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Il Respiro del Lagorai

  • Immagine del redattore: Stefano
    Stefano
  • 2 giorni fa
  • Tempo di lettura: 33 min

Dove i pascoli incontrano il silenzio del Lago delle Stellune e del Lago Lagorai



📍 Zona: Val Campelle - Val Sorda - Valsugana

🥾 Tipo: Escursione suddivisa in due differenti giorni di cammino

📏 Lunghezza: Rifugio Conseria -> Lago Stellune 17km A/R

Rifugio Conseria -> Lago Lagorai 6km solo andata

⛰️ Dislivello: Rifugio Conseria -> Lago Stellune +305m

Rifugio Conseria -> Lago Lagorai +637m

⏱️ Tempo: Rifugio Conseria -> Lago Stellune 5h 30m (individuale)

  Rifugio Conseria -> Lago Lagorai 2h 30m (individuale e solo andata)

⚠️ Difficoltà: media/impegnativa (ambiente in quota su ampi alpeggi)

🛖 Malghe e rifugi: Rifugio Conseria - Malga Valsorda Seconda - Malga Valsorda Prima

🗓 Stagione migliore: estate per l'apertura del Rifugio Conseria

🅿️ Parcheggio: Rifugio Carlettini in Val Campelle



🥾 Il Lagorai e i suoi infiniti laghi. Si dice che l’intera catena ne custodisca più di mille: un numero che, al di là della sua esattezza, restituisce bene l’idea della straordinaria quantità di questi meravigliosi specchi d’acqua disseminati tra le sue montagne.

Tra tutti, ho scelto di soffermarmi su due: il Lago delle Stellune e il Lago Lagorai.

Due giorni di cammino, immersi nel verde dei pascoli d’alta quota della Val Sorda e della Val Campelle, seguendo sentieri che lentamente conducono verso le creste più alte e selvagge della catena del Lagorai. Un percorso attraverso una montagna ancora autentica, dove il paesaggio cambia passo dopo passo e i grandi spazi sembrano restituire alla Natura il ruolo di protagonista.

Fino a raggiungere le cime che ne custodiscono il cuore: Cima delle Stellune, Cima Laste e Cima del Lagorai. Un’esperienza di cammino, di silenzi e di paesaggi che rimane impressa ben oltre la fine del sentiero. Una di quelle esperienze personali che non hanno bisogno di molte parole, perché, in fondo, è la montagna stessa a raccontarle.



Lagorai




La Val Campelle


Si forma e prende vita lungo la verde Valsugana, una valle che appartiene a quel Trentino Orientale dove la montagna conserva ancora il volto autentico della tradizione. Qui, tra pascoli d’alta quota, antiche malghe e silenzi interrotti soltanto dal lento movimento delle mandrie, l’alpeggio rappresenta da generazioni una parte essenziale della vita di montagna.

È da queste terre, dove l’erba dei pascoli e il lavoro dell’uomo seguono ancora il ritmo delle stagioni, che nasce una produzione casearia capace di raccontare il territorio attraverso i suoi sapori, custodendo una tradizione che da decenni rappresenta un’autentica espressione di qualità.


Malghe e alpeggi. Un binomio che diventa il filo conduttore di questo nuovo cammino, nato con il desiderio di andare oltre la semplice bellezza del paesaggio e di cercare, tra questi luoghi, quella dimensione più profonda e silenziosa che potremmo chiamare spiritualità della montagna.

Dai boschi della Val Campelle, il sentiero sale lentamente verso le quote più alte, attraversando un paesaggio che cambia passo dopo passo. Il verde fitto del bosco lascia spazio alle ampie distese prative, dove i pascoli d’alta quota si aprono sotto il cielo e le antiche malghe raccontano, ancora oggi, il secolare rapporto tra l’uomo, gli animali e la montagna.

Poi, più in alto, il paesaggio si fa essenziale. I prati cedono il passo alla roccia, le forme diventano più aspre e il silenzio acquista una presenza quasi assoluta. È qui che il Lagorai mostra il suo volto più selvaggio, lungo quei versanti rocciosi che si susseguono per chilometri e sembrano custodire intatta l’anima più autentica di questa lunga catena montuosa.



Val Campelle


La Val Campelle, però, è soltanto il tratto iniziale di questo viaggio: quella strada che, lasciato alle spalle l’abitato di Scurelle, accompagna lentamente verso quote più alte, fino al Rifugio Carlettini. Un percorso che già nel suo semplice salire sembra segnare il passaggio da un mondo all’altro, lasciando progressivamente alle spalle il rumore della valle per entrare in una dimensione più appartata e silenziosa.

È qui che la pace sembra avere ancora un significato autentico. Un luogo ideale per chi ha scelto di custodire una piccola casa tra queste montagne, facendone un rifugio lontano dal caos della quotidianità, dalle sue corse incessanti e da quel mondo che sembra consumare ogni cosa troppo in fretta. Qui il tempo rallenta, il silenzio torna ad avere una voce e la montagna diventa finalmente un luogo in cui fermarsi. Un piccolo angolo di mondo dove ritrovare emozioni che, troppo spesso, la frenesia della vita quotidiana finisce per soffocare.




Rifugio Conseria 1887m


Poco oltre il Carlettini si raggiunge il Ponte di Conseria, punto in cui la strada della Val Campelle interrompe il suo percorso. Qui, un ampio parcheggio consente di lasciare l’automobile e proseguire a piedi, entrando finalmente nella dimensione più autentica della montagna.

Dal 2026, un’apposita regolamentazione del Comune di Scurelle vieta, durante la stagione estiva, il transito dei mezzi dal Carlettini verso il ponte. Una disposizione necessaria per preservare la tranquillità e la fragilità di questi luoghi, ma anche un’informazione pratica da conoscere prima di mettersi in cammino.

Insomma, una piccola indicazione tecnica, apparentemente lontana dalla poesia del viaggio, ma indispensabile per evitare che la bellezza del Lagorai finisca per accompagnarsi all’altrettanto inevitabile ricordo di una multa da parte delle autorità locali.



Rifugio Conseria


Fatta questa doverosa considerazione, è proprio dal Ponte di Conseria che prende vita il mio lungo cammino. Quattro giorni e tre notti immerso in quella dimensione che da tempo cercavo e che ha dato origine a questa nuova esperienza: entrare lentamente nel cuore più autentico e selvaggio del Lagorai.

Un cammino fatto di sentieri, silenzi e grandi spazi, seguendo il ritmo lento della montagna e lasciandomi accompagnare da ciò che più di ogni altra cosa desideravo incontrare: le antiche malghe, gli alpeggi d’alta quota e quei laghi incastonati tra le montagne, testimoni silenziosi di una Natura ancora profondamente selvaggia.

È da qui che comincia il viaggio. E, forse, anche qualcosa di più: la ricerca di quella dimensione della montagna capace ancora di restituire all’uomo il senso del tempo, del silenzio e della propria libertà.


Rifugio Conseria diventa il mio riferimento logistico, ma ben presto si trasforma in qualcosa di più: una presenza discreta e rassicurante lungo questo cammino. È da qui che, ogni alba, prende vita la mia giornata, quando il primo chiarore accarezza lentamente le montagne e il sentiero torna a chiamarmi.

