulla deve essere lasciato al caso. Nemmeno i dettagli più semplici. Cerotti, biancheria di ricambio, il sacco a pelo, una riserva d'acqua oltre a quella prevista per l'intera giornata, le ciabatte e tutto ciò che serve per l'igiene personale. Piccoli gesti, apparentemente insignificanti, che al termine di ogni tappa assumono un valore inestimabile. Una doccia rigenerante, dopo ore trascorse sui sentieri, non rappresenta soltanto un momento di benessere, ma anche una forma di rispetto verso sé stessi e verso chi condividerà gli spazi essenziali del rifugio.
Nulla...

Un peso che, risalendo il sentiero immerso nel bosco, non genera fatica né pensieri gravosi. Al contrario, è il peso di una nuova avventura, il simbolo di un ritorno a quel modo autentico di vivere le mie montagne che, da troppi anni, avevo smesso di concedermi.
Ed è proprio questo a riempirmi di gioia, di motivazione e di una profonda serenità. Perché l'unico peso che ora sento sulle spalle è quello della meraviglia: la bellezza della Natura che mi accoglie, passo dopo passo, e che finalmente torna a fare parte di me.
Il sentiero 51 si impenna fin dai primi passi. Le gambe trovano subito il loro ritmo, accompagnandomi verso quella quota che, nei giorni a venire, rimarrà pressoché costante, con variazioni appena percettibili.
È un percorso che conosco, già attraversato in passato, ma la montagna ha il raro privilegio di non mostrarsi mai uguale a se stessa. Ogni volta sa rivelare un dettaglio nuovo, una luce diversa, un particolare che fino ad allora era rimasto nascosto.
Raggiungo Baita Biencin (1.510 m) e, come nelle occasioni precedenti, la trovo chiusa. Il grande prato che la circonda, però, è perfettamente curato, quasi fosse già pronto ad accogliere gli escursionisti che, nelle ore successive, ne riempiranno il silenzio con le loro voci.

Questa struttura non sono mai riuscito a comprenderla fino in fondo. Non ho mai saputo se appartenga a un privato o se sia una struttura aperta al pubblico. Un piccolo mistero che mi accompagna da sempre e che, ancora oggi, continua a non trovare una risposta.
C'è però una certezza che il tempo non ha mai cambiato: la bellezza della sua posizione. Affacciata su questo angolo di montagna, sembra offrire un silenzioso benvenuto a chiunque percorra il sentiero. È un incontro fugace, destinato a durare solo pochi istanti, ma sufficiente per lasciare negli occhi un'immagine capace di accompagnarmi ancora a lungo.
La strada forestale si fa improvvisamente più ripida e impegnativa. La fitta vegetazione limita lo sguardo, concedendo solo brevi aperture verso l'orizzonte. Di tanto in tanto, tra gli alberi, il paesaggio si schiude per qualche istante, lasciando emergere i versanti del Catinaccio d'Antermoia che si innalzano dalla valle con la loro presenza silenziosa.
Sono scorci effimeri, da cogliere nell'attimo in cui si concedono. Piccole finestre aperte sulla montagna, capaci di offrire una prospettiva diversa da quella dei sentieri più conosciuti e frequentati. È proprio questa loro fugacità a renderle ancora più preziose: immagini che compaiono all'improvviso e, con la stessa discrezione, tornano a nascondersi tra il verde del bosco.

Bus de la Giacia
È una di quelle varianti che, in cambio di un po' più di fatica, regalano il privilegio di immergersi nel cuore più autentico del bosco. Un'alternativa alla monotonia della strada forestale, troppo regolare e prevedibile per raccontare davvero la montagna.
Qui il cammino cambia volto. Ogni passo riporta a un contatto più intimo con la Natura, dove il silenzio, i profumi del sottobosco e la presenza discreta degli alberi restituiscono a questo viaggio il significato che merita.
Una tabella in legno e ben in vista attrae la mia curiosità. La trovo sulla destra di questa monotona strada interna.


"Sentiero facile - easy per il Bus de la Giacia"
Si presenta così: un sentiero stretto che, abbandonando il fondo asfaltato della strada, invita a entrare in una dimensione completamente diversa. Fin dai primi passi suggerisce un cammino in cui il contatto con la Natura torna a essere autentico, diretto, privo di ogni mediazione.
È un'alternativa preziosa, non soltanto per il valore tecnico del percorso, ma soprattutto per ciò che sa offrire dal punto di vista naturalistico. È l'espressione più sincera di ciò che cerco ogni volta che entro in montagna: sentieri capaci di restituire il silenzio, la semplicità e quel senso di appartenenza che solo la Natura più integra riesce a donare.
Una serpentina che prende subito quota, disegnando curve morbide nel cuore del bosco. La salita è più gentile rispetto alla lunga lingua d'asfalto, ma conserva quell'impegno necessario che, passo dopo passo, racconta il dislivello della Val de Dona.
Ogni cambio di direzione diventa un piccolo momento di piacere. Lo zaino sulle spalle sembra perdere il suo peso, quasi che il sentiero, con la sua naturale armonia, riesca ad assorbirne ogni fatica. È una sensazione rara, quella di camminare senza avvertire altro se non il desiderio di proseguire.
Intorno a me il bosco mi accoglie con discrezione. Le fioriture estive punteggiano il sottobosco e i margini del sentiero, illuminate da un sole generoso che ne esalta colori e forme. Ognuna sembra aver trovato il proprio spazio ideale, esprimendo con naturale semplicità tutta l'eleganza e la
bellezza che la montagna sa custodire.

Perchè Bus de la Giacia.
È una domanda che mi posi già un paio d'anni fa, quando percorsi per la prima volta questo sentiero. Quel nome, appartenente al dialetto locale, sembrava custodire un significato tutto da decifrare, quasi un piccolo enigma che la montagna aveva deciso di conservare nel tempo.
Poi, raggiunto quel luogo, facilmente accessibile grazie a una solida scala in legno, il mistero si dissolve da sé. Non occorre cercare una traduzione né affidarsi alle parole: è il luogo stesso a rivelarne il significato. La Natura, ancora una volta, si dimostra il linguaggio più semplice e universale, capace di spiegare ciò che nessun dizionario saprebbe raccontare con la stessa immediatezza.

Una piccola Madonnina sembra accogliermi davanti a quella che, a un primo sguardo, appare come una semplice apertura nella roccia. Una cavità stretta, il bus, che sprofonda nel buio più assoluto, quasi fosse un passaggio silenzioso verso le viscere della terra.
Un luogo dove la montagna custodisce uno dei suoi fenomeni più sorprendenti. Da quella fenditura, come per un piccolo miracolo che la presenza della Vergine sembra vegliare con discrezione, sgorga un intenso soffio d'aria gelida. La giacia, così chiamata nel dialetto locale, emerge dal cuore della montagna e, nel giro di pochi istanti, si scontra con il caldo dell'estate, creando un contrasto tanto netto quanto affascinante.
La sensazione è sorprendente. È come fermarsi davanti a un condizionatore acceso in una torrida giornata estiva, ma con una differenza sostanziale: qui non esiste alcuna macchina. È la montagna stessa a respirare, regalando un alito di freschezza che sembra provenire dalle sue profondità più remote e che, per qualche istante, trasforma il caldo dell'estate in un ricordo lontano.
Il cammino, il bosco, i colori dei fiori e la Natura che già, di per sé, riempiono di emozione questa nuova avventura. Eppure tutto sembra acquistare un significato ancora più profondo nel momento in cui questa piccola figura sacra appare come la silenziosa custode di un luogo tanto singolare. La sua presenza non invade, ma accompagna.
Sembra vegliare con discrezione su questo angolo di montagna, dove la Natura continua a custodire uno dei suoi segreti più affascinanti.
È una di quelle piccole meraviglie che incontro fin dalle prime ore di cammino e che accolgo come un segno benevolo, quasi un auspicio per il viaggio che mi attende. Perché ogni passo, ogni incontro e ogni scoperta sembrano ricordarmi che questo non sarà soltanto un itinerario tra le montagne, ma un cammino capace di lasciare un'impronta anche dentro di me.
Val de Dona - Rifugio Dona - 2100m
Questa è la prima tappa che posso tranquillamente definire più impegnativa per il dislivello che per la lunghezza del sentiero stesso, imponendo un ritmo più lento e consapevole. Raggiungo così nuovamente la strada forestale, percorrendo quel tratto normalmente riservato ai mezzi di servizio diretti al rifugio e a chi ha il privilegio di possedere una delle poche baite disseminate lungo questa valle. Piccole costruzioni che sembrano adagiarsi con naturalezza nel paesaggio, immerse in un silenzio che qui non è semplice assenza di rumore, ma parte integrante della montagna stessa.
Osservandole, è difficile non immaginare la fortuna di chi può vivere, anche solo per qualche giorno, in un luogo dove il tempo sembra rallentare e la Natura detta ancora il ritmo delle giornate. Il fascino di questa valle si rivela ancora prima di raggiungerne i primi versanti. Bastano un paio di baite, curate con amore e perfettamente inserite nel paesaggio, per comprendere quanto profondo sia il legame tra questi luoghi e chi li abita.
Anche i più piccoli appezzamenti erbosi, ordinati con pazienza e dedizione, raccontano una storia fatta di rispetto, cura e appartenenza. Nulla appare lasciato al caso: ogni dettaglio testimonia l'affetto con cui i proprietari custodiscono questo angolo di montagna, contribuendo a preservarne quell'armonia autentica che il tempo sembra non essere mai riuscito a scalfire.

Un ultimo sforzo, là dove per un breve tratto la terra battuta lascia spazio al cemento. La salita si impenna con decisione, raggiungendo una pendenza tale da mettere alla prova non solo chi procede a piedi, ma anche il più performante dei fuoristrada a quattro ruote motrici. È proprio per questo che il fondo cementato diventa indispensabile, offrendo quella maggiore aderenza necessaria per affrontare il tratto più severo della salita.
Per me, invece, è soltanto l'ultimo ostacolo prima che la valle si apra definitivamente davanti ai miei occhi, come una ricompensa conquistata passo dopo passo.
Ed è così che la valle si svela in tutta la sua bellezza.
La lunga strada sterrata la attraversa come un filo sottile, dividendo in due un paesaggio dominato da ampie distese prative che risalgono dolcemente verso i due versanti principali. Lassù, le alte creste erbose si trasformano in un mosaico di colori, dove una miriade di fioriture estive anima ogni pendio, dando vita a un piccolo regno governato dalle marmotte, dal paziente lavoro delle api e dal silenzioso equilibrio della Natura.
Non è la prima volta che i miei occhi si posano su questo scenario. Eppure la sua bellezza continua a suscitare la stessa emozione, come se ogni incontro fosse il primo. Per la mia mente, questo luogo rappresenta molto più di una semplice valle: è uno spazio vitale, un rifugio dell'anima dove ritrovare serenità, equilibrio e quella libertà interiore che, lontano da qui, sembra così facile smarrire.

