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Le Odle, sospeso nel tempo

Immagine del redattore: Stefano
Stefano
10 minuti fa
Tempo di lettura: 23 min

Il richiamo delle Odle...



📍 Zona: Val di Funes - Alto Adige

🥾 Tipo: unica escursione divisa in tre giorni di cammino

📏 Lunghezza: 24km 500m

⛰️ Dislivello: +2045m 

⏱️ Tempo: 18h 

⚠️ Difficoltà: media (ambiente in quota su ampi alpeggi)

🛖 Malghe e rifugi:  Gampenalm - Broglesalm - Medalgesalm - Rifugio Genova - Worndlelochalm - Kaserillalm

🗓 Stagione migliore: estate per i pascoli in quota e autunno per il foliage

🅿️ Parcheggio: località Zannes




Val di Funes



🥾 Il richiamo della montagna. Quello forte, impossibile da ignorare, che torna a farsi sentire ogni volta con la stessa intensità. La montagna chiama e io rispondo, anche se sono trascorsi soltanto pochi mesi dall’ultimo cammino, quando l’intera Val di Funes era ancora avvolta dalla neve dell’inverno. Porto dentro di me un ricordo ancora vivo, quasi intatto: quello di una Natura silenziosa, raccolta nel suo lungo sonno invernale, sospesa in attesa di risvegliarsi.

Un richiamo che guarda verso un’estate ormai lentamente in allontanamento. Sono gli ultimi giorni di quel sole caldo che, tra poche settimane, lascerà pacificamente spazio ai primi freddi, mentre l’autunno, ormai alle porte, inizierà a impossessarsi silenziosamente della montagna.



Il Gampenwiese - 2000m


A Zannes, il mattino si presenta sotto un cielo coperto. Le nuvole e una leggera pioggia non sembrano promettere una di quelle giornate che si desidererebbero quando si è diretti verso l’alta montagna, soprattutto con davanti un lungo cammino.

Un lungo cammino, certo. Quello che da qui, per tre giorni, mi accompagnerà lungo la Val di Funes, ai piedi delle Odle, seguendo ancora una volta quel forte richiamo che non riesco a ignorare. Dopotutto, la Val di Funes non la porto nel cuore soltanto per il recente inverno, quando la neve aveva avvolto ogni cosa nel suo silenzio. La porto dentro soprattutto per quell’autunno dello scorso anno, per i ricordi e le emozioni racchiusi nei colori di un foliage intenso e di una stagione che non ho mai dimenticato.



Val di Funes


Zannes diviene, per l’ennesima volta, quel punto fermo che, per pochi minuti ancora, mi mantiene a stretto contatto con la civiltà. Poi imbocco quella strada boschiva (sentiero 33) che, avvolta e quasi nascosta dalla nebbia, mi allontana lentamente da tutto ciò che di negativo ho lasciato alle spalle. È un cammino che si rivela piacevole sin dai primi passi, accompagnato da un silenzio profondo che le stesse nuvole sembrano custodire e proteggere con ancora maggiore intensità.


Un piacere che non nasce soltanto da quella solitudine che, in questo periodo di metà settembre, tiene ormai lontano da questi sentieri il turismo di massa, ma anche dal clima che mi avvolge.

Il cielo completamente grigio, quella leggera pioggerellina e le nuvole che, a queste quote, scorrono veloci fino a ricoprire le grandi distese prative e gli immensi alpeggi. Per un istante, sembrano inghiottirli, facendoli scomparire nel nulla, quasi per magia.

La sensazione è forte. È esattamente ciò che desidero, ciò che cerco e ciò che chiedo a questa meravigliosa Natura: silenzio, solitudine e la possibilità di sentirmi ancora una volta parte di tutto questo.



Val di Funes


Ricordo perfettamente questa via di cammino. Nel giro di un’ora sale in direzione di Malga Kaserill (Kaserillalm, 1.920 m), attraversando quei primi alpeggi che dal Gampenwiese si estendono poi verso Malga Gampen (Gampenalm, 2.062 m).

Ricordo le volte in cui le splendide giornate autunnali e quelle invernali mi hanno regalato punti di vista privilegiati su questi alti pianori, lasciandomi ammirare la maestosa bellezza della lunga cresta rocciosa delle Odle. Oggi, invece, tutto rimane nascosto. La nebbia avvolge ogni cosa e trasforma il paesaggio in un luogo sospeso, quasi irreale.

È il mistero a dominare questo cammino, come se, per l’ennesima volta, la Natura avesse deciso di omaggiarmi proprio di questo: non mostrarsi completamente, ma lasciarmi il desiderio di immaginare ciò che si cela oltre quelle nuvole.



Kaserillalm
Kaserillalm

Kaserillalm


Il periodo è quello della malinconia.

Una malinconia che, di anno in anno, torna a prendermi proprio in questi giorni.

La metà di settembre segna quel momento in cui i rifugi iniziano lentamente a chiudere i battenti, dopo una lunga estate trascorsa a offrire ospitalità, calore e cordialità a chi ha percorso questi sentieri. Le malghe, invece, custodiscono ormai le ultime tracce di una stagione lunga e spensierata. È il momento in cui le mandrie iniziano lentamente a scendere dai versanti più alti, abbandonando i pascoli d’alta quota per raggiungere, nel giro di pochi giorni, le stalle più a valle.