E sarà qui, al tramonto, che farò ritorno, lasciandomi accogliere dalle sue antiche mura, consumate dal tempo e dalla storia dell’alpeggio. Un luogo semplice, autentico, capace di diventare il mio rifugio dopo le lunghe ore trascorse sui sentieri.

Quando la luce del giorno si spegne e la montagna sprofonda nel silenzio, il Rifugio Conseria assume un volto completamente diverso. La notte, tra quelle vecchie mura, acquista un significato particolare: il silenzio si fa più profondo, il tempo sembra rallentare e il rifugio diventa una piccola isola di quiete nel cuore selvaggio del Lagorai.



Di notte in montagna ci sono tre silenzi diversi:

il silenzio delle cime, quello delle stelle, quello della Natura.

E insieme fanno un silenzio che non esiste in nessun altro luogo.



La Val Campelle, ormai alle mie spalle, lascia spazio a una successione di piccole vallate che si aprono verso i versanti più alti e selvaggi del Lagorai. Sono questi, ai miei occhi, i luoghi nei quali il cammino assume un significato più profondo, quelli in cui la montagna sembra riuscire a raggiungere ogni angolo delle emozioni e a riportarle in superficie, una dopo l’altra.

La mia attenzione si dirige così verso la Val Caldenave, la Val Sorda, i Campivi di Dentro e la Val Ziotto: nomi che appartengono alla geografia di questa montagna, ma che lungo il cammino finiscono per diventare molto più di semplici riferimenti sulla carta.

Sono vallate appartate, ancora immerse in una dimensione selvaggia e autentica, dove la Natura sembra aver conservato intatto il proprio linguaggio. Ed è proprio qui che il paesaggio custodisce due dei suoi specchi d’acqua più suggestivi: il Lago delle Stellune, a 2.152 metri di quota, e il Lago Lagorai, a 1.870 metri.

Due laghi diversi per altitudine e paesaggio, ma accomunati dalla stessa capacità di interrompere il passo e invitare lo sguardo a fermarsi. Due luoghi nei quali il silenzio della montagna sembra trovare la sua forma più pura.


Il primo pomeriggio scorre lento e tranquillo. Dopo le formalità dell’arrivo, mi concedo alcune ore di libertà per muovermi senza fretta nei dintorni del rifugio, lasciando che sia il paesaggio a suggerirmi dove dirigere i passi.

La mia attenzione viene catturata dal Passo Cinque Croci, a 2.018 metri di quota e a una ventina minuti dal rifugio. Un luogo nel quale la bellezza della montagna convive con una memoria ben più dolorosa: quella della Grande Guerra.

Raggiungo il passo e mi ritrovo al cospetto di quelle cinque croci che, silenziose, osservano ancora oggi le montagne circostanti. Rimango lì per qualche tempo, quasi sospeso tra la grandezza del paesaggio e ciò che quel luogo è stato.

Cinque croci che diventano un richiamo alla memoria, ma anche un invito alla riflessione. Perché la guerra, ogni guerra, lascia dietro di sé lo stesso tragico patrimonio: sofferenza, dolore, vite spezzate e un vuoto che nessuna montagna, per quanto immensa e bellissima, può cancellare.

E mentre il vento attraversa il passo e il silenzio torna a occupare ogni cosa, quelle croci sembrano parlare ancora. Non con la voce della storia, ma con quella, più universale, della memoria.



Scende la notte lentamente. Mi accoglie il rifugio e quel silenzio eterno che rilassa corpo e mente, mentre i miei sogni già prendono vita per il nuovo giorno in arrivo...






Passo Val Cion - 2072m


Una leggera brezza risale dalla Val Campelle. Sono le sei del mattino e sono già in piedi, immerso nel silenzio, ad assistere allo spettacolo di un’alba velata, ricca di sfumature e di colori.

Sui versanti che guardano verso la Valsugana, quelli più meridionali, alcune nubi grigie si addensano all’orizzonte, lasciando presagire la possibilità di qualche temporale nel corso della giornata. La montagna sembra già raccontare, attraverso il cielo, ciò che potrebbe accadere nelle ore successive.

Più in alto, invece, il Col di San Giovanni, a 2.251 metri, e le vette che guardano verso la Val Caldenave appaiono avvolte da una leggera velatura. Una sottile foschia che, attraversata dai primi raggi del sole, si accende lentamente di luce.

È l’alba di un nuovo giorno nel Lagorai. La notte si ritira senza rumore, le montagne iniziano a mostrarsi e il paesaggio, ancora sospeso tra ombra e luce, prende lentamente vita.

Rimango qualche istante a osservare. Prima ancora di mettermi in cammino, sento di aver già ricevuto il primo dono di questa giornata: il silenzioso spettacolo della montagna che si risveglia.



Rifugio Conseria



Rifugio Conseria


L’aria fresca del mattino muove le bandierine tibetane, regalando loro un lento movimento di vita, mentre il rifugio rimane ancora, per buona parte, immerso nel sonno. È un’atmosfera che appartiene a chi, come me, ama quel leggero e pungente soffio del vento nelle prime ore del giorno, quando la montagna sembra ancora custodire il silenzio della notte.

Sulle panchine all’esterno del rifugio, un paio di persone hanno già anticipato di poco il mio stesso desiderio. Poche presenze, quasi discrete, unite dalla stessa voglia di assaporare quel momento senza bisogno di parole.

Il silenzio è così profondo da diventare quasi una presenza. Un’alchimia semplice e perfetta, fatta di aria fresca, montagne ancora immerse nella penombra e pensieri che lentamente trovano il loro spazio.

Intanto, le bandierine colorate continuano a danzare nel vento, seguendone il ritmo con movimenti lenti e imprevedibili. Sembrano voler ricordare che, lassù, anche il silenzio può avere una voce.



Rifugio Conseria


Il sentiero - 316 tratto del Sentiero Italia - mi accompagna verso l’alto, quasi seguendo la stessa danza silenziosa che, all’orizzonte, vede il sole salire lentamente alle spalle del Col di San Giovanni.

È una salita dolce, lenta e piacevole, di quelle che non chiedono fretta e permettono allo sguardo di perdersi continuamente nel paesaggio. Ogni passo sembra avere il proprio ritmo, mentre la luce del nuovo giorno comincia a distendersi sulle montagne.

A un certo punto mi fermo e mi volto indietro. Da quella prospettiva il rifugio appare completamente diverso: in primo piano, raccolto e quasi sospeso sul versante, mentre alle sue spalle la Val Campelle si apre lentamente, distendendosi verso valle con i suoi lunghi versanti ricoperti di boschi.

Rimango qualche istante a osservarlo. Il rifugio, piccolo davanti all’immensità del paesaggio, sembra quasi diventare parte della montagna stessa. Un’immagine semplice, ma capace di raccontare, meglio di qualsiasi parola, la dimensione selvaggia e silenziosa di questo luogo.



Rifugio Conseria


Il cammino lascia quasi subito alle spalle i fitti boschi che, dal Col di San Giovanni, si distendono verso il versante opposto. Poco alla volta, il paesaggio cambia volto e, oltre il Col della Palazzina, cominciano ad apparire le prime ampie distese prative.

È un’esplosione di verde accarezzata dalla luce del primo mattino, un susseguirsi di sfumature che riempiono lo sguardo e regalano quella gioia semplice che solo la montagna, talvolta, riesce a concedere.



È anche il mio primo vero incontro con i pascoli delle alte quote

in questo angolo del Lagorai.