L'emozione, però, non nasce soltanto dalla bellezza della valle che mi circonda. A catturare il mio sguardo è anche la sagoma del piccolo e affascinante Rifugio Dona, che si erge quasi al centro di questo straordinario scenario naturale, poco prima delle poche baite private disseminate nella valle. Sembra il cuore silenzioso di questo luogo, un punto di riferimento capace di armonizzarsi con il paesaggio senza alterarne l'equilibrio. Alle sue spalle, verso i versanti più lontani, l'imponente profilo del Sas de Dona (2.665 m) domina l'orizzonte, introducendo con eleganza le grandiose architetture rocciose del Catinaccio d'Antermoia.
È un'immagine di rara perfezione. Un quadro in cui ogni elemento trova il proprio posto, dove il rifugio, i prati, le baite e le pareti di roccia convivono in un'armonia che sembra esistere da sempre. Un benvenuto così autentico da non lasciare spazio ad altro: la montagna, qui, ha già detto tutto.
Mi sfilo lentamente lo zaino dalle spalle e lo adagio sull'erba. È un gesto semplice, quasi liberatorio, mentre lo sguardo si perde nella bellezza di questo luogo che custodirà la prima notte del mio cammino.
Da poco è trascorso mezzogiorno, il momento ideale per concedermi una pausa e consumare il pranzo sotto il tepore di un sole generoso. Ma a nutrirmi non è soltanto il cibo. È tutto ciò che mi circonda: il silenzio della valle, la luce che accarezza i prati e quella sottile alchimia che, fin dalle prime ore del viaggio, sta trasformando il mio modo di sentire.
È una metamorfosi lenta, quasi impercettibile, che passo dopo passo dissolve il peso della quotidianità, lasciando spazio soltanto alla gioia, all'entusiasmo e alla profonda sensazione di essere esattamente nel luogo in cui desideravo essere.

Poca gente, quasi tutti sono soltanto di passaggio. Chi, invece, condividerà con me la lunga notte ha già preso posto nella piccola casetta esterna del rifugio, trasformata in un accogliente dormitorio da appena sette letti.
Mi sistemo nel letto più alto, l'unico ancora libero. Con calma dispongo le mie poche cose personali, quasi fosse un piccolo rito capace di farmi sentire subito a casa, anche se solo per una notte. Terminato di sistemarmi, torno all'esterno e mi accomodo a uno dei tavoli illuminati dal sole. Ordino un pranzo semplice: un piatto di pasta al pomodoro, del pane e della verdura fresca. Sapori essenziali che, in un luogo come questo, acquistano un valore diverso.
Il vero nutrimento, però, è ciò che mi circonda. La libertà di questo luogo, il silenzio della valle e la piacevole consapevolezza di essere finalmente lontano dal caos e dalla frenesia della quotidianità. Esistono soltanto il sole che scalda la pelle, il vento che accarezza i prati e il continuo fischio delle marmotte, che si intreccia con il canto del gallo e il sommesso chiocciare delle poche galline del Dona.
È una melodia insolita, spontanea e autentica, capace di raccontare la vita di questa valle molto più di quanto potrebbero fare le parole.
"Un pomeriggio intero dove pianificare liberamente il mio tempo..."
Questa è la mia unica aspettativa per oggi. E cosa chiedere di più!!
Il caffè scorre lentamente, assaporato senza alcuna fretta. Proprio come queste prime ore della giornata, ancora tutte da vivere, finalmente libero di muovermi senza il peso dello zaino sulle spalle e senza altri pensieri se non quelli dettati dalla montagna.
Bruno e le ragazze del rifugio mi suggeriscono alcuni itinerari, condividendo con entusiasmo piccoli consigli che mi aiutano a dare forma a questo pomeriggio di assoluta libertà.
Mi indicano un sentiero che si stacca sulla destra e che, dopo poche centinaia di metri, risale i grandi pendii della cresta settentrionale della valle. Un itinerario che conduce fino al Pas de Ciampai (2.218 m), dove il panorama si apre con straordinaria ampiezza verso la Val Duron, verso le montagne simbolo delle Dolomiti: il Sasso Piatto, il Sassolungo, il Gruppo del Sella e la maestosa Regina Marmolada.
È difficile immaginare un invito migliore. Ancora una volta la montagna sembra indicarmi la strada, promettendo che, oltre il prossimo sentiero, mi attende un'altra meraviglia da scoprire.


"Immagina di non dipendere da alcun orario. Di non avere appuntamenti da rispettare, né obblighi che scandiscano il ritmo della giornata, come spesso accade durante una semplice escursione.
Immagina di essere lassù, immerso nella quiete della montagna, con davanti a te un pomeriggio intero da vivere senza fretta. Ore da attraversare con la sola libertà di scegliere dove andare, quando fermarti, quando riprendere il cammino. Sapendo che, lentamente, quelle stesse ore ti accompagneranno verso il tramonto, verso la sera e infine verso una lunga notte sotto il cielo delle Dolomiti.
Adesso immagina tutto questo. E dimmi se ciò che senti non è il profumo inconfondibile della libertà. Quella autentica, che non si misura nel tempo a disposizione, ma nella possibilità di appartenere, anche solo per un giorno, soltanto a se stessi".
Secondo giorno: Rifugio Dona in Val de Dona -> Rifugio Molignon nello Sciliar
La notte scorre silenziosa, avvolta da una quiete che sembra appartenere soltanto alla montagna. Un lieve temporale attraversa il cielo, ma più della pioggia è il vento a far sentire la propria presenza. Le sue raffiche sfiorano con decisione le pareti della piccola casetta adibita a dormitorio, facendone vibrare il legno con una forza trattenuta, quasi misurata. È come se anche il vento, pur nella sua Natura impetuosa, scegliesse di rispettare quel fragile rifugio, consapevole del valore che custodisce e di ciò che rappresenta per chi vi trova riparo.
È stata una sensazione che ho accolto con autentico piacere. Il lieve fremito di una Natura viva, capace di manifestare tutta la propria forza senza mai oltrepassare il confine della quiete. Il vento accarezzava la notte con la sua presenza discreta, senza turbare il silenzio che avvolgeva il piccolo gruppo di cavalli poco distante. Anche loro, proprio come me, erano soltanto di passaggio. Una sola notte di sosta, prima di riprendere il cammino accanto ai loro legittimi proprietari. Per qualche ora abbiamo condiviso lo stesso rifugio sotto il medesimo cielo, uniti dalla fugace bellezza di un incontro che apparteneva soltanto a quella notte.
L'alba è di quelle che vorresti poter vivere ogni giorno. Sono da poco passate le cinque quando mi muovo, in silenziosa compagnia della mia Anima, all'interno di questo piccolo spazio sospeso tra la notte e il giorno. Davanti a me, il lungo sentiero che si allunga verso il Sas de Dona è ancora avvolto da un cielo che conserva le ultime tracce del temporale notturno. Le nuvole si attardano sulle cime, mentre il vento continua a far sentire la propria presenza: invisibile agli occhi, ma viva e inconfondibile sulla pelle.
È una di quelle passeggiate che precedono la colazione e l'inizio di una nuova giornata di cammino. Un breve rito, ormai irrinunciabile, che mi permette di entrare in sintonia con la purezza più autentica di questo angolo di Natura, quando il mondo è ancora immerso nel silenzio e ogni cosa sembra appartenere soltanto a chi ha scelto di alzarsi prima del sole.
L'umiltà di alcune baite private racconta una montagna che non ha bisogno di ostentare la propria bellezza. Su una di esse è ben visibile la presenza dell'uomo: un camino fumante si alza lentamente verso il cielo, dando vita a quell'antica alchimia che trasforma una semplice costruzione in un rifugio dell'anima. Dietro quelle pareti di legno esiste un piccolo mondo fatto di pochi volti, di gesti quotidiani e di un'intimità che sembra chiedere soltanto di essere rispettata, senza il bisogno di essere osservata o invasa.
Poco più in là, le marmotte hanno già iniziato da tempo la loro frenetica giornata. I loro richiami rimbalzano tra i prati e le rocce, intrecciandosi con il canto del gallo del rifugio in un dialogo spontaneo che appartiene soltanto a questo angolo di montagna.
È il buongiorno più autentico che si possa desiderare: quello scandito esclusivamente dai suoni della Natura e dai suoi silenziosi, pacifici abitanti, dove anche la presenza dell'uomo trova il proprio posto senza mai alterare l'armonia del paesaggio.

La giornata non potrebbe iniziare in modo migliore. La colazione, preparata e servita con cura da Bruno e dai ragazzi del rifugio, è molto più di un semplice pasto: è un gesto di accoglienza che diventa il miglior auspicio per il cammino che mi attende.
Davanti a me si apre una nuova giornata, e con essa una nuova meta. Un altro sentiero da percorrere, un altro rifugio da raggiungere, un'altra esperienza da affidare alla memoria. Perché in montagna ogni partenza è una promessa, e ogni arrivo è soltanto l'inizio di un nuovo incontro con la Natura e con una parte ancora inesplorata di noi stessi.
Passo Ciaregole - 2262m
La Val de Dona. Una valle poco conosciuta e, forse proprio per questo, ancora lontana dai grandi flussi dell'escursionismo (fortunatamente). La sua identità si rivela con umiltà, tra poche baite adagiate sui prati e il Rifugio Dona, che ora saluto con un arrivederci capace di restare nel cuore.
Non è un semplice saluto rivolto a un luogo, ma il ringraziamento per un'esperienza vissuta con autenticità. Perché esistono luoghi che non chiedono di essere ammirati, ma soltanto compresi. E quando si ha la fortuna di incontrarli, insieme alle persone che li custodiscono e li vivono ogni giorno, lasciano un'impronta silenziosa destinata a non svanire mai. Chi sa davvero guardare lo comprende: certi angoli di montagna non si abbandonano quando li si lascia, continuano a camminare dentro di noi.

