Val di Calamento: in perfetta armonia.
- Stefano
- 30 dic 2025
- Tempo di lettura: 8 min
Uno di quei luoghi che, almeno sulla mappa, potrebbero risultare un semplice punto di passaggio e nulla più. Il luogo perfetto per sfatare il mito secondo cui solo le località più blasonate siano in grado di offrire il meglio di queste montagne: il meglio delle Dolomiti.
Una dimensione naturale che non individua nei grandi bastioni di roccia i punti di riferimento su cui concentrare, stagione dopo stagione, la propria attenzione. Perché, se questa valle sembra solo un punto di passaggio, un transito quasi obbligato per collegare due differenti punti geografici, le sue quote più elevate custodiscono una semplicità tutta da scoprire.
Calamento - 1250m
Punto di collegamento tra la Valsugana e la Val di Fiemme, questa valle trova nel Passo Manghen (2047 m) il suo valico naturale. Ma con l’arrivo dell’inverno il suo volto cambia. La strada che risale la Val di Calamento, soprattutto nei tratti più alti e chiusi, si restringe fino a scomparire sotto il silenzio della stagione bianca, venendo chiusa al traffico da metà novembre a metà aprile.
Oltre la località di Baessa non si prosegue: il viaggio si interrompe e lo spazio si fa intimo, raccolto. Una limitazione solo apparente, che consente comunque di raggiungere l’Hotel Aurai e di spingersi ancora per quel mezzo chilometro fino a Masetto, punto di partenza di questa mia giornata d’inverno, dove il tempo sembra rallentare e la montagna riprende voce.
Il punto perfetto, soprattutto per l’ampio spazio che consente di parcheggiare l’auto anche durante l’inverno. In questa stagione la valle assume l’aspetto di un luogo sospeso, quasi abbandonato. Piccole comunità di baite private, fienili e qualche maso si disperdono su ampi pianori lungo le rive del torrente Maso che, con lo scorrere delle sue acque, diventa l’unico suono presente, un rumore lieve e costante che scende dolcemente verso i versanti minori.
Una grande catasta di tronchi, ordinata e composta, occupa parte dello spazio senza togliere nulla all’area destinata al parcheggio. La mattinata è fresca, illuminata da un cielo azzurro che promette l’ennesimo piccolo miracolo di questa stagione, dove l’inverno, neve a parte, regala temperature decisamente anomale.

Il gelo della notte porta con sé la magia del silenzio, quello profondo, dettato dalle ombre scure che ancora avvolgono buona parte della valle. Tutto sembra immobile. Solo i primi passi rompono questa quiete sospesa. La cartellonistica dei sentieri appare subito chiara, indicando senza esitazioni le coordinate del cammino da seguire. Tra le due opzioni presenti in questo punto, scelgo la strada forestale che, senza richiedere troppo impegno, sale dolcemente lungo la base del Col della Beccaria. È un cammino tranquillo, immerso nell’ombra dei grandi boschi che mi sovrastano e accompagnano ogni passo. Sentiero 398.
Curva dopo curva, la quota aumenta lentamente. I continui cambi di direzione scandiscono l’ascesa e mi offrono il tempo di fissare nella mente diversi scorci panoramici della valle, che si aprono e si richiudono come brevi apparizioni, lasciando spazio alla contemplazione e al silenzio.


Dai versanti meridionali, ancora avvolti dalle ombre timide di un nuovo giorno, lo sguardo scivola verso quelli più a nord, già pienamente illuminati da un sole meraviglioso. Una luce forte, quasi potente, che da questo punto rivela alcuni frammenti della vicina catena del Lagorai. Cima Fornace (2225 m) e Cima Bolenga (2272 m) emergono come le presenze più riconoscibili, stagliandosi nette all’orizzonte. Le loro alte creste sono rivestite da un manto bianco che dialoga con la morfologia scura della roccia, mentre più in basso i colori rossastri dei boschi si attenuano e si aprono nei pianori erbosi dell’alta quota.
È un equilibrio di luci e tonalità che racconta, in silenzio, il passaggio dalla notte al giorno.
Il sentiero sale senza affanno e il passo si fa leggero, accompagnato da una piacevole sensazione di equilibrio. I boschi che dal Col della Beccaria si distendono verso il Boal Nero iniziano a riflettere i primi raggi del sole, che filtrano tra i pini e si infrangono sui rami irrigiditi dal gelo notturno. È una metamorfosi quasi immediata, un mutamento di colori e riflessi che si apre allo sguardo e invita a cercare, istante dopo istante, quel timido tepore che a tratti riesco a percepire.
Immerso in un silenzio assoluto, vengo attraversato da momenti intensi, in cui sento inevitabilmente vicina la presenza della mia Anima: compagna indispensabile di questi lunghi cammini e di tutto ciò che, passo dopo passo, continuo a immaginare guardando al futuro.