Per me, quassù, almeno nella stagione estiva, è tutto nuovo. La memoria torna inevitabilmente indietro di un paio d’anni, quando gli stessi luoghi avevano saputo mostrarmi due volti completamente diversi: quello dell’autunno, con i suoi colori ormai prossimi al silenzio dell’inverno, e quello dell’inverno, più severo, essenziale e avvolto nella neve.

Ora è l’estate a raccontare questa montagna. E tutto sembra diverso.

I pascoli sono vivi, il verde si spinge fin dove la roccia lo permette e la luce illumina ogni cosa con una forza nuova. Cammino dentro un paesaggio che conosco, ma che allo stesso tempo non avevo mai visto davvero.

È una magnifica prima volta. Una nuova stagione, un nuovo sguardo e, ancora una volta, la sensazione che la montagna abbia sempre qualcosa di diverso da mostrare a chi sa tornare ad ascoltarla.





I Campivi di Dentro non sono soltanto un passaggio in quota attraverso immense distese prative. Sono il punto in cui lo sguardo, finalmente libero, riesce a penetrare verso i grandi versanti meridionali del Lagorai, quelli che dal rifugio rimanevano ancora lontani, nascosti alla vista e custoditi dalla montagna.

Qui il paesaggio cambia ancora una volta. La vicina Val Sorda si apre davanti a me e, oltre i suoi pascoli, il cielo sembra immergersi lentamente dentro un immenso mosaico di roccia.

Emergono una dopo l’altra le grandi cime della catena: Cima delle Buse, a 2.574 metri, Cima Montalon, a 2.501, Cima delle Stellune, a 2.550, e Cima del Lagorai, a 2.578 metri. Più in alto ancora, quasi a voler cercare un contatto diretto con il cielo, si innalza Cima Laste, con i suoi 2.616 metri, la vetta dominante di questo imponente gruppo roccioso.

Davanti a me si distende una lunga cresta di roccia scura, aspra e poderosa, dalla quale emergono una successione di vette, guglie e campanili rocciosi. Forme scolpite dal tempo, modellate dalla neve, dal vento e dalle stagioni, che conferiscono alla montagna un carattere quasi primordiale.



Rimango a osservare questa immensità...


Lagorai



Lagorai


È il Lagorai nella sua espressione più autentica: una montagna severa, selvaggia e ancora profondamente legata alla propria Natura. Qui il paesaggio non ha bisogno di essere spettacolare. È sufficiente lasciarlo parlare.

Perché davanti a una simile grandezza, l’uomo può soltanto fermarsi, guardare e sentirsi, per qualche istante, parte di qualcosa di infinitamente più grande.





La soglia tra la quotidianità e l’assoluto è ormai oltrepassata.



Il Passo Val Cion, a 2.076 metri di quota, rappresenta per me il punto in cui ogni contatto con il mondo di prima sembra lentamente dissolversi. Alle spalle rimane quella quotidianità fatta di rumore, corse e frenesia, di un mondo che troppo spesso sembra aver dimenticato il valore delle cose semplici. Da qui in avanti, tutto questo può diventare soltanto un ricordo lontano.

Nei miei pensieri più intimi, il passo assume così un significato che va oltre la semplice geografia. Diventa un punto cardinale, una sorta di confine naturale tra due dimensioni: quella degli alpeggi, dei pascoli e della presenza silenziosa dell’uomo, e quella delle alte creste, dove la montagna torna a mostrarsi nella sua forma più aspra e selvaggia.

Verso la Val Sorda si distendono i pascoli di Malga Valsorda Seconda, a 1.901 metri, ampi spazi verdi che sembrano seguire dolcemente il profilo della valle. Verso oriente, invece, la piccola Val Ziotto conduce lo sguardo fino a Malga Val Cion, a 1.972 metri, immersa in una luce profonda che accarezza i prati e ne esalta ogni sfumatura.

Rimango al passo qualche istante più del necessario.

Forse perché, in quel punto preciso, sento di aver davvero lasciato qualcosa alle mie spalle. Non soltanto una valle, un sentiero o una quota, ma una parte di quella vita che per troppo tempo ha imposto il proprio ritmo.

Davanti a me ci sono soltanto la montagna, il silenzio e la libertà di continuare a camminare.



Lagorai




Forcella di Val Sorda - 2256m


L’idea di seguire, seppure per un breve tratto, una pagina importante della storia dell’escursionismo italiano come il Sentiero Italia alimenta ulteriormente la mia curiosità. Non soltanto per il significato che questo itinerario porta con sé, ma soprattutto per il modo in cui il nuovo sentiero, identificato dai numeri 317 e 318, attraversa questo straordinario angolo del Lagorai. Il percorso procede attraverso dolci saliscendi, quasi a voler assecondare il naturale movimento della montagna, mantenendosi ai piedi di quelle immense pareti rocciose che, osservate dai Campivi di Dentro, avevano già mostrato tutta la loro imponenza e la bellezza senza tempo di queste montagne.





Ma è soprattutto la Val Sorda a regalare nuove prospettive. A ogni passo cambia l’angolazione dello sguardo, emergono forme che prima rimanevano nascoste e le grandi pareti assumono continuamente proporzioni e sfumature differenti.

È come osservare la stessa montagna attraverso infinite finestre: ogni curva del sentiero apre un’immagine nuova, ogni salita modifica l’orizzonte e ogni prospettiva sembra aggiungere un dettaglio a quella grande storia naturale che il Lagorai continua, silenziosamente, a raccontare.



Lagorai


Quello che, osservato da lontano, mi regalava la visione imponente di Cima delle Buse e Cima Montalon, avvicinandomi a Forcella Val Sorda assume una dimensione completamente diversa. La montagna si fa più vicina, quasi tangibile, e davanti a me compare il primo vero alpeggio di questo cammino: Malga Valsorda Seconda.

È allora che quel tintinnio di campanacci, percepito poco prima dal Passo Val Cion come un suono lontano e sospeso nell’aria, prende finalmente forma. Sale lungo le ripide pendici erbose della Forcella della Busa della Neve e diventa sempre più nitido, fino a rivelare la presenza discreta e poderosa della mandria.

Numerose mucche si muovono lungo questi pendii scoscesi con una naturale sicurezza che sorprende. Camminano tra l’erba e la roccia, distribuendosi sui versanti come se quelle pendenze fossero il loro ambiente più naturale.

Brucano l’erba migliore, quella ancora fresca della notte, resa umida dalla rugiada e appena sfiorata dai primi raggi del sole. L’aria conserva ancora quel profumo particolare delle prime ore del mattino, mentre il calore del giorno deve ancora arrivare fin quassù.

E così, tra il suono ritmico dei campanacci, il verde dei pascoli e le grandi pareti del Lagorai che si innalzano tutt’intorno, l’alpeggio prende vita.

È una scena semplice, antica, quasi immutata nel tempo. E forse è proprio questa la sua bellezza: vedere la montagna continuare a vivere secondo il proprio ritmo, lontano dalla fretta e dal rumore del mondo.



Lagorai


Per la malga, però, è ancora troppo presto...



La lascio alle mie spalle, leggermente più a valle, insieme al resto della mandria, mentre il cammino mi invita a proseguire verso gli alpeggi più alti. C’è ancora molto da scoprire e il desiderio di immergermi completamente in questa dimensione di pascoli e montagne prende il sopravvento.