Il cielo comincia lentamente ad aprirsi, mentre il vento acquista poco alla volta maggiore intensità. Mi basta aggiungere uno strato di abbigliamento per accogliere con piacere anche questo elemento, che in montagna non è mai un ostacolo, ma una presenza con cui imparare a convivere. Intanto il sole torna a illuminare le alte radure erbose della valle, restituendo ai prati i loro colori e alla luce tutta la sua limpidezza.
La giornata sembra rinascere di minuto in minuto. Ogni passo lungo questo facile sentiero alimenta un senso di gioia e di leggerezza che difficilmente troverebbe spazio altrove. Il frastuono della civiltà moderna rimane ancora una volta confinato laggiù, oltre queste montagne, così distante da apparire quasi irreale. In questa dimensione sospesa affiora persino il dubbio che quella vita fatta di rumore, fretta e continue rincorse non sia mai esistita davvero, ma sia stata soltanto un lungo e inquieto sogno dal quale, finalmente, mi sono risvegliato.
Per il momento, il Rifugio Molignon è soltanto un punto d'arrivo. La vera essenza di questa giornata non risiede nella meta, ma in tutto ciò che il cammino ha la capacità di donare lungo il percorso.
Raggiungere il termine della Val de Dona significa trovarsi al cospetto dell'imponente regno della Dolomia. Davanti a me il Pian da le Gialine accompagna il passo con una salita dolce e regolare, conducendomi lentamente verso le grandi pareti del Sas de Dona. A ogni metro il paesaggio cambia volto: le muraglie di roccia si innalzano sempre più maestose, fino a disegnare, contro l'azzurro limpido del cielo, il profilo frastagliato delle cime che compongono il gruppo del Molignon, sul versante settentrionale dell'Antermoia.
In questa lenta progressione non esiste alcuna fretta. Ogni passo è un invito ad alzare lo sguardo, a lasciarsi avvolgere dalla grandiosità della montagna e a comprendere quanto, di fronte a simili scenari, la destinazione finisca quasi per perdere importanza. È il cammino stesso a diventare il vero luogo da vivere.

Alzo lo sguardo e, con esso, lascio lentamente alle mie spalle quel paesaggio che, dal pomeriggio del giorno precedente fino al cuore della notte, ha custodito le emozioni più autentiche del mio cammino. Ogni passo in quota segna un lieve distacco, non dal ricordo, ma dalla vicinanza di quei luoghi che ormai porto dentro di me.
Salire significa anche entrare sempre più nel dominio del vento. Con l'aumentare della quota, la sua presenza si fa più intensa, più decisa, fino a diventare la vera voce di queste montagne. Quando raggiungo il Passo Ciaregole, quella forza invisibile si manifesta in tutta la sua pienezza. Qui il vento non è soltanto un fenomeno naturale: è un elemento primordiale, libero da qualsiasi confine, impossibile da dominare o da piegare alla volontà dell'uomo. Possiamo soltanto accoglierlo, ascoltarlo e concedergli il rispetto che merita, riconoscendo in esso una delle espressioni più autentiche della Natura.

Il passo segna il momento del distacco. È il confine silenzioso tra ciò che è stato e ciò che ancora attende di essere vissuto. Accompagnato dalla forza incessante del vento, rivolgo l'ultimo saluto alla Val de Dona.
Mi concedo ancora qualche istante. Gli ultimi sguardi si perdono tra i prati e le pareti di roccia che, nelle ore trascorse, hanno accolto i miei passi e custodito i miei pensieri. Poi arrivano le ultime riflessioni, quelle che soltanto un luogo capace di lasciare un segno sa regalare.
Infine volto lo sguardo oltre il passo. Davanti a me si apre un orizzonte nuovo, ancora tutto da scrivere. È lì che il cammino riprende il suo corso, seguendo un destino che non chiede di essere conosciuto in anticipo, ma soltanto vissuto, un passo dopo l'altro.

"Ciao Bruno, ciao ragazzi, arrivederci Rifugio Dona..."
Val Duron
Una nuova valle, una nuova dimensione. Con il cambiare del paesaggio riaffiorano anche i ricordi, riportandomi indietro nel tempo, a tutte quelle stagioni che qui hanno lasciato un'impronta nella mia memoria. L'estate, l'autunno, gli inverni silenziosi e le primavere che, anno dopo anno, mi hanno reso testimone della straordinaria semplicità di questi luoghi.
Prati dal verde intenso, baite, piccoli fienili e gli immancabili alpeggi, dove mucche e cavalli danno vita a un paesaggio che sembra custodire ancora il ritmo lento della montagna di un tempo. Una valle diversa dalla Val de Dona, con un carattere tutto suo, e proprio per questo altrettanto affascinante.
Non esiste confronto tra loro, perché ognuna racconta la montagna con una voce diversa. La Val de Dona parla il linguaggio della solitudine e del raccoglimento; questa valle, invece, quello di una presenza umana discreta, armoniosamente intrecciata con la Natura. Due anime differenti che, unite, compongono un unico Paradiso. Due cammini diversi, capaci di regalare emozioni che non si sommano, ma si completano.

Due anime. Due mondi diversi, ma uniti dallo stesso respiro. Luoghi che non chiedono altro se non di essere rispettati, custoditi e attraversati con umiltà. Qui ogni porta rimane aperta, ma soltanto a chi sa entrare in punta di piedi, con lo stato d'animo di chi non pretende nulla e si lascia semplicemente accogliere. Perché la montagna non appartiene a chi la conquista, ma a chi sa ascoltarla.
Il sentiero 555 perde rapidamente quota, insinuandosi tra le prime propaggini del bosco. Alle mie spalle rimangono il Passo Ciaregole e quelle potenti raffiche di vento che sembravano contendersi il confine tra le due vallate. Bastano pochi metri di discesa perché tutto cambi. Protetta dal bosco, l'aria si fa più mite, più avvolgente. Non c'è più bisogno di coprirsi: è il momento di lasciare che il corpo assapori fino in fondo quel tepore gentile che la montagna sa offrire dopo la forza del vento.
Tra le pareti del Molignon il paesaggio si apre con una naturalezza sorprendente. Ai piedi delle cime si distendono gli ampi prati della Val Duron, punteggiati da pascoli e baite che sembrano appartenere da sempre a questo equilibrio perfetto. Sull'altro versante, la lunga cresta che corre in quota cattura il mio sguardo. È impossibile non riconoscerla: tra qualche giorno saranno proprio quei sentieri a guidare i miei passi verso le ultime due tappe di questo lungo viaggio.
È una strana sensazione osservare da lontano un tratto di cammino che ancora deve essere vissuto. Il presente continua a chiedere di essere assaporato, ma il pensiero, per un istante, corre già verso quell'orizzonte, dove nuove emozioni attendono soltanto di trasformarsi in ricordi.

La Cresta di Siusi, l'Auf der Schneid, l'Eures de Fascia. Nomi che soltanto le carte più accurate restituiscono con precisione, ma che sul terreno assumono un significato ben più profondo di una semplice indicazione geografica. Sono riferimenti discreti, quasi silenziosi, che accompagnano lo sguardo attraverso il paesaggio e lo conducono naturalmente verso l'imponente profilo del Sassopiatto e del vicino Sassolungo.
È una nuova dimensione della Dolomia che si rivela davanti ai miei occhi. Le pareti cambiano volto, le linee delle montagne si fanno ancora più solenni e il paesaggio acquista una personalità diversa, capace di imporsi senza mai rinunciare alla propria armonia.
Da questo momento il Sassopiatto diventa una presenza costante. Non è soltanto una montagna da osservare, ma un punto di riferimento che accompagnerà il mio cammino nei prossimi due giorni, quasi fosse un silenzioso compagno di viaggio. La sua sagoma tornerà a mostrarsi a ogni apertura del sentiero, ricordandomi che, in montagna, esistono cime che non indicano soltanto una direzione, ma finiscono per accompagnare anche il cammino interiore di chi le osserva.

Ma ciò che queste prime quote affacciate sulla Val Duron mi offrono non si limita alla maestosità del Molignon. In lontananza, anche il Gruppo del Sella e la Regina Marmolada sembrano contendersi il poco spazio che l'orizzonte concede loro, affiorando tra le aperture del paesaggio come presenze solenni, ciascuna desiderosa di raccontare la propria storia.
Sopra di me, invece, domina l'imponenza dell'Antermoia. Le sue pareti, insieme alle cime che la circondano, si innalzano con un'eleganza naturale, componendo un unico, grandioso abbraccio di roccia. Il sentiero 555 continua a scorrere ai piedi di questi giganti, così vicino alle loro pareti da impedirne quasi una visione d'insieme. È una bellezza che si lascia intuire più che osservare, custodita gelosamente dalla montagna stessa.
Soltanto raggiungendo il Tal Pian, sul fondovalle, lo sguardo potrà finalmente allontanarsi quel tanto che basta per cogliere l'armonia dell'intero paesaggio. Sarà allora che queste montagne, fino a quel momento svelate solo in frammenti, si mostreranno nella loro completa magnificenza, come un'opera che ha atteso il momento giusto per rivelarsi.
Passo Duron - 2168m
Raggiungere il fondovalle significa interrompere, almeno per un momento, quell'intima alchimia che mi aveva accompagnato fin dalla partenza. È un passaggio inevitabile, un ritorno temporaneo a una dimensione che avevo lasciato alle spalle a Campitello.
Tra prati smeraldini, alpeggi e panorami di straordinaria bellezza riaffiora anche il volto più frequentato della montagna. Non è il numero degli escursionisti che dal Rifugio Micheluzzi risalgono la valle verso i Denti di Terrarossa e il Rifugio Alpe di Tires a colpirmi. La montagna appartiene a tutti, e ogni persona ha il diritto di viverla.
Ciò che mi lascia perplesso è piuttosto il continuo via vai di biciclette e quel senso di frenesia che, almeno ai miei occhi, sembra stonare con il ritmo naturale di questi luoghi. Non è una questione di mezzi o di categorie, ma di atmosfera. Ci sono vallate che sembrano chiedere silenzio, lentezza e rispetto, e quando questi elementi vengono sopraffatti dal rumore e dalla velocità, qualcosa della loro identità rischia inevitabilmente di affievolirsi.
È una riflessione profondamente personale, nata dal mio modo di vivere la montagna. So che non tutti la condivideranno, e forse qualcuno non sarà d'accordo. Ma per me il valore più autentico di questi luoghi risiede nella capacità di rallentare, di ascoltare e di lasciare che sia la Natura, e non il frastuono dell'uomo, a dettare il ritmo del cammino.