Mucche, cavalli, pecore e capre salutano l’estate attraverso quel lento cammino che, nella semplicità di ogni loro passo, non ha il sapore di un addio. È soltanto un arrivederci, un arrivederci alla montagna che, ancora una volta, si prepara a cambiare volto.


Non sono soltanto le nuvole radenti a nascondere ogni singolo particolare. È anche il silenzio profondo a dominare queste ampie distese prative ormai abbandonate, interrotto soltanto dal tintinnio delle campanelle che, lentamente, si allontana verso i versanti più a valle, verso le stalle dove trascorreranno l’inverno.

Tutto questo mi rattrista. È una malinconia difficile da spiegare, quella sensazione di abbandono che la Natura impone semplicemente attraverso il susseguirsi delle sue stagioni.

Ma non demordo. Nonostante tutto, continuo a guardare avanti, aspettandomi di incontrare, nei prossimi giorni, gli ultimi frammenti di vita degli alpeggi.

Le previsioni sembrano promettere un meteo più favorevole e forse, oltre queste nuvole, la montagna avrà ancora qualcosa da mostrarmi.



Val di Funes


Malga Kaserill, Kaserillalm. Un caffè e quel dialogo spontaneo con chi, da un’intera stagione, vive quassù la quotidianità di questi alpeggi. Parole e pensieri che non si fermano ai semplici frammenti legati alla stagione turistica, ma che vanno oltre, alla ricerca di quella particolare energia positiva che luoghi silenziosi come questo riescono a trasmettere a chi li vive ogni giorno.

Sono parole semplici, ma capaci di raccontare una montagna diversa, quella vissuta lontano dal rumore e dalla frenesia, fatta di gesti quotidiani, fatica, solitudine e di un profondo legame con la Natura.


Mi sento rassicurato da quelle parole. Parole che mi fanno capire che, a Malga Gampen (Gampenalm), sono ancora presenti alcune mandrie al pascolo, le ultime e non solo da questo versante della Funes. È una di quelle notizie che accolgo con grande piacere.

Forse sarà l’ultimo alpeggio della stagione, l’ultima occasione per poter ammirare quella sensazione di libertà e di pace prima che il grande freddo finisca per fermare ogni cosa.

Sarà il mio ultimo saluto, almeno per quest’anno. E sento di doverlo a loro, così come loro meritano di ricevere tutto quel rispetto e quel pensiero che da sempre nutro nei confronti di questo ambiente e di tutto ciò che lo rende così straordinariamente vivo.



Val di Funes
Gampenalm

Val di Funes



Val di Funes


Kaserillalm e Gampenalm. Due delle diverse malghe turistiche che si incontrano lungo la valle. Luoghi dedicati all’ospitalità, ma che nel loro ambiente custodiscono ancora una stalla e quelle ampie distese prative che, durante l’estate, si riempiono di una particolare vitalità a quattro zampe. Il Gampenwiese si apre davanti a me come un enorme pianoro privo di boschi, dove le distese d’erba accolgono ancora una mandria di mucche.

Scendere in direzione della Gampenalm significa percepire, passo dopo passo, quell’inconfondibile tintinnio delle campanelle che sembra arrivare dal nulla, quasi emergesse per magia dalle grandi e grigie nuvole che ormai avvolgono l’intero alpeggio.

La sensazione è unica, così come uniche sono le emozioni che riesco a percepire in questa giornata così particolare. Le nuvole basse, la nebbia e quella leggera pioggerellina sembrano trasformare ogni sguardo, regalando al paesaggio un’atmosfera che difficilmente riuscirei a immaginare in una giornata di sole.



Val di Funes



Val di Funes


Tutto si trasforma in un quadro dai colori intensi, dove la Natura, eterna artista delle opere più belle, dipinge questo spazio così perfetto con le tonalità di un cielo grigio e con il verde delle vaste distese prative, che lentamente iniziano a vestirsi dei colori della nuova stagione ormai in arrivo. E mentre tutto intorno cambia, queste umili e pacifiche creature proseguono senza fretta il loro lento cammino, seguendo un ritmo antico, quasi senza tempo.

Il mio tempo, invece, rimane sospeso. Si ferma davanti a così tanto valore, a una bellezza tanto semplice quanto autentica, capace ancora una volta di farmi sentire parte di qualcosa di immensamente più grande.


Il freddo. Quelle prime, timide avvisaglie della nuova stagione che iniziano a farsi sentire. Abiti leggermente più pesanti e una prima notte in cui ritrovare quel piacevole calore all’interno di un rifugio tutto mio. Poi la notte scende lentamente e, quasi con discrezione, inizia ad allontanare le nuvole e la pioggia. Il cielo si apre poco alla volta, regalandomi una prima, fugace immagine delle Odle, rimaste fino a quel momento prigioniere di quelle grandi e fredde nuvole.

È soltanto un breve istante, ma è sufficiente per ricordarmi quanto possano essere maestose queste montagne quando finalmente decidono di mostrarsi.



Val di Funes



Val di Funes




Innerraschotz (Mont Dedite) - 2100m


Quel velo di speranza che la sera prima aveva appena accennato qualcosa, al mattino trova finalmente una conferma. Se ieri le Odle sono rimaste per l’intera giornata ben nascoste dietro una fitta coltre di nuvole, l’alba porta con sé un tiepido sole, appena velato da quelle prime stratificazioni che sembrano promettere qualcosa di buono.