Malga Valsorda Seconda rimane così alle mie spalle, ma soltanto per qualche ora. So già che nel pomeriggio, al rientro dalla giornata di cammino, tornerò a cercarla.

Sarà un incontro diverso, forse ancora più bello: quello con una malga osservata dopo aver attraversato i suoi pascoli più in quota, quando la luce del giorno avrà ormai cambiato il volto della montagna e la mandria sarà nuovamente raccolta intorno a quel luogo che, da secoli, rappresenta il cuore dell’alpeggio.


Mentre il Sentiero Italia comincia a guadagnare lentamente quota, la mia mente è già proiettata verso ciò che mi attende poco più avanti, nel pianoro di Prà della Porta. So che tra breve il paesaggio mi regalerà uno dei suoi primi grandi spettacoli: i Laghi delle Buse Basse.

Saranno i primi specchi d’acqua di questa lunga giornata, i primi di quella straordinaria costellazione di laghi che, disseminati tra vallate, pascoli e creste rocciose, hanno contribuito a costruire la leggenda dei mille laghi del Lagorai.

Il passo rallenta quasi spontaneamente. La curiosità cresce insieme alla quota e, mentre il sentiero si apre verso il pianoro, sento che qualcosa sta per cambiare ancora una volta.

La montagna, dopo i pascoli e le grandi pareti rocciose, sta per mostrarmi un altro dei suoi volti: quello dell’acqua, immobile e silenziosa, custodita nel cuore selvaggio del Lagorai.


Mi torna così alla mente ciò che, nella primavera del 2025, mi aveva accompagnato fin quassù. Uno spirito carico di desideri, di curiosità e di emozioni, in una stagione ancora sospesa tra l’inverno e la primavera, quando gli ultimi lembi di neve resistevano sulle alture e il paesaggio mostrava ancora i segni della lunga stagione fredda.



Ora, a distanza di più di un anno, l’emozione ritorna.

Ma la montagna è cambiata, e con lei anche il mio sguardo...



I Laghi delle Buse Basse si dispongono su tre diverse terrazze naturali, separate l’una dall’altra da pochi metri di dislivello. Una conformazione semplice solo in apparenza, ma capace di creare un insieme di straordinaria armonia.

Tre piccoli specchi d’acqua, tre livelli naturali che sembrano seguire un disegno preciso, quasi fosse stato tracciato con pazienza dalla montagna stessa.

È uno di quei piccoli miracoli della Natura davanti ai quali l’uomo può soltanto osservare e interrogarsi. Perché possiamo studiarne la geologia, comprenderne la formazione e raccontarne la storia, ma rimane sempre qualcosa che sfugge alla nostra comprensione: quella disposizione perfetta che la Natura riesce a creare senza bisogno di progetti, calcoli o parole.





Un passaggio, uno di quei momenti che meritano una piccola pausa, per fermarsi e osservare da diverse angolazioni questa magnifica distesa di montagne. Un intreccio di luci e sfumature nel quale il cielo, ancora coperto, sembra voler mettere in risalto le vette lontane che, da Cima d’Asta, si susseguono verso Cima delle Buse Todesche, Cima Caldenave e il Cimon Rava.

È un mondo dolomitico tutto da scoprire, che si apre verso i grandi versanti della Valsugana, dove l’Alta Via del Granito trova la sua dimensione più autentica: un cammino straordinario immerso in un paesaggio che custodisce, passo dopo passo, l’essenza naturale e selvaggia del Lagorai.

Qui la montagna non ha bisogno di imporsi. Si lascia semplicemente osservare, nel silenzio delle sue forme e nella profondità dei suoi orizzonti, restituendo a chi cammina quella sensazione rara di essere parte, anche solo per un istante, di qualcosa di immensamente più grande.



Lagorai


Raggiungere la Forcella Val Sorda è ormai questione di pochi minuti.

Il sentiero si fa più dolce e il cammino si trasforma in una piacevole passeggiata, quasi un invito a rallentare, a lasciare libera la mente e a ritrovare quella quiete necessaria per ascoltare ciò che la montagna ha lasciato dentro di me.

È il momento ideale per mettere a fuoco tutto ciò che questa lunga giornata mi ha consegnato. Dai grandi panorami dei Campivi di Dentro al Passo Val Cion, fino ai Laghi delle Buse Basse, ogni luogo ha rappresentato per me e per la mia Anima un punto di riferimento essenziale, una tappa attraverso la quale entrare, passo dopo passo, in sintonia con questi ambienti straordinari.

Forse è proprio questo il senso più autentico del camminare: non soltanto attraversare un paesaggio, ma lasciarsi attraversare da esso, fino a sentirne il respiro dentro di sé.



Lagorai




Lago delle Stellune - 2152m


Dalla Valsugana alla Val di Fiemme.

La forcella segna la linea di confine geografica tra questi due territori del Trentino, quasi una soglia naturale oltre la quale il paesaggio cambia lentamente volto.

Il sentiero 318 scende attraverso ampie distese prative, mentre davanti a me la lunga catena rocciosa apre scenari nuovi, ancora tutti da scoprire. Bastano pochi minuti di cammino perché compaiano i primi scorci rivolti verso il lago. È un'emozione improvvisa, capace di alimentare ancora di più quella curiosità che accompagna ogni passo e che mi spinge a guardare oltre ciò che già conosco.



Lagorai


La giornata è grigia e nel pomeriggio potrebbe arrivare qualche temporale, ma nulla sembra in grado di alterare le mie prospettive. Anzi, questo cielo raccolto e mutevole sembra quasi venire in aiuto al paesaggio. L'assenza della luce diretta del sole attenua i contrasti e porta in superficie particolari che, sotto la luminosità più intensa di questa stagione, potrebbero sfuggire anche a uno sguardo attento.

È una luce diversa, più discreta, che non cerca di esaltare la montagna, ma di raccontarla nella sua dimensione più autentica. E io continuo a scendere, lasciandomi guidare dalla curiosità di ciò che ancora non riesco a vedere.



Lagorai


Zaino a terra, un sorso d’acqua e un leggero pasto a base di frutta secca. Mi concedo tutto il tempo necessario per una pausa tranquilla e riflessiva. Lungo le sponde del lago, l’acqua immobile e silenziosa restituisce il riflesso delle alte creste del Montalon, trasformando quella superficie in un grande specchio sospeso tra cielo e montagna.

È una sensazione piacevole, quasi irreale nella sua solitudine. Dall’inizio della giornata ho incontrato soltanto un pugno di persone lungo il cammino, nulla di più. Quassù, la compagnia è affidata al silenzio e, per un curioso istante, a un piccolo millepiedi intento a muoversi lentamente verso una destinazione che soltanto il suo istinto sembra conoscere.

Il resto appartiene alla mia solitudine assoluta.



Lagorai


Rimango lì, davanti a questo grande specchio d’acqua, lasciando che sia il lago a impormi una riflessione che non avevo cercato. Pace, silenzio, essenzialità. E quella straordinaria sensazione che, per qualche ora almeno, tutto ciò che ho scelto di tenere lontano dalla mia vita perda improvvisamente ogni importanza.

Qui, davanti a queste montagne, rimane soltanto ciò che conta davvero.



E cosa conta davvero...




Conta davvero ciò che ho davanti agli occhi, non ciò che si trova oltre.