La lunga strada forestale, che anche qui risale la valle dividendola con il suo tracciato, allontana lentamente la mia mente da quei pensieri che avevano appena incrinato la serenità del cammino. Basta alzare lo sguardo perché tutto ritrovi il proprio ordine.
Il Molignon di Fuori, il Molignon di Dentro, il Molignon di Mezzo e la Torre del Lago si innalzano davanti a me con tutta la loro imponenza, richiamando la mia attenzione verso ciò che conta davvero. Le loro pareti dominano il paesaggio con un'eleganza severa, ricordandomi quanto sia facile ritrovare equilibrio quando è la montagna, e non il rumore, a guidare lo sguardo.
La salita, di media difficoltà, procede con regolarità fino ai primi alpeggi che circondano Malga Docoldaura (2.046 m). Qui il paesaggio torna a raccontare la sua essenza più autentica. Cavalli e mucche pascolano tranquilli sui prati d'altura, completando un quadro di straordinaria armonia, dove ogni elemento sembra occupare il posto che gli appartiene. È in questa semplicità che ritrovo, ancora una volta, la sensazione più preziosa del cammino: quella di sentirmi nuovamente immerso nella Natura, quella più vera e più bella.

Quando raggiungo il Passo Duron, il cielo comincia lentamente a velarsi. Nubi sempre più compatte si raccolgono sopra le cime, lasciando intuire che la montagna potrebbe presto cambiare volto. Ai piedi della lunga cresta che si distende verso gli imponenti versanti dei Denti di Terrarossa, percepisco chiaramente che questa giornata sta entrando in una nuova dimensione.
Con il passo alle spalle, termina definitivamente il paesaggio che avevo già conosciuto e vissuto in tante stagioni della mia vita. Oltrepassare questo valico significa lasciare la Val di Fassa, in Trentino, per entrare nel cuore del Parco Naturale Sciliar-Catinaccio, dove l'Alpe di Siusi apre le porte a un mondo nuovo. l'Alto Adige.
Non è soltanto un passaggio geografico. È il confine tra ciò che appartiene ai ricordi e ciò che deve ancora essere scoperto. Davanti a me si apre un cammino che fino a oggi avevo osservato soltanto da lontano, immaginandolo mille volte senza mai percorrerlo davvero. Ora, invece, sono qui. Con il corpo, con lo zaino e con una mente libera da ogni aspettativa, pronta ad accogliere ogni passo come fosse il primo.
Ogni valico possiede un significato che va oltre la sua quota. Segna la fine di un capitolo e l'inizio di un altro, ricordandoci che ogni nuovo orizzonte richiede il coraggio di lasciare alle spalle ciò che già conosciamo.
Con il sentiero 8 entro così in una nuova dimensione. Un ampio sterrato si distende davanti a me, mentre lo sguardo si apre finalmente sulle immense distese alpine dell'Alpe di Siusi. Sono i primi lembi di quel paesaggio che, dal Bosch de Gardeja, si allunga fino al Rifugio Zallinger e all'imponente massiccio del Sasso Piatto.
In quell'istante la visione assume per me qualcosa di profondamente celestiale. Sebbene il cielo sia velato da un leggero manto di nubi, l'orizzonte conserva una limpidezza sorprendente. La Val Gardena, le Odle e, più lontano, i versanti del Gardecia insieme all'immensa piana rocciosa delle Puez-Odle emergono davanti ai miei occhi come per incanto, in un susseguirsi di forme e di luce che sembrano appartenere più a un sogno che alla realtà.

Una deviazione sulla sinistra mi invita ad abbandonare quel lungo tratto forestale per imboccare un sentiero. Seguo le indicazioni: il Rifugio Molignon dista appena una quindicina di minuti di facile cammino. Il percorso costeggia dolcemente la lunga dorsale rocciosa del Mahlknecht Polen, una frastagliata muraglia dalle calde tonalità rossastre che, nata ai piedi dei Denti di Terrarossa, si distende con eleganza fino a raggiungere i verdi pascoli che circondano il rifugio.
È uno di quei passaggi in cui la montagna cambia lentamente volto, accompagnando il viandante da un ambiente all'altro con la naturalezza di un respiro.

I verdi pascoli, finalmente. A ogni passo il loro dolce tintinnio si fa sempre più nitido, accompagnandomi con discrezione verso il Rifugio Molignon. Attraverso un piccolo dosso, dove una semplice staccionata di legno delimita con naturale eleganza gli ampi spazi dell'alpeggio.
L'accoglienza è di quelle che impongono una sosta. Una pausa capace di fondere l'emozione della scoperta con il silenzioso incanto di un luogo fino a quel momento sconosciuto. Mucche, cavalli e un giovane mulo interrompono per un istante le loro occupazioni e volgono lo sguardo nella mia direzione.
Nei loro occhi colgo una curiosità istintiva, quasi volessero decifrare la mia presenza.
È come se mi leggessero nel pensiero. Come se avvertissero, con quella sensibilità che appartiene solo agli animali, che davanti a loro c'è qualcuno di nuovo, una presenza mai incontrata prima.
Il sentiero, ora perfettamente pianeggiante, costeggia questa immensa distesa verde. Un alpeggio che, dalle tranquille sponde del piccolo Lago di Molignon, si innalza dolcemente fino a incontrare le pendici che, poco più in alto, si trasformano nelle rossastre pareti del Mahlknecht Polen. Nemmeno l'inclinazione di quei versanti sembra porre un limite alla libertà di queste meravigliose creature. Le osservo disseminate ovunque: nei prati più morbidi dell'alpeggio, ma anche lungo i pendii più ripidi, dove l'erba pare arrampicarsi fino a sfiorare il cielo.
Intorno a me ogni cosa trova il proprio equilibrio. Il silenzio, il vento e il docile tintinnio dei campanacci si fondono in un'unica, delicata melodia. È il suono con cui il Rifugio Molignon sceglie di darmi il benvenuto, come se fosse la montagna stessa ad accogliermi nel suo mondo.

Il momento della riflessione si fa intenso anche in questo secondo giorno di cammino. Lasciare, al mattino, la Val de Dona per ridiscendere nella Val Duron ha significato compiere un autentico viaggio nella memoria, un ritorno al passato vissuto con un'emozione velata di nostalgia.
È vero, la quiete degli alpeggi della Duron continua a essere, troppo spesso, interrotta dall'incessante presenza del turismo di massa. Eppure, ritrovare quei paesaggi già conosciuti mi ha permesso di riportare alla luce una parte importante della mia storia: quella stagione della vita in cui, proprio da queste montagne, iniziarono i miei primi passi alla scoperta della Val di Fassa.
Il Passo Duron, invece, ha segnato qualcosa di diverso. Non soltanto il superamento di un valico, ma l'ingresso in una dimensione naturale completamente nuova. Da quel momento in poi, ogni sentiero, ogni orizzonte e ogni cima avrebbero rappresentato una scoperta, un invito ad aprire gli occhi e il cuore verso un angolo delle Dolomiti che ancora non conoscevo, lasciandomi guidare dalla meraviglia di ciò che doveva ancora rivelarsi.
"Questi primi due giorni sono stati essenziali. Riuscire a entrare in sintonia con l'ambiente naturale che mi ospita è stato il primo passo verso ciò che la mia Anima si aspetta da questa esperienza. Dormire la prima notte al Rifugio Dona e risvegliarmi, all'alba, in una dimensione dove soltanto la Natura sembrava osservare ogni mia presenza è stato un privilegio raro.
Il vento, il freddo pungente di queste quote, sorprendente persino nel cuore dell'estate, e la silenziosa, instancabile vitalità delle marmotte hanno rappresentato i primi autentici maestri di questo viaggio. Sono stati loro ad accompagnarmi verso una connessione profonda con il mondo che mi circonda, ma anche ad allontanarmi, passo dopo passo, da quello che considero uno dei mali più profondi della società contemporanea: un male invisibile, tanto silenzioso quanto pervasivo, che giorno dopo giorno consuma il tempo senza condurre verso alcuna vera meta.
Un male che, quasi senza accorgercene, finisce per sottrarci il bene più prezioso di tutti: la libertà. Ora il viaggio prosegue. Sono sempre più consapevole di ciò che voglio e di ciò che in questa mia Natura cerco. Consapevole e sicuro in me stesso, maggiormente convinto che questo cammino segnerà profondamente il mio futuro dove, un passo dopo l'altro, le idee, i pensieri e le giuste ispirazioni segneranno il mio destino..."
Terzo giorno: Rifugio Molignon -> Rifugio Bolzano
L'alba perfetta. Disteso sul mio letto, mi accorgo che le prime luci di questo nuovo giorno chiedono soltanto di essere vissute. È un richiamo silenzioso, al quale è impossibile restare indifferenti. La Natura, ancora una volta, compie la sua magia attraverso colori e sfumature che esistono solo per il breve istante necessario a un'alchimia irripetibile.
Ogni tonalità nasce, si trasforma e svanisce con la stessa delicatezza con cui il sole conquista il cielo. Basta appena una mezz'ora perché tutto cambi: la luce si faccia diversa, i contrasti si addolciscano e quelle emozioni, così intense e fugaci, lascino il posto a una nuova realtà. È proprio questa fragile perfezione a rendere ogni alba un evento unico, un dono che la montagna concede soltanto a chi sceglie di esserci.