Lo sento. Lo percepisco nell’aria, nella luce che lentamente si fa strada tra le nubi. E forse lo avverto ancora di più mentre mi trovo al cospetto della grande distesa prativa di Ranui, con la sua inconfondibile chiesetta di St.Johann (San Giovanni in Ranui), quasi sospesa in questo silenzioso risveglio del mattino.



Val di Funes


Un silenzio sospeso, quasi custodito dalla bellezza di questa piccola chiesetta, divenuta nel tempo il simbolo più riconoscibile dell’intera Val di Funes, conosciuta e ammirata ormai in tutto il mondo.


Una strada forestale, l’ennesima di quelle che dalla valle si arrampicano verso i versanti superiori, sale senza particolari difficoltà. A dire il vero, per buona parte la trovo piuttosto monotona. Mi accade spesso quando il cammino si inoltra lungo percorsi di questo genere, soprattutto quando si perde all’interno del bosco, dove lo sguardo rimane inevitabilmente confinato tra gli alberi.

A rendere più piacevole e movimentato il mio procedere è il gorgoglio del Brogleser Bach, il torrente che accompagna e costeggia questo tratto della valle. La sua presenza discreta diventa quasi una compagnia, un sottofondo costante che rompe il silenzio del bosco.

Ma oggi è una giornata speciale. Una di quelle giornate che sembrano prepararti lentamente a qualcosa di importante: il primo, vero contatto con le irte pareti delle Odle. E il mio cammino conduce proprio lì, verso Malga Brogles, la Broglesalm, dove finalmente quella maestosa presenza inizierà a mostrarsi in tutta la sua imponenza.



Val di Funes


Dal bosco, lentamente, prende vita una nuova dimensione. Qua e là compaiono le prime pareti, i primi punti di vista che, ogni volta che gli alberi si diradano, lasciano intravedere i versanti delle magnifiche Odle. Eccole, lassù. Ancora lontane, ancora in parte nascoste, visibili soltanto attraverso quelle piccole finestre che il bosco, quasi con discrezione, decide di concedermi. Sembra quasi voler giocare con il mio sguardo, regalandomi appena qualche scorcio, quei primi sussulti di roccia madre che annunciano ciò che mi attende più avanti.

È ancora poco, soprattutto se penso a ciò che lo scorso autunno e l’inverno hanno saputo regalarmi. Ma anche in queste brevi aperture c’è qualcosa di straordinario. Ogni spunto roccioso, ogni cresta che emerge alle quote più alte, si lascia accarezzare da ombre e tonalità che soltanto l’estate sa creare, trasformando la montagna in qualcosa di nuovo, diverso, ma non per questo meno affascinante.


Punta la Fermeda (2640m) e la Gran Odla (2893m), è tutto ciò che questo primo, timido senso di vita concede ai miei occhi. Poi, improvvisamente, ogni cosa torna come prima. Le aperture si richiudono e il bosco riprende a nascondere ciò che poco prima aveva lasciato intravedere.

La strada forestale prosegue, oltrepassa un piccolo ponte di legno e continua dritta per alcuni minuti, fino a condurmi all’imbocco di un sentiero. Qui la strada termina e l’ultimo tratto, lungo il sentiero 28, cambia completamente il volto del mio cammino, mettendomi finalmente a confronto con la montagna nella sua forma più autentica.

La monotonia della strada bianca svanisce in pochi istanti. Il sentiero, invece, mi restituisce quella sensazione che tanto cerco: percepire, passo dopo passo, il piacere di una Natura che finalmente torna ad abbracciarmi nella sua più completa naturalezza.

Non c’è nulla di costruito, nulla di preparato dalla mano dell’uomo. Soltanto una traccia modellata nel tempo, plasmata nei secoli dal passaggio di pastori e cacciatori, fino ad assumere la forma che oggi accompagna il mio cammino.


Ora tutto ciò che fino a poco prima aveva semplicemente accompagnato e facilitato la mia salita assume un aspetto diverso, più vivo, quasi più umano. Il sentiero si fa strada seguendo le radici affioranti dei grandi arbusti che mi circondano, insinuandosi tra loro come se fosse stato disegnato dalla montagna stessa.

Accanto a me, il Kilefer Bach scende dai versanti superiori, cercando il proprio spazio tra la vegetazione e la roccia. In alcuni punti rallenta, si raccoglie e dà vita a piccole insenature, dove l’acqua fresca si lascia cadere in brevi e meravigliose cascate.

È un vero labirinto di arbusti, rocce e radici, nel quale questo torrente trova la sua dimensione perfetta. Scorre, si infrange, cambia direzione e, nel farlo, disegna sulla roccia una continua coreografia naturale, modellata dall’acqua e dal tempo.


Ma tutto questo è soltanto l’inizio di ciò che mi aspetta più in alto, sui versanti maggiori. Il gorgoglio deciso e incessante del torrente, fino a quel momento compagno discreto del mio cammino, improvvisamente si apre davanti a me, lasciando spazio a un ampio pianoro erboso.

Il bosco si ritira e lascia finalmente posto all’alpeggio, aperto verso il cielo e verso la montagna. È come entrare in una nuova dimensione: una sinfonia naturale fatta del rumore dell’acqua, del vento tra l’erba e del silenzio che solo questi luoghi sanno regalare.

Ed è proprio qui che compare uno dei primi veri punti panoramici, quello sguardo che finalmente si apre sull’intera spinale rocciosa delle Odle. Una vista che arriva quasi all’improvviso, proprio a pochi passi da quell’incrocio di sentieri che si collega al famoso Adolf Munkel Weg.