Conta ogni singolo particolare attraverso il quale Madre Natura, nella semplicità delle cose, continua a esprimere i valori più essenziali della vita. Valori che nascono dal silenzio, dalla quiete e da quella pace interiore che soltanto luoghi come questo riescono ancora a restituire.

Qui, davanti alla superficie immobile di questo grande lago, quei valori sembrano prendere forma. Si fanno concreti, quasi tangibili, lontani da tutto ciò che altrove riempie le giornate di rumore, fretta e inquietudine.

Il caos della società moderna rimane laggiù, oltre queste vette rocciose. Oltre le lunghe vallate che lo sguardo percorre scendendo verso la pianura e verso le grandi città, là dove quel caos trova terreno fertile per crescere e alimentarsi.

Quassù, invece, tutto sembra essere rimasto fedele a un ordine più antico. Un ordine che Madre Natura custodisce da millenni con una forza silenziosa e, allo stesso tempo, con infinito rispetto.

E forse è proprio questo che la montagna continua a insegnarmi: che non serve andare lontano per ritrovare ciò che abbiamo perduto. A volte basta fermarsi, ascoltare il silenzio e accorgersi che, al di là delle vette, il mondo può ancora fare a meno di noi.


Il lago rimane in silenzio. Soltanto un piccolo torrente scende dai versanti del Montalon e, con il suo scorrere leggero, attraversa quell’immobilità senza spezzarla, quasi fosse parte stessa di quel silenzio antico.

Nulla intorno sembra avere la forza di interrompere questi momenti così intimi. Nessun rumore, nessuna presenza, nulla che possa trascinarmi bruscamente oltre queste montagne e ricondurmi ancora una volta dentro quel caos dal quale, almeno per ora, sento il bisogno di rimanere lontano.

Resto qui, in ascolto. E per qualche istante il mondo sembra finalmente avere il ritmo giusto.



Lagorai


"La mia non è illusione, è la prova in cui a tutto si può fuggire..."



Un cammino circolare nel quale l’essenza stessa della vita sembra riflettersi sulla superficie di questo lago. Intorno, alcune marmotte interrompono per brevi istanti il silenzio, mentre, più lontano, gli echi dei pascoli ancora vivi danno forma a una naturale colonna sonora.

È una musica semplice, autentica, che appartiene alla montagna e che sembra non conoscere né il tempo né le illusioni del mondo che ho lasciato oltre queste vette. Qui ogni suono ha un’origine precisa e ogni silenzio sembra custodire un significato.

Continuo a camminare, seguendo il ritmo lento del sentiero, con la sensazione che questo percorso circolare non stia soltanto riportandomi al punto di partenza, ma mi stia conducendo, passo dopo passo, un po’ più vicino a me stesso.




In Val Sorda


Malga Valsorda Seconda, a 1.901 metri, e Malga Valsorda Prima, a 1.863, segnano il passaggio attraverso luoghi nei quali la vita sembra ancora esprimersi nella sua forma più autentica e libera. Mucche, pecore e diversi muli accompagnano questo tratto di cammino lungo la Val Sorda, restituendo al paesaggio quella presenza discreta che appartiene da sempre agli alpeggi.

Sono attimi semplici, racchiusi in una lunga e piacevole discesa che sembra alleggerire, passo dopo passo, il peso della giornata ormai alle mie spalle. Il verde dei pascoli, l’aria aperta e quel silenzio che leggo persino nei volti dei pastori delle due malghe. Volti segnati dal lavoro, dalla montagna e dal trascorrere delle stagioni, ma capaci, ancora una volta, di trasmettermi una straordinaria sensazione di pace.






Lagorai


Sono mesi caldi, anche se non mancano quei momenti in cui il cielo cambia improvvisamente volto e la pioggia dei temporali estivi avvolge i pascoli. Ma anche questo appartiene alla montagna. Anche la pioggia, il vento e le nuvole fanno parte di un equilibrio che qui nessuno cerca di alterare.

È un mondo nel quale Madre Natura, i suoi alpeggi e le sue montagne ancora selvagge custodiscono qualcosa che altrove sembra essersi perduto: una forma semplice e autentica di libertà.

Una libertà che non ha bisogno di essere proclamata, perché qui è sufficiente guardarsi intorno per sentirla respirare. E forse è proprio questa la libertà che il caos del mondo moderno, costruito per correre e consumare, finisce troppo spesso per negarci.



"Scende la notte al Rifugio Conseria. Mi addormento con la mente pulita e con i ricordi di un giorno dove aver ritrovato la pace in me stesso..."




Lagorai


L’alba di un nuovo giorno si accende su un cielo limpido e terso. L’aria fresca del mattino mi regala attimi di quiete, momenti sospesi prima che il Rifugio Conseria si risvegli e disponga, già nelle prime ore, quella colazione che accompagna l’inizio del cammino.

È in questi istanti, avvolto dal silenzio che ancora custodisce il nuovo giorno, che posso fermarmi a raccogliere ciò che ieri, lassù, al cospetto del Lago delle Stellune, avevo percepito soltanto come l’inizio di qualcosa.

Una sensazione rimasta sospesa, come se quel cammino avesse semplicemente aperto una porta.

Oggi quell’esperienza trova il suo compimento. Il percorso mi condurrà verso il cuore del Lagorai, attraverso nuovi versanti, nuovi spazi e nuove prospettive che attendono soltanto di essere scoperti.

E così, mentre la luce del mattino comincia lentamente a posarsi sulle montagne, riparto. Con la consapevolezza che, in montagna, ogni nuovo giorno non è mai soltanto un altro giorno: è una nuova possibilità di andare più lontano, dentro il paesaggio e, forse, anche dentro se stessi.


Il Col di San Giovanni, il sentiero 316 che, come il giorno precedente, sale verso i Campivi di Dentro. Eppure, questa volta, qualcosa è diverso.

La sensazione è quella di trovarmi davanti a un cammino nuovo, come se i passi compiuti soltanto poche ore prima appartenessero già a un tempo lontano. Non avverto alcuna ripetizione, nessuna familiarità capace di attenuare la scoperta.

I miei occhi si posano su ogni particolare con una luce diversa, più attenta, più intensa. La montagna sembra essersi trasformata durante la notte e ogni cosa assume un significato nuovo: una piega del sentiero, una roccia, l’erba ancora intrisa di rugiada, la luce che lentamente si posa sui versanti.



Lagorai


"È la stessa strada, ma non è lo stesso cammino..."



Perché ogni passo, quando lo si percorre davvero, non è mai uguale al precedente. Ogni passo è un nuovo passo, e ciò che ieri sembrava già conosciuto oggi torna a mostrarsi con il volto inatteso della scoperta.


Nemmeno il Passo Val Cion riesce a cancellare questa sensazione, che continua ad accompagnarmi passo dopo passo. E nemmeno i panorami meridionali, con le grandi vette rocciose che si innalzano davanti a me, riescono ad assumere il volto della ripetizione.

Le montagne sono le stesse, eppure oggi sembrano raccontare qualcosa di diverso.

Forse è la luce limpida di questa nuova giornata a rendere ogni cosa più nitida, a restituire profondità alle rocce e ai versanti, facendo emergere dettagli che ieri erano rimasti nascosti. Oppure, più semplicemente, sono i miei occhi a essere cambiati.

Forse è la mia mente che desidera osservare tutto da una prospettiva nuova, liberandosi per un istante di ciò che già conosce e lasciandosi sorprendere ancora.