Uscire allo scoperto proprio nell'istante in cui il sole affiora, quasi con discrezione, alle spalle del Sasso Piatto, mentre l'immenso pianoro erboso dell'Alpe si lascia lentamente avvolgere da delicate sfumature di luce, è un'emozione difficile da raccontare.
Rimango immobile, avvolto dal silenzio, completamente assorto in quella pace profonda. Per qualche istante il mondo sembra sospendere il proprio respiro, dimenticando tutto ciò che, giorno dopo giorno, rende la realtà più pesante e inquieta. Esistono luoghi e momenti capaci di restituire all'anima il suo naturale equilibrio, e quell'alba, in quell'angolo di montagna, è uno di essi.
L'intero alpeggio del Molignon si veste di un verde intenso, acceso da quella luce che la nostra stella riesce a donare con una perfezione irripetibile soltanto nelle prime ore dell'alba. È un equilibrio fragile, destinato a durare pochi istanti. Poi il sole continua lentamente la sua ascesa nel cielo e, con il trascorrere dei minuti, quella luce così morbida e preziosa perde poco a poco la sua magia, trasformando il paesaggio in una nuova realtà.
Gli animali, disseminati ovunque, vivono immersi nel loro mondo, un mondo che, ancora una volta, ai miei occhi coincide con l'espressione più autentica della libertà. Si muovono tranquilli e silenziosi, seguendo un istinto antico e perfetto che li guida, senza esitazioni, alla ricerca del calore e della luce del sole. In quella naturale semplicità riconosco una forma di saggezza che noi esseri umani, troppo spesso, abbiamo dimenticato.
La colazione scorre con la stessa calma che, un paio d'ore prima, mi aveva invitato a vivere tutto ciò che ti ho appena raccontato. Ogni gesto sembra rallentare naturalmente, come se anche il tempo, tra queste montagne, avesse deciso di concedersi una pausa.
Prima di rimettermi in cammino, mi fermo ad accarezzare un magnifico gatto. È la mascotte del rifugio, presenza discreta e rassicurante anche lui alla ricerca di quella luce e di quel tiepido tepore del mattino. Simbolo perfetto della serenità che si respira tra queste mura e nei pascoli che le circondano.
Ora il viaggio può riprendere. Davanti a me si apre l'immenso altipiano dell'Alpe di Siusi e, oltre i suoi spazi sconfinati, la lunga salita che mi condurrà sempre più in alto, fino al Rifugio Bolzano.

"Il mio entusiasmo è a mille. Parto pieno di gioia e voglia di vivere..."
L'Alpe di Siusi
Lo zaino torna sulle spalle e, come per magia, mi sembra ogni giorno un po' più leggero. Eppure, al suo interno, nulla è cambiato. Ogni oggetto è ancora al proprio posto, custodito con la stessa cura di quando questa avventura ebbe inizio. Nulla è stato aggiunto, nulla è stato tolto. È sempre il giusto indispensabile per affrontare la montagna. E allora capisco che non è il peso dello zaino a essere cambiato, ma quello che porto dentro di me.
La gioia, l'entusiasmo e quell'inesauribile desiderio di vivere ogni istante di questo viaggio hanno reso più leggera la mia anima e, con essa, anche il carico sulle spalle. Perché quando il cuore ritrova il proprio equilibrio, persino i pesi sembrano perdere consistenza. La fatica rimane, ma smette di essere un ostacolo e diventa semplicemente parte del cammino.
Un grande altipiano si distende oltre i duemila metri di quota, sospeso tra cielo e montagne come un mondo a sé. Un immenso alpeggio dove antiche baite private convivono con rifugi, strutture turistiche e impianti di risalita che, stagione dopo stagione, modellano il volto di questo paesaggio. Estate e inverno si alternano senza mai interrompere il continuo afflusso di visitatori. Famiglie, escursionisti e persone in cerca di tranquillità raggiungono questo vasto altopiano, attratti dalla dolcezza dei suoi prati, dalla comodità dei suoi percorsi e da un ambiente che, pur profondamente trasformato dalla presenza dell'uomo, conserva ancora il fascino inconfondibile delle grandi terre d'alta quota.

Ampie distese a cielo aperto, dove lo sguardo si perde senza ostacoli verso un orizzonte dominato dalle lontane cime e dai ghiacciai che segnano il confine tra l'Italia e la vicina Austria. Un cammino tanto semplice quanto ricco di fascino, capace di conquistare passo dopo passo con la sua armoniosa essenzialità.
Qui la Natura, pur inserita in un contesto fortemente turistico, non rinuncia alla propria anima. Riesce ancora a trasmettere quel senso di quiete e di serenità che sono venuto a cercare, avvolgendomi nel silenzio dei grandi spazi e ricordandomi che, anche dove la presenza dell'uomo è evidente, la montagna sa ancora parlare a chi è disposto ad ascoltarla.
Ciò che fin da subito cattura la mia attenzione è la straordinaria particolarità di questi alpeggi e dei vasti pascoli che caratterizzano il territorio. Appaiono all'improvviso, quasi senza preavviso, regalando a ogni passo un autentico effetto sorpresa. È come se la montagna decidesse di svelare lentamente la propria bellezza, concedendola soltanto a chi ha la pazienza di lasciarsi guidare dal cammino.
Se lungo un sentiero la regola più importante è quella di osservare attentamente dove si posano i piedi, qui vale un principio altrettanto essenziale: fermarsi, alzare lo sguardo e concedersi il tempo di osservare ciò che mi circonda. Soprattutto quando ci si trova immersi in un mondo ancora sconosciuto, dove ogni panorama, ogni dettaglio e ogni respiro raccontano una dimensione nuova, tutta da esplorare.
Sconfinate distese prative si aprono ai piedi dei versanti settentrionali del Mahlknecht Polen, gli stessi che, osservati da Malga Molignon, apparivano severi, aspri e dominati dalla roccia. Da questa prospettiva, invece, il paesaggio cambia completamente volto: un immenso tappeto verde si distende verso il cielo, accogliendo un grande numero di animali al pascolo e restituendo l'immagine più autentica della vita d'alpeggio.
Rimango immobile, senza parole, di fronte a uno spettacolo tanto semplice quanto potente. È una bellezza che non ha bisogno di stupire con l'eccesso, perché trova la propria forza nell'armonia tra la montagna, gli animali e il silenzio.
Si sa, l'ho detto e ripetuto infinite volte: l'alpeggio è il luogo in cui ritrovo da sempre il significato più profondo della libertà. Una libertà che vive nella semplicità delle cose, nel silenzio della Natura e in quella rara sensazione che il tempo abbia finalmente smesso di rincorrere se stesso, tornando a scorrere lento, senza fretta e senza pressione.
Che siano mucche, cavalli, marmotte o lupi, poco importa. In ognuno di loro riconosco qualcosa che appartiene anche a me: un modo essenziale di abitare il mondo, libero da inutili complicazioni, in perfetta sintonia con il ritmo della Natura. È proprio questa la quotidianità che, nel profondo, continuo a desiderare.

Ciò che più di ogni altra cosa mi affascina è la loro lontananza. Sono lassù, così distanti da tutto ciò che potrebbe avvicinarle all'uomo e alle infinite contraddizioni che spesso si porta dietro. Una distanza che le protegge, che le rende parte di un mondo ancora autentico, dove la Natura continua a dettare le proprie regole.
Mi accorgo della loro presenza prima ancora di vederle. È quel tintinnio inconfondibile dei campanacci a raggiungermi, diffondendosi nell'aria con una dolcezza quasi ipnotica. Lo ascolto mentre cammino, ne seguo l'eco senza riuscire a individuarne l'origine. Così mi fermo, sollevo lo sguardo e mi lascio guidare da quel suono. Ed è proprio lassù, in un angolo remoto della montagna, dove arrivare richiederebbe ancora fatica e determinazione, che finalmente le scorgo.
Sono soltanto piccoli punti bianchi, decine di presenze disperse sul pendio. Da quella distanza riesco appena a distinguere il loro lento movimento, quasi impercettibile, mentre pascolano immerse in uno spazio che sembra non conoscere confini né tempo.
"Rimango immobile per lunghi minuti. Osservo. Rifletto..."
Nel silenzio di quell'istante, comprendo ancora una volta quanto la montagna sappia rispondere a domande che nemmeno riesco a formulare con precisione. Davanti a quella visione ogni dubbio si dissolve, perché la Natura possiede un linguaggio capace di parlare direttamente all'anima, senza bisogno di parole.
Con questo spirito riprendo il mio viaggio. Le emozioni che la montagna sa regalarmi devono continuare ad accompagnarmi, ma senza mai lasciare in secondo piano ciò che rende ogni trekking un'esperienza unica: il gusto dell'avventura.
Perché ogni passo porta con sé l'incertezza della scoperta, ogni sentiero nasconde qualcosa che ancora non conosco e ogni giornata è un invito a lasciarmi sorprendere da ciò che mi attende oltre la curva successiva. È proprio in quell'equilibrio tra emozione, contemplazione e spirito d'esplorazione che ritrovo il senso più autentico del mio cammino.

Cima Santner diventa fin da subito il mio punto di riferimento, una presenza costante che domina l'orizzonte dell'Alpe e accompagna silenziosamente il mio cammino. Non è soltanto la mappa a indicarmi la direzione: anche il Rifugio Laurin (Laurinhütte) e il Rifugio Saltner (Saltnerhütte), raggiunti lungo il sentiero 6, segnano il confine tra due mondi profondamente diversi. È qui, infatti, che si chiude il mio incontro con il turismo di massa.
Quel turismo che raggiunge i vasti altipiani dell'Alpe di Siusi grazie alla comodità della cabinovia proveniente da Compatsch e degli altri impianti di risalita, vivendo la montagna con tempi e modalità molto differenti dai miei.
Per me, invece, il Rifugio Saltner rappresenta qualcosa di diverso. È il luogo ideale per concedermi una breve sosta a metà mattinata, il tempo necessario per ritrovare il respiro e raccogliere le energie prima di affrontare la lunga salita che, per il terzo giorno consecutivo, mi ricondurrà verso le quote più elevate, là dove il silenzio torna lentamente a prendere il posto delle voci e la montagna riacquista tutta la sua essenza.