Non posso che cogliere al volo questo momento. Zaino a terra e via, libero di muovermi senza una direzione precisa, lasciandomi guidare soltanto dalla voglia di osservare. Ogni passo diventa così un nuovo punto di vista, ogni angolo una nuova prospettiva da cui ammirare la bellezza e la maestosità di questa grande montagna.



Val di Funes



Val di Funes


Minuti intensi, che vivo con grande piacere. La lunga cresta delle Odle, da quei versanti a est che da Forcella de Furcia (Kreuzjoch - 2293m) si allunga verso occidente e che all'altezza di Cima Seceda (2518m) trova il suo limite opposto. In una solo colpo d'occhio l'intera maestosità della grande montagna.


L’Adolf Munkel Weg mi accompagna per un breve tratto, dirigendosi verso un piccolo colle. Il sentiero rimane sempre esposto alla luce del sole che, ormai a metà della mattinata, è tornato a scaldare con decisione ogni cosa.

È una luce che sembra voler ricordare che l’estate è ancora viva, presente e capace di regalare calore e colori intensi. Eppure, appena oltre questa giornata, il calendario già annuncia l’arrivo dell’autunno. Una stagione che ancora non si vede, ma che lentamente si avvicina, pronta a cambiare il volto di questa montagna.



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Il Rifugio Brogles, o Malga Brogles (Brogles Hutte - 20415m).

Quegli spazi per me ancora sconosciuti, quelli che mi attendono alle quote maggiori, già da questo rifugio lasciano intravedere soltanto una piccola parte di quella libertà che lassù sembra ancora intatta. Il rifugio potrebbe diventare il mio punto di riferimento per il pranzo di metà giornata, un luogo in cui fermarmi e ritrovare un po’ di energia. Ma il suo ampio alpeggio, con le mucche pezzate che lo animano, non è ancora sufficiente a colmare tutte quelle aspettative che porto con me e che, più in alto, attendono soltanto di essere esaudite.

Perché so che oltre questo punto c’è ancora qualcosa da scoprire. Spazi più aperti, più silenziosi, dove la montagna torna a essere protagonista assoluta del mio cammino.



Val di Funes
Rifugio Malga Brogles

Val di Funes



Val di Funes



Val di Funes


Tanta gente ha già trovato posto quassù, non me lo aspettavo, cercando il piacere di una pausa a questa quota. Intorno, però, la maestosa bellezza delle Odle ha ormai assunto il suo aspetto più completo. Le loro pareti bianche si innalzano davanti a me, imponenti, quasi irreali, e lo sguardo sembra poter penetrare nel cuore di questi grandi monoliti di roccia.

Mi concedo anch’io pochi minuti di pausa. Il tempo necessario per un caffè veloce, giusto per assaporare questo primo vero incontro con la loro imponenza, prima di riprendere il cammino.

Tornerò più tardi, quando la calca si sarà lentamente affievolita. Sarà allora che potrò ritrovare quello spazio che cerco, ma soprattutto quella tranquillità che, nelle ore di maggiore affluenza, sembra venire meno anche quassù, proprio dove il silenzio dovrebbe essere parte integrante della montagna.



Val di Funes


Il Passo di Brogles, il Brogles Sattel, a 2.119 metri. Lo raggiungo in poco tempo, seguendo un sentiero ben tracciato, delimitato da grandi massi rocciosi levigati dal tempo e perfettamente integrati con il terreno. Oltre alle mucche, incontro una piccola comunità di cavalli che trascorre lentamente la propria giornata ai piedi dell’Eur de Bredles, a 2.154 metri, una morbida collina erbosa che emerge in questo paesaggio come un’isola verde tra le rocce.

Ma è proprio da questo punto che, per me, qualcosa cambia. È qui che ha inizio una nuova dimensione, uno spazio che fino a oggi apparteneva soltanto alla mia immaginazione. Per la prima volta, sono i miei piedi a entrarvi e i miei occhi a scoprirlo, passo dopo passo.



Val di Funes



Val di Funes


Cose nuove che danno vita a un mondo tutto da scoprire.

L’emozione cresce a ogni passo, mentre il mio sguardo cerca di catturare ogni dettaglio, ogni forma, ogni angolo di questo paesaggio ancora sconosciuto. È difficile gestire la meraviglia della scoperta quando tutto accade per la prima volta. Ogni cosa assume un significato diverso, ogni scorcio diventa una sorpresa e ogni passo porta con sé quella particolare emozione che soltanto un luogo nuovo, ancora da conoscere, riesce a regalare.



Val di Funes


Ora la mia mente viene guidata da punti di vista che sembrano racchiusi in un caos indefinito, un susseguirsi continuo di forme, pareti e montagne che faticano quasi a trovare un ordine nel mio sguardo. Non ci sono soltanto le Odle, sempre più immense e maestose man mano che avanzo, ma anche quei versanti più meridionali che improvvisamente aprono prospettive completamente nuove. Il Sassolungo e il Sassopiatto compaiono sul versante della vicina Val Gardena, mentre l’Alpe di Siusi apre davanti ai miei occhi scorci che non avevo mai osservato prima verso il Catinaccio d’Antermoia. Emozione pura....