Perché a volte non è necessario che cambi il paesaggio. È sufficiente cambiare lo sguardo con cui lo si attraversa.




Val Ziotto


Il sentiero 316 prosegue verso nord, conducendomi lentamente verso una dimensione che, per me, ha ancora il sapore della scoperta.

Il Lago delle Stellune, la Val Sorda e l’intero susseguirsi di questi versanti del Lagorai appartengono ormai alla mia memoria. Sono immagini che porto con me da tempo, un fermo immagine sedimentato attraverso stagioni diverse. Diverse primavere e altrettanti inverni mi hanno visto camminare quassù, seguendo sentieri che nel tempo sono diventati familiari, quasi parte di una geografia interiore.

Ma oggi davanti a me si apre qualcosa di diverso.

La vera incognita di questa giornata sono quei territori che, dai versanti più alti della Val Ziotto, si aprono verso Cima Laste e oltre. Luoghi che ho osservato da lontano, forse immaginato, ma che non ho ancora attraversato con i miei passi.

Ed è proprio questo senso dell’ignoto a rendere il cammino ancora più intenso.

Perché la montagna che già conosciamo può regalarci emozioni profonde, ma è quella che ancora non abbiamo scoperto a conservare il fascino più autentico dell’attesa.



Lagorai


Il sentiero sale dolcemente, sfiorando la base del Col dei Fiori, a 2234 metri. L’erba è alta, ma troppo secca per la stagione. La pioggia, arrivata con poca consistenza negli ultimi tempi, sembra aver lasciato il segno su queste montagne, rendendo aride alcune porzioni di territorio.

Quelle che normalmente sono piccole pozze d’acqua, riservate agli animali degli alpeggi, oggi appaiono come perfetti cerchi di fango incastonati nel verde delle ampie distese prative. Segni silenziosi di un’estate che ha lasciato dietro di sé più aridità di quanto queste terre siano abituate a conoscere.

Dalla valle giunge appena un leggero tintinnio. È il suono lontano dei campanacci, una presenza discreta che accompagna il cammino senza interrompere il silenzio.

Intanto il sole, ancora basso, attraversa l’aria con un fascio di luce quasi direzionale e va a illuminare Malga Val Cion, a 1972 metri, accarezzando i prati e quei pochi animali che ancora si distinguono nei pressi della malga.

Pochi, è vero, ma non abbastanza da destare preoccupazione. La maggior parte del bestiame si trova più in alto, dispersa tra i pascoli d’alta quota che punteggiano questi ampi e selvaggi territori del Lagorai.



"Sto bene. Mi sento bene..."



È una sensazione semplice, quasi difficile da spiegare, che mi accompagna mentre mi lascio alle spalle tante cose vissute, insieme a quei riferimenti naturali che, nel corso di queste lunghe giornate, hanno segnato l’inizio e la fine di ogni giornata.

Davanti ai miei occhi si aprono ora ampie distese, spazi che sembrano conservare intatta la naturalezza di questo angolo della Valsugana. Il paesaggio si mostra nella sua essenzialità più autentica: prati e roccia, erba e materia, elementi semplici che appartengono da sempre a queste montagne. Ed è proprio qui che mi sento bene. In questa semplicità ritrovo una forma di pace, come se per un momento tutto ciò che appartiene al mondo lasciato a valle perdesse consistenza.

Nulla di impegnativo mi attende in questa prima parte del nuovo cammino. Il sentiero procede senza chiedere troppo, lasciandomi il tempo di osservare, respirare e lasciarmi attraversare dal paesaggio.

Forse è proprio questo che desideravo: camminare senza fretta, dentro uno spazio ancora da conoscere, con la mente libera e quella sensazione rara di essere, semplicemente, nel posto giusto.


Da questo angolo del Trentino, la Valsugana, il cammino comincia lentamente ad avvicinarmi alla vicina Val di Fiemme. La distanza tra questi due territori si fa, passo dopo passo, sempre più breve. È un avvicinamento lento e costante, quasi impercettibile, durante il quale continuo a lasciarmi sorprendere da ciò che incontro. Basta un particolare, qualcosa che fino a quel momento non avevo ancora osservato con attenzione, per fermare per un istante il mio sguardo e distoglierlo dalla direzione del cammino.

Sono troppe le cose nuove che si aprono davanti ai miei occhi. Troppi i dettagli che chiedono di essere osservati, troppe le emozioni che cambiano e si rincorrono dentro di me.

E forse è proprio questa la parte più bella di questo viaggio: non avere il tempo di abituarsi a ciò che si vede, perché ogni passo porta con sé una nuova immagine, una nuova sensazione, una nuova scoperta.

La Val di Fiemme si avvicina, ma io continuo a guardarmi intorno, consapevole che, ancora una volta, sarà la montagna a decidere cosa farmi incontrare lungo il cammino.



Lagorai


La vetta di Cima Lagorai prende forma verso occidente, leggermente discosta dalla direzione che sto seguendo. La sua naturale conformazione geologica, però, si prolunga in una lunga dorsale rocciosa che sembra allungarsi verso il mio cammino, fino quasi a incontrarlo.

È una sorta di grande spina dorsale della montagna, una cresta aspra e friabile, segnata da profonde fratture e da evidenti cedimenti, testimonianza silenziosa di trasformazioni avvenute nel corso di chissà quanti millenni.

Il sentiero procede proprio ai piedi di questa parete frastagliata, seguendone lentamente il profilo. La roccia domina il paesaggio, severa e immobile, mentre sotto di essa la montagna sembra aprirsi in un lungo e alto pianoro naturale.

Ed è proprio qui che, quasi all’improvviso, davanti ai miei occhi compare uno degli spettacoli più autentici che un alpeggio estivo possa offrire.



"Dopo la roccia, la vastità del prato. Dopo la severità della montagna, la vita..."



Un paesaggio che sembra essere rimasto intatto nel tempo, dove l’uomo e gli animali hanno trovato, ancora una volta, il loro spazio naturale nel cuore selvaggio del Lagorai.

Un gregge immenso di pecore dalla lana bianca si muove lentamente attraverso il pascolo. Avanza seguendo una direzione che, in parte, viene indicata dalla presenza del pastore e dall’incessante lavoro dei suoi cani, e, per il resto, sembra affidarsi a qualcosa di più antico e profondo: quell’istinto naturale che appartiene agli animali e che l’uomo, in qualche modo, ha imparato ad assecondare senza mai poterlo davvero comandare.

Il gregge si distende sul prato come un’unica, lenta massa in movimento. Centinaia di piccoli passi, un continuo ondeggiare di lana bianca, il suono discreto dei campanacci che si perde nell’ampiezza del pascolo.

E per un istante sembra quasi che non sia il pastore a condurre il gregge, ma che sia il gregge stesso a conoscere la strada.


Sono attimi che chiedono soltanto di fermarsi.

Rimango quasi senza parole di fronte a uno spettacolo tanto intenso, così autentico da riuscire a cancellare, per qualche istante, tutto ciò che mi circonda. Non riesco nemmeno più a ricordare ciò che, pochi momenti prima, aveva catturato la mia attenzione.

È come se la mente, improvvisamente, spegnesse ogni cosa lasciata alle spalle. Il cammino, i pensieri, le immagini raccolte fino a quel momento sembrano dissolversi, lasciando spazio soltanto a ciò che ho davanti agli occhi.