Al rifugio c'è già un bel movimento. L'orario si avvicina ormai a mezzogiorno e, per molti degli escursionisti presenti, è arrivato il momento di concedersi il pranzo. Per me, invece, è sufficiente un caffè, accompagnato dal piacere di trascorrere qualche minuto immerso nella quiete di questi pascoli. Appoggio lo zaino a terra e, insieme a lui, sembrano trovare sollievo anche la schiena e le spalle, finalmente libere dal peso accumulato lungo il cammino. Mi concedo una breve pausa, il tempo necessario per respirare profondamente e lasciare che lo sguardo si perda ancora una volta nel paesaggio che mi circonda.
Poi è già il momento di ripartire. Davanti a me mi attende una salita lunga e tutt'altro che semplice, un'ascesa che, nell'arco di un paio d'ore, mi condurrà al Rifugio Bolzano. Un altro tratto di cammino dove la fatica tornerà a essere la mia compagna di viaggio, ma anche il prezzo da pagare per riconquistare, ancora una volta, le quote più alte e il silenzio che soltanto la montagna sa custodire.
Rifugio Bolzano 2457m
Circa ottocento metri di dislivello separano il Rifugio Saltner dal Rifugio Bolzano. Un'ascesa continua, senza tregua, che conduce lentamente fuori dall'ambiente dolce dell'Alpe di Siusi per accompagnare il cammino verso il cuore più severo della montagna.
Il sole, ormai alto nel cielo, scalda con decisione ogni passo. Il "Sentiero dei Turisti" sale con regolarità, alternando lunghi tratti lineari ad ampie serpentine che rendono la progressione più armoniosa. Poco alla volta i boschi rimangono alle spalle, mentre il cielo conquista sempre più spazio e l'orizzonte si dilata in ogni direzione.
La fatica è presente, ma viene completamente assorbita dall'entusiasmo. A ogni metro guadagnato, i panorami si aprono con maggiore ampiezza sull'Alpe di Siusi e verso i lontani nevai che, all'orizzonte, annunciano le prime propaggini delle Alpi austriache. È uno spettacolo che accompagna il respiro e alleggerisce il peso dello zaino.
Ma ciò che alimenta davvero il mio passo non è soltanto la bellezza del paesaggio. È il pensiero di ciò che mi attende più in alto. Tra poche ore raggiungerò un ambiente completamente diverso, più selvaggio, più austero, dove trascorrerò un'altra notte sospeso tra il cielo e la roccia. Ed è proprio questa continua conquista delle quote superiori, dove il silenzio diventa più profondo e la presenza dell'uomo si fa sempre più discreta, a rendere ogni salita parte integrante dell'avventura.
Non avverto alcun peso, nessuna fatica che riesca davvero a rallentare il mio passo. La salita e lo zaino che porto sulle spalle sembrano alleggerirsi davanti alla bellezza di ciò che lentamente mi lascio alle spalle e all'attesa di ciò che, più in alto, mi aspetta. I panorami si fanno sempre più vasti, indefiniti, mentre l'orizzonte continua ad allargarsi a ogni metro di dislivello conquistato.
È come se anche il tempo avesse cambiato ritmo. Le ore scorrono veloci, quasi senza che me ne accorga, trascinate dall'entusiasmo e dal desiderio di raggiungere quell'ambiente superiore che ormai sento sempre più vicino. Persino il passo sembra seguire questa nuova dimensione, trovando un'armonia naturale con il sentiero.
Così, senza mai distogliere lo sguardo da ciò che la montagna continua a rivelarmi e concedendomi soltanto brevi soste per contemplarne la grandezza, raggiungo uno splendido punto panoramico ai piedi del Monte Pez. Un luogo in cui il cammino sembra fermarsi per qualche istante, lasciando spazio soltanto al silenzio, al respiro e alla sconfinata bellezza che si apre davanti ai miei occhi.

Da questo punto in poi tutto sembra trasformarsi. Ogni cosa assume contorni più dolci, quasi che la montagna, dopo aver messo alla prova il cammino, scelga finalmente di accompagnarlo con maggiore delicatezza. Il sentiero si fa più regolare, meno impegnativo, e il passo ritrova una naturale leggerezza.
La roccia lascia gradualmente spazio a morbide distese prative, mentre quel suono inconfondibile, il tintinnio dei campanacci che nelle prime ore della giornata giungeva appena percettibile da chissà quale versante, ora si fa sempre più vicino. È una presenza discreta, quasi rassicurante, che accompagna gli ultimi passi verso la meta.
Davanti a me il tratto finale della salita si apre con tutta la sua bellezza. In lontananza il Rifugio Bolzano appare ormai nitido, come se mi stesse aspettando da sempre, silenzioso custode di questo straordinario altopiano sospeso tra cielo e roccia.
È in questo preciso istante che comprendo di vivere il momento più bello dell'intera giornata. Non è soltanto la soddisfazione per la meta ormai vicina, ma la consapevolezza di aver attraversato un altro frammento di montagna che, passo dopo passo, ha saputo trasformare la fatica in emozione e il cammino in qualcosa di infinitamente più profondo di una semplice escursione.

Si apre così davanti ai miei occhi l'Altipiano dello Sciliar (Schlern Hochfläche), un vasto promontorio prativo sospeso tra cielo e roccia, dove un numero incalcolabile di mucche e cavalli si muove in assoluta libertà. Un'immagine di straordinaria armonia, nella quale ogni elemento sembra trovare il proprio posto all'interno di un equilibrio perfetto.
A dominare questo paesaggio è la lunga e spettacolare cresta dello Sciliar, che si innalza con la sua imponenza disegnando uno degli orizzonti più iconici delle Dolomiti. Oltre quella muraglia di roccia, lo sguardo si apre verso un mondo nuovo. Per la prima volta mi si mostrano, da questa prospettiva privilegiata, i versanti del Catinaccio d'Antermoia, del Catinaccio Rosengarten e della Roda de Vaèl, montagne che assumono un volto completamente diverso, rivelando una dimensione fino a quel momento sconosciuta.
E poi c'è lui, il Latemar. Imponente, austero, inconfondibile. Il suo poderoso versante rivolto verso la Val d'Ega si staglia all'orizzonte con un'eleganza severa, completando un panorama che sembra non avere confini. In quell'istante comprendo ancora una volta come basti cambiare punto di osservazione perché la montagna sappia reinventarsi, regalando prospettive nuove anche a chi credeva di conoscerla già.

Perdo il conto delle soste che scandiscono questa lunga giornata. È un continuo fermarmi, lasciarmi catturare da dettagli che, dal più piccolo al più imponente, contribuiscono a rendere ogni istante profondamente memorabile. Ogni passo sembra invitarmi a rallentare, a osservare, a vivere la montagna senza alcuna fretta.
Tutto appartiene a una dimensione nuova. Le vette, la Natura, i rifugi, i pascoli e persino il silenzio sembrano raccontare una storia diversa da qualsiasi altra abbia vissuto fino a questo momento. È un mondo che chiede rispetto e attenzione, perché ogni suo elemento, anche il più discreto, possiede un significato che merita di essere colto.
Nemmeno una piccola colonia di stelle alpine riesce a passare inosservata. Sparse con delicata eleganza nel verde del pascolo, sembrano custodire l'essenza più autentica di queste alte quote. Attorno a loro si innalzano le possenti pareti del Catinaccio, che con la loro imponenza fanno da contrasto alla fragile bellezza di quei piccoli fiori. È proprio in questo dialogo tra la forza della roccia e la delicatezza della vita che la montagna rivela, ancora una volta, la sua straordinaria capacità di emozionare.

Mi fermo. Appoggio lentamente lo zaino a terra seguendo un rituale e, per qualche minuto, mi distendo accanto a questi meravigliosi fiori, lasciando che il tempo perda ogni importanza. Non c'è alcuna fretta, soltanto il privilegio di poter condividere questo istante con una delle espressioni più autentiche della montagna.
Una leggera brezza attraversa il pascolo e il vento accompagna le stelle alpine in una danza lenta e silenziosa. I loro piccoli steli oscillano con sorprendente eleganza, come se la Natura stessa volesse celebrarne la rara bellezza e ricordare quanto sia prezioso ciò che, troppo spesso, rischia di passare inosservato.
In quel semplice movimento ritrovo l'essenza di queste alte quote. Le stelle alpine non sono soltanto un fiore: sono il simbolo della resilienza, della purezza e della straordinaria capacità della vita di fiorire anche negli ambienti più severi. Silenziose, umili e tenaci, rappresentano forse meglio di qualsiasi altra cosa l'anima più autentica della montagna.
Raggiungere il rifugio dopo pochi minuti di cammino non rappresenta soltanto il termine di una salita. È qualcosa di molto più profondo. È un approdo che infonde speranza. Speranza per me, per le persone che porto nel cuore e per tutto ciò che, lungo il cammino della vita, continua a meritare fiducia e amore.
In quel momento sento la mia Anima ritrovare una serenità difficile da descrivere. È una ricchezza silenziosa, priva di ogni forma di materialità, che nasce esclusivamente dall'incontro con la montagna e con il tempo finalmente riconquistato. Un bene invisibile, eppure di un valore inestimabile.
Dentro di me cresce una positività che non ha bisogno di parole. Non si può spiegare, né raccontare fino in fondo. Si può soltanto vivere, custodire e lasciare che trovi spazio nei pensieri più intimi, là dove ogni emozione autentica diventa parte di ciò che siamo.

Ora, però, è tempo di concedermi un breve ritorno alla realtà. La mia camera al rifugio attende soltanto di accogliere lo zaino e tutto ciò che, per l'intera giornata, ha condiviso con me il cammino. Una rapida rinfrescata, qualcosa di semplice da mangiare e qualche istante di quiete sono più che sufficienti per ritrovare le energie.
La giornata, però, è tutt'altro che conclusa. Davanti a me si apre ancora un lungo pomeriggio da vivere senza fretta, immerso in questi immensi alpeggi, dove ogni sentiero invita a rallentare e ogni panorama sembra avere ancora qualcosa da raccontare.
Così mi lascio nuovamente guidare tra pascoli sconfinati, montagne maestose e il sole che, lentamente, inizia la sua discesa verso il tramonto, avvolgendo ogni cosa in una luce sempre più calda e dorata.
"L'enrosadira vive, colorando di rosa ogni spigolo e fessura del Catinaccio"

È in questa quiete che mi preparo ad accogliere un'altra notte in quota, con la stessa gratitudine di chi sa che ogni tramonto vissuto tra queste montagne rappresenta un privilegio raro, destinato a rimanere impresso nella memoria molto più a lungo del cammino stesso.
Una notte trascorsa in un sonno profondo, cullato dal silenzio della montagna e immerso nei miei sogni. Un riposo autentico, di quelli che sembrano rigenerare non soltanto il corpo, ma anche l'anima, restituendo una serenità che raramente appartiene alla vita di ogni giorno.
Lascio che siano le prime luci del nuovo giorno a svegliarmi, senza il richiamo di alcuna sveglia. È il modo più naturale e più bello di aprire gli occhi. Sono da poco passate le cinque del mattino e il rifugio riposa ancora nel silenzio, mentre fuori la montagna inizia lentamente a respirare una nuova giornata.
Prima della colazione e di rimettermi in cammino sento il bisogno di uscire. C'è un appuntamento che non può attendere: l'alba. Il sorgere del sole a questa quota rappresenta il momento più intenso dell'intero mattino, un istante che va vissuto nella sua totalità, senza fretta e senza distrazioni.
Ogni alba in montagna è diversa dalla precedente. Non si limita ad annunciare un nuovo giorno, ma sembra ricordare, con la sua luce discreta, quanto sia straordinario il privilegio di trovarsi lassù, sospesi tra il silenzio della notte che svanisce e la vita che, lentamente, torna a illuminare ogni vetta.

Monte Pez (Petz) 2563m
Mi attendono soltanto una ventina di minuti di facile salita per raggiungere il punto da cui assistere al sorgere del sole. Un tempo breve, quasi insignificante, se confrontato con ciò che sta per regalarmi. A ogni passo il panorama cambia prospettiva, fino a offrirmi il buongiorno di un cielo limpido, appena velato da leggere sfumature di nuvole che sembrano voler accompagnare, senza mai oscurarlo, il primo respiro della luce.
La porta del rifugio è già aperta. Qui le giornate iniziano molto prima che altrove, seguendo i ritmi autentici della montagna e non quelli imposti dagli orologi. Incrocio due ragazze dello staff, già in divisa con la maglietta del rifugio. Sono immerse nei preparativi della colazione che, di lì a poco, accoglierà gli ospiti con il profumo del pane, del caffè e di una nuova giornata tutta da vivere.
Ci scambiamo un semplice saluto, discreto e sincero, di quelli che appartengono naturalmente ai luoghi di montagna. Poi riprendo il cammino. L'alba mi aspetta e, con essa, un altro di quegli istanti destinati a rimanere impressi nella memoria molto più a lungo di qualsiasi fotografia.

Fa freddo. Le prime luci del nuovo giorno portano ancora con sé il respiro della notte appena trascorsa, una notte limpida, silenziosa, illuminata da un cielo colmo di stelle. L'aria è pungente, intensa, e sembra custodire tutta la purezza di queste alte quote.
Mi vesto quel tanto che basta per accogliere questo freddo, senza oppormi alla sua presenza. Fa parte della montagna, della sua essenza più autentica, e viverlo significa entrare ancora più profondamente in sintonia con ciò che mi circonda.
Sottili raffiche di vento accarezzano il paesaggio con delicata costanza. Scivolano tra le rocce e i prati d'alta quota, allontanando lentamente le poche velature rimaste nel cielo, quasi volessero preparare ogni cosa all'arrivo del sole. È un gesto silenzioso della Natura, discreto e perfetto, che restituisce limpidezza all'orizzonte e valore all'attesa.
Resto immobile ad osservare. Ogni istante sembra appartenere a un tempo diverso, dove nulla ha fretta e ogni elemento trova spontaneamente il proprio equilibrio. È in questi momenti che comprendo come anche il vento, apparentemente invisibile, sia parte di quell'armonia straordinaria che rende ogni alba in montagna un'esperienza capace di lasciare un segno profondo nell'anima.

Allontanandomi lentamente dal rifugio, sento di entrare in una nuova dimensione, come se ogni passo mi insegnasse un modo diverso di osservare queste montagne. Il Rifugio Bolzano si fa sempre più piccolo, fino a trasformarsi in un punto appena distinguibile tra i vasti pascoli dell'altipiano. Da quassù appare davvero come un castello sospeso tra le nuvole, silenzioso custode di un territorio che sembra estendersi oltre ogni confine.
Raggiunta la cima del Monte Pez, trovo il luogo ideale dove fermarmi. Per alcuni minuti quello diventa il mio osservatorio sul mondo, un punto privilegiato da cui lo sguardo può abbracciare l'infinita successione di vette, vallate e orizzonti che si perdono nella distanza.
Poi, lentamente, accade ciò che attendevo. A oriente, oltre il profilo inconfondibile del Sasso Piatto, le prime luci iniziano a incendiare il cielo. Il sole emerge con discrezione, quasi in punta di piedi, accarezzando una dopo l'altra le cime ancora immerse nell'ombra. La montagna si risveglia senza alcun rumore, lasciando che sia soltanto la luce a parlare.
Assistere a questo spettacolo significa comprendere quanto la Natura sappia ancora sorprendere. Ogni alba è diversa dalla precedente, eppure conserva sempre la stessa forza, la stessa capacità di emozionare. È un piccolo miracolo che si rinnova ogni giorno, ricordando a chi sa fermarsi che la bellezza più autentica non ha bisogno di essere cercata: basta attenderla, in silenzio.
Il silenzio. Ora non posso che concedermi questo.
Resto in silenzio, lasciando che sia il sole a scandire il tempo. Un susseguirsi di istanti che sembrano dilatarsi fino a diventare eterni, dove ogni secondo perde il suo valore numerico per trasformarsi in pura contemplazione.
Ogni raggio di luce, ogni ombra che lentamente si allunga sui dolci versanti prativi dell'Alpe di Siusi, sembra appartenere a un'epoca lontana, a un tempo in cui la montagna conosceva soltanto il ritmo delle stagioni, il lento alternarsi della luce e del buio e la serenità di una Natura ancora libera da ogni frenesia.
Qui nulla ha bisogno di accelerare. Tutto segue un ordine antico e immutabile, nel quale persino il silenzio diventa una presenza viva. Soltanto il vento, quando decide di attraversare questi immensi spazi, si concede il privilegio di interrompere quella quiete assoluta, non per spezzarla, ma per renderla ancora più profonda, ricordando che anche il silenzio, in montagna, possiede una propria voce.

I miei occhi osservano, mentre la mia mente continua a viaggiare. Non potrei fare diversamente. Davanti a uno spettacolo come questo ogni pensiero trova spontaneamente il proprio spazio, ogni riflessione acquista una profondità che nella quotidianità sembra impossibile raggiungere. È il momento in cui mi concedo di ascoltare davvero me stesso, i miei sogni, le mie speranze e tutto ciò che desidero costruire, tanto nel presente quanto nel futuro.
Poco alla volta il gelo della notte si ritira, lasciando il posto ai primi, tiepidi raggi della nostra stella. La luce accarezza la montagna con infinita delicatezza e, insieme a lei, qualcosa si scioglie anche dentro di me.
Mi sento bene. Profondamente bene. Eppure so che molti dei sogni che custodisco attendono ancora di trasformarsi in realtà. Il cammino per raggiungerli è lungo e, a volte, sembra procedere con la stessa lentezza con cui il sole conquista queste vette. Ma la montagna mi insegna che ogni meta si raggiunge un passo alla volta, con costanza, pazienza e fiducia.
Per questo non posso permettermi di fermarmi. Non posso limitarmi a sperare che le cose cambino da sole. Devo continuare a credere in ciò che sento, lavorare ogni giorno con determinazione e affrontare ogni salita con lo stesso spirito che mi ha condotto fin quassù. Perché i sogni, proprio come le vette, appartengono a chi sceglie di non smettere mai di camminare.
Quarto giorno: Rifugio Bolzano -> Rifugio Micheluzzi
Inizia così il mio quarto giorno di cammino. Il Sentiero dell'Anima si avvicina lentamente alla conclusione, pronto a chiudere un cerchio meraviglioso, di quelli che lasciano un segno profondo e continuano a vivere nella memoria ben oltre il tempo vissuto.
Dopo la profonda immersione spirituale sulla vetta del Monte Pez e una colazione abbondante consumata al rifugio, riprendo il cammino. Con il trascorrere dei minuti mi vedo costretto a indossare nuovamente gli abiti più pesanti. Il vento gelido che ha accompagnato questa nuova, indimenticabile alba non concede alcuna tregua e continua a stringere nella sua morsa questi immensi alpeggi, attraversandoli con la stessa forza e la stessa austerità con cui la montagna custodisce la propria anima.
Il cammino prosegue lungo una linea che attraversa l'altipiano dello Sciliar, seguendo il dolce susseguirsi dei suoi immancabili alpeggi. Mucche e cavalli condividono con naturale armonia la bellezza di questa terra d'alta quota, quasi fossero anch'essi parte integrante dell'anima di questo paesaggio. Una sensazione di pace assoluta.
Il sentiero numero 4 si snoda senza difficoltà, tracciando un confine sottile tra due mondi che, passo dopo passo, rivelano prospettive sempre nuove. Alla mia sinistra si distende l'immenso pianoro dell'Alpe di Siusi, insieme a tutti gli orizzonti che in questi due giorni hanno accompagnato il mio sguardo. Alla mia destra, invece, si apre una nuova dimensione: l'imponente gruppo del Catinaccio si mostra in tutta la sua straordinaria magnificenza, dominando il paesaggio con un'eleganza che sembra sospesa tra la roccia e il cielo.

Mi avvicino lentamente alle imponenti pareti e alle grandi cime che dominano i versanti più maestosi della Val d'Ega. Le Cime del Principe spalancano lo sguardo su uno degli scenari più straordinari delle Dolomiti, dove ogni vetta sembra trovare il proprio equilibrio in un'armonia perfetta di roccia, luce e silenzio.
Il sentiero continua a guidarmi lungo una direttrice che conduce lo sguardo verso i Denti di Terrarossa, il Rifugio Alpe di Tires e i severi versanti settentrionali del Catinaccio d'Antermoia. Da questa prospettiva inedita posso finalmente contemplare le cime del Molignon sotto una luce completamente diversa: montagne che fino a ieri osservavo da lontano ora si rivelano in tutta la loro imponenza, offrendo dettagli, forme e prospettive che sembrano raccontare una storia nuova a ogni passo.

All'improvviso il sentiero si trasforma in una lunga serpentina che sembra sprofondare nelle viscere di queste montagne di roccia. È un passaggio semplice, privo di particolari difficoltà, eppure capace di trasmettermi un'energia intensa, quasi primordiale. Ogni passo mi conduce sempre più in basso, facendomi perdere rapidamente quota rispetto all'altipiano che ormai si allontana alle mie spalle.
Lungo la discesa incrocio numerosi escursionisti che affrontano il percorso in senso opposto. Il loro respiro affannato rompe a tratti il silenzio della montagna, mentre il passo, appesantito dalla pendenza, racconta tutta la fatica di questa risalita. Li osservo per un istante, consapevole che, solo poche ore prima, anch'io avrei avuto lo stesso fiato corto e la stessa determinazione negli occhi.
"Fatica e impegno, la montagna saprà ricompensarti..."


Poco alla volta torno a percorrere sentieri che, negli anni, sono diventati parte della mia storia. Poco prima di raggiungere il Rifugio Alpe di Tires, ogni cosa torna familiare. I ricordi riaffiorano numerosi, uno dopo l'altro, riportandomi lungo i percorsi del Catinaccio d'Antermoia, verso il Rifugio Bergamo e il Passo Molignon. Luoghi che hanno lasciato un'impronta profonda nel mio cammino e che, stagione dopo stagione, hanno alimentato la mia passione, accrescendo la conoscenza e il legame con queste montagne.
Il Rifugio Alpe di Tires e gli imponenti Denti di Terrarossa completano un quadro che mi appartiene da tempo. Oltre quelle rocce non mi attende soltanto un nuovo tratto di sentiero, ma un territorio che sento ormai parte di me, capace ogni volta di accogliermi come si accoglie un vecchio amico tornato a casa.
Rifugio Sasso Piatto - 2300m
Il Rifugio Alpe di Tires è uno di quei luoghi dove il tempo sembra rallentare e ogni cosa ritrova lentamente il proprio equilibrio. Una breve sosta è sufficiente per tornare alla normalità, lasciando che il corpo recuperi energie prima di riprendere il viaggio.
Nel mio cammino, il Rifugio Sasso Piatto rappresenta l'ultimo grande passaggio in alta quota, l'ultima porta prima di iniziare la lunga discesa verso i versanti più dolci della Val Duron e raggiungere, a fine giornata, il Rifugio Micheluzzi, dove mi attende l'ultima notte di questa meravigliosa traversata.
Prima del Sasso Piatto, però, il sentiero regala uno dei tratti più affascinanti dell'intero itinerario: una magnifica cresta erbosa, semplice da percorrere ma capace di trasmettere sensazioni profonde. Cammino sospeso tra i due versanti, come se stessi seguendo la lama di un immenso rasoio naturale, con lo sguardo che può spaziare senza ostacoli da un orizzonte all'altro.
Dal Passo Duron il sentiero 4-594 riprende a salire con dolcezza. Alle mie spalle rimangono gli alpeggi punteggiati da mucche e cavalli, presenze ormai familiari che, giorno dopo giorno, hanno accompagnato il mio viaggio, diventando parte integrante dell'anima di questa esperienza.

L'Auf der Schneid, la Sella Palacia, l'Eures de Fascia. Nomi che scandiscono la geografia di questo imponente territorio, punti di riferimento che sembrano custodire l'identità più autentica di queste montagne.
Il sentiero prosegue con un dolce susseguirsi di saliscendi, regalandomi quella pace silenziosa che solo il cammino sa donare. Ogni passo riporta alla mente ricordi ancora vivi, così vicini nel tempo da sembrare appartenere al presente. Ripenso a pochi giorni prima, quando, lasciata la Val de Dona, il Passo Ciaregole aveva dato inizio alla seconda tappa del mio viaggio.
Rivedo il Passo Duron, le nuvole scure che per ore avevano accompagnato il mio cammino, minacciose ma mai ostili. Mi seguirono fino al Rifugio Molignon senza concedere altro che qualche istante di apprensione, quasi volessero ricordarmi che la montagna non ha bisogno della tempesta per manifestare tutta la sua forza. Anche quei momenti, oggi, sono diventati parte del racconto che porto con me.
Se da un versante le imponenti pareti del Molignon e del Sasso Piatto sono state il teatro della meravigliosa alba che ha inaugurato la mia terza tappa, è proprio volgendo lo sguardo nella direzione opposta che l'Alpe di Siusi riaffiora ancora una volta davanti ai miei occhi.
Da quassù non è soltanto un luogo a ricomparire all'orizzonte, ma l'intero percorso vissuto fino a questo momento. Ogni profilo, ogni prato, ogni linea del paesaggio risveglia ricordi ed emozioni che hanno accompagnato l'evolversi del mio cammino. È come osservare, da una prospettiva nuova, le tracce lasciate dai giorni appena trascorsi, comprendendo come ogni passo abbia trovato il proprio significato soltanto grazie a quello successivo.

La vista che si apre davanti a me, dominata dall'imponente massiccio del Sasso Piatto, sembra porre il sigillo perfetto a questa parte del mio cammino. Ogni cosa trova il proprio posto, come se il paesaggio riuscisse a ricomporre, in un unico istante, tutte le emozioni vissute fino a qui.
Mi sento bene. Profondamente bene. Sazio di quella bellezza che, attraverso i ricordi, torna a vivere dentro di me con la stessa intensità con cui l'ho respirata. È in momenti come questo che comprendo quanto la Natura sia capace di ricondurmi a me stesso, accogliendomi senza chiedere nulla in cambio e restituendomi un senso di pace che altrove fatico a trovare.
Da questa serenità prendono forma idee, progetti, desideri. Cresce in me la volontà di rendere la Natura una presenza ancora più viva nella mia esistenza, non come semplice luogo da attraversare, ma come spazio in cui costruire il mio futuro. È questo il dono più prezioso che il cammino mi lascia: non soltanto una successione di passi, ma una forza interiore capace di trasformarsi in una profonda spinta motivazionale verso la vita.
Con questi pensieri raggiungo il Rifugio Sasso Piatto. È l'ora del pranzo, il momento ideale per concedermi una nuova sosta. Ancora una volta posso vivere il tempo senza lasciarmi dominare dalla fretta, assaporando ogni istante con quella calma che soltanto il cammino sa insegnare.
Questa pausa mi riporta, almeno per un momento, a una quotidianità più vicina al mondo da cui provengo. Ma non rappresenta un problema. Porto con me qualcosa di molto più prezioso: giorni trascorsi respirando il silenzio, lasciandomi avvolgere dal ritmo autentico della montagna e dalla sua capacità di restituire equilibrio ai pensieri.
È forse questo il privilegio più grande del cammino: riuscire a rimanere impermeabile a quel rumore che troppo spesso accompagna un turismo vissuto con superficialità, dove la ricerca della meta finisce per prevalere sul valore del percorso. Qui, invece, ogni passo conserva il proprio significato, ogni attesa trova il suo tempo e ogni silenzio continua a raccontare ciò che nessuna fretta potrà mai comprendere.
"Dopotutto che ne sanno gli altri..."
Rifugio Micheluzzi - 1850m
Ancora sessanta minuti. Un ultimo giro di lancette prima di chiudere definitivamente questo indimenticabile cerchio di libertà.
Dal Sasso Piatto il sentiero scende dolcemente attraversando i magnifici e panoramici alpeggi di Malga Sasso Piatto (2.248 m). Un ampio promontorio erboso che, prima di immergersi nei boschi della Val Duron, si apre in vaste distese prative dove lo sguardo può ancora respirare senza confini. Anche qui, come se la montagna avesse deciso di salutarmi nel modo più autentico, mucche, cavalli e marmotte sembrano accompagnare i miei ultimi passi. È un'immagine semplice, eppure capace di racchiudere tutta l'essenza di questi giorni.
Sulle spalle non porto soltanto il peso dello zaino. Porto con me qualcosa di molto più prezioso: il patrimonio di emozioni, silenzi e consapevolezze che la Natura ha saputo donarmi. Ogni sentiero percorso, ogni alba contemplata, ogni incontro con i suoi esseri viventi ha lasciato dentro di me una traccia invisibile, trasformando questo viaggio in un'esperienza che va ben oltre il semplice camminare. È questo il bagaglio più autentico che riporto a valle, quello che nessun peso potrà mai misurare.




È un'alchimia che continua anche quando il bosco assume le sembianze di un grande sipario che, lentamente, si chiude sul mio cammino. La serata al Rifugio Micheluzzi si accende della quiete di un pomeriggio vissuto in assoluta serenità. Seduto sull'erba, poco distante dal rifugio, osservo il sole scendere con la stessa calma che ha accompagnato ogni mia giornata, fino a scomparire alle spalle dei Denti di Terrarossa.
Ogni raggio che si affievolisce sembra portare con sé l'eco dei passi compiuti, dei silenzi ascoltati e delle emozioni custodite lungo questo straordinario viaggio. La montagna non saluta con parole, ma con la luce, con il vento e con quella pace profonda che solo chi si concede il tempo di ascoltarla può davvero comprendere.
Non potrei desiderare nulla di più. Posso soltanto rivolgere un silenzioso ringraziamento a Madre Natura e a tutti i suoi pacifici abitanti per avermi concesso il privilegio di vivere un'esperienza tanto intensa quanto autentica. Un'avventura che termina sul sentiero, ma che continuerà a camminare dentro di me ancora a lungo.

Il giorno seguente, rientrare a Campitello di Fassa è come completare ciò che ancora mancava ai miei pensieri e ai ricordi più profondi. Ogni passo sembra trovare finalmente il proprio posto, come l'ultimo tassello di un mosaico che, soltanto ora, rivela il suo disegno nella sua interezza.
Le navette che collegano il Rifugio Micheluzzi a Campitello di Fassa tracciano un percorso che sento distante dal mio modo di vivere la montagna. Più volte mi domando quanto ci si possa privare scegliendo di rinunciare anche a un semplice sentiero come questo. Una facile discesa, accessibile a tutti, che attraversa il bosco con la discrezione propria della Natura, offrendo a chi la percorre il tempo di ascoltare il silenzio, osservare la luce filtrare tra gli alberi e lasciarsi accompagnare da quella bellezza autentica che nessun mezzo potrà mai restituire.
Perché, a volte, è proprio nei tratti più semplici del cammino che la montagna riesce a raccontare le sue storie più profonde.
Stefano
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È stata una piacevole sorpresa incontrarti poco prima di questo tuo personale cammino fatto di introspezione e valori da trasmettere che solo pochi esseri umani (ancora) possiedono. Un caro saluto.
Ciao Stefano ho appena finito di vedere il tuo nuovo video dopo aver letto il blog e vorrei dirti grazie perché anch'io come te amo codesti posti e condivido le tue riflessioni e anche perché ogni volta che racconti una nuova avventura per quei minuti riesco a liberare la mente da tutti i problemi infatti a settembre saro in vacanza proprio in val di Fassa e grazie a te prendo spunti continua così io continuerò a seguirti e spero un giorno di incontrarti su qualche sentiero