E poi, quasi a chiudere questo grande abbraccio di montagne, ecco la cima Santner. Lassù, anche se non riesco a vederlo, il Rifugio Bolzano mi riporta alla memoria uno dei cammini più belli che abbia affrontato all’inizio dell’estate: il Cammino dell’Anima.

È come se questa montagna, attraverso ogni sua prospettiva, riuscisse a riportare alla luce frammenti di cammini già vissuti, intrecciandoli con emozioni completamente nuove.



Val di Funes


Ricordi che porto con me nel cuore, segni indelebili che rimarranno per sempre dentro di me come parte di una delle più belle esperienze vissute in alta montagna.

E osservare tutto questo da un punto così particolare rende impossibile lasciar correre quello che sto provando. Non posso, e non voglio, trascurare un’emozione così forte. È come se il Passo di Brogles, improvvisamente e quasi a sorpresa, avesse riaperto una porta sul passato, riportando in superficie immagini, sensazioni e ricordi che credevo ormai lontani.

Ancora una volta la montagna riesce a fare questo: un paesaggio, una cima, una semplice prospettiva possono bastare per ridare vita a qualcosa che porto dentro di me.

Non posso...


Ma devo comunque tornare al presente, a questa giornata in cui alcune nuvole pomeridiane iniziano lentamente a coprire il cielo sopra di me. Nulla, però, sembra riuscire a distogliermi da ciò che sto provando. Sono ancora immerso nei ricordi, in quelle emozioni che il paesaggio ha improvvisamente riportato alla luce. Forse servirebbe soltanto una nuova emozione per interrompere, anche solo per qualche istante, questo viaggio dentro di me. E, come spesso accade in montagna, sembra quasi che il mio pensiero venga esaudito all’istante.

Il Mont Dedite, o semplicemente Innerraschotz nella lingua locale, è proprio ciò di cui ho bisogno in questo momento. Una nuova presenza, una nuova prospettiva capace di riportarmi con i piedi per terra, senza però cancellare ciò che è appena accaduto.

Perché certi ricordi, anche quando rimangono alle nostre spalle, continuano a camminare con noi. E oggi, da questa distanza, posso finalmente guardarli riaffiorare nella mia mente, lasciando che siano le montagne a raccontarmi ancora una volta quanto siano profonde le emozioni che sanno custodire.



Val di Funes


Una vasta distesa prativa si allunga davanti a me e, salendo dolcemente di quota, dà forma ai versanti maggiori de La Gran Costa. Da qui lo sguardo segue quella lunga cresta che, dalla vetta del Resciesa Dedite, l’Innerraschotz, a 2.317 metri, traccia una perfetta linea d’orizzonte fino al suo versante più esterno, quello del Laite Va Piz, a 2.284 metri.

A separare il punto in cui mi trovo, lungo il sentiero 35, da questa lunga dorsale non ci sono ostacoli, ma soltanto questi immensi pianori erbosi. Spazi aperti, morbidi e silenziosi, dove decine e decine di cavalli si muovono liberamente, disperdendosi nella vastità di questo paesaggio.

Li osservo e per un istante tutto sembra fermarsi. La montagna, l’erba, i cavalli e quel cielo che si apre sopra di me compongono un’immagine difficile da spiegare a parole.

Emozione pura.


Per raggiungere questo loro Paradiso in terra non esistono sentieri da seguire. Non ci sono tracce precise, né una direzione obbligata. Basta lasciarsi guidare dalla pendenza, seguendo una qualsiasi linea di cammino, anche soltanto immaginaria, attraverso questi prati che salgono dolcemente. L’unica vera difficoltà non è il terreno, né la salita. È quel semplice pensiero che, davanti a uno spazio così libero, inevitabilmente si affaccia nella mente: da dove inizio?



Val di Funes


Placidi, silenziosi, completamente in pace con il resto del mondo. Mi avvicino a queste adorabili creature con rispetto, rallentando il passo e prestando attenzione a ogni loro possibile reazione.

Nessuno sembra infastidito dalla mia presenza. Nemmeno una piccola cavallina, nata da pochi giorni, sembra curarsi di me. Ognuno rimane immerso nel proprio mondo: chi intento a brucare l’erba con calma, chi invece sembra quasi desideroso di avvicinarsi, lasciandosi sfiorare e accarezzare. Incontrare cavalli così tranquilli e disponibili al contatto non è qualcosa che capita spesso. I loro sguardi rilassati raccontano una serenità assoluta, mentre quella naturale curiosità li porta lentamente verso di me, senza timore e senza esitazione.

Si avvicinano con una disinvoltura quasi sorprendente, come se fossero loro stessi a concedermi il privilegio di restare lì. In mezzo a quel silenzio quasi surreale, per qualche istante non sono più soltanto un visitatore. Sono semplicemente una presenza accolta nel loro mondo, chiamata a condividere con loro la quiete di questo luogo.



Val di Funes


Devo trovare il mio punto fermo, un luogo qualsiasi, ma abbastanza discreto da permettermi di rispettare la loro naturale calma e quel silenzio che sembrano prediligere.

Mi fermo così, lasciando che siano loro a decidere la distanza. Le Odle sono lì, vicine e imponenti, mentre più lontano lo sguardo torna verso quei luoghi che riportano alla mente le emozioni dell’inizio dell’estate. E poi ci sono loro.