Resto lì, immerso in quella scena, senza sentire il bisogno di fare altro.

A ridosso di una piccola forcella mi fermo definitivamente. Tolgo lo zaino dalle spalle e mi siedo su un grande masso roccioso, caduto chissà quando da uno dei versanti della montagna.

La pietra è fredda e ruvida sotto di me. Davanti, il pascolo si apre immenso e il gregge continua lentamente il suo movimento.

Per qualche minuto non sono più un escursionista che percorre un sentiero.

Sono semplicemente un uomo seduto davanti alla montagna, ad ascoltare il silenzio e a guardare la vita muoversi lentamente dentro di esso.


Il lento movimento del pastore e l’attenzione costante dei suoi cani raccontano una perfetta sinergia tra uomo e animale.

Lui e il gregge sembrano condividere lo stesso ritmo, la stessa calma, lo stesso modo di attraversare lentamente il pascolo. Nulla appare improvvisato: ogni movimento sembra appartenere a un ordine antico, fatto di gesti conosciuti e di silenzi che non hanno bisogno di essere spiegati.

I cani, invece, rimangono sempre vigili. Si muovono ai margini del gregge, osservano, controllano, attendono. Sembrano conoscere in anticipo ciò che potrebbe accadere, pronti a intervenire non appena qualcosa esce dalla direzione stabilita.

Poi, improvviso, arriva un fischio. Forte, breve, deciso.

È un comando che non lascia spazio all’incertezza. I cani reagiscono immediatamente e il movimento del gregge cambia, quasi senza che nessuno abbia bisogno di aggiungere altro.

È una comunicazione essenziale, costruita nel tempo, dove uomo e animale sembrano comprendersi attraverso pochi gesti, uno sguardo, un suono.

Una relazione antica, fatta di fiducia e di rispetto, che ancora oggi permette al pastore di guidare il gregge senza spezzarne il ritmo naturale.



" Un migliaio o poco più, è ciò che il pastore conferma alla mia domanda..."



Un numero di creature che non lascia spazio a dubbi.

Sono davvero tante, così tante da rendere immediatamente comprensibile la necessità di un gregge di queste dimensioni. Un’intuizione semplice, quasi istintiva, anche per chi, come me, non ha mai fatto di questa attività una parte della propria vita.

Osservandole muoversi insieme, però, tutto diventa più chiaro. Non si tratta soltanto di numeri, ma di una presenza che appartiene da sempre a questi pascoli, a un modo antico di vivere la montagna e di accompagnare gli animali attraverso le stagioni.

E forse è proprio davanti a una scena come questa che ci si rende conto di quanto ancora oggi, lassù, esista un mondo capace di seguire ritmi lontani da quelli a cui siamo abituati.


Emozioni forti per momenti ancora più intensi.

Riprendo il cammino. Per ora il sentiero abbandona, seppure soltanto per un breve tratto, la facilità con cui mi ha accompagnato fino a questo punto. Davanti a me una piccola forcella rocciosa, raggiungibile attraverso una salita breve ma decisamente più impegnativa.

Il passo rallenta, il respiro si fa più profondo e l’attenzione torna a concentrarsi sul terreno.

Ma è una fatica che dura poco. Oltre quella breve salita mi attende qualcosa che ancora non riesco a vedere, ma che già percepisco come diverso.



Lagorai



Lagorai


È come se quella forcella rappresentasse una soglia, il punto oltre il quale il paesaggio cambia lentamente volto e il Lagorai comincia a mostrarsi nella sua espressione più autentica, aspra e selvaggia.

Ancora pochi passi, dunque, e davanti a me si apriranno le porte di quella parte di montagna che ho cercato per tanto tempo: un territorio dove la natura sembra avere conservato intatta la propria voce.




Forcella Lagorai - 2404m


Una facile discesa segue la forcella, mentre il panorama che mi si apre davanti non guarda soltanto verso valle, verso i verdi pascoli della Val Ziotto. Poco alla volta, la roccia selvaggia comincia a prendere forma e a imporsi nel paesaggio, mostrando il volto più aspro e autentico di queste montagne.

Il sentiero prosegue ancora per un breve tratto, fino a raggiungere l’Alpe Aghetti. Qui mi concedo una piccola pausa, quasi a voler raccogliere le energie e, soprattutto, le immagini di ciò che mi ha accompagnato fin qui.

Davanti a me rimane ormai soltanto l’ultimo tratto. Una salita finale che conduce verso Forcella Lagorai, punto culminante di questa giornata di cammino.

Riparto lentamente.

La forcella rappresenta la conclusione della salita, ma non ancora quella del viaggio. Oltre quel passaggio, infatti, il sentiero cambierà nuovamente direzione e comincerà a scendere verso il grande lago.

È lì che mi aspetta la parte finale di questa giornata.

E mentre salgo, la presenza del lago sembra già farsi sentire, ancora nascosta oltre le rocce e i versanti, come una meta che non ha bisogno di mostrarsi per essere desiderata.



Lagorai


Poco più di duecento metri di dislivello mi attendono lungo una valle rocciosa, aspra e allo stesso tempo entusiasmante. Un ambiente quasi irreale, dove la naturale conformazione della roccia rende più agevole anche questa ultima parte della salita.

Grandi massi si dispongono davanti ai miei passi con una sorta di ordine casuale, come se la montagna li avesse collocati uno dopo l’altro nel corso di un tempo impossibile da immaginare. Sono frammenti di una storia antichissima, rocce che per millenni hanno modificato, lentamente e senza rumore, la naturale fisionomia di Cima Laste.



"In alcuni momenti mi fermo..."


Lagorai


Li osservo nella loro disposizione apparentemente casuale e provo, quasi per gioco, a immaginare quale fosse un tempo la forma di questa montagna. La fantasia prende lentamente il sopravvento e quei grandi blocchi diventano tessere di un immenso puzzle naturale.

Immagino di poterli ricomporre, uno sopra l’altro, di riportarli al loro posto originario, fino a restituire alla montagna un volto diverso da quello che oggi si presenta davanti ai miei occhi.

È un gioco della mente, naturalmente. Ma per un istante mi piace pensare che ogni roccia abbia conservato dentro di sé un frammento di quella forma antica, come se il tempo, anziché cancellare completamente la montagna, ne avesse semplicemente disperso i pezzi lungo i suoi versanti.



"E io, camminando tra quelle pietre, provo soltanto a immaginarla..."





Lago Lagorai - 2200m


La forcella si apre a ridosso di un muretto roccioso, questa volta non modellato dal tempo e dalla Natura, ma costruito dall’uomo.

Poco più avanti, alcune tabelle segnaletiche indicano direzioni diverse, quasi a voler ricordare che da questo punto il Lagorai non è ancora una meta raggiunta, ma un mondo intero ancora da scoprire.

I sentieri si aprono verso molteplici direzioni. Alcuni guardano ai versanti che scendono verso la Val di Fiemme, altri si perdono tra valloni, creste e distese rocciose che sembrano non avere mai fine. Ma ce n’è uno che, più degli altri, cattura il mio sguardo.

È quello della Translagorai, un cammino che attraversa queste montagne nella loro dimensione più autentica e selvaggia, seguendone per giorni creste, forcelle e vallate lontane dalla presenza dell’uomo. Lo osservo e penso a quanto ancora ci sia da conoscere di queste montagne.

Forse è proprio questo il fascino del Lagorai: arrivare davanti a una forcella e scoprire che, invece di essere giunti alla fine, ci si trova soltanto davanti all’inizio di un altro viaggio.



Lagorai


È così, con queste considerazioni ancora nella mente, che davanti a me si apre un ampio vallone roccioso. La roccia, chiara e profondamente frastagliata, racconta attraverso le sue forme il lento lavoro del tempo. Strati, crepe e pareti modellate da epoche lontane, così remote da essere quasi impossibili da immaginare per l’uomo di oggi.

Tutto intorno assume la forma di un immenso anfiteatro naturale.

Le pareti rocciose racchiudono questo spazio selvaggio e, alla sua base, compare finalmente lui: il grande specchio d’acqua del Lago Lagorai.

Una presenza che sembra raccogliere e riflettere tutto ciò che lo circonda.

Il sentiero inizia a perdere quota attraverso una facile serpentina, scendendo rapidamente verso il fondo del vallone. Ad ogni curva il lago diventa più vicino, più grande, più presente.

Poi, passo dopo passo, raggiungo le sue sponde.

Ed è difficile non pensare che questo luogo sia l’ennesimo, straordinario miracolo della Natura: acqua, roccia e cielo raccolti insieme in un unico angolo del Lagorai, dove il tempo sembra aver scelto di lasciare un importante eredità.


Gli spazi in cui fermarsi non sono molti. Anche gli angoli capaci di offrire un luogo dove sostare e concedersi il tempo necessario per vivere davvero, con gli occhi e con la mente, questo ambiente così impervio e allo stesso tempo meraviglioso.



Lagorai


"Tutto il resto è roccia..."



Gli stessi grandi blocchi di granito che dominano questi luoghi continuano a circondare le sponde del lago, imponendosi nel paesaggio con la loro presenza massiccia e silenziosa. Nulla sembra essere cambiato rispetto alla salita che mi ha condotto fin lassù, alla forcella.

Ancora blocchi, ancora enormi massi disseminati ovunque.

E forse è proprio questa presenza così dominante della roccia a rendere il luogo tanto selvaggio: qui la montagna non ha bisogno di essere addolcita. Si mostra esattamente per ciò che è, aspra, imponente e incredibilmente bella.


Il Respiro del Lagorai ora tutto trova la sua giusta e definitiva dimensione.

La mia sosta si prolunga per il tempo necessario a raccogliere ciò che questi due cammini mi hanno lasciato dentro: quello verso il Lago delle Stellune e quello di oggi, fino al Lago Lagorai. Due percorsi diversi, due esperienze che lentamente sembrano unirsi in un’unica sensazione.

Seduto su un grande masso roccioso, chiudo gli occhi. Per qualche istante non ho bisogno di osservare altro. Mi concentro soltanto su ciò che la Natura, in questo momento, affida alla mia mente. Il silenzio, il vento che passa leggero tra le rocce, e il calore del sole che raggiunge la pelle, alternandosi continuamente alla freschezza portata dalle grandi nuvole che attraversano il cielo.

È un alternarsi di tepore e di brezza, di luce e di ombra, che il corpo percepisce quasi come una forma di quiete. Rimango così, senza cercare altro.

In quel momento comprendo che non sono soltanto il lago, la roccia o il paesaggio ad avermi accompagnato fin qui. Sono queste sensazioni semplici, quasi impercettibili, a dare un significato più profondo al cammino.

E mentre il vento continua a passare e le nuvole lentamente scorrono sopra di me, sento dentro una pace che non ha bisogno di essere spiegata.



Lagorai


Ora tutto sembra seguire un senso logico.

Un ordine naturale che nemmeno le voci lontane di altri escursionisti riescono a interrompere. Arrivano da oltre il sentiero, portate appena dal vento, fino a raggiungermi in questo angolo di roccia e silenzio.


"Li vedo, lassù e lontani. Sono in cinque..."



I grandi zaini che portano sulle spalle raccontano immediatamente che il loro cammino non si esaurirà qui, dentro quello che per me è stato il Respiro del Lagorai. Il loro viaggio va oltre questo lago, oltre queste mie giornate, oltre ciò che i miei passi hanno conosciuto finora.

Li osservo da lontano e provo a immaginare la direzione che stanno seguendo.

Forse, e quasi certamente, sono diretti verso la dimensione più mistica e selvaggia di queste montagne: quella Translagorai che, con i suoi circa ottanta chilometri di sentiero, attraversa il cuore più autentico di questa catena.

Un cammino che per ciascuno di loro non sarà soltanto una lunga traversata, ma qualcosa destinato a entrare nella propria storia personale.

Li vedo allontanarsi lentamente, inghiottiti poco alla volta dalla roccia selvaggia.

E penso che forse è proprio questo il senso più profondo della montagna: ognuno percorre lo stesso sentiero, ma porta con sé una storia diversa. E alla fine, ciò che rimane non è soltanto il luogo attraversato, ma ciò che quel luogo è riuscito a lasciare dentro di noi.



Lagorai


La pace del rifugio mi accoglie per la mia terza notte.

È una tranquillità profonda, quella che soltanto un luogo come questo sa regalare. Qui il rifugio sembra trasformarsi in una dimora sospesa nel silenzio, lontana dal rumore del mondo e capace, proprio per questo, di aiutarmi a rimettere insieme tanti piccoli tasselli rimasti sparsi dentro di me.

Ancora una volta è la Natura a farsi maestra di vita.

Non attraverso grandi insegnamenti, ma con la semplicità delle cose che esistono da sempre: il silenzio della sera, la roccia, il vento, il respiro della montagna.

La cena trascorre tranquilla. È l’ultima.

Domani mattina riprenderò quel sentiero che mi condurrà nuovamente verso la Val Campelle, fino al Ponte di Conseria. Da lì mi volterò ancora una volta verso le vette lontane, quelle che in questi giorni ho imparato a guardare con occhi diversi.

Saranno ancora lì, immobili, mentre io riprenderò la strada verso valle.

Ma so già che qualcosa di loro rimarrà con me.

Rimarranno gli alpeggi, le malghe, il silenzio dei pascoli, la roccia selvaggia e quei due grandi laghi che hanno raccolto i miei passi e i miei pensieri.

Rimarranno come immagini indelebili di un luogo che, per qualche giorno, è diventato la dimora più autentica della mia pace interiore.

E forse è proprio questo che la montagna sa fare meglio di qualsiasi altra cosa: lasciarti andare, quando è il momento di scendere, ma trattenere dentro di te qualcosa che non scenderà mai più.


Il mio è soltanto un arrivederci.

Non un addio, perché so già che tornerò quassù. Tornerò per entrare nuovamente in contatto con dimensioni ancora da scoprire, con sentieri che oggi posso soltanto immaginare e con quei nuovi punti di vista che, dal Rifugio Conseria, si sono aperti davanti ai miei occhi.

Sono immagini che non si cancellano.

Rimangono nella memoria, insieme alle sensazioni, ai silenzi e a tutto ciò che questi giorni hanno saputo regalarmi.

Scendo a valle, torno nel caos della giungla, ma una parte di me rimane ancora qui, tra queste montagne. E forse è proprio questo il significato più autentico di un arrivederci: sapere che, prima o poi, il cammino troverà ancora il modo di riportarmi quassù.



Stefano





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