Malga Cere - 1713m
Salendo di quota, la fitta boscaglia concede sempre più spazio alla luce. Versanti fino a poco prima impenetrabili persino al sole si aprono all’improvviso, illuminati da un cielo azzurro straordinario. Ancora un paio di serpentine ed entro in una nuova dimensione: tutto è nuovo ai miei occhi, che ora brillano di più, riflettendo ogni istante nel naturale riverbero di una luce intensa e avvolgente.
Il grande alpeggio di Malga Cere prende finalmente vita davanti a me, insieme alle sue ampie distese prative, sommerse da un candido manto di neve. Malga Cere, il suo alpeggio e nuove vette tutte da scoprire: un invito silenzioso a proseguire, lasciandomi guidare dalla curiosità e dalla meraviglia.


Un punto fermo che merita ora una breve pausa. Sono quasi al culmine di questa mia giornata invernale e le emozioni vissute fino a qui lasciano un segno profondo, sedimentandosi in una mente rilassata e in un corpo temprato da una temperatura sorprendentemente piacevole. Appoggio lo zaino a terra, come sempre, e mi concedo il tempo necessario: un tempo che non chiede fretta, che non pretende altro se non la libertà di muovermi all’interno di questo ampio recinto e tra le strutture che, durante la stagione estiva, tornano a essere luogo di accoglienza e alpeggio. Il pensiero corre inevitabilmente all’estate.
Un pensiero che alimenta nuova energia e che nasce dalla cura evidente che questa malga sa trasmettere. La stalla, dedicata al ricovero degli animali, e l’edificio centrale si offrono già come un invito silenzioso alla prossima stagione, promessa di una pausa ristoratrice fatta di tradizioni, semplicità e buona cucina.
Ma ora tutto sembra sospeso, in attesa che la nuova neve accompagni e trasformi questa stagione invernale. Panche e tavoli, ordinatamente disposti sotto la terrazza esterna, portano con sé l’eco dei giorni di attività passati, quando tutto quassù brillava nel verde e al calore del sole estivo. Ciò che cattura maggiormente la mia attenzione è ciò che si trova alle mie spalle: la parte più ampia della Val di Calamento, fino a poco prima nascosta dalla fitta boscaglia. Una panoramica che si apre verso i versanti occidentali, dove emergono nette le sagome del Monte Pastronezze (2182 m) e del Tornion de l’Agnelessa (2232 m), testimoni silenziosi della quiete di questo momento.

Due spunti che, nel mio pensiero, rappresentano degnamente altre vette dell’Oasi Naturalistica di Valtrigona (WWF), dove i versanti montuosi completamente boschivi si alternano alle cime maggiori e agli ampi pianori ora ricoperti di neve. I boschi, certo, meritano ogni elogio come straordinario esempio di vita naturale. Eppure, in certi punti, portano ancora le dolorose cicatrici di Vaia, la forza distruttiva che anche qui non ha lasciato tregua, lasciando segni indelebili nella vegetazione e nel paesaggio.
Malga Val Piana - 1844m
Fermarmi per un’intera giornata in questa mia oasi di pace e silenzio sarebbe come assaporare una colata d’oro. Un paio di escursionisti arrivano qui con calma, quasi in punta di piedi. Si fermano in malga solo per una veloce pausa ristoratrice: il loro obiettivo è diverso dal mio. Puntano a salire verso la vetta del Monte Setole (2206 m) e poi a Forcella Maddalena (2143 m), per discendere nel pomeriggio nella vicina Val Campelle e completare in un solo giorno un trekking straordinario, non comune per la stagione.
Non seguiranno il mio cammino. I loro sguardi si posano sugli ampi e ripidi pianori che, sfiorando appena Malga Val Piana, si collegano poi al sentiero per il Monte Setole, mentre io mi preparo a percorrere il mio percorso, più lento e raccolto, in compagnia del silenzio.
Il mio percorso è più semplice, meno impegnativo. La strada forestale prosegue con dolcezza, salendo in modo piacevole e senza affaticare. Malga Cere si rivela in alcuni punti da prospettive più intime, che ne esaltano la posizione privilegiata sul paesaggio. La neve lungo il cammino si fa sempre più consistente. Una marcatura evidente accompagna alcuni tratti ghiacciati, richiedendo solo un po’ di attenzione. Tornare nei boschi è come lasciare quella zona confortevole dove il sole si faceva sentire, per entrare nuovamente nell’ombra e nel freddo invernale.
Alcuni tratti all’ombra mi riportano il gelo della stagione, per poi ritrovare, nelle due ultime curve, il tepore tanto piacevole quanto benevolo, che accoglie i miei passi e accompagna lo sguardo verso il paesaggio circostante. Esco dal bosco, malga Val Piana mi accoglie a sè.

Mi sembra di scoprire, passo dopo passo, nuovi spazi infiniti. Pur trovandosi non lontano dalla Cere, la dimensione che ora ammiro è soprattutto quella interiore: l’emozione di aver raggiunto un luogo per me completamente nuovo, così come nuovo era stato l’intero cammino fin dall’inizio della giornata. L’arrivo a Malga Val Piana rappresenta l’ennesimo contatto con una realtà capace di riportarmi, inevitabilmente, a una cultura dalle tradizioni forti e radicate, che ancora una volta sentii di sfiorare con rispetto e meraviglia.
Non è soltanto il silenzio che l’inverno deposita quassù, né soltanto quella pace senza nome che, al cospetto di un cielo azzurro e di un sole già quasi primaverile, rischiara di gioia ogni mio pensiero. Dalla malga lo spazio si apre ora in panorami ampi, che dalla Valsugana risalgono l’intera Val di Calamento fino a toccare i versanti più alti del Lagorai: un tratto di roccia selvaggia e meravigliosa, capace di raccontare una storia tutta sua.
Vette e creste innevate si alternano a spazi indefiniti, che d’estate si raccolgono in alpeggi incantati. È un punto di osservazione in cui, in un solo sguardo, due territori si riconoscono e si uniscono, trovando nella Val di Calamento la forza silenziosa di questo legame.



Cammino senza costrizioni tra staccionate e divisori che non imprigionano il passo, ma tracciano con misura l’armonia di questi luoghi intensi, intrisi del profumo autentico della montagna. Il mio andare, poco a poco, si scioglie e diventa una passeggiata lieve, quasi meditativa.
Ho già consumato il pranzo, seduto con agio su un grande tronco nella malga. Un trono, così ora lo sento e lo chiamo: un trono semplice e antico, che mi pone al cospetto di un regno meraviglioso. Qui mi riconosco parte di un’unicità profonda, di quel dono silenzioso che la Natura, in questi istanti, mi offre e mi svela.
Un sole quasi primaverile, dicevo. Una presenza inattesa per questa stagione, che mi concede il lusso di restare a braccia nude, mentre occhi e volto si colmano di un’energia viva, generosa. Sto bene, Cristo, quanto sto bene. Sto bene con me stesso, immerso in tutte le sensazioni che ora mi attraversano e che osservo con quieta attenzione. Come altri escursionisti che salgono da Malga Cere, evitando la strada forestale, affidandosi al solco di passi lasciati poco prima da altri. Avanzano dentro distese prative bianche, luminose, che uniscono la Cere alla Val Piana in un’unica salita severa. Una salita che esige rispetto, che impone brevi soste, pause necessarie in cui il respiro si riallinea al ritmo lento e profondo della montagna.

Come coloro che li hanno preceduti, anche loro risalgono verso i versanti più alti. Una lunga salita, severa, priva di un sentiero davvero definito. La neve, man mano che il dislivello cresce, si fa più compatta e cancella le tracce del percorso estivo, quello che in poco più di un’ora conduce alla vetta del Monte Setole e, con ogni probabilità, anche oltre.
La neve accresce l’impegno, soprattutto quando l’istinto spinge a seguire un cammino in cui i riferimenti visivi diventano improvvisamente l’unica guida, lo sguardo rivolto alle cime maggiori. Da lontano, uno scambio di occhi e di gesti: un saluto silenzioso, affidato al semplice movimento delle braccia, che dice senza parole che tutto procede bene. E come potrebbe essere altrimenti.
E come potrebbe essere altrimenti una giornata come la mia. Un giorno, l’ennesimo, segnato da un cammino nuovo, che con delicata naturalezza mi ha avvicinato al sole e all’azzurro del cielo. Una scenografia perfetta quella che la Natura allestisce per queste due malghe, adagiate ai piedi della maestosa catena del Lagorai. Due malghe diverse, specchio di realtà differenti, eppure unite in un’unica vibrazione emotiva che dalla Valsugana risale fino al cuore del Lagorai, seguendo il solco silenzioso della Val di Calamento.
La mia è una nuova esperienza che, pur senza clamore né fatica eccessiva, si chiude in un arrivederci. Un saluto sospeso nel tempo, in attesa di una stagione più generosa, che mi concederà di rivedere gli alpeggi animarsi di vita e, con ogni probabilità, di spingermi più in alto, verso quelle vette che ora restano distanti, ancora difficili da raggiungere.
Stefano


