Alcuni mi circondano, curiosi ma tranquilli, quasi incuriositi dalla mia presenza. Altri, più lontani, si muovono liberi lungo i versanti, immersi in una dimensione ancora più grande di quella che sto vivendo io. Io rimango semplicemente lì, in mezzo a tutto questo, cercando di non disturbare quella quiete e lasciandomi attraversare dalla bellezza di un momento che non ha bisogno di essere cercato: è già tutto intorno a me.



Val di Funes


Passa così un tempo che ormai non riesco più a definire. Minuti, forse un’ora o anche qualcosa di più. Non importa. Qui il tempo sembra aver perso la sua misura, mentre tutto intorno a me rimane esattamente come l’ho trovato all’inizio.

Poi arriva il momento dei saluti. Un arrivederci, senza sapere davvero quando potrò tornare. Lascio questo luogo con il mio silenzioso omaggio alle grandi cattedrali di roccia che, in questa giornata, mi hanno accolto nella loro dimensione più selvaggia e autentica.

Ma soprattutto il mio saluto va a loro, a queste creature che mi hanno concesso di entrare, anche solo per qualche ora, nel loro mondo.

Un mondo semplice, libero e silenzioso, dove il tempo sembra essersi fermato. E forse, in qualche modo, continuare a scorrere così per l’eternità.



Val di Funes




Rifugio Genova, l'ultimo di questa mia estate


La notte scorre silenziosa, quasi fosse un invito a contemplare ancora una volta tutto ciò che mi sto lasciando alle spalle. Ogni cosa sembra racchiudersi all’interno di un quadro perfetto: la grande montagna, i suoi versanti e quei luoghi ormai pieni di ricordi sembrano quasi volermi trattenere, impedendomi di abbandonarmi a quel sonno che il mio corpo reclama.

Eppure non sento il peso della fatica accumulata in questi primi due giorni. Sarebbe quasi una sensazione fuori da ogni logica. Il corpo avrebbe bisogno di riposo, ma la mente sembra non volerlo concedere.

Sono le emozioni a pesare più di qualsiasi stanchezza fisica. Rimangono dentro di me, si accavallano ai ricordi e continuano a tenermi sveglio, lontano da quel bisogno naturale di fermarmi. Come se, per questa notte, anche il sonno dovesse aspettare.


Eppure sono consapevole che questo nuovo giorno non mi concede soltanto il privilegio di completare, quasi alla perfezione, tutto ciò che la Val di Funes e le Odle hanno saputo offrirmi. Non si tratta soltanto di tornare a osservare quei versanti che dal Gampenwiese si innalzano verso le quote superiori del Resciesa Dedite e i suoi ampi alpeggi.

Oggi c’è qualcosa che va oltre. Qualcosa che mi permette di chiudere quel cerchio che, dentro di me, sento ancora incompleto.

Mi manca infatti quell’angolo della valle che dalla Gampenalm sale verso i versanti orientali della grande montagna, un passaggio che non rappresenta soltanto l’ultimo tassello di questo viaggio, ma l’inizio di una nuova dimensione. Oltre quelle creste, oltre ciò che ancora non riesco a vedere, mi attende un nuovo territorio: l’Alta Badia.

E non solo. È proprio lì che il mio cammino è pronto a cambiare ancora una volta direzione, portandomi verso luoghi nuovi, nuove montagne e nuove emozioni da scoprire.



Val di Funes


L’ultima possibilità, prima che l’imminente autunno porti via definitivamente questa mia lunga estate. L’ultima occasione per camminare attraverso queste prime distese prative e rimanere ancora, seppur per poco, a stretto contatto con gli ultimi alpeggi.

Mi manca quella certezza che cerco, quella sensazione in cui ogni minimo segno della loro presenza riesca almeno a echeggiare nell’aria. Forse un campanaccio in lontananza, forse un movimento tra l’erba. Qualsiasi cosa possa ricordarmi che, anche se ormai agli ultimi giorni, quella dimensione è ancora qui. Rimane soltanto un silenzio puro e assoluto, accarezzato da una leggera brezza che accompagna i miei passi. Poi il sentiero 6 inizia lentamente a salire e, ancora una volta, una strada bianca lascia spazio a qualcosa di più autentico.

La traccia si restringe, il terreno cambia e davanti a me ricompare il puro sentiero di montagna. È come se, passo dopo passo, stessi entrando nuovamente in quella dimensione che tanto desideravo ritrovare prima che l’estate lasciasse definitivamente il posto all’autunno.


Salgo questo versante per la prima volta. Un cammino che guadagna quota senza particolari difficoltà e che, proprio perché nuovo, alimenta ancora di più il mio desiderio di scoperta.

È un sentiero che dalla Tschantschenon, una piccola malga nascosta tra gli ultimi lembi del bosco, mi conduce lentamente verso un versante roccioso dove le Odle iniziano ad assumere un aspetto completamente diverso. Ogni passo modifica la prospettiva, ogni metro conquistato aggiunge qualcosa di nuovo a ciò che fino a poco prima conoscevo.

Non è soltanto un sentiero nuovo. È la sensazione di essere entrato in una parte della montagna che ancora non conosco, con la curiosità di chi sa di avere davanti qualcosa di importante.

E poi c’è il cielo, finalmente libero dalle nuvole, e quel caldo tepore del sole di settembre che accompagna la mia salita. Una combinazione perfetta, quasi un presagio. Perché quando la montagna si presenta così, limpida e luminosa, posso aspettarmi soltanto che questa giornata abbia ancora molto da raccontarmi.



Val di Funes



Val di Funes


Salgo tranquillamente, felice di ciò che mi circonda. Il sentiero è facile, ma a ogni passo diventa sempre più panoramico, quasi volesse accompagnarmi oltre i confini della Funes.

Lascio lentamente alle spalle il bosco e mi ritrovo sotto un cielo finalmente aperto, al cospetto della grande montagna rocciosa. Una roccia che dalle Odle cambia gradualmente forma, allungandosi verso quote più alte fino a dare vita al grande massiccio delle Puez-Odle.

Rimango ancora all’interno del Parco Naturale Puez-Odle, ma il paesaggio che mi attende più in alto sembra già raccontarmi che qualcosa sta per cambiare. Le forme della montagna, gli spazi e la prospettiva si trasformano lentamente, accompagnando il mio cammino verso una nuova dimensione. Raggiungere la Forcella de Furcia, il Kreuzjoch, a 2.293 metri, diventa così molto più che conquistare una semplice quota. È come oltrepassare un confine invisibile, quello in cui la Val di Funes lascia lentamente il posto all’Alta Badia.

Un passo ancora, e davanti a me si apre un mondo nuovo.



Val di Funes



Val di Funes


Un passo ancora e, una volta raggiunta la forcella, si apre davanti a me una nuova dimensione, quasi un nuovo modo di intendere la montagna.

Dalla forcella, lo sguardo si allunga dalle grandi distese prative del Munt da Medalges verso i versanti di Longiarù, dove compaiono le sue baite e i suoi antichi fienili. Tutto ciò che nei giorni precedenti avevo osservato sempre al cospetto delle Odle, improvvisamente cambia fisionomia. E insieme al paesaggio sembra cambiare anche la montagna stessa.

Davanti a me si innalza il grande altopiano delle Puez-Odle, una presenza imponente che, osservata da queste lunghe e lussureggianti vallate, manifesta tutta la sua possanza.

È un’energia magnetica, difficile da ignorare. Una di quelle sensazioni che mi impongono naturalmente di fermarmi. Non soltanto per ammirare il panorama e la bellezza che si apre davanti ai miei occhi, ma soprattutto per lasciarmi trasportare indietro nel tempo.

Perché alcuni luoghi non si limitano a mostrarsi: riescono a risvegliare ciò che abbiamo già vissuto, riportando alla luce emozioni che credevamo lontane.



Val di Funes



Val di Funes


La Medalgesalm, il Munt de Furcia, a 2.293 metri, è una piccola e confortevole malga che durante l’estate offre ospitalità a chi attraversa questi versanti. Una terrazza naturale affacciata sulla montagna, che diventa il punto perfetto per concedermi finalmente una pausa.

Un caffè di quelli giusti, di quelli che sembrano avere un sapore diverso. Forse perché arriva dalla moka, forse perché viene sorseggiato qui, davanti a un panorama che non ha bisogno di essere raccontato. Non serve aggiungere altro. Soltanto fermarmi e lasciare che lo sguardo si concentri su ogni minimo dettaglio di questa grande montagna che, da questa prospettiva, continua a riservarmi nuove forme, nuove sfumature e nuove emozioni.



Val di Funes
Medalgesalm

La tecnica lascia spazio a un cammino che interpreto quasi come una spensierata passeggiata. Meno di un’ora mi separa dal Rifugio Genova, Schluterhütte, a 2.297 metri, lungo un tratto del Dolomiten Höhenweg, l’Alta Via delle Dolomiti.

È un susseguirsi di leggeri saliscendi che sembrano accompagnarmi naturalmente verso nuovi orizzonti, quelli che dall’Alta Badia si allungano in lontananza fino alle Dolomiti di Braies e alle Dolomiti d’Ampezzo. Dal Kreuzjoch, il sentiero segue dolcemente questa lunga cresta, sfiorandola e attraversando soltanto meravigliose distese prative. Nessun ostacolo, nessuna asperità: soltanto il verde dell’erba che si fonde con l’azzurro del cielo.

Un contrasto così netto e perfetto che, in alcuni momenti, diventa persino difficile distinguere dove finisca la terra e dove inizi il cielo. Due mondi apparentemente opposti, che qui sembrano invece incontrarsi in un’unica, interminabile linea d’orizzonte.



Val di Funes



Val di Funes


Mondi e momenti diversi che, lentamente, si dividono la mia giornata. L’Alto Adige continua a mostrarmi nuovi orizzonti e, dal Sas de Putia, il Peitlerkofel a 2.875 metri, lo sguardo si apre verso versanti lontani, dove Marebbe e il territorio di San Vigilio si distendono tra creste rocciose e le immancabili distese prative di Plan de Corones.

È un susseguirsi continuo di paesaggi, forme e prospettive che sembrano non concedermi tregua. Ogni volta che penso di aver trovato il tempo per fermarmi, davanti a me compare qualcosa di nuovo. Un cammino che sembra non voler concedere pause, tenendo le mie emozioni strette dentro una morsa difficile da descrivere. Una continua meraviglia che non lascia spazio alla razionalità, perché qui sono gli occhi e il cuore a decidere dove fermarsi.



Val di Funes



Val di Funes


Il Genova rappresenta per me una prima volta: quella di sedermi comodamente sulla sua meravigliosa terrazza esterna e lasciare che, per qualche istante, il cammino possa aspettare.

Il pranzo divide a metà questa giornata fantastica, mentre un piacevole sole sembra quasi voler rendere ancora più speciale questo luogo. Sono momenti preziosi, quelli in cui posso fermarmi a riflettere su tutto ciò che questa giornata mi ha già regalato e, soprattutto, su tutto ciò che ho vissuto fino a questo momento.

Un pranzo tranquillo, vissuto in pace, nonostante il rifugio, in questo sabato di metà settembre, sia letteralmente preso d’assalto da centinaia di escursionisti. C’è chi arriva dalla Val di Funes e chi sale dalla Badia, percorrendo sentieri completamente diversi per ritrovarsi poi tutti qui.

Il Genova diventa così un unico grande punto d’incontro, un luogo in cui centinaia di persone, senza essersi mai date appuntamento, finiscono per condividere lo stesso spazio, la stessa montagna e, per qualche ora, la stessa meravigliosa giornata.



Rifugio Genova



Rifugio Genova


Ma ora mi attende l’ultima parte, quel lungo sentiero che mi riporterà nuovamente tra i verdi alpeggi della Funes. Saluto il rifugio, con la consapevolezza che, con ogni probabilità, sarà l’ultimo di questa stagione. Lo lascio portando con me un pensiero che, in questo momento, non è rivolto soltanto al Genova, ma a tutti i rifugi che, lungo questa lunga estate, mi hanno accolto, ospitato e accompagnato.

Il Rifugio Genova diventa così l’emblema di tutte queste strutture che, stagione dopo stagione, finiscono per entrare nel cuore di chi le attraversa. Luoghi semplici, ma capaci di offrire molto più di un riparo: calore, accoglienza, ristoro e quella sensazione di sentirsi, anche solo per qualche ora, parte della montagna. Li saluto tutti attraverso questo ultimo arrivederci. Un grazie sincero e la promessa di tornare, quando una nuova estate riaprirà i sentieri e con essi tutte quelle piccole comodità che, lassù, assumono un valore completamente diverso.

Arrivederci alla prossima stagione.



Val di Funes



Val di Funes



Val di Funes


La stessa consapevolezza che porto con me anche quando torno a osservare i versanti più a valle, alla ricerca di quell’ultimo alpeggio prima di un saluto che, almeno per quest’anno, so essere ormai vicino. La Worndle Lochalm diventa il punto fermo dove poter esaudire questa mia ultima speranza. Una malga nascosta, lontana dal principale itinerario frequentato dal turismo di massa che dalla valle sale anche verso il Genova, e proprio per questo capace di conservare un’atmosfera più autentica e silenziosa.

Rimane appartata, immersa nel verde di una valle che si apre e si divide tra il Col de Poma, lo Zendleser Kofel, a 2.422 metri, e il Ringspitz. È qui che ritrovo ancora una volta quella dimensione che sto cercando da tutta la giornata: un luogo lontano dalla confusione, dove la montagna può ancora mostrarsi nella sua forma più semplice e genuina.



Val di Funes



Val di Funes
Worndle Lochalm


Nessuna delle presenze che speravo di incontrare, se non quella dei pastori, intenti agli ultimi lavori prima di chiudere definitivamente la malga per la stagione.

La struttura è ormai pronta a fermarsi. Una malga e due grandi stalle che presto rimarranno vuote, così come i grandi recinti che risalgono lungo il versante del Col de Poma. Spazi che fino a poco tempo fa erano animati dalla presenza degli animali e dal lavoro quotidiano, e che ora iniziano lentamente a svuotarsi. Rimangono soltanto le tracce di una vita appena trascorsa, piccoli segni che raccontano ciò che qui è accaduto per tutta l’estate.

I pastori lavorano con calma, quasi in silenzio, accompagnati da un pomeriggio assolato e incredibilmente tranquillo. Riavvolgono le matasse del filo elettrico, sistemano gli ultimi attrezzi e ripongono con cura ciò che servirà ancora quando la montagna tornerà a vivere.

Sono gesti semplici, ripetitivi, quasi quotidiani. Eppure, ai miei occhi, raccontano perfettamente questo momento della stagione: l’estate che lentamente si chiude, la montagna che si prepara al silenzio e un’altra stagione che, giorno dopo giorno, prende il suo posto.



Val di Funes


Sono scese a valle da pochi giorni, già sistemate all’interno di quelle stalle che le accudiranno durante il lungo inverno. La loro presenza qui è ormai soltanto un ricordo recente, una traccia di quella vita che fino a poco tempo fa animava questi alpeggi.

Rimango fermo in questo punto ancora per un po’. Nei miei pensieri, tutto sembra chiudersi proprio qui, all’interno di questo luogo che appare quasi dimenticato dal resto del mondo.

Mi siedo sopra una roccia e lascio che sia il sole pomeridiano a tenermi compagnia. Lentamente si abbassa verso l’orizzonte, accompagnando il mio sguardo verso il tramonto e verso la fine di questa giornata. Ma non è stata soltanto una giornata. È stata l’ennesima avventura, una manciata di giorni vissuti intensamente, capaci ancora una volta di farmi percepire qualcosa che credevo sempre più difficile da trovare.

Quella sensazione in cui il silenzio, tra queste montagne, riesce ancora a trovare lo spazio che merita. Un silenzio vero, autentico, capace di fermare il tempo e di ricordarmi quanto sia prezioso, ogni tanto, riuscire semplicemente ad ascoltarlo.




Stefano




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