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Le Dolomiti in un Blog. Non solo una guida ma un cammino Autentico, Contemplativo, Esperienziale

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Cima Undici.

  • Immagine del redattore: Stefano
    Stefano
  • 4 ore fa
  • Tempo di lettura: 22 min

Balcone naturale della Val di Fassa, tra gli alpeggi della Val Monzoni.



📍 Zona: Val San Nicolò - Val Monzoni - Val di Fassa

🥾 Tipo: escursione in un unico senso di marcia A/R

📏 Lunghezza: 8km 200m solo andata

⛰️ Dislivello: +1162m

⏱️ Tempo: 3h 30m (intero cammino, individuale, soste escluse)

⚠️ Difficoltà: media/impegnativa (ambiente in quota su ampi alpeggi)

🛖 Malghe e rifugi: Malga Crocifisso - Malga Monzoni - Rifugio Vallaccia

🗓 Stagione migliore: estate/autunno - durante la primavera ancora neve nelle quote maggiori

🅿️ Parcheggio: gratuito all'altezza del campeggio di Pozza di Fassa - entrata Val San Nicolò



🥾 Ritornare in Val Monzoni significa ritrovare un luogo che, ogni volta, sa raccontarsi con una voce diversa. Ho percorso questi sentieri quando l'autunno li accendeva di oro e di rame, e li ho attraversati nel silenzio immacolato dell'inverno, quando la neve trasformava ogni cosa in un paesaggio sospeso. Eppure, fino a oggi, non li avevo mai vissuti nel pieno dell'estate.

Non è soltanto il richiamo di Malga Monzoni o dell'accogliente Rifugio Vallaccia a rendere speciale questo itinerario. È il desiderio di continuare a salire, lasciando lentamente il fondovalle alle spalle, mentre il sentiero si arrampica verso l'alta quota e conduce ai poco più di 2.500 metri di Cima Undici. Lassù, dove il vento accompagna ogni passo e l'orizzonte sembra non conoscere confini, la Val di Fassa si apre in tutta la sua maestosità. Una terrazza naturale tra le più spettacolari dell'intera valle, capace di regalare uno sguardo che va oltre il semplice panorama: un luogo dove la montagna si lascia contemplare nella sua forma più autentica e dove ogni ritorno diventa, ancora una volta, una nuova scoperta.



Cima Undici - Val di Fassa





C'è un'emozione unica nel tornare lungo una valle che il cuore ha già imparato a conoscere. Un ritorno che non è mai un semplice ripercorrere la stessa strada, perché ogni passo verso l'alta quota porta con sé la consapevolezza che il paesaggio, pur restando immutato, saprà raccontarsi in una luce completamente diversa.

La Val Monzoni e il Rifugio Vallaccia, lungo la silenziosa Val San Nicolò, vivono nei miei ricordi avvolti dal candore dell'inverno e dai caldi colori del foliage autunnale. Immagini che il tempo non è mai riuscito a sbiadire.

Mai, però, avevo incontrato questa valle nel pieno della sua estate. Oggi i prati si aprono in un mosaico di fioriture di stagione, gli alpeggi risuonano della vita che li anima e la montagna sembra respirare con un ritmo nuovo. È la stessa valle, eppure è un luogo diverso: capace ancora una volta di sorprendermi, di insegnarmi che la Natura non smette mai di cambiare e che ogni ritorno, in fondo, è sempre un nuovo inizio.


Un luogo diverso lungo la stessa valle, dove il cammino, questa volta, si spinge verso quote mai raggiunte prima. Un itinerario che non conduce soltanto più in alto, ma apre lo sguardo a un orizzonte nuovo, trovando in Cima Undici una dimensione ancora inesplorata, capace di trasformare ogni passo in scoperta e ogni silenzio in meraviglia.




La Val Monzoni (Val Munciogn)


Il mattino presto non è soltanto un modo per regalare più ore al cammino. È un tempo sospeso, un privilegio silenzioso che appartiene a chi sceglie di mettersi in viaggio quando il giorno deve ancora compiere il suo primo respiro.

Sono le ore in cui la montagna conserva intatta la propria anima. Il turismo di massa, con il suo rumore e la sua frenesia, è ancora lontano, e ogni sentiero ritrova la sua voce più autentica. In quel silenzio ritrovato, la Natura si lascia incontrare senza filtri: i prati respirano la rugiada, il vento attraversa i larici con discrezione e ogni passo sembra chiedere il permesso di entrare in un mondo che appartiene ancora soltanto alla montagna.

È in quell'istante che mi sento davvero privilegiato, perché posso vivere un ambiente ancora integro, libero dall'arroganza dell'uomo e capace di raccontarsi nella sua forma più pura.


Con il passare delle ore, le navette iniziano a percorrere senza sosta la Val San Nicolò e la Val Monzoni. Un continuo andirivieni che rende queste vallate sempre più accessibili, accompagnando fino al cuore della montagna un turismo spesso frettoloso, incapace di concedersi il tempo del cammino e dell'ascolto.

Così, luoghi che un tempo chiedevano rispetto, fatica e pazienza per essere raggiunti si ritrovano attraversati da un flusso incessante di presenze. Eppure la montagna continua a custodire la propria essenza, quasi aspettando quelle rare ore del mattino in cui il silenzio riesce ancora a prevalere sul rumore dell'uomo.



"E' un modo di condividere questi luoghi naturali che non condivido"



È una forma di violenza silenziosa, quasi invisibile, che finisce per alterare l'identità stessa di questi luoghi. Non nasce dal fragore di un gesto improvviso, ma dall'accumularsi di presenze che troppo spesso non condividono il rispetto e la filosofia che la montagna richiede.

Ne deriva un'umanità caotica che, negli ultimi anni, ha trasformato molte vallate dolomitiche in scenari di disagi, conflitti e interminabili polemiche. Gli esempi sono ormai innumerevoli e raccontano tutti la stessa storia: quella di un equilibrio sempre più fragile, dove gli interessi economici finiscono troppo spesso per prevalere sulla tutela del territorio e sulla ricerca di soluzioni capaci di preservarne l'autenticità.



"Questo per me rimane inaccettabile"




Malga Crocifisso
Malga Crocifisso


Ma ciò che conta davvero è il momento in cui il sentiero, all'altezza di Malga Crocifisso, abbandona la Val San Nicolò. È come se, con naturale discrezione, prendesse le distanze da quella valle ormai sempre più affollata dai Merenderos, per ritrovare il passo lento della montagna e il silenzio che le appartiene. Da lì in avanti, il cammino torna a respirare, lasciandosi alle spalle il frastuono e riconsegnando al viandante la sensazione preziosa di essere, ancora una volta, ospite di una Natura autentica.


Il sentiero 603 prende lentamente quota, seguendo una strada forestale che, nei suoi primi tratti ancora asfaltati, si addentra tra le fitte distese del bosco. Accanto, il Ruf di Munciogn scorre instancabile, e il canto delle sue acque sembra restituire vigore e respiro a una Natura che si risveglia a ogni curva del cammino.

È la linfa che alimenta gli alpeggi d'alta quota, quelli che oggi, per la prima volta, mi attendono. Un mondo ancora sconosciuto, un piccolo Paradiso che fino a questo momento è rimasto soltanto un nome sulla carta, ma che ora si prepara a rivelarsi passo dopo passo.



Val san Nicolò
La cappella del Crocifisso


Le sorprese lungo il cammino si rivelano una dopo l'altra, come pagine di un libro che si lascia scoprire senza fretta. C'è il fresco del bosco, capace di accompagnare ogni passo con il suo respiro discreto. Ci sono i primi scorci che, tra un'apertura della vegetazione e l'altra, si affacciano sulle grandi pareti del gruppo del Catinaccio, dove il Rosengarten e le Torri del Vajolet si offrono allo sguardo come il più bello dei saluti del mattino.

Ma il cammino non racconta soltanto la bellezza. Accanto a essa riaffiorano anche quelle ombre di cui ho parlato all'inizio di questo racconto: i segni di una montagna che, pur conservando intatta la propria anima, è chiamata ogni giorno a confrontarsi con una presenza umana sempre più intensa.



Val San Nicolò
Il Catinaccio d'Antermoia


All'improvviso il cammino viene interrotto dal continuo passaggio delle navette dirette a Malga Monzoni. Una sequenza ininterrotta di mezzi che risale la valle secondo un ritmo prestabilito, imponendo la propria presenza nel cuore di un ambiente che sembrerebbe chiedere soltanto silenzio. Non è soltanto il rumore dei motori a spezzare l'armonia del luogo, arrivando quasi a coprire il canto del torrente che scorre poco distante. È anche la polvere che, terminato l'asfalto, si solleva dalla strada bianca a ogni passaggio, sospinta nell'aria fino a posarsi sulla vegetazione. Un velo sottile che attenua il verde dell'erba e delle piccole piante, come se anche la montagna fosse costretta, per un istante, a respirare qualcosa che non le appartiene.

In quei momenti il contrasto appare evidente: da una parte la Natura, con i suoi tempi lenti e il suo equilibrio; dall'altra il ritmo incessante dell'uomo, che troppo spesso sembra dimenticare che il privilegio di raggiungere un luogo non dovrebbe mai prevalere sul dovere di custodirlo.


Mi domando quanta fatica possa davvero rappresentare percorrere questi luoghi affidandosi soltanto alle proprie gambe. Mi chiedo quando il piacere del cammino abbia iniziato a cedere il passo al desiderio di raggiungere la meta con il minimo sforzo possibile a qualsiasi prezzo.

Forse è proprio qui che l'escursionismo smette di essere un'esperienza vissuta per trasformarsi in un semplice spostamento. Perché la montagna non è soltanto un luogo da raggiungere: è il sentiero che conduce fin lassù, il tempo che richiede, il respiro che impone e la pazienza che insegna. Rinunciare a tutto questo significa, in fondo, privarsi della parte più autentica del viaggio.





Malga Monzoni (Stalon di Munciogn) - 1820m


Il primo alpeggio si apre all'improvviso sulle ampie distese prative dei Prè di San Nicolò, dove il bosco si ritrae con discrezione per lasciare spazio a un orizzonte di prati che respirano nella quiete del mattino.

Pochi animali abitano questi pascoli. Una decina di mucche pascola lentamente, immersa in una pace che sembra sospendere il tempo. Non c'è fretta nei loro movimenti, soltanto il ritmo antico della montagna, che continua a ripetersi stagione dopo stagione.

Malga Monzoni, fino a pochi anni fa, rappresentava una delle soste più piacevoli della valle. Una struttura accogliente, dove concedersi una pausa lungo il cammino o fermarsi per il pranzo, assaporando i piatti più autentici della tradizione gastronomica fassana. Un luogo in cui l'ospitalità sapeva fondersi con la semplicità del paesaggio circostante, diventando parte stessa dell'esperienza del cammino.



Malga Monzoni
Malga Monzoni ai Prè di San Nicolò


Era un piccolo angolo di Paradiso che ebbi la fortuna di vivere durante quella che, ai miei occhi, sembrava soltanto un'estate come tante. Una stagione destinata a congedarsi con l'arrivo dell'autunno, lasciandomi il consueto arrivederci fatto di ricordi, di attese e della silenziosa certezza che, con la primavera ormai inoltrata, la montagna avrebbe ricominciato a respirare, riportando con sé il profumo di una nuova estate.

Solo più tardi avrei compreso che nulla di ciò che viviamo è davvero uguale a ciò che lo precede. Alcuni luoghi, alcune stagioni e alcuni istanti si trasformano, senza che ce ne accorgiamo, nell'ultima volta in cui li abbiamo conosciuti esattamente così.


Non nascondo di aver affrontato questo cammino con una silenziosa speranza: ritrovare Malga Monzoni ancora viva, pronta ad accogliermi e ad accompagnare, ancora una volta, questa giornata tra le montagne.

Quella speranza, però, si era già affievolita davanti alle tabelle incontrate a valle, che ne annunciavano la chiusura al pubblico. Eppure, una volta arrivato, il luogo non appariva del tutto privo di vita. A custodirne l'anima erano soltanto una decina di mucche al pascolo, presenza discreta che sembrava impedire al silenzio di trasformarsi in abbandono, restituendo a questa storica malga almeno un soffio di quella quotidianità che un tempo la rendeva così familiare.









La pausa, però, non manca. Un boccone a sacco e l'acqua fresca della fontana centrale restituiscono energia al cammino. È la stessa fontana che, in questo luogo, segna il capolinea delle navette di collegamento. Da lì iniziano ad arrivare senza sosta. Gruppi di persone scendono dai mezzi ancora avvolti dalla polvere della strada, osservandosi attorno con quello sguardo incerto di chi deve ancora orientarsi, capire dove si trova e quale direzione seguire. Per molti la meta è il Rifugio Taramelli, raggiungibile con una piacevole camminata di circa quarantacinque minuti, ai piedi della suggestiva Val de le Sele.

Li osservo mentre iniziano il loro percorso, e non posso fare a meno di pensare a quanto sia diverso arrivare fin qui dopo aver camminato fin dal fondovalle. Perché la montagna non cambia, ma cambia profondamente il modo in cui la si incontra.



Malga Monzoni
Cappella alpina in Malga Monzoni


Il mio cammino, invece, guarda verso quote più elevate. Altri +700m di dislivello mi attendono oltre Malga Monzoni, lungo un percorso che, passando dal Rifugio Vallaccia, conduce fino alla vetta di Cima Undici. Non è una semplice passeggiata. È uno di quei sentieri in cui la fatica diventa parte stessa dell'esperienza e ogni metro conquistato restituisce qualcosa in cambio. Lassù mi attendono gli ampi orizzonti dell'alta quota, dove lo sguardo si perde tra creste e vallate e il respiro ritrova il proprio ritmo naturale.

È in quel continuo salire che il cammino acquista il suo significato più autentico. Non come una sfida contro la montagna, ma come un dialogo silenzioso con essa, capace di riempire il corpo di energia e l'anima di quella serenità che soltanto le grandi montagne sanno donare.



"Il cammino è una scelta, a volte dettata dal buonsenso e a volte dalla pigrizia. Lungo il mio cammino in pochi si accodano..."





Rifugio Vallaccia -2275m


L'emozione di raggiungere il Rifugio Vallaccia e di scoprirlo finalmente nella sua veste estiva è difficile da raccontare. È un'emozione diversa, fatta di luce, di prati in fiore e di quell'aria sottile che, durante la bella stagione, sembra esprimere il volto più accogliente della montagna.

Per un breve tratto il sentiero 603 prosegue lungo la stessa via che conduce al Rifugio Taramelli. Poi il cammino cambia nuovamente direzione e, giunto a un bivio, mi invita a scegliere il modo in cui raggiungere il Vallaccia.

Il sentiero 624 sale deciso fin dai primi metri, imponendo un impegno fisico importante. Il 603B, invece, allunga leggermente il percorso, ma mi accompagna con una salita più dolce, attraversando gli splendidi pascoli d'alta quota che da tempo attendevo di conoscere.

Non ho esitazioni. In montagna non sempre il percorso più breve è quello più bello. E quando il cammino promette di attraversare luoghi capaci di rallentare il passo e allargare lo sguardo, la scelta diventa quasi naturale.



Val Monzoni
In sentiero


E la Natura, come sempre, mantiene ogni promessa.

Il sentiero disegna una lunga serpentina che sale con dolcezza, insinuandosi tra i magnifici boschi della Mandra de Sen Nicolò. Curva dopo curva, il cammino accompagna il passo senza fretta, quasi volesse preparare lo sguardo a ciò che sta per rivelarsi.

Poi il bosco si apre all'improvviso. I primi versanti del Gardecia si distendono sotto il cielo, avvolti da prati sconfinati che sembrano respirare insieme alla montagna. La luce del sole accende il verde degli alpeggi e le fioriture estive trasformano ogni pendio in un mosaico di colori, così armonioso da ricordare il più prezioso dei giardini. Con una differenza sostanziale: qui nulla è stato progettato dalla mano dell'uomo. Ogni sfumatura, ogni fiore e ogni profumo sono l'espressione spontanea di quella perfezione che soltanto la Natura sa creare.






Il sole illumina con decisione i versanti esposti a mezzogiorno, accendendo le lunghe creste del Monzoni, che si innalzano una dopo l'altra fino a dissolversi nell'azzurro del cielo. È una cornice di straordinaria eleganza, dove la roccia e la luce sembrano fondersi in un unico paesaggio, capace di catturare lo sguardo e trattenerlo a lungo.

Lassù si distingue chiaramente Forcella de la Costèla (2.529 m), punto da cui prende avvio il Sentiero Alpino Federspiel. Un itinerario d'alta quota che si sviluppa lungo le creste fino a raggiungere il Passo delle Selle (2.500m circa), accompagnando l'escursionista attraverso uno degli scenari più suggestivi di questo gruppo montuoso.

Anche il mio sentiero, ormai immerso negli spazi aperti dell'alta montagna, diventa più dolce e scorrevole. A ogni passo i prati lasciano lentamente spazio alle rocce, mentre i primi ampi orizzonti iniziano a svelare ciò che fino a quel momento era rimasto nascosto. È come se la montagna, con la calma che le appartiene, decidesse di mostrarsi poco alla volta, concedendo al viandante il privilegio di scoprirla senza mai rivelare tutto in un solo istante.



Val Monzoni
Dal Gardecia verso la cresta del Monzoni


Senza alcuna fretta, con quella calma che la montagna insegna e che permette di assaporare davvero ogni singolo passo.

Lungo il cammino, quasi all'improvviso, compaiono le prime baite private e antichi fienili. Non si mostrano apertamente allo sguardo, ma rimangono appartati, nascosti ai margini del sentiero, come se scegliessero di rivelarsi soltanto a chi osserva con attenzione.

Sono piccole presenze silenziose, dettagli che sfuggono a uno sguardo distratto e che trasformano il paesaggio in una continua scoperta. I boschetti che punteggiano questi versanti ne custodiscono con discrezione l'esistenza, proteggendo quei piccoli segni della presenza umana che, lontani dal frastuono del fondovalle, sembrano aver trovato un equilibrio perfetto con la montagna.

Anche questa è una forma di bellezza: quella che non cerca di imporsi, ma attende pazientemente di essere scoperta da chi ha ancora il tempo e la sensibilità di osservare.









Se l'estate custodisce una delle promesse più attese della montagna, è proprio quassù che quella promessa prende finalmente forma.

Mentre il sentiero guadagna quota in direzione del Sas Morin (2.373 m), una breve salita accompagna lo sguardo verso l'alto. Poi, all'improvviso, il silenzio si arricchisce di un suono familiare: il tintinnio dei campanacci. Un richiamo inconfondibile che annuncia una presenza impossibile da incontrare durante l'autunno o nel candore dell'inverno.

Il Dò Gardecia si apre allora in un vasto pascolo, dove decine di mucche trascorrono l'estate nella quiete di questi ampi spazi. È un'immagine che restituisce vita all'intero paesaggio. Quei prati, che nelle stagioni più rigide sembrano appartenere soltanto al vento, alla neve e al silenzio, ritrovano improvvisamente il loro respiro più autentico. Ogni campanaccio, ogni animale al pascolo e ogni filo d'erba mosso dalla brezza raccontano il ritorno di un'antica armonia, quella che da secoli accompagna l'estate nelle terre alte.



Val Monzoni
Pascoli al Dò Gardecia


Poco distante sorge una piccola baita, umile e accogliente, rifugio discreto dei pastori durante la stagione dell'alpeggio. Attorno, tra gli alti fili d'erba mossi dalla brezza e colorate fioriture, le mucche trovano il luogo ideale in cui trascorrere l'estate, perfettamente integrate in un paesaggio che sembra appartenere loro da sempre.

Alcune continuano a pascolare con instancabile pazienza, seguendo quel ritmo antico che accompagna da secoli la vita negli alpeggi. Altre, invece, riposano distese sul prato, immerse in una quiete assoluta, lasciandosi accarezzare dal vento leggero e dal tepore di un sole che, quassù, sembra avere una luce più limpida e gentile.

Osservarle significa comprendere come la montagna sappia ancora offrire un equilibrio raro, dove ogni essere vivente occupa il proprio posto con naturalezza. In quel silenzio, interrotto soltanto dal lieve tintinnio dei campanacci e dal soffio del vento tra l'erba, tutto sembra ritrovare il ritmo autentico della vita.



Val Monzoni



Il vento. Un respiro antico che attraversa gli alti prati, piegando con dolcezza ogni filo d'erba e disegnando nell'immenso verde figure leggere, come i passi di una danza silenziosa che soltanto Madre Natura conosce e sa donare al proprio mondo.

È un vento fresco, lieve, avvolgente. Sfiora la pelle con infinita delicatezza, lasciando che ogni parte del corpo ne accolga il tocco gentile, mentre il tempo sembra rallentare fino quasi a scomparire. In quell'istante mi concedo una pausa. Non è soltanto il cammino a fermarsi, ma anche i pensieri, che si dissolvono nella quiete di questo luogo. Mi sento parte di qualcosa di più grande, accolto da un'emozione autentica che nasce dalla perfetta armonia tra la bellezza incontaminata dell'alpeggio e la forza discreta di un elemento tanto semplice quanto essenziale.

È il linguaggio del vento: invisibile agli occhi, ma capace di lasciare un segno profondo nell'anima.









Il passaggio al Rifugio Vallaccia è soltanto una breve parentesi lungo il cammino. Il tempo necessario per scambiare qualche parola, raccogliere alcune preziose indicazioni e prepararmi ad affrontare l'ultimo tratto del percorso, quello per me ancora sconosciuto. È proprio davanti a ciò che non si conosce che anche il più piccolo consiglio acquista valore, trasformandosi in una presenza discreta ma rassicurante.

Il primo incontro con le giovani ragazze che gestiscono il rifugio lascia fin da subito un'impressione piacevole. Nei loro sorrisi, nella disponibilità con cui condividono informazioni e nella spontaneità dell'accoglienza ritrovo quel calore autentico che appartiene alla montagna. Un contatto semplice, quasi fugace, ma capace di trasmettere serenità e di accompagnare con fiducia i primi passi verso una nuova esperienza.



"Ci vediamo più tardi, giusto per l'ora di pranzo..."



Cima Undici (Sas de le Undesh) - 2501m


Il sentiero 624 si lascia lentamente alle spalle il rifugio, aprendo il cammino verso una dimensione per me ora tutta da scoprire. Il percorso procede dolcemente, quasi pianeggiante, accompagnando ogni passo ai piedi dell'imponente Sas Morin, mentre lo sguardo viene naturalmente attratto dall'elegante piramide rocciosa della Ponta di Valacia (2.468 m), una delle cime più rappresentative e affascinanti di questo remoto angolo d'alta quota.

Davanti a me si apre un territorio ancora sconosciuto. È proprio quell'ignoto a rendere il cammino così speciale, alimentando un'emozione che cresce passo dopo passo. Ogni metro percorso dissolve un frammento di mistero, ma allo stesso tempo ne crea uno nuovo, trasformando l'escursione in un dialogo continuo tra curiosità, scoperta e meraviglia. È il privilegio di chi sceglie sentieri mai percorsi prima: lasciarsi guidare dall'incertezza e ritrovare, proprio in essa, il fascino più autentico della montagna.



Rifugio Vallaccia
Rifugio Vallaccia


Indicazioni precise al rifugio.

"Stefano, segui il sentiero 624 per circa 500m e poni attenzione sulla destra appena ti avvicini ai prati adiacenti Ponta Valacia. Noterai un'indicazione bianca e rossa sulla roccia e una traccia di sentiero che sale leggermente. Ecco, segui quel sentiero che sei sulla strada giusta".

Indicazioni semplici, ma preziose nella loro chiarezza. Davanti a me restano gli ultimi trecento metri di dislivello, quelli che mi separano dalla vetta e che trasformano ogni passo in un avvicinamento sempre più intenso alla meta.



Val Monzoni
Forcella del la Costela


Mentre il sentiero sale con gradualità, anche lo sguardo si allarga. Il panorama che mi lascio alle spalle si apre lentamente, rivelando un orizzonte sempre più vasto. I versanti del Gardeccia si distendono sotto di me, mentre la lunga e maestosa cresta del Monzoni si disegna con tutta la sua eleganza, dominando il paesaggio con la forza silenziosa di chi appartiene da sempre a queste montagne.

È in questa lenta conquista della quota che la montagna svela la sua ricompensa più autentica: non soltanto la vetta che attende lassù, ma la bellezza di un panorama che cresce insieme al cammino, regalando a ogni metro conquistato un'emozione nuova.



Val Monzoni
Il Dò Gardecia e le alte creste del Monzoni


Da Ponta di Valacia lo sguardo corre fino a Forcella de la Costela (2.529 m), seguendo l'evidente traccia del sentiero che accompagna il primo tratto di avvicinamento. È l'inizio di un percorso che prosegue poi lungo l'affascinante sviluppo in cresta del Sentiero Alpino Federspiel, un itinerario che sembra rincorrere il profilo stesso della montagna.

Dalla forcella si apre uno scenario di straordinaria bellezza: un susseguirsi di creste rocciose che si rincorrono all'orizzonte, disegnando un immenso anfiteatro naturale capace di abbracciare l'intero Gruppo del Monzoni. Una successione di cime e dorsali che accompagna lo sguardo fino al Passo delle Selle e all'omonimo rifugio, dove la severità della roccia frastagliata si fonde armoniosamente con il verde degli alti versanti, in un equilibrio perfetto tra forza e delicatezza, tra l'asprezza della montagna e la vita che continua a fiorire ai suoi piedi.



"Il tutto per ora si ferma alla vetta rocciosa del Lot (2689m)".



È una salita che si fa sentire. A prima vista potrebbe sembrare breve e poco impegnativa, ma la distanza che mi separa dalla vetta si concentra in un tratto raccolto, dove il dislivello accumulato dal rifugio rivela tutta la sua intensità. Ogni passo richiede costanza, trasformando l'ascesa in un dialogo silenzioso tra il corpo, il respiro e la montagna.

Il sentiero si snoda con una continua successione di cambi di direzione, disegnando ampie curve tra i verdi prati d'alta quota. Attorno a me, le fioriture di stagione colorano il paesaggio con infinita delicatezza, quasi a voler addolcire la fatica della salita. È un contrasto meraviglioso: da una parte l'impegno richiesto dalla montagna, dall'altra la leggerezza della Natura, che accompagna ogni passo con la sua silenziosa bellezza e rende il cammino un'esperienza capace di emozionare ben oltre la semplice conquista della vetta.



Val Monzoni
Fiori lungo il sentiero...


Val Monzoni
Verso Ponta Palacia


Il mio passo è lento, meditativo. Ogni movimento sembra alleggerire i pensieri e dissolvere ogni traccia di fatica, lasciando spazio a una quiete profonda che nasce dal ritmo stesso del cammino. Il corpo risponde con naturalezza, la mente ritrova il proprio equilibrio, e tutto scorre in perfetta armonia. È una sensazione difficile da raccontare, ma straordinariamente autentica.

La Natura continua a pormi davanti piccole prove, lievi ostacoli che non rappresentano un limite, bensì un invito a procedere con umiltà e rispetto. E, come ricompensa, è pronta ad accogliermi con tutta la sua infinita bellezza, aprendo davanti ai miei occhi un paesaggio che prende vita lentamente, un orizzonte che si svela passo dopo passo, fino a trasformarsi in un'emozione capace di riempire il cuore e dare un senso profondo al viaggio.


Ad attendermi in vetta non c'è la consueta croce, ma un essenziale mausoleo d'acciaio. Una presenza discreta e carica di significato, impreziosita dalle piccole pietre che, nel corso dei decenni, altri escursionisti hanno deposto con un gesto semplice, quasi rituale. Ogni pietra racconta un passaggio, una presenza, un frammento di cammino affidato alla memoria della montagna.

È un simbolo che invita al silenzio e alla contemplazione, un luogo dove la montagna non appare soltanto come uno spazio da attraversare, ma come una presenza viva, antica e senza tempo, da rispettare con la stessa devozione che si riserva a ciò che è eterno. Una dea immortale, capace di affascinare, mettere alla prova e, talvolta, di rimanere irraggiungibile.

Alcune targhe commemorative custodiscono il ricordo di uomini e donne che non sono più tra noi. I loro nomi, incisi nel metallo, continuano a raccontare storie di passione, di coraggio e di profondo amore per queste cime. Sono testimonianze che ricordano come la montagna non sia soltanto un luogo da vivere, ma una cultura, una memoria collettiva e un'eredità che continua a camminare accanto a chi, ancora oggi, sceglie di percorrerne i sentieri.



Val Monzoni


"Una pietra, la mia, trova posto all'interno di questo mausoleo"





Il panorama


Anch'io lascio un piccolo segno del mio passaggio. Una semplice pietra bianca, posata con discrezione tra le altre, diventa la silenziosa testimonianza della mia presenza su questa vetta. Un gesto essenziale, privo di protagonismo, ma ricco di significato.

Forse rimarrà qui per molti anni, forse per decenni, affidata al tempo, al vento e alle stagioni. E un giorno qualcuno, con occhi nuovi e lo stesso desiderio di scoperta, poserà lo sguardo su quella piccola pietra senza conoscerne la storia. Eppure, in quel semplice frammento di roccia continuerà a vivere il ricordo di un uomo che, almeno per un istante, ha condiviso con questa montagna il silenzio, la fatica e la meraviglia del cammino.



Val Monzoni
Cima Undici - 2501m


Spazio infinito. Orizzonti che sembrano dissolversi nell'eternità, là dove lo sguardo non riesce più a distinguere un confine tra la terra e il cielo.

La Val di Fassa si apre davanti ai miei occhi come un immenso ventaglio di luce e di colori, mostrando con naturale eleganza il meglio di sé. Ai suoi piedi riposano i piccoli paesi di fondovalle, discreti custodi di una vita che da secoli convive con la montagna. Sopra di loro, un cielo limpido accoglie il lento cammino di candide nuvole, che il vento accompagna con la delicatezza di un respiro.

Intorno, le ampie distese boschive risalgono i versanti fino a incontrare l'azzurro del cielo, dando vita a un paesaggio di straordinaria armonia, dove ogni elemento sembra occupare il posto che la Natura gli ha destinato.



Val Monzoni



Eppure non è soltanto questo a rendere unico ciò che si apre davanti a me. Per quanto tutta questa bellezza potrebbe già bastare a colmare lo sguardo e il cuore, la montagna custodisce ancora qualcosa di più. Qualcosa che va oltre ciò che gli occhi riescono a vedere e che attende soltanto di essere scoperto.



"Le vette, la bianca roccia di Dolomia e i massicci

che lungo questa valle prendono forma".



Davanti a me si dispiega uno scenario di rara imponenza. Dal profilo elegante del Latemar lo sguardo si allunga fino ad abbracciare l'intero Gruppo del Catinaccio: la Roda di Vaèl, il maestoso Rosengarten e la cima dell'Antermoia, che si susseguono in un'ininterrotta teoria di pareti, guglie e creste scolpite dal tempo.

In questo grandioso mosaico di roccia trovano posto anche le celebri Torri del Vajolet. Eppure, osservate da questa prospettiva, sembrano quasi raccogliersi con discrezione, come se scegliessero di lasciare la scena alla monumentalità dei grandi massicci che le circondano. Non perdono il loro fascino, ma si fondono nell'armonia di un paesaggio dove ogni cima contribuisce a creare un insieme di straordinaria bellezza.

È uno di quegli orizzonti che non chiedono di essere descritti, ma semplicemente contemplati, perché la loro grandezza supera le parole e si imprime direttamente nella memoria di chi ha il privilegio di trovarsi quassù.



"Ma tutto non si ferma qui. Anzi, questo è solo l'inizio..."



Val Monzoni



Ma se ciò che ho davanti agli occhi sembra già racchiudere il meglio che la montagna possa offrire, questo straordinario balcone naturale continua a spingersi oltre, fino ad abbracciare i versanti più settentrionali della valle. È come se l'orizzonte si rifiutasse di avere un termine, regalando allo sguardo nuove meraviglie a ogni istante.

Il Sassopiatto e il Sassolungo accompagnano la visione con la loro inconfondibile eleganza, prima di cedere lentamente il passo all'imponente bastione del Gruppo del Sella, che si erge con tutta la sua forza e la sua austera magnificenza. Da questa posizione privilegiata il massiccio si mostra in una prospettiva di rara bellezza, dove il Sass Pordoi e il Piz Boè ne esaltano il profilo con una naturale armonia.

È uno di quei panorami destinati a rimanere impressi nella memoria. Un susseguirsi di forme, luci e pareti che raccontano la grandezza delle Dolomiti e ricordano come, da quassù, la montagna non sia soltanto un paesaggio da osservare, ma un'emozione da vivere fino in fondo.


Il mio cuore batte con forza, quasi volesse seguire il ritmo impetuoso del vento che risale dal fondovalle. È come se quel respiro antico della montagna volesse affidarmi un messaggio, qualcosa che non ha bisogno di parole per essere compreso.

Forse è l'emozione di aver raggiunto, per la prima volta, questa vetta discreta e poco conosciuta, lontana dai grandi itinerari e proprio per questo ancora più autentica. Oppure è la Natura stessa che, con la sua silenziosa saggezza, mi invita a volgere lo sguardo oltre.

Ed è allora che appare lei. La Regina. L'eterna Marmolada.

Immobile, maestosa, indifferente allo scorrere del tempo, domina l'orizzonte con quella presenza che non impone la propria grandezza, ma la lascia semplicemente esistere. Da questa posizione privilegiata si rivela in tutta la sua magnificenza, come un'antica sovrana che attende pazientemente chi sappia fermarsi ad ammirarla. Non chiede nulla, eppure riesce a trasmettere tutto: rispetto, umiltà e quella profonda consapevolezza che, davanti a certe montagne, ogni parola diventa superflua e resta soltanto il silenzio, l'unico linguaggio capace di rendere giustizia alla loro eterna bellezza.


La mia è un'esperienza che va oltre la semplice conquista di una vetta. È un incontro profondo con la maestosità di un panorama senza confini e, allo stesso tempo, con le silenziose tracce lasciate da chi è passato di qui prima di me.

Piccoli segni, frammenti di memoria che raccontano vite, cammini e sogni. Persone che, forse, si sono fermate nello stesso punto, hanno rivolto lo sguardo verso il medesimo orizzonte e hanno lasciato che il cuore si colmasse della stessa meraviglia che oggi accompagna il mio.

In quell'istante il tempo sembra annullarsi. Le emozioni attraversano le generazioni e uniscono, in un invisibile filo, uomini e donne che non si sono mai incontrati, ma che hanno condiviso lo stesso silenzio, lo stesso vento e la stessa profonda gratitudine davanti all'immensità della montagna. Qui ogni ricordo diventa parte del paesaggio, e ogni passo aggiunge una nuova pagina a una storia che continua da sempre.



Val Monzoni



Tutto questo si racchiude nel tempo sospeso di un'ora. Sessanta minuti trascorsi quasi immobile, in silenzio, lasciandomi attraversare da un susseguirsi di emozioni che la montagna continua a donare con infinita generosità. Non c'è alcuna fretta di ripartire, perché certi istanti chiedono soltanto di essere vissuti fino in fondo.

Poi arriva il momento del ritorno. I verdi prati, impreziositi dalle vivaci fioriture di stagione, mi accolgono ancora una volta, accompagnandomi lungo lo stesso sentiero che poco prima aveva custodito le mie orme. È il medesimo cammino, ma l'animo con cui lo percorro è diverso.

Ora ogni passo segue la direzione opposta, mentre quel magnifico balcone naturale si allontana lentamente alle mie spalle. Eppure le emozioni non svaniscono. Restano con me, trasformandosi in un ricordo vivo, capace di accompagnare il cammino ben oltre la vetta, là dove la montagna continua a esistere non più davanti agli occhi, ma dentro il cuore.


Il Rifugio Vallaccia rappresenta ora una promessa da mantenere. Quella fatta poco più di un'ora prima, quando avevo lasciato alle spalle il rifugio con l'idea di ritornarvi dopo aver raggiunto la vetta. Ad attendermi c'è il pranzo di metà giornata, semplice e genuino, che diventa il naturale completamento di questa esperienza.

Mi siedo in silenzio, in compagnia soltanto della mia Anima e dei pensieri che ancora vagano tra le creste appena percorse. L'atmosfera è quieta, quasi sospesa, resa ancora più piacevole dalla spontaneità e dalla cortesia con cui le giovani ragazze del rifugio accolgono ogni escursionista, trasformando una semplice sosta in un momento di autentica serenità.



Rifugio Vallaccia


Chi ha anticipato la pausa ha già ripreso il cammino, scendendo verso la Val Monzoni e la Val San Nicolò. Il mio arrivo coincide invece con quell'ora di confine, quando la cucina si prepara lentamente a concludere il servizio e il profumo di un pasto ancora caldo diventa una piccola, preziosa ricompensa dopo le emozioni vissute in alta quota.

Fuori, la montagna continua il suo silenzioso respiro. Dentro il rifugio, il tempo sembra rallentare ancora una volta, concedendomi l'ultimo momento di quiete prima che il sentiero riprenda a guidarmi verso valle.






Il ritorno a valle, lungo lo stesso sentiero dell'andata, non è mai un semplice percorso a ritroso. È il tempo della riflessione, quando le emozioni appena vissute trovano finalmente il loro posto nella memoria e ogni passo assume un significato diverso.

Anche il paesaggio sembra cambiare volto. All'orizzonte si alzano nuvole scure e minacciose, cariche di quella pioggia che annuncia uno dei più classici temporali estivi. Arriva improvviso, con tutta la sua energia, e nel giro di poco tempo riversa sulla montagna ogni goccia del suo impeto, per poi dissolversi con la stessa rapidità con cui era apparso.



Val Monzoni



Quando il cielo torna lentamente ad aprirsi, il sole accompagna il paesaggio verso un tramonto che profuma di fresco. L'aria diventa più limpida, più leggera, e la pioggia ha lavato ogni cosa, restituendo ai prati, alle rocce e ai sentieri i loro colori più autentici. Perfino l'ingiustificata polvere, sollevata dal continuo passaggio di chi percorre questi luoghi con mezzi a motore, è scomparsa, come se la montagna avesse sentito il bisogno di ritrovare il proprio volto originario.

Ed è forse proprio questo il suo insegnamento più profondo. La montagna non si concede a chi la attraversa con la fretta o con la pretesa di chi pagando è nel pieno dei diritti. Si rivela, invece, a chi sa rallentare, osservare e ascoltare in un lungo e silenzioso cammino. Perché il vero privilegio non è semplicemente arrivare fin quassù, ma accorgersi di tutto ciò che, nel silenzio di un sentiero, continua a esistere ben oltre lo sguardo distratto di chi passa senza fermarsi davvero.



Stefano